Quando l’apparenza non inganna IL cristianesimo e la civiltà dell’immagine



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03.06.2018
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QUANDO L’APPARENZA NON INGANNA

Il cristianesimo e la civiltà dell’immagine

Diego Furgeri
L’Occidente possiede il genio delle immagini perché venti secoli fa è comparsa in Palestina una setta eretica ebraica che possedeva il genio degli intermediari. Tra Dio e i peccatori, essa intercalò un termine medio: l’idea dell’Incarnazione. Si tratta dunque del fatto che una carne poteva essere il tabernacolo dello Spirito Santo. Di un corpo divino, divenuto materia, si poteva dare un’immagine materiale. Hollywood viene da qui, passando per l’icona e per il barocco”.

Questa affermazione, tratta da un’opera di R. Debray sulla vita e la morte dell’immagine in Occidente, parla di noi e della cosiddetta “Civiltà dell’immagine” cui apparteniamo con provocatoria incisività. L’autore sottolinea l’apporto cristiano in materia caratterizzandolo come la principale forza direttiva.


Quella che il cristianesimo ha proposto è in ogni caso una forma particolare di immagine, non una superficie piatta e opaca, ma una persona viva, un volto, uno sguardo. La singolarità del cristianesimo si gioca su questa differenza di fondo: Cristo è il modello dell’immagine perfetta in quanto egli è l’intermediario tra l’uomo e il Padre. Nel suo darsi sotto forma di immagine del Dio vivente, gioca il suo valore relazionale e non esaurisce mai in se stesso la sua funzione di Carità.
In secondo luogo, la capacità di direzione del cristianesimo e la sua giustificazione delle immagini, possono essere meglio comprese considerando come, nella storia dell’uomo, l’immagine sia nata essenzialmente per riempire di significato i due momenti fondamentali della vita: l’amore e la morte.
In origine, la coscienza della fugacità terrena ha spinto l’uomo a creare “immagini sostitutive” dei propri simili defunti nel tentativo di alimentarne il ricordo e in forza dell’amore che si provava per essi. Già questa prima constatazione dovrebbe fornire la giustificazione spirituale dell’arte cristiana proprio perché il cristianesimo è messaggio di amore e vita contro la morte.

Una riflessione seria, quindi, non riduce l’immagine e l’espressione artistica nell’ambito puramente “estetico”, ma li considera come una potente chiave di lettura per rispondere alle grandi questioni che la sensibilità di ogni uomo pone.


Come dicevamo, l’immagine risponde alla domanda fondamentale legata al timore della morte, alla consapevolezza che la propria persona, il volto, il corpo un giorno non esisteranno più.

Realizzando il ritratto di una persona, anche se essa dovesse scomparire, avrò per sempre con me la sua rappresentazione. Leon Battista Alberti nel De Pictura (1435-6) sosteneva: “Tiene in sé la pittura forza divina non solo quanto si dice dell’amicizia, quale fa gli uomini assenti essere presenti, ma più i morti dopo molti secoli essere quasi vivi”. Non solo l’immagine fornisce un sostituto, pur effimero, della persona scomparsa, ma lo fa nel segno e nel nome dell’amicizia e dell’amore. Solo chi ama vorrebbe che la persona amata non se ne andasse mai e che i propri occhi potessero sempre posarsi nei suoi.


Pensiamo al valore delle parole legate alla dinamica artistica. “Rappresentare”, nel suo senso profondo, significa “rendere di nuovo presente” (re-praesentare). Si rappresenta per “ricordare” (nel senso di re-cordare, riportare al cuore); il ricordo richiama il “desiderio” che a sua volta racchiude un anelito verso le stelle e l’eternità (de-sidera); il “de-siderio” genera spontaneamente la “con-siderazione” e il vero “con-siderare” è il “con-templare” che significa entrare in un’altra dimensione, in uno spazio separato dal mondo e sacro. Il desiderium dei latini è il pothos dei greci; questo termine significa “sete” e caratterizza il desiderio come la ricerca di una fonte per dissetarsi. Pensiamo al famoso salmo: “Sicut cervus desiderat ad fontes aquarum…”. L’Incarnazione, in questo orizzonte “estetico” fatto di amore e anelito all’immortalità, diventa la possibilità data all’uomo di contemplare Dio in un Volto e attraverso uno sguardo, che è il vedere per eccellenza.
Ora, la cultura pagana, sul tema del volto e dello sguardo, ha dato vita a due notissimi miti che possono essere utilizzati per descrivere l’impasse cui si trova di fronte l’uomo moderno, schiavo dell’immagine in quanto idolo di sé stesso (Narciso) o di un Dio visto come dispensatore di morte e non di vita (Gorgone-Medusa).

Medusa, con il suo ghigno, rappresenta l’espressione opaca, pietrificata e pietrificante, dell’uomo che viene a contatto con la consapevolezza della morte, che vede cioè la morte negli occhi; raffigura l’uomo agghiacciato dalla visione della propria finitezza, chiuso nella relazione con il mondo e con l’aspetto umano e finito di esso.


Narciso, che muore per lenta consunzione dopo essersi vanamente innamorato di sé stesso, è propriamente “Narcosi”, consumazione nell’inanità e nell’accidia; raffigura la passività della riflessione sterile. Il difetto di fondo dell’uomo “narcisistico” e “gorgonico” consiste nel vivere in una circolarità chiusa e viziosa. In termini “estetici” fa di sé, di Dio e del Mondo una immagine nel senso di una superficie al tempo stesso opaca e riflettente, che non lascia spazio alla relazione, al movimento della vita.
Al contrario, il cristianesimo propone il volto come riflesso del Dio fattosi uomo, immagine dell’uomo per eccellenza; lo sguardo che custodisce è quello rivolto da Cristo a Pietro prima di essere condotto via dal sinedrio: uno sguardo d’amore nel momento dell’estremo tradimento. Con il cristianesimo l’immagine del volto non esiste più nella logica della piatta superficie, opaca di morte o riflettente, ma diventa una componente diafana, come una finestra aperta in attesa dell’epifania.

All’opacità dell’immagine in senso solo pagano ha sostituito la luminosità di un corpo e di un volto vivi. Il volto di Cristo diventa allora riflesso del sole e non più dello specchio.


Nei confronti dell’immagine, quindi, possiamo assumere tre atteggiamenti: uno opaco che rimane chiuso nella circolarità viziosa e vede in essa uno schermo, una “tela” su cui si auto-contempla e auto-compiace. Un atteggiamento riflettente che vede ovunque sempre e solamente una riproduzione di se stesso. Infine, un atteggiamento diafanico che vede nell’immagine un passaggio che lascia filtrare luce e calore di relazioni umane e personali.
Il modo opaco produce l’idolatria, l’ideologia e il divismo (di Hollywood, per tornare alla citazione iniziale); l’atteggiamento riflettente dà vita al narcisismo etico ed estetico; quello diafanico crea persone relazionali e aperte alla considerazione sana della vita e dell’altro; persone disposte alla comunione e alla comunicazione. Il primo atteggiamento può essere descritto dall’ombra, il secondo dallo specchio, il terzo dalla finestra.
Su questi argomenti, rimangono fondamentali le riflessioni del teologo e martire russo Pavel Florenskij. Sulla natura dell’immagine sacra e, se vogliamo dell’apparire cristiano che non inganna, egli fa ricorso al simbolo della finestra, lasciandoci queste bellissime parole: “Una finestra è tale in quanto attraverso di essa si diffonde il dominio della luce, e allora la stessa finestra che ci dà la luce è luce, non è somigliante alla luce, non è collegata per un’associazione soggettiva a una nozione di luce soggettivamente escogitata, ma è luce stessa … indivisibile in sé e non divisibile dal sole che splende nel nostro spazio. Ma in se stessa, fuori del rapporto con la luce, fuori dalla sua funzione, la finestra è come non esistente, morta, e non è una finestra: astratta dalla luce non è che legno e vetro”.



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