Quattordicesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti



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Quattordicesima lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti
Gentile signor Gatti,
ogni sogno finisce. Alla luce dell'alba – all'apparir del vero – cade ogni illusione. In tre mesi di sollecitazioni assidue, ma sempre dignitose, non sono riuscito a ottenere da Lei neppure un singulto. O una parola di scusa per l'inaudita brutalità con la quale Ella mi si è rivolto. E per di più in una questione che non riguardava direttamente Lei né i Suoi congeneri. O magari sì. In ogni caso, non ricordo di avere mai incontrato qualcuno più deciso di Lei a soffocare un'urbana conversazione. Se da un lato Le fa onore tale fermezza, istintiva che sia o parte di callida strategia, da un altro fa compiere a me un esame di coscienza.
Non sarò forse stato, io, pretenzioso? mi sarò davvero, in questa nostra corrispondenza, comportato da gentiluomo, senza esagerare, senza provocazioni né indebite asprezze? non avrò talora trasceso nei toni e nella forma, violando quei canoni di correttezza codificati da monsignor Della Casa? Sono poi io il Suo giudice? La conosco a fondo nelle Sue virtù, nei Suoi sentimenti, nelle Sue debolezze? Sicuramente no. In ogni caso, a Suo favore gioca l'avere appreso la grande lezione della vita, che dobbiamo sapere quando convenga stare al centro delle cose e quando ritrarsi. Di qui la saggezza del grande caustico irlandese: «Poiché sappi, sconsiderato giovane, che sulla crosta di questo astro chiamato mondo il Fato ci sospinge tutti a trovare il nostro bene primario in ciò che è possibile, non in ciò che vorremmo».
Ed è anche vero che devo esserLe grato, poiché l'insulto del «famigerato» è servito non solo a farLa conoscere al mondo nelle Sue intemperanze – un malizioso aggiungerebbe: e nelle Sue viltà – ma anche a farmi decidere di non farglieLa passare liscia. In primo luogo, per il rispetto emozionale dovuto ai miei concittadini goyim, da sempre presi per i fondelli dai Suoi. In secondo, per il rispetto intellettuale nei confronti del più generale raziocinio umano e degli infiniti sforzi per giungere a conclusioni che si allontanino il più possibile dalla menzogna. In particolare, da quella seminata a piene mani dai Suoi e dai loro, anzi: dai vostri, reggicoda.
Tutto questo La ha urtata? la Sua sensibilità ne ha risentito negativamente? Mi spiace, ma non è forse Lei, non sono stati i Suoi di ogni tempo e luogo ad avere corroso, corrotto, rovinato ogni vivere civile che non fosse il vostro? E avrebbe voluto, avrebbe davvero pensato che qualcuno, prima o poi, non reagisse – peraltro in modo decisamente urbano – alle Sue/vostre soperchierie? A titolo di esempio, a chi dobbiamo, se non a voi, la corruzione della ricerca scientifica della storia più recente? A chi la persecuzione, che grida vendetta, la rovina e il carcere inflitti a decine dei più onesti studiosi degli eventi della Seconda Guerra dei Trent'anni? di quell'immane bellum germanicum dilagato a conflitto planetario che vide la distruzione del mondo spirituale europeo, l'assoggettamento del mio continente e dell'intero globo alla più perversa delle ideologie distruttrici, quella vostra, quella giudaica?
Ed ancora, dopo due tentativi falliti – maggiordomi di giustizia il Ceppalonico nel 2007 e il Blefaropendulo nel 2010 – voi tornate alla carica, sponsorizzati dal Gran Tecnico Bancogolpista. Ma vergognatevi! Ma si vergognino anzi non tanto i Suoi, ma quei novantasei Fratelli Minori – 66 PD, 21 PDL, 9 ramazzaglia – codazzanti la beatificata Sorella Maggiore. Ma si vergogni ognuno di quella Band of Brothers! in particolare – a parte la Centenaria, cui va la mia indulgenza, e i due quidam de populo – i due altri apripista: la capogruppo dotata di poliziotti-valletti per spesa al supermercato e il capogruppo dallo sguardo difforme nonché, sarà un caso, nel CdA della israeliana Telit.
Mi riferisco al «Disegno di Legge n.3511», comunicato alla Presidenza schifanica l'8 ottobre 2012: «Modifica all'articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n.654, in materia di contrasto e repressione dei crimini di genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra, come definiti dagli articoli 6, 7 e 8 dello statuto della Corte penale internazionale». Ebbene, cosa ti inventano i Novantasette? O meglio, cosa ti pappagallano – eh! ci siamo capiti, caro Gatti?! Da storici di vaglia del Controverso Problema vorrebbero dotare l'art. 3 di una lettera «b-bis)»! E cioè: reclusione fino a tre anni per chiunque «con comportamenti idonei a turbare l'ordine pubblico o che costituiscano minaccia, offesa o ingiuria» faccia apologia dei crimini suddetti e di quelli «definiti dall'articolo 6 dello statuto del Tribunale militare internazionale, allegato all'Accordo di Londra dell'8 agosto 1945». O, cosa altrettanto grave, per chiunque neghi «la realtà, la dimensione o il carattere genocida degli stessi».
Ora, gentile Gatti, lasciamo stare l'«apologia di reato», da sempre presente nei codici, partiamo dal fondo: 1. il carattere «genocida» è mero verbalismo, ideato dal Suo congenere Lemkin, un artifizio che può venire elasticizzato a definire qualsiasi cosa, 2. più concreta è la «dimensione», anche se le vaghe cifre di Norimberga non possono certo costituire una base per un giudizio fondato, 3. quanto alla «realtà», ebbene, rimandandoLa per più compiuto sapere ai miei Holocaustica religio - Psicosi ebraica, progetto mondialista e La rivolta della ragione - Il revisionismo storico, strumento di verità, comincio a sospettare che «la realtà» la conosca solo il Padreterno, 4. che dire poi dei «comportamenti idonei» e della «minaccia, offesa o ingiuria», se non che gli illuminati – absit iniuria a masonica ecclesia! – obiettivi e imparziali giudici democratici cerneranno il grano dal loglio?
Ciò che è rivoltante è la ratio del liberticidio. I Novantasette non solo presuppongono che esistano «fatti storici incontrovertibili» (a parte gli effettivi decessi, che so?, di un Giulio Cesare o di un Savonarola), ma, a mo' della psichiatrizzazione sovietica, incolpano gli oloincreduli di praticare «forme di alienazione», di dedicarsi ad una «negazione tendenziosa della verità storica», di essere affetti da «perversioni culturali e civili». Non manca poi la polpetta avvelenata, il richiamo alla «più civile» Unione Europea, con le sue «raccomandazioni» sui capestri da imporre «spingendo i singoli Stati a prodursi in una nuova azione legislativa che venga incontro alla necessità di [...] favorire una più efficace cooperazione giudiziaria di contrasto ai fenomeni in questione». Come se questa laida «Unione Europea» fosse l'Europa, come se rappresentasse gli interessi morali e materiali dei popoli europei e non fosse piuttosto una creazione dei loro nemici più radicali – i Suoi congeneri, caro Gatti, i Suoi congeneri! – come se non fosse lo strumento ideato per castrare definitivamente, annientare l'Europa.
Ma poi, caro Gatti, Lei crede davvero all'Olocausto? E non mi venga a fare l'indignato! al massimo Le concedo il perplesso. Nessuno ha mai negato le sofferenze patite dai Suoi nel corso di un conflitto che ha visto sofferenze mille volte peggiori e più vaste. Peraltro, certo, l'Olocausto è l'Olocausto. Una Religione. Dogmi precisi. Mica noccioline. Unico sarà il Culto, unico il Dogma, commenta il vostro Phillip Lovate: «The Holocaust is a jealous God; thou shalt draw no parallels to it, L'Olocausto è un dio geloso; non lo paragonerai a nessun'altra cosa».
Ma tutti hanno sofferto. Quello che gli studiosi goyim e taluno – onesto – dei Suoi mettono in discussione, e magari «negano», non sono le sofferenze patite dai Suoi, ma i pilastri portanti dell'Immaginario: 1. i Six Millions, 2. le Gaskammern, 3. la nazivolontà di sterminio. Queste, e solo queste, sono le tre gambe dello sgabello. Definizioni, dogmi e pilastri che dovrebbero riguardare un evento storico, non una Metafisica. È questione di Storia, di Storia concreta. Non di Filosofia, di Morale, di Religione, di Mistica o di Fantascienza. È questione di documenti, non di affabulazioni. È questione di freddo raziocinio, di esami forensi, di perizie tecnico-scientifiche. Come ogni evento generato e compiuto dagli esseri umani e non da qualche entità metempirica, l'Olocausto deve essere soggetto, non può non essere soggetto, è per definizione soggetto ad essere studiato con gli eterni strumenti dell'indagine storica. Quella applicata alle problematiche di Stonehenge come di Ramsete, a Caligola come a Napoleone, alla calata degli Hyksos come a quella degli extraterrestri.
Il cervello umano, caro Gatti, se non vuole rinnegare se stesso, la propria coerenza e nobiltà, deve coltivare non una doppia morale come fanno i Suoi – cosa che, in effetti, a noi goyim ci sta sul piloro – ma una sola morale, un solo modo di giudicare i più diversi eventi, un solo modo di procedere nell'analisi financo di se stessi. Senza trincerarsi dietro prosopopee come l'offesa portata alla memoria di chi ha «tanto sofferto» – così scadendo nell'emotività perturbante – o come il timore per il risorgere dell'Immonda Bestia che sappiamo. E poi, come Le ho detto, non è forse stato uno dei vostri santoni, quel Popper, a intorbidare le acque col concetto di «falsificabilità»? anche se più terra a terra avrebbe potuto usare «verificabilità»? Cioè, possibilità di confutare.
Ma poi guardi, già il buonsenso dei Miei, il senso del reale di Machiavelli, Vico e Pareto, la saggezza elleno-romana, quella di Atene e di Roma rivitalizzata dal pensiero italiano e tedesco – la saggezza che potremmo definire, latamente, fascista – ha concluso che per capire un evento storico lo studioso deve essere libero da impedimenti che vietino il libero corso della ragione. Da impedimenti che vietino, ad esempio, l'approccio a una nuova documentazione, a una curiosità che ponga nuovi dubbi, esprima nuove domande. Libero dal timore di incorrere in uno psicoreato, libero dal timore di venire incarcerato per crimine di pensiero. È davvero retorica la Quarta Libertà del buon FDR (quella dalla paura), per non dir della Prima (quella di parola)? È legittima l'adesione di un Illuminato alla «cultura del sospetto» e al «principio di autorità»? A quell'ipsi dixerunt da sempre rigettato da ogni illuminista che si rispetti? «Non può esistere per nessuno [tantomeno per qualche Popolo Eletto, aggiungerei] il diritto a mentire», ha testé sentenziato la Corte di Cassazione. Tutto il resto sono contorcimenti mentali di maestrine invasate di «postille filosofiche». Una donna filosofa... ma siamo seri! Con tutto il rispetto per l'altra metà del cielo, faremmo prima a incocciare un ircocervo!
E quindi non si comporti come il serpente sordo, quello che si era turato le orecchie per non sentire i suoni degli incantatori. I quali, peraltro, mai come allora avevano suonato per il suo bene. Ed è il Suo bene che voglio, caro Gatti, la Sua crescita intellettuale e morale. Per questo – rimandandoLa di necessità, per più compiuti aspetti numerici, alla nota 57 di Holocaustica religio – Le riporto la nota 27 della stessa opera:
● Per quanto concerne il revisionismo olocaustico, ad esempio, il ritorno alla retta valutazione delle prove 1. fattuali e al riesame scientifico di quelle 2. documentali andrà necessariamente a scapito di quelle 3. testimoniali, ora preponderanti ed emozionalmente decisive. Ovvia la gerarchia di valore dei tre tipi di prove, come peraltro è d'uso corrente nelle cose giuridiche! Per un individuo infatti, e prescindiamo dalla falsificazione operata consapevolmente, la sua memoria è la verità (in quale altro modo può avere senso ricordare la propria vita?). Ma per lo storico questo è solo un fattore, uno tra i tanti, e neanche tra i primari, un fattore che va verificato, equilibrato, gerarchizzato e considerato come parte di un insieme.
Invero, ripetiamo, tre sono, in ordine d'importanza, i tipi di prove (altro che «la memoria viva dei testimoni», voluta da Vidal-Naquet quale «fonte principale»! ci si fermasse, peraltro con reverenza, all'esimia «teste» de visu Olga Lengyel, oloscampata «ungherese», i quattro crematori di Birkenau avrebbero avuto 120 muffole, mentre in realtà ne avevano 46... e tralasciamo le assurdità «testimoniate» sulle Gaskammern, di cui ha fatto giustizia, ad esempio, Graf II):

1 fattuali o materiali, prove cioè del «fatto del crimine»: perizia sui più vari componenti delle camere a gas e dei crematori, riscontro delle fosse di incenerimento, cadaveri possibilmente periziati, ceneri, ossa, indumenti, pallottole, etc.,

2 documentali: ordini di deportazione, trasporto ed esecuzione, protocolli i più diversi, fotografie, piani edilizi, riscontri ferroviari, fatture commerciali dei materiali più vari, oggetti personali degli internati, riscontri demografici, etc.,

3 testimoniali: dichiarazioni dei responsabili, tedeschi e di altre nazioni, «testimonianze» di oloscampati, «confessioni» più o meno aguzziniche, etc.
«Testimonianze» di tali «santi laici» che, impone virtuosamente Richard Bauckham, docente di New Testament Studies alla scozzese University of St. Andrews, devono restare non solo primarie, ma incontestabili: «Le testimonianze dell'Olocausto non vengono facilmente fatte proprie dallo storico, visto che appaiono come scarsamente credibili alla prima impressione e sfuggono, inoltre, alle solite categorie di giustificazione storica. ([L'oloscampata] Charlotte Delbo disse dei nuovi arrivi ad Auschwitz ciò che è valido anche per chiunque legga le testimonianze dell'Olocausto: "Essi si aspettavano il peggio, non si aspettavano l'inconcepibile"). Questo è il motivo per cui le testimonianze dei sopravvissuti dell'Olocausto sono assolutamente necessarie per qualsiasi tentativo di comprendere ciò che accadde. L'Olocausto è un evento la cui realtà potremmo a stento immaginare se non avessimo le testimonianze dei sopravvissuti [...] La testimonianza dei sopravvissuti dell'Olocausto è il contesto contemporaneo nel quale più facilmente riconosciamo che la testimonianza autentica dei protagonisti è totalmente indispensabile per acquisire una reale comprensione degli eventi storici, almeno degli eventi di una simile eccezionalità [...] Nel paradigmatico caso di Auschwitz ("Le vittime di Aschwitz sono, per eccellenza, i delegati presso la nostra memoria di tutte le vittime della storia") abbiamo a che fare con un evento che evoca orrore. L'orrore è la reazione che riconosce un simile evento, lo individua nella nostra consapevolezza della storia non solo in termini di impareggiabile particolarità di tutti gli eventi, ma in un modo che sfugge al tentativo dello storico di rendere particolari eventi comprensibili rintracciando le loro connessioni con altri eventi [...] L'eccezionalità dell'evento implica che solo la testimonianza di un testimone partecipante possa darci un qualcosa che si avvicina a un accesso alla realtà dell'evento [...] In tutti i casi, includendo perfino i tribunali, la testimonianza può essere controllata e valutata in modi appropriati, ma ciononostante deve essere creduta. Per gli eventi incomparabilmente unici che stiamo considerando, ciò è anche più vero».
Altrettanto banale ci sembra la risposta, da fornire all'indiretto quesito, al lettore nel sottotitolo di Memoria della Shoah, del pedagogista Saul Meghnagi, presidente dell'Istituto Superiore per la Formazione, già membro del c.d.a.del Centro Europeo per la Formazione e del comitato direttivo dell'Istituto per l'Educazione dell'UNESCO: «Dopo i "testimoni"» – scomparsi cioè per motivi di età i titolari del Terzo Tipo di prove – a spiegare le vicende intrabelliche degli ebrei ci saranno in primo luogo le risultanze fattuali e documentali.
Ed invero in campo giuridico, rileva Raffaele Simone, docente di Linguistica Generale a Roma III, la tradizione europea «ha tolto alla testimonianza o al documento orali ogni valore di prova, invece riconoscendolo agli atti documentati per iscritto o comunque in forma stabile, rivedibile, archiviabile», abolendo in sovrappiù per chiunque il «principio di autorità» e l'intangibile privilegio dell'ipse dixit, cioè quella specie di delega morale che permette a taluni di dire qualunque cosa senza venir sottoposti a ispezione, verifica e contraddittorio. O forse, per tornare all'oloquestione, nulla conta sapere che a Norimberga l'indagine su infinite cose, in ispecie ogni perizia tecnica sull'Arma dell'Olo-Delitto, fu resa impossibile dagli articoli 19 e 21 dello Statuto?
art.19: «Le Tribunal ne sera pas lié par les règles techniques relatives à l'administration des preuves. Il adoptera et appliquera autant que possible une procédure rapide [in inglese: expeditious] et non formaliste et admettra tout moyen qu'il estimera avoir une valeur probante», o in tedesco: «Der Gerichtshof ist an Beweisregeln nicht gebunden, er soll im weiten Ausmaß ein schnelles und nicht formelles Verfahren anwenden, und jedes Beweismaterial, das ihm Beweiswert zu haben scheint, zulassen». Come dire: il tribunale non si ritiene legato a regole tecniche né perizie scientifiche di alcun tipo per l'esame delle prove, ammettendo anzi solo ciò che esso stesso avrà stimato probatorio per le proprie tesi. «Ciò significa chiaramente» – postilla Jürgen Graf (I) – «che si potevano a volontà forgiare dei corpi di reato e ignorare delle prove a discarico».
art.21: «Le Tribunal n'exigera pas que soit rapportée la preuve de faits de notoriété publique, mais les tiendra pour acquis. Il considerera également comme preuves authentiques les documents et rapports officiels des Gouvernements des Nations Unies, y compris ceux dressés par les Commissions établies dans les divers pays alliés pour les enquêtes sur les crimes de guerre, ainsi que les procès verbaux des audiences et les décisions des tribunaux militaires ou autres tribunaux de l'une quelconque des Nations Unies», o in tedesco: «Der Gerichtshof soll nicht Beweis für allgemein bekannte Tatsachen fordern, sondern soll sie von Amts wegen zur Kenntnis nehmen; dies erstreckt sich auf öffentliche Urkunden der Regierung und Berichte der Vereinten Nationen, einschließlich der Handlungen und Urkunden der in den verschiedenen alliierten Ländern für die Untersuchung von Kriegsverbrechern eingesetzten Komitees, sowie die Protokolle und Entscheidungen von Militär- oder anderen Gerichten irgendeiner der Vereinten Nationen». Come dire: il tribunale accetterà come «prova autentica», vale a dire che non sottoporrà a discussione né ammetterà un contraddittorio in proposito, rifiutando quindi i testimoni della difesa in quanto contestatori di «fatti» definiti acquisiti, qualunque fatto «pubblicamente notorio» oltre che, beninteso, qualsivoglia «rapporto ufficiale» comunque stilato da un qualsivoglia vincitore: «Era lo stesso tribunale a decidere cosa fosse "un fatto di pubblica notorietà" [judicial notice, procedimento arcaico del diritto inglese]. Cosicché la colpevolezza degli accusati era stabilita per principio, poiché l'Olocausto e le altre colpe che pesavano su di essi erano dei fatti di "notorietà pubblica"» (Jürgen Graf I).
E ancor più, dopo questa prima mordacchia (magari anche ovvia, se pensiamo agli odii scatenati dall'Estremo Conflitto), non dovremmo, noi posteri senza colpa, considerare lievemente aberrante il bavaglio che dopo mezzo secolo ci impedisce qualsiasi perplessità, dubbio, indagine, studio, ricerca, argomentazione razionale sull'effettiva consumazione del Crimine? Mutatis mutandis, sarebbe come se un cittadino denunciasse un delitto – ad esempio l'omicidio di un parente, un amico o un qualunque essere umano magari non più presente sul posto – ma al contempo vietasse alle autorità qualsiasi indagine sull'effettiva realtà del delitto, con la singolare pretesa che la propria denuncia debba bastare per l'incriminazione dell'asserito responsabile. Ancor più, sarebbe come se lo stesso giudice, peraltro parente o complice dell'accusatore e in qualche modo dell'asserito scomparso, zittisse d'autorità l'accusato, condannandolo sull'unica base dell'«onorabilità» e della «sofferenza» del denunciante, oltretutto senza cercare riscontri oggettivi nella materialità fattuale e, in seconda istanza, documentale. «Nemo iudex in causa sua», nessun giudice può partecipare ad un processo ove coltivi un qualche interesse, suona l'antico precetto romano! e similmente il concetto di «legittima suspicione», il sospetto cioè che il giudizio possa essere inquinato da interessi estranei alla giustizia.
E dovremmo ignorare che il Tribunale Militare Internazionale (così come le Oloriparazioni) nacque da un lato in un colloquio dell'ambasciatore sovietico a Londra, il «russo» Ivan Majskij Steinman, col ministro degli Esteri Anthony Eden il 12 novembre 1942, dall'altro dal seno del World Jewish Congress con l'ostetrica mediazione dell'Institute of Jewish Affairs dei fratelli «lituani» Jacob e Nehemiah Robinson e, nella primavera 1943, con l'appello della YIVO rivolto a FDR dal confratello Max Weinreich? Dovremmo ignorare che gli ufficiali dei Robinson furono il «belga» Leon Kubowitzki segretario generale del WJC, il sociologo «polacco» Arieh Tartakower vicedirettore dell'IJA, l'ex deputato «polacco» Isaac Ignacy Schwarzbart, Rabbi Maurice Perlzweig, il «russo» Noah Barou, l'«austriaco» F.R. Bienenfeld giurista alla Società delle Nazioni, la consorella Eva Violet Mond Marchesa di Reading, il deputato laburista Sydney Silverman e l'altrettanto «inglese» giornalista Alex Easterman?
Ignorare che i Robinson erano da anni intimi di Robert Jackson, procuratore generale USA, poi capo-accusa a Norimberga? che di costui – Maestro fin dal 1929 della loggia Mount Moriah n.145 di Jamestown, New York, indi ricoprente altissime cariche al Supremo Concilio della giurisdizione nord e alla Commandery – dirà l'onesto Harlan Fiske Stone, presidente della Corte Suprema: «Jackson è là a Norimberga a guidare la sua squadra di linciatori di prim'ordine. Me ne infischio di quello che fa ai nazi, ma mi ripugna vederlo, come pretende, amministrare la giustizia e condurre un processo secondo il diritto consuetudinario. È un'imbroglio un po' troppo moralista per accordarsi con le idee di un magistrato di vecchia scuola»? o, ancora, che Fiske prenderà le distanze dal tutto, assicurando al direttore di Fortune: «La Corte Suprema non ha avuto nulla a che fare, né direttamente né indirettamente, col processo di Norimberga o con l'iniziativa del governo che l'ha autorizzato [...] Sono profondamente amareggiato nel vedere questo travestimento e questa parodia di legalità. La cosa migliore che posso dire è che si tratta di un atto politico delle Potenze vincitrici che può avere la sua giustificazione morale, come fu per l'incarcerazione di Napoleone nel 1815. Ma a quel tempo gli alleati non si sentivano in dovere di giustificarsi e di richiamarsi a princìpi legali che non esistevano»?
E con tutto questo – e mille altre cose, tra le quali, magari, che tra il personale impiegato a Norimberga gli ebrei furono 2400 su 3000, compreso il sergente maggiore John C. Woods Short, boia con 364 impiccagioni al merito – dovremmo credere ad «giustizia» «internazionale» che di internazionale non ha avuto proprio niente e che è stata insieme, ma guarda un po', 1. parte lesa, 2. fonte di diritto, 3. accusa e 4. giudice? ad un tribunale che nel suo Statuto – nei suoi atti fondanti – afferma di non essere altro che la prosecuzione di atti di guerra?
dovremmo ignorare che il massonico sir Norman Birkett, vice del massonico presidente del tribunale sir Geoffrey Lawrence, nell'aprile 1946, a processo dunque in corso, conferma in una lettera privata che il processo deve adempiere ad un compito puramente politico e avere non la sostanza, ma solo la forma di un procedimento legale? credere a un processo che tiene per assodati, vietando ogni dibattito, fatti «notori» all'opinione pubblica? dovremmo credervi, come se la «notorietà», a livello teoretico e pratico, non esprimesse, ovviamente a prescindere dalla frode, che uno stato momentaneo della conoscenza, sempre suscettibile di venire corretto, approfondito ed infine superato o perfino negato?
Chi potrebbe peraltro negare che un tempo siano stati «notori» l'esistenza di Mosè pronipote di Levi figlio di Giacobbe («anche se mancano – per l'arcaicità del personaggio e dei fatti – testimonianze esplicite, non è possibile negare la storicità di Mosè», osa scrivere, ancora nel 2001, Pier Angelo Carozzi), il rivendicato Esodo, il primitivo villaggio della Gerusalemme pre-davidica (in realtà, non ammessa e non concessa l'esistenza del «grande» Davide, città già dotata da un millennio di un complesso sistema di acquedotti opera di gebusei e cananei; vedi gli archeologi israeliani Israel Finkelstein e Neal Asher Silberman), la magnificenza imperiale del capo-tribù Salomone (individuo mai neppure esistito al pari del padre: altro che il prendere in sposa la figlia del faraone Siamun, millantato da Potok come «indizio dell'importanza internazionale del re di Giuda e di Israele»!; vedi lo storico Giovanni Garbini, l'archeologo Mario Liverani e lo storico inglese Robin Lane Fox), le Dieci Tribù Perdute («uno dei più importanti miti universali», scrive Tudor Parfitt), il favoleggiato eroismo di Masada (vedi infra), il salomonico-erodiano Muro del Pianto (vedi infra), la verginità inconcussa di Maria, la resurrezione di Yeshua Mashiach o i rapporti carnali tra il Maligno e le streghe, confessati e talora persino vantati dalle stesse sventurate?
E che dire delle «camere a gas» di Dachau e Mauthausen, «notorie» fino al 19 agosto 1960, quando l'evidenza costringe Broszat ad ammetterne, peraltro en toute souplesse, l'inesistenza su Die Zeit, «autorevolmente» convalidata da Hilberg – quello dai «piedi d'argilla» il «gigante» demolito da Jürgen Graf – e dalla Arendt? Per anni, da noi visto e fotografato nel 1991, un cartello in tedesco, inglese, francese, russo e italiano all'interno della Gaskammer lapidareggia, disinvolto: «Camera a gas. Non fu mai messa in funzione».
E pensare che nel 1957 un falegname di Dachau era stato dannato a sette mesi di carcere per essersi rifiutato di credervi. Quanto ai decessi risultanti per i campi di Dachau negli anni 1941-1945, a prescindere dai «mitici» originarii 238.000 decessi, vengono ancora propagandate 50.000 vittime, quando il museo ne dà 31.591 per l'intero dodicennio 1933-45, lo Sonderstandesamt "Ufficio Anagrafico Speciale" di Arolsen 31.951 per lo stesso periodo (forse inversione di cifre) e la storia ufficiale di Paul Berben 27.839 dal gennaio 1940 al giugno 1945, dei quali 18.296 negli ultimi terribili sette mesi di guerra (compresi i 2226 morti dopo l'occupazione USA), che, sommati ai decessi dell'epidemia di tifo dell'inverno 1943-44, portano ad almeno 19.605 le sole vittime per tifo, il 70% del totale. In pochi mesi il campo, previsto per 10.000 persone, si era visto sommerso, al pari di Bergen-Belsen, da decine di migliaia di internati giunti dai campi orientali già evacuati, e come a Belsen la morte aveva falciato anche dopo l'occupazione: nei soli primi 17 giorni di maggio, 1588 internati... e si pensi che in tutto il 1943 i morti erano stati 1100 (quanto alle esecuzioni, erano state lo 0,0087%).
Mentre i detenuti transitati nel dodicennio sono stati in tutto 206.206 (negli anni di guerra 170.330) – «anche se oggi si comincia a parlare di 250.000 detenuti tra i quali 44.000 non registrati», rialza Sessi (IV) che, aggiungendo gli unregistered, disinvolteggia: «oggi si parla di 76.000 morti nel lager» – e il 26 aprile 1945 ne sono presenti 66.890 (Howard Buechner ne dà 31.432 nel campo principale e 37.964 nei 34 sussidiari, per un totale di 67.665), di cui 43.401 politici, 22.100 ebrei, 1066 antisociali, 128 militari della Wehrmacht, 110 omosessuali e 85 Testimoni di Geova, altre stime, tuttora riportate da «autorevoli» testi, portano i decessi a 238.000 (il pastore anti-«nazista» Martin Niemöller ne dà 238.756, l'Hauptankläger Jackson sale a 268.000, il polacco padre Alexis Lechanski a 278.000, il giornalista turco-americano Nerin E. Gun, ex internato, si accontenta di tondi 100.000 individui, di cui 3000 gasati).
Tutto questo coacervo di cifre – ma non si evidenzia che dei 362 morti del mese di marzo 1944 ben 233 sono dovuti ai bombardamenti sugli impianti industriali (similmente nelle notti 3-4 e 4-5 aprile 1945 cinquecento bombardieri fanno, oltre a 7400 tedeschi periti in un mare di fiamme, 1450 vittime tra gli internati di Nordhausen, vittime sempre però presentate, allineate in impressionante schiera, quali opera dei «nazisti» per sfinimento, malattie o mitragliamento da parte delle guardie... quando l'11 aprile, quindi solo una settimana più tardi, gli americani occupano la città, ritengono responsabili del «nazimassacro» le autorità, mettendole al muro... e venendo fermati unicamente da un coraggioso internato polacco, che testimonia dell'effettiva dinamica) – viene conficcato nel cranio di scolaresche in visita rieducativa «guidata», giusta quanto previsto dal Governo Federale e dal ministero dell'Istruzione bavarese.
Quanto a Mauthausen, nel 1960 l'Encyclopaedia Britannica riporta che «close to two million people, mostly Jews, were exterminated between 1941 and 1945, circa due milioni di persone, in massima parte ebrei, vi furono sterminati tra il 1941 e il 1945»; più mite era stato Chester Wilmot nel 1953, placato da 353.180 «uomini, donne e bambini, sterminati in cinque anni», la cui eliminazione fu «registrata alla storia in sette volumi elegantemente rilegati in marocchino rosso»: superfluo sottolineare l'assoluta irrealtà della favola wilmotiana, tanto più che i decessi riscontrati per il complesso di campi di Mauthausen ammontano, secondo il centro anagrafico di Arolsen in data 11 maggio 1979, a 77.727, cifra che il 16 gennaio 1984, sulla base di ulteriori verifiche, verrà rettificata in 78.824.
Ancor prima, del resto, la realtà gaskammeriale nel Reich aveva trovato smentita in una relazione stesa a Vienna il 1 ottobre 1948 dal maggiore Müller della polizia militare agli ordini della Allied War Crimes Investigation Commission, validata dal tenente Emil Lachout. Secondo la relazione (la cui autenticità è peraltro contestata da Klaus Schwensen; il testo lo si può reperire anche in Nikolaus von Preradovich), commissioni d'inchiesta avevano appurato non solo l'inesistenza di gasazioni a Bergen-Belsen, Buchenwald, Dachau, Flossenbürg, Gross-Rosen, Mauthausen, Natzweiler, Neuengamme, Niederhagen/Wewelsburg, Ravensbrück, Sachsenhausen, Stutthof e Theresienstadt, ma anche che le «confessioni» erano state estorte agli «aguzzini» mediante torture, e che le «testimonianze» non erano da giudicare rispondenti a verità (per avere Lachout, poi ingegnere, insegnante di religione e impiegato di tribunale a Vienna, confermata l'autenticità del documento nell'ottobre 1987, gli viene tolta l'abilitazione all'insegnamento e ritirata la medaglia al merito di servizio della municipalità, mentre gli si scatena contro un processo dodecennale con psichiatrizzazione forzata).
Ed ancora, sul settimanale cattolico Our Sunday Visitor del 14 giugno 1959, dall'onesto Stephen S. Pinter, per sei anni consulente giuridico degli occupanti: «Dopo la guerra fui a Dachau per diciassette mesi come avvocato del ministero della Guerra americano, e posso testimoniare che a Dachau non vi sono mai state camere a gas [...] Non ci furono camere a gas neanche in altri campi [della Grande Germania]», mentre, quanto all'hermannlangbeiniano anus mundi, «ci è stato raccontato che c'era una camera a gas, ma poiché [Auschwitz] si trovava nella zona di occupazione russa non ci fu possibile indagare, poiché i russi non ci lasciarono entrare» (la realtà dachauense viene ammessa dai reggicoda bonniani solo il 28 settembre 1960; nell'aprile 1975, da Wizenthal). A parte l'ex internato comunista Franz Blaha (sottoscrittore dell'affidavit "dichiarazione giurata" norimberghese 3249-PS, confezionato dall'eletto tenente Daniel Margolies, che assevera uno «sterminio di massa in una camera a gas di Dachau»; presidente nel 1961 dell'Associazione Internazionale di Dachau, Blaha attesta anche di avere visto confezionare con pelle umana pantaloni e altri articoli), l'«evidenza» gaskammeriale a Dachau era stata «certificata» il 15 maggio 1945 dalla Commissione Speciale del Congresso americano di cui al documento 159-L, IMG XIII-605.
Per Mauthausen il comandante Obersturmführer Franz Ziereis, pur carezzato con una sbrigativa fucilata allo stomaco il 23 maggio 1945 e morto dopo otto ore di interrogatorio-tortura alla presenza del generale Seibel, comandante la 11a Divisione Corazzata, confessa dieci mesi dopo il decesso, l'8 aprile 1946, sia pure per interposta persona. I soccorrevoli sono l'ex internato Hans Marsalek e il tenente colonnello Smith W. Brockhart jr, «negro» letterario specialista nel redigere confessioni come quella di Höss in inglese PS-3868 e quella di Otto Ohlendorf in tedesco PS-2620. Impagabile, quanto a Mauthausen, mancante di «prove» gaskammeriali, il duo Shermer-Grobman commenta che «per loro natura molti eventi storici sono inferenziali [sic], ma non sono per questo meno veri».
Una perla vera e propria è poi l'articolo apparso il 24 agosto 1945 sulla Berna Tagwacht - Offizielles Publikationsorgan der Sozialdemokratischen Partei der Schweiz, che riporta un comunicato Reuter da Londra: la Germania hitleriana ha eliminato nei campi di concentramento 26 milioni di persone, «die meisten davon wurden in Dachau getötet», la maggior parte delle quali (cioè almeno tredici milioni e una persona) a Dachau, con una media di 12-15.000 uccisioni giornaliere e 24.000 «Männer, Frauen und Kinder» svaniti nel solo 10 luglio 1944, vero e proprio Rekordtag dei nazi-assassini, festeggiato con una colossale bevuta (in verità la traduzione, ad opera della partigianeria polacca, di un «documento tedesco» datato 22 settembre 1943 – vedi lo spagnolo Enrique Aynat – si era da tempo autocongratulata con l'insuperato record di 30.000 gasati giornalieri: «Brzezinka siwecila swój rekord zagazowania w ciagu 1 dnia 30.000 ludzi»).
E una perla ancor più preziosa è la seguente «testimonianza»: «Giovane internato undicenne, Moshe Peer venne inviato nella camera a gas del campo di concentramento di Bergen-Belsen [il campo di transito di Bergen-Belsen!, ove neppure la fantasia malata dei vincitori – ma non quella del top-giornalista ex partigiano giellista Enzo Biagi – pretese mai esservi stata una Gaskammer!] almeno sei volte. Sopravvisse ogni volta e vide con raccapriccio come cadevano e morivano le donne e i bambini portati con lui nella camera a gas e gasati a lui d'intorno. Ancor oggi Peer non sa come potè scampare alle gasazioni. "Forse lo capiscono meglio i bambini, io non lo so", disse Peer in una intervista la scorsa settimana».
Altrettanto disarmante è quanto attesta a milioni di telespettatori – tra i quali noi stessi – l'oloscampata auschwitziana «ungaro/italica» Zita Szigeti in un talkshow col conduttore che la sollecita (Maurizio Costanzo Show sull'emittente Canale 5, 2 novembre 1992) «... e poi un giorno ha visto che c'era scritto "camera a gas"»: «Sì, ci portavano periodicamente a disinfettarci perché eravamo privi di acqua... non ce n'era nemmeno da bere, non ce n'era di acqua... e allora io non so in che stato eravamo... non mi ricordo, ma chissà in che stato che eravamo... non buono... e ci portavano nella camera a gas a fare la doccia... eh, ho letto "camera a gas", e siamo entrati». Senza lasciar tempo allo spettatore di realizzare appieno la bestialità testé detta né invocare una licentia pöetarum, il Lenin dei Parioli le giunge ancora in soccorso, con un lungo sospiro di comprensione per lei e di disprezzo per gli infami: «... e pensare che Lei sa che qualcuno in quest'ultimo periodo, in quest'ultimo anno, nega l'Olocausto, nega che ci sia stato l'Olocausto, nega che ci sia stato Dachau, che ci sia stato Auschwitz... dicono che gli ebrei uccisi non sono, eh, sei milioni, ma a malapena un milione, dicono che è propaganda dell'America che ha messo in giro queste voci sull'Olocausto... io credo che questo sia [...] l'offesa maggiore che è stata fatta a tutti questi morti».
E che dire, caro Gatti, di uno dei vostri storici più corretti, ignorato dal mainstream sterminazionista per privilegiare orecchianti come i Poliakov 1951, Reitlinger 1953, Hilberg 1961/1985, Levin 1973, Dawidowicz 1975, Bauer 1982 e Yahil 1990? Decapiteremo Arno Mayer con la mannaia dei Novantasette? Ne sequestreremo il libro, devasteremo le case dei suoi lettori, in cerca di più acri volumi? E di questi, ne impediremo le ristampe? Ne saranno permesse solo le prime edizioni, pubblicate prima della ololegge? O magari neppure quelle, pur edite in tempi meno perversi? E se un tizio ne avesse due copie, vi comportereste come in Terra Rieducata, lasciandogliene una – in nome del «libero esame» democratico – e sequestrando l'altra in quanto sospetta di venire diffusa a propaganda? E per questa seconda copia, per questo sospetto, lo tirereste in giudizio? Qualcuno potrà leggere i Volumi Oloeretici, qualcun altro no? O finiranno tutti, i lettori magari, gli editori altrettanto, gli autori certamente, a contemplare il sole a scacchi? O rovinati da spese tribunalizie e ghiotte oloammende? Li bruceremo, intendo i volumi, non gli oloeretici, dato che gli autodafé non sono più di moda? Li celeremo nel buio dei leniniani specchrany? Ne daremo notizia, con Liste di Proscrizione, ai curiosi, ai milioni di persone vogliose di aria non più olomefitica? Perseguiremo i provider, i banali curiosi, gli stravaganti, gli imprudenti, i Ricordanti alla Fahrenheit 451? O soltanto gli Oloincreduli di Professione?
Il tutto, ovviamente, per non aggravare le sofferenze di chi ha «tanto sofferto». O per non perdere l'obolo, magari quei 300.000 euro che Lei sa. Oh, profetico Norman Finkelstein! Non si meravigli, caro Gatti: oltre che alla retroattività delle norme la Democrazia ci ha abituato – voi ci avete abituato – alle peggiori canagliate e contraddizioni. Intellettuali come politiche.
● Autore di un volume di 500 pagine, Arno Mayer, pur non mettendo in discussione l'Olovulgata ed anzi accentuando l'opera dei tremila militari (compresa una quota di non combattenti come interpreti, radiotelegrafisti e altro personale) delle Einsatzgruppen nelle retrovie del fronte sovietico (il che non vale a risparmiargli né gli attacchi della Dawidowicz né l'anatema da parte dell'ebraismo, in particolare per avere concluso che Hitler fu ben più occupato a fronteggiare il bolscevismo che a sterminare gli ebrei: «practically excommunicated», ammette il confrère D.D. Guttenplan in The Holocaust on Trial su Atlantic Monthly febbraio 2000, aggiungendo che «calcoli politici [hanno] influenzato la nostra conoscenza dell'Olocausto fin dai primissimi inizi, political calculation [has] influenced our knowledge of the Holocaust from the very beginning»), ha invece l'intelligenza:


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