Quel piccolo lembo di terra affacciato sull’Africa



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Quel piccolo lembo di terra affacciato sull’Africa

Paolo Nifosì

1979-1980: incontri, dibattiti per un impegno civile
La fine degli anni ‘70 a Scicli è un momento di movimenti, di utopie, di speranze. A determinare vivacità culturale contribuisce un gruppo di giovani intellettuali raccolto intorno al «Giornale di Scicli» che vede la luce alla fine del 1977. Tra l’estate del 1979 e l’estate del 1980 si infittiscono gli incontri per programmare attività, iniziative per un rinnovamento della sonnolenta vita associativa; si avverte l’urgenza di intervenire per la salvaguardia del territorio, minacciato da un abusivismo edilizio dilagante. A quegli incontri partecipano con passione Piero Guccione, Franco Sarnari, Ugo Caruso, Sonia Alvarez, Franco Polizzi, Carmelo Candiano.
Ci si conosceva poco ancora nel gruppo. Sarnari, con una sua storia artistica romana consolidata negli anni ‘60, si era stabilito nella campagna intorno a Scicli a partire dal 1972, ma era rimasto per tutti gli anni ‘70 ai margini della vita associata locale. Piero Guccione, che durante gli anni ‘70 aveva prolungato la sua permanenza a Scicli tra la tarda primavera e l’autunno per ritornare a Roma durante l’inverno, nel 1979 decide di trasferirvisi definitivamente.
L’estate del 1980 è momento di ulteriori incontri. Si stilano e si firmano documenti. Un gruppo di venti intellettuali, tra cui risultano Ugo Caruso, Piero Guccione, Franco Polizzi, Franco Sarnari (Sonia Alvarez, presente alle riunioni, non è ancora tra i firmatari) propone la realizzazione di un centro laboratorio di recupero, documentazione ed ordinamento di materiali della civiltà di Scicli e degli Iblei. Nella premessa si legge tra l’altro: «Proporre una lettura critica della realtà, fare storia, proporre l’utopia di una vita migliore, di una città che individui una propria cultura originale da offrire come parte di un tutto di una civiltà nazionale, di una natura più bella, di uno spazio ambientale che sia il riflesso di una coscienza rinnovata.» Si analizzano i mutamenti socio-culturali degli anni ‘70: «una civiltà contadina con i suoi riti, le sue credenze, i suoi rapporti interpersonali densi di umanità storica radicata è stata aggredita dalla civiltà meccanica, linguistica, visiva, produttiva della città, o meglio di quella ragnatela economico-commerciale organizzata su scala multinazionale [...] L’immagine che si sta configurando è quella di un territorio morto, degradato, informe [...] Si sente l’esigenza di pensare alla qualità della vita in una rinnovata fiducia ai luoghi, testimonianza, da un lato, di un’esistenza di forti contraddizioni, dall’altro di una memoria antropologica che non può essere sfregiata e cancellata per un inconscio rifiuto di un passato fatto di privazioni.» Punta di diamante di questo documento e dell’iniziativa è Ugo Caruso.
Guccione partecipa al dibattito che avviene in città, tramite le pagine del «Giornale di Scicli». Gli era stato chiesto nell’estate del 1980 dagli amministratori locali di “decorare” con un suo dipinto la sala consiliare. Egli reagisce denunciando il degrado e la devastazione del territorio. Chiede segnali di cambiamento, ritenendo grottesco pensare alle “decorazioni” in un contesto di degrado; chiede impegni più seri per iniziative culturali: «cultura — scrive — non è solo abbellire un’aula consiliare. Cultura consiste, soprattutto, nel promuovere conoscenza e comunicazione fra coscienze separate; illuminazione del mondo attraverso idee, immagini o suoni sui fatti che riguardano intensamente la vita degli uomini.» Avanza l’ipotesi di un lavoro di gruppo di alcuni artisti: «in un contesto rinnovato di vita associata e culturale si potrà pensare ad un lavoro collettivo da realizzare in collaborazione con vari artisti che vivono qui.»


Nasce il movimento “Vitaliano Brancati”
Nell’ottobre del 1980 si costituisce il “Movimento culturale Vitaliano Brancati”. Primo presidente Piero Guccione. I primi impegni, unitamente al Gruppo che ruota intorno al «Giornale di Scicli», sono un convegno su Elio Vittorini e una mostra di grafica. Guccione, per il manifesto delle iniziative fa un disegno a matita, Il carrubo solitario, un’immagine emblematica che prelude al primo ciclo di pastelli sul carrubo. La mostra di grafica riguarda fogli editi dalla stamperia Il Bisonte di Firenze tra il 1961 e il 1971, con cinquanta opere tra cui incisioni di Moore, Calder, Fontana, Viani, Capogrossi, Matta. È la prima volta che in città si organizza una mostra con la presenza di opere di arti internazionali.

La saldatura di un significativo evento figurativo e la città avviene nell’aprile del 1981 con la mostra Immagini e riflessioni intorno ad un albero che muore, organizzata dal “Vitaliano Brancati”, con ventuno pastelli di Guccione: una sorpresa per tutti vedere una straordinaria sinfonia sul carrubo. La mostra viene allestita nelle sale della Camera del lavoro dopo il rifiuto da parte della direzione del Circolo di cultura Busacca a mettere a disposizione le sue sale: un fatto sintomatico che vede su sponde opposte un tradizionale circolo siciliano e un gruppo di intellettuali che pongono con urgenza la salvaguardia dei valori ambientali.


Guccione nella breve nota al catalogo rimarca «l’importanza dell’atto visivo come forma di conoscenza e di comunicazione morale [...] lavoro personale ed elaborazione collettiva si fondono in questo caso, in modo omogeneo, allo scopo essenziale di richiamare l’attenzione e sollecitare l’immaginazione della gente su alcuni aspetti di generale interesse civile e culturale di cui il Movimento si fa promotore.» La mostra, corredata da fotografie in cui si denuncia il degrado edilizio del territorio sarà itinerante. Da Scicli a Ragusa, a Comiso, a Palermo, a Roma. Nel lavoro collettivo si possono cogliere i presupposti del Gruppo di Scicli che da lì a poco vedrà la luce in una mostra alla Tavolozza di Palermo.
1981 è anche l’anno delle manifestazioni contro l’installazione dei missili Cruise a Comiso. Il “Movimento Vitaliano Brancati” è in prima linea. Per la Marcia della Pace dell’ottobre Guccione fa un manifesto satirico contro Reagan, visto come sceriffo armato fino ai denti. La didascalia scritta sul foglio recita: «La logica dei muscoli genera i mostri dello sterminio.» Franco Sarnari fa incetta di cartoline di architetture e di paesaggi iblei, cancellandole: è l’inizio di una pratica che avrà esiti estetici importanti nei due decenni successivi; in quell’occasione volevano essere una denuncia delle conseguenze di una guerra atomica.
Nello stesso anno si mette in luce Franco Polizzi, che, di ritorno dall’Accademia di Venezia, dove aveva studiato, dopo alcune sue partecipazioni a mostre collettive e dopo la sua prima personale a Scicli, nel 1979, durante l’estate, dipinge una grande tela con il paesaggio della città per l’aula consiliare del Municipio. In quella occasione annotavo: «Alcuni artisti hanno cominciato a guardarsi intorno per vivere con intensità un rapporto serio con i luoghi in cui siamo.» È di ritorno a Scicli, nello stesso anno, dopo aver frequentato a Venezia l’Accademia, Carmelo Candiano che cominciava a proporre opere di scultura, per lo più ritratti e qualche natura morta, a matita.
A fianco di Piero, dalla fine degli anni ‘70 è presente Sonia Alvarez. Si erano conosciuti a Parigi e Sonia decide di seguirlo in Sicilia, dove comincerà a risiedere. Al suo attivo aveva una esperienza pittorica fatta di ritratti. Le sue prime opere in Sicilia verranno esposte nella mostra Ibla mediterraneo, una collettiva di ampio respiro a Modica, nel 1978.


«A Scicli... una piccola scuola di pittori»
L’idea di fare gruppo matura in occasione di una proposta di una mostra collettiva, tra il dicembre dell’ 81 e il gennaio del 1982 presso la galleria La Tavolozza di Palermo. Restano valide ancora oggi, a venti anni di distanza, le motivazioni scritte per l’occasione da Guccione. In quella mostra esporranno Alvarez, Candiano, Guccione, Polizzi, Sarnari, quattro pittori e uno scultore che vivono a Scicli, «questo piccolo lembo di terra affacciato sull’Africa» capace «per misteriose e antiche risorse, di nutrire emotivamente e idealmente, qualcuno anche materialmente, questi artisti. [...] Non trattandosi di un accorpamento ideologico-estetico, ma di qualcosa di più leggero, di amabile e occasionale se vogliamo, è proprio su questo punto, a nostro avviso, che la presente mostra trova legittimità e senso: vale a dire nel rapporto, sottilmente drammatico che intercorre tra il luogo appunto dove questi artisti hanno avuto la ventura di incontrarsi ed il loro lavoro.» Alvarez in quella mostra era presente con dieci oli di interni. Candiano esponeva opere in gesso, cartapesta, pietra asfaltica e dei fogli, delle matite colorate con nature morte. Prevalente nei pastelli di Guccione era il tema dell’ibiscus, oltre ad alcuni scorci del suo giardino di Punta Corvo. Dieci gli oli di Polizzi con i temi del paesaggio ibleo. Sarnari esponeva quattro oli (Frammenti) e nove elementi litografici componibili.
Poteva essere un evento tra i tanti, senza futuro. A far prendere coscienza che si trattava di qualcosa di più rilevante fu una intervista del 4 aprile dello stesso anno fatta da Luca Liguori a Renato Guttuso, in occasione della sua mostra a Palazzo Grassi a Venezia. Guttuso in uno dei suoi viaggi palermitani aveva avuto modo di vedere la mostra. Liguori, partendo da considerazioni pessimistiche sul futuro della pittura chiedeva a Guttuso se riusciva a intravedere nel deserto percepito «qualche isola di purezza di intenti.» Guttuso risponde: «Si. Queste isole ci sono. Soltanto che, l’organizzazione delle strutture della vita artistica italiana è stata talmente inquinata e corrotta che è difficile individuarle, conoscerle. Io che sono uno che ama queste cose, qualcuna di queste isole la conosco e questo fatto mi induce ad una profonda malinconia perché vedo che sono dei momenti di vita eroica assolutamente senza sbocco perché la situazione attuale non lo consente. Diciamo le cose pulite, schiette, come sono. Ti faccio un esempio: a Scicli, che è un paesino della Sicilia [...] c’è una piccola scuola di pittori di cui l’Italia non sa nulla, di cui le Biennali non sanno niente, non vogliono saperne o non gliene importa niente di saperlo. Questo non è giusto.» L’intervista a «La Stampa» viene ad essere ripresa dal «Giornale di Scicli», un modo di prendere consapevolezza nella realtà locale e di stabilire un più stretto legame con i luoghi.
L’impegno sociale degli artisti si estrinseca nell’organizzare nei primi mesi del 1982 una mostra dal titolo Insieme per la pace. Oltre ad un gruppo di artisti iblei, si invitano tredici artisti già consolidati nel panorama nazionale (Attardi, Calabria, Cordio, Ciai, Eustachio, Forgioli, Gaetaniello, Guttuso, Maschi, Savinio, Tornabuoni, Vespignani, Vignozzi). Una partecipazione che voleva essere una testimonianza, una proposta etica contro i missili e la guerra.
Tra il dicembre del 1982 e il gennaio del 1983 Carmelo Candiano espone in una personale alla Biblioteca comunale di Scicli. Guccione nel recensire la mostra motiva le ragioni del suo ritorno: «Candiano è tornato come altri sono tornati — giovani e meno giovani — non solo perché gli spazi, in Italia e fuori si sono ristretti, ma certamente per il bisogno, generalizzato, di ritrovare ciascuno le proprie profonde radici. Non è questo “il riflusso nel privato” — come si affrettano a stabilire gli informatori — ma un necessario e vitale meccanismo di difesa messo in atto per tentare ciascuno di ricostruire la propria identità, fuori dagli schemi fallimentari politico-ideologici contro l’invadenza alienante della cultura di consumo: un’identità di «resistenza — come dicevamo — opposta all’entità deviante e inumana che sovrasta.» Nella primavera del 1983, presso la galleria Il Gabbiano di Ragusa espongono, in una collettiva a tre, Candiano, La Cognata e Polizzi. È la prima presenza di La Cognata nel Gruppo, un giovane artista comisano, bravissimo nel disegno e nel catturare plasticamente in ritratti i soggetti che ha davanti. Non si tratta, in questa fase, di un suo incardinarsi nel Gruppo di Scicli. Partirà, infatti, per Milano, dove rimarrà alcuni anni. Nell’estate del 1984 sono due le iniziative che vanno segnalate: a Pozzallo, in una collettiva troviamo insieme Guccione, Polizzi, Candiano e Paolino. Nel mese di agosto, a Palazzo Mormino di Donnalucata, espongono tra gli altri Candiano, Polizzi Puzzo e Paolino. Due i nomi nuovi. Paolino, notato da Guccione in una mostra estemporanea di pittura a Modica, era un dilettante, con una non comune sensibilità, che riusciva a concentrarsi nella campagna modicana per realizzare acquerelli di rara perizia e di estatica contemplazione della natura. Guglielmo Puzzo aveva già esposto in due mostre personali a Scicli nei due anni precedenti: un pittore naif, molto immediato nelle sue opere-confessione di suoi stati d’animo, di angosce e di affettuoso rapporto con i gatti e le suppellettili della sua casa.
Durante tutto il 1984 si consolida l’amicizia tra artisti che in gran parte espongono singolarmente in area iblea, in Sicilia e in diverse città italiane. Guccione espone il ciclo su Friedrich in una mostra che si trasferisce da Roma, a Milano, a Bologna. Candiano espone a Modica; Sonia Alvarez a Roma alla galleria Il Gabbiano: è la sua prima mostra romana con un testo di Francesca Sanvitale.


La vita artistica del Gruppo all’insegna dell’autonomia
Gli anni 1985-86 sono anni di mostre personali. Si diceva di Alvarez che espone al Gabbiano. Nel febbraio dell’ 86 Guccione espone a Palazzo Dugnani a Milano, in una felicissima mostra, una serie di pastelli dedicati al carrubo dal titolo Dopo il vento d’occidente, un grido di dolore intorno ad un albero condannato alla estinzione, metafora di una malattia sociale del sud; nello stesso anno illustra Senso di Camillo Boito. Sarnari alla galleria Giulia di Roma presenta le opere degli ultimi anni con un titolo emblematico: Appunti di una ricerca: progetto per una personale collettiva. La vita artistica in città si mantiene viva con mostre che vogliono aprire alla realtà nazionale. Nell’aprile del 1986 il Brancati organizza una mostra con la presenza di opere di Bodini, Vignozzi, Forgioli, Morlotti, Manzù, Cremonini, Guarienti, Viviani.
L’estate dell’86 vede una iniziativa di particolare rilevanza. Il Brancati, a Palazzo Mormino, organizza la mostra di Guccione e di Sarnari L’opera e il tempo; ospiti d’eccezione Leonardo Sciascia e Gesualdo Bufalino. I due artisti espongono circa 30 opere a testa, tra oli, pastelli, disegni, litografie e serigrafie. Guccione, in quella occasione, fornisce alcuni spunti che costituiscono il sostrato fondamentale del Gruppo di Scicli:
«Questa mostra va considerata, a mio avviso, nella sua doppia valenza di avvenimento civile e di occasione d’arte. Cosa intendo per avvenimento civile? Intendo dire il momento e la circostanza in cui si affermano principi e valori che niente hanno a che fare con l’immediata e normale utilità di un servizio sociale reso alla comunità, ma dove tuttavia si viene operando la formazione ed elaborazione, anche indiretta, di una coscienza di identità storica e culturale, di comunicazione a un più alto livello (poiché la scuola da sola come sappiamo non basta) all’interno della stessa comunità.» Su queste premesse comincia sempre più a farsi strada la possibilità di proporre mostre di gruppo. Nel maggio del 1987 prende corpo l’iniziativa di una mostra, Arte negli Iblei, che intendeva mettere a fuoco la realtà figurativa di due province della Sicilia sud-orientale, quella di Ragusa e quella di Siracusa. La selezione dell’area ragusana vede Candiano, Guccione, Polizzi, Sarnari, Alvarez, Paolino e una nuova presenza, quella di Giovanni Lissandrello. Risultò una bella mostra in cui quel confronto tra realtà e opera, tra figurazione e pittura, in un’area che stentava a prendere coscienza di una comunicazione estetica, acquistava spessore. In una cornice di geografia culturale aperta si voleva individuare nell’articolazione provinciale una misura giusta nel vivere un rapporto tra artista e pubblico nella fragranza dei luoghi, nella capacità di identificazione della committenza con i propri artisti, per una possibile comprensione mediata dallo stesso humus culturale, determinandosi un legame in cui l’inconscio collettivo potesse essere esplicitato dagli artisti, più liberi dai condizionamenti, capaci di intuire i complessi processi umani, di cantare la bellezza, di definire il reale, di progettare. In quella occasione notavo come leitmotiv di tutto il Gruppo «la luce data nelle sue varie possibilità, luce fisica, meridiana, mediterranea, luce che leviga e macera, luce incorporata, luce cristallina e smerigliata, luce interpretata come fatto contestuale non soltanto ai luoghi, ma alla cultura mediterranea.»
Nello stesso anno, in estate, a Palazzo Mormino di Donnalucata, si tiene una bellissima mostra di Carmelo Candiano di sculture e di matite colorate.

Durante il 1987 l’identità del Gruppo «della non programmata Scuola di Scicli» viene osservata e recensita da Vittorio Sgarbi, curatore in quell’anno della V Rassegna Il punto del Mediterraneo a Sciacca. Sgarbi, in quella occasione, invita Alvarez, Candiano, Guccione, Paolino, Polizzi e Candiano. Lo stesso Sgarbi per l’ampia rassegna sul tema La natura morta a Mesola, nello stesso periodo, invita Guccione, Sarnari, Polizzi e Candiano. Il fare gruppo va di pari passo con i percorsi personali. Nel 1988 Sarnari presso la galleria Nuova figurazione di Ragusa espone insieme a Santo Brugaletta le prime Cancellazioni. Guccione espone alla galleria Claude Bernard di Parigi oli e pastelli, a Roma espone al Gabbiano Polizzi. Guccione e Sarnari vengono invitati da Roberto Tassi alla Biennale di Venezia. Sonia Alvarez espone al Fiac di Parigi presentata da Fabio Rieti. Guccione, durante tutto il 1988, interviene con scritti sul «Giornale di Scicli». Presenta la mostra di Gianquinto a Palazzo Sarcinelli e di quello scritto vale citare una riflessione pensando al Gruppo: «C’è poi il tema della dimensione contemplativa non estatica ma attiva, laica (pur sapendo dell’intensità religiosa di Cèzanne). L’occhio che si fa tramite del cuore e della mente; strumento dell’oscura vastità dell’inconscio, quanto del rigore, limitante e oppositivo dell’io pensante. La natura, il mondo delle cose, in definitiva, non sono che il teatro, la scena casuale e indistinta — ma a tutti noi comune — dove queste facoltà squisitamente umane si esercitano, si scontrano generando la visione, la “forma”, la bellezza “esatta e infinita” dell’immagine (poetica) mediante la quale gli altri possono vedere ciò che altrimenti, secondo Merleau-Ponty rimarrebbe “coscienza separata del mondo”.»


Alla fine del 1988 Carmelo Candiano ci presenta un suo amico pittore, Guglielmo Fiorilla, un compagno di studi prima a Siracusa, poi a Venezia. L’occasione è una sua personale allo Studio Nuova figurazione di Ragusa, in cui espone pastelli con temi riguardanti interni e nature morte; modi compositivi sono in sintonia con gran parte delle opere del Gruppo.

Opere insieme”, un viaggio nelle città siciliane


Tra la primavera e l’estate del 1989 si decide di realizzare una mostra itinerante in Sicilia (dal 20 luglio 1989 al 10 aprile del 1990). Nove le sedi interessate: Donnalucata, Siracusa, Sciacca, Palermo, Marsala, Catania, Messina, Enna, Vittoria. Nove gli artisti che partecipano: Alvarez, Candiano, Caruso, Fiorilla, Guccione, Paolino, Polizzi, Puzzo, Sarnari. Titolo della mostra Opere insieme, a voler dare un carattere non programmatico al Gruppo, titolo utilizzato diverse altre volte. La scelta di una mostra itinerante in Sicilia aveva come obiettivo quello di stabilire una relazione tra artisti e realtà isolana, ribadire il valore di una operazione estetica, come operazione di civiltà in un’area recepita come periferica. È un fatto innovativo perché la consuetudine di ogni centro siciliano era stata — e in certo qual modo è ancora — quella di svalutare le relazioni tra le varie città dell’isola per privilegiare relazioni con le città del centro nord, data la percezione di una identità negativa, incapace a porsi come realtà autonoma in grado di produrre valori. Elemento agglutinante il rapporto privilegiato con la natura, luogo di una storia rallentata, vissuto come incontaminato e utopico nello stesso tempo (non è casuale che la Sicilia abbia alimentato le mitologie letterarie di Vittorini, di Consolo, di Bufalino, di Sciascia). L’itineranza siciliana voleva dire affermazione di un possibile sviluppo di una cultura figurativa isolana con autonomie e consapevolezze legate all’isola, essendo preponderante il partire da parte degli artisti per centri metropolitani, rimanendo la Sicilia luogo di nascita, o luogo di vacanze. A voler guardare alla storia del Novecento siciliano era stata questa la realtà e i più significativi artisti siciliani da Guttuso a Greco, da Consagra ad Accardi non sono rimasti nell’isola. Per tutti gli artisti presenti a quella mostra, fondamentale era il dato sensoriale dello spazio circostante esterno ed interno, del corpo, degli oggetti: provare emozioni, a contatto con un ambiente, con la natura, con gli oggetti della propria casa, col corpo, con le opere, fidando nei mezzi storici dell’arte era un dato comune, come pure il rifiuto dell’omologazione sopranazionale sulla base dell’artificio. La proposta di esporre in gruppo è contestuale alle mostre personali dei singoli artisti. Nel dicembre dell’ 89
a Conegliano si inaugura la più ampia mostra antologica di Guccione (140 tra oli e pastelli), una mostra curata dell’allora giovanissimo critico Marco Goldin, che stabilirà nel tempo col Gruppo un rapporto di affettuosa amicizia, premessa di questa mostra. La
scelta di Guccione come incipit dell’attività espositiva di Palazzo Sarcinelli di Conegliano voleva essere un manifesto di una scelta per la pittura come linguaggio capace di esprimere il valore dell’arte e della bellezza nella realtà contemporanea, scelta coraggiosa nel panorama critico e figurativo italiano, che spesso vive un complesso di inferiorità nei confronti della koiné internazionale. Nello stesso anno Sarnari espone alla galleria La Sanseverina di Parma, con un fondamentale saggio critico di Roberto Tassi, il primo di una
serie di testi che accompagneranno negli anni successivi la sua ricerca, dal ciclo A Monet e a Pollock alle Cancellazioni ed in particolare a quelle riferite alla Flagellazione di Piero della Francesca. Nel 1990, Polizzi espone da Forni a Bologna ed insieme a Candiano partecipa
al Premio Suzzara. Quest’ultimo espone a Palermo con una personale.


Il premio Campigna a Santa Sofia di Romagna
L’occasione di andare oltre lo stretto si presenta nell’estate del 1991. Il Gruppo viene invitato alla XXXV edizione del Premio Campigna, a Santa Sofia di Romagna.
Titolo della mostra: Opere insieme, artisti iblei. Questa volta sono in tredici. Rispetto alla composizione della mostra itinerante siciliana del 1989-90 ci saranno Salvatore Chessari, Giovanni Lissandrello, Giovanni La Cognata e Piero Roccasalva. L’area coinvolta è quella della Sicilia sud-orientale, coincidente con la provincia di Ragusa. Chessari dipinge in quel momento fondali marini con un fare pittorico fondamentalmente a macchia. Lissandrello dipinge fossili con materie e grafie seducenti. Giovanni La Cognata, che era rimasto a Milano nel decennio tra l’ottanta e il novanta, ritorna definitivamente in Sicilia dipingendo ritratti e il paesaggio siciliano con esiti che si situano tra il realismo e l’espressionismo. Con colori stesi in modo immediato e a larghe pennellate, La Cognata ci fornisce una vasta galleria di personaggi, popolani e piccola borghesia, in cui si nota l’omologazione in atto nel modo di essere tra centro e periferia. I ritratti di amici, conoscenti, collezionisti, professionisti, impiegati, casalinghe ripresi nei loro abbigliamenti usuali, quotidiani, in presa diretta, con un campo ravvicinato, o in uno spazio-ambiente che ci restituisce la condizione sociale, diventano emblematici della società contemporanea. Parallela è stata la sua attenzione per il paesaggio ibleo e, di recente, per brani di città: temi dipinti con forti contrasti di colore, con esasperazioni tra gialli, verdi e blu, a voler dare una interpretazione spesso drammatica della luce e della realtà mediterranea, con esiti spesso surreali e metafisici, specie nei paesaggi urbani. Era stato notato in quegli anni il giovanissimo Piero Roccasalva, che ancora studiava incisione ad Urbino. Disegnava molto affrontando ritratti e nature morte con una frenetica voglia di impossessarsi delle cose, di conquistarle e farle proprie con un disegno plastico molto sicuro. Nel catalogo di Santa Sofia Enrico Crispolti, premettendo la sua diffidenza nei confronti dei gruppi, scrive su Guccione e Sarnari, artisti che aveva avuto modo di conoscere negli anni sessanta e settanta, e prende atto di questa aggregazione spontanea «un’aggregazione connessa ad un luogo, e alla adozione di un luogo come scelta di vita e di poetica, che si motiva tuttavia in ciascuno nella misura di una propria necessità di identità.»
Gruppo aperto si è sostenuto, con aggregazioni continuamente diversificate. Nel dicembre del 1991 in una mostra curata dal «Giornale di Scicli» espongono insieme Chessari, Polizzi e La Cognata. L’anno successivo, a Palazzo Spadaro, sarà la volta della mostra di Alvarez, Candiano, Paolino e Vignozzi. Solo Vignozzi è esterno; il suo inserimento, come quello di altri artisti italiani in altre occasioni, indica le affinità, le possibili convergenze per sensibilità, per gusto, per analoghe convinzioni sull’arte.
Questi anni sono contrassegnati dal consolidarsi di ogni singola personalità del Gruppo, fatta eccezione per Guccione e Sarnari che già da tempo operavano in un circuito nazionale. Molti i critici che in varie occasioni si interessano ai singoli artisti. Stanno a testimoniarlo la mostra di Polizzi alla galleria Basile di Palermo del ‘93, in cui sempre più chiara si enuclea la sua poetica, con una resa visionaria della natura e una accentuazione esasperata del colore, interpretabile come manifestazione drammatica (Giuffrè), o come manifestazione vitalistica e sensuale, come piacere che salda la percezione delle cose con la preziosità della materia.

Il ritorno a Palermo e gli inviti a Conegliano

Nell’ottobre-novembre 1994 si apre un’antologica di Sarnari a Conegliano curata da Marco Goldin, una mostra che intendeva mettere a fuoco la sua opera nel contesto del secondo Novecento: una ricerca delle realtà primarie, l’uomo, la donna, l’amore, la natura, la bellezza dell’arte: lo spazio, il tempo, l’esistenza, la bellezza, temi in cui Sarnari afferma l’astanza, la sequenza non finalistica, né teleologica. Ogni cosa è nell’ hic et nunc, ogni evento è chiuso in se stesso. Sempre a Conegliano, su invito di Goldin, espone Giovanni La Cognata.


Tra il 1996 e il 1997 si ripropone a Palermo il Gruppo originario con Alvarez, Candiano, Guccione, Polizzi e Sarnari, prima presso la Galleria 61 e poi a Villa Trabia. A sedici anni dalla prima aggregazione si ripresenta, basando la sua forza sulla diversità, sull’autonomia linguistica, con opere che rivelano forme e linguaggi cambiati nel tempo. Per Sonia Alvarez in tutti questi anni non è mutato il campo di indagine; è mutata la consapevolezza della complessità nel rendere gli spazi, con un’attenzione formale costante verso i suoi mezzi, l’olio e il pastello, sempre più elaborati nel rappresentare ogni millimetro di una stanza, di un oggetto. La sua pittura è diventata sempre più preziosa tra la restituzione dello spazio e la sintesi di una tarsia, tra la molecolare struttura di un interno e l’arabesco di una coperta. Un’antologica a Conegliano nei primi mesi del 1997 fa il punto su tutta la sua esperienza figurativa, che, a causa di un incendio del suo studio e dei suoi lavori nel 1975, inizia negli anni successivi, avvertendosi nelle sue opere due passaggi formali, uno intorno al 1983 nel modo di trattare l’olio e uno intorno al 1990, quando comincia ad usare il pastello. Nel primo passaggio la morbidezza permea gli elementi disegnativi con una maggiore attenzione per la luce, con più velature. Nel secondo passaggio la polvere dei pastelli le consentirà di affrontare l’atmosfera in modo più vero, indagando ogni impercettibile variazione.
Candiano espone a Conegliano tra maggio e giugno dello stesso anno con una antologica in cui si può capire la sua traiettoria. Aveva iniziato i suoi primi passi con alcuni ritratti di amici in scultura. Saranno, quindi, negli anni ‘80 le nature morte ad interessarlo: grappoli d’uva, mele, pere, pesche, melagrane, girasoli, soggetti legati alla memoria della sua infanzia, vissuta in compagnia del nonno, del padre, realtà rese in bassorilievo con gessi bianchi. Sarà poi la pietra-pece ad interessarlo, recuperata dalle cave vicine alla sua casa, pietra che sbozzata assume un color caffé. Negli anni ‘90 affronta il tema della famiglia (la coppia, il padre, la madre e il figlio), del gioco dei bambini ed ancora temi letterari e mitologici, parallelamente ai temi dei girasoli e delle nature morte. Rispetto agli anni ‘80 va verso una maggiore sintesi e astrazione, eliminando, sottraendo dettagli, forzando talvolta le proporzioni del corpo. Egli avverte la necessità di conciliare la complessità plastica e la semplicità in forme indefinite, più evocative, meno naturalistiche.
Il mare, il cielo, la spiaggia sono stati i temi della pittura di Guccione di questi ultimi venti anni, ed ancora il mare, il cielo, la campagna iblea e le opere d’arte i temi dei pastelli. Si può parlare della sua pittura come ricerca continua della verità percettiva ed esistenziale, una conquista lenta e, penso che, per la percezione contemporanea dello spazio tra mare e cielo nella sua consistenza, nella sua luce, nei suoi colori, non sarà possibile prescindere dalle sue opere, con un balzo in avanti analogo a quello operato da Monet e da Cézanne nella seconda metà dell’Ottocento. Quella luce, quei colori, quello spazio sono i più veri possibili che un occhio contemporaneo può vedere. Tra le sue riflessioni è utile citarne una che può aiutarci a capire: «C’è una definizione bellissima di Natalia Ginsburg che mi è servita come idea portante del mio lavoro negli ultimi anni: “la poesia ha qualcosa di esatto e infinito”. L’esattezza e l’infinitezza, se ci pensi, sono due termini contrapposti, ma significativi. Quando ho letto questa definizione mi si è aperto un mondo, perché mi pare la cosa più straordinariamente esatta che si possa dire sull’essenza stessa della poesia. Forse per questo i miei quadri diventano sempre rarefatti e più difficili da fare.»
Anche nella pittura di Franco Polizzi si sono avute notevoli trasformazioni. I primi anni ‘80 lo vedevano dipingere immagini dell’altopiano ibleo in composizioni che privilegiavano la struttura spaziale a macchia. Contemporanei sono gli interni-esterni con la predilezione di tre colori: il giallo, l’azzurro tendente al blu e il grigio condizionato dall’azzurro. Troverà questi colori nei campi di stoppie, sotto un cielo denso di nubi, o nella luce intensa che entra dalla finestra di una stanza. Il colore è usato per contrasti, per esplosioni, per accensioni. Egli struttura la tela con un colore materico denso che usa in striature spesse e larghe, intrecciate a reticolo. In questi ultimi anni prevale invece nelle sue opere la dimensione visionaria, che altera in modo evidente i dati obiettivi. Egli passa da un fare gestuale e febbrile ad un dipingere più sedimentato; le stesure del colore, nella corposità di molte velature, sono diventate più rasserenanti. L’elemento dinamico, quando è presente, si colloca in un ordine di piani e di superfici più decantato. Prevalgono le luci dell’estate, quando in Sicilia tutto brucia, tutto si vela di giallo e la sua pittura trova una ragion d’essere in questa terra, a voler dire di una forte passione interna, di una sensualità che trova il suo specchio nei muri assolati delle masserie, nei tramonti, nei campi di grano, nei mari bianchi e gialli del pomeriggio, nelle notti accese e luminose.
Il Gruppo si ritrova insieme nel 1999 per un invito dal Nord, dalla galleria Marieschi di Monza. Espongono in sei con la presenza di Ugo Caruso, oltre all’Alvarez, Candiano Guccione, Polizzi e Sarnari. Caruso era stato presente nella mostra itinerante del 1989 e in quella di Santa Sofia del 1991. Per quanto viva a Milano e abbia dipinto poco negli ultimi anni, il legame affettivo e la sua scelta esistenziale e figurativa legata alla baia di Pisciotto lo rendono parte integrante del Gruppo. Egli arriva ogni anno nella tarda primavera nella sua casa davanti al mare di Sampieri; quel luogo, il Pisciotto, lo sperone roccioso dominato dai ruderi di una fornace di laterizi, per lui è emblematico della sapienza artigianale in un contesto naturale fatto di vegetazione mediterranea, un luogo visto con gli occhi di Cézanne, con gli strumenti di una poetica costruttivista, pittura- emozione e progetto vissuti in prima persona. Il progetto dell’uomo, il suo intervento per vivere ed abitare nascono come chiarificazione di quanto la natura già contiene. Basta porsi in un atteggiamento di ascolto e tradurre quanto organicamente già esiste.


La scoperta di una nuova generazione di artisti
Nel 1989 Franco Sarnari viene invitato a tenere la cattedra di pittura all’Accademia di Belle Arti di Catania.
Durante quell’anno nota due ragazzi, Giuseppe Puglisi e Pietro Zuccaro. Trova il loro modo di affrontare la pittura diverso dall’ordinaria accademia, li esorta a continuare nella loro esperienza. Da quel momento il dialogo e il confronto con il Gruppo di Scicli non si è interrotto, anzi si è consolidato diventandone, fondamentalmente organici. Colorista di grande sapienza Puglisi muove i suoi primi passi dipingendo sagome di innamorati, immagini di città notturne, giardini, terrazze in una materia pittorica raffinata, come se si trattasse di pietre preziose, di diaspri, lapislazzuli, ametiste, una pittura allusiva, sognante, lirica. La sua irrefrenabile pulsione verso la bellezza del colore lo ha portato, più di recente, a illuminare i sui dipinti: nuotatori, bagnanti, navi nel porto di Catania, palme e fiori hanno acquistato una solarità, o meglio una luce incorporata meno umbratile e più esplosiva, in cui le vibrazioni aumentano in modo straordinario. Molto diversa la pittura di Zuccaro, pittura corposa, magmatica. I suoi risultati sono tendenzialmente astrattizzanti, pur nella convinzione di raccontare la realtà che vede intorno, i giardini, il porto con le navi, i riflessi dell’acqua, le gru, ed ancora i cortili e le piazze di Catania, con le colombe che si avvicinano ad una fontana, le stanze della sua casa. Tutto ciò nella tela si trasforma, si liquefa, diventa materia ricca di impasti rutilanti, in continuo movimento, brulichio organico che si risolve in equilibri cromatici. I due, nel 1998, saranno presenti con Alvarez, Guccione e Sarnari a una mostra a Catania, col titolo, ricorrente per il Gruppo, Opere insieme. L’anno successivo saranno nuovamente presenti a Palazzo Mormino di Donnalucata in una mostra del Gruppo, insieme ad altri venti artisti dell’area iblea. Per quella occasione vengono invitati due giovani: Sandro Bracchitta e Giuseppe Colombo. Il primo si rivela nelle incisioni impeccabili ed immediato nei segni e nei colori per raccontare di semi, di uova, di vulve, di ciotole, in spazi onirici, misteriosi, allusivi, per una narrazione affabulatoria che nei frammenti della realtà vede storie naturali antiche; il secondo rivela il suo talento nel riappropriarsi dell’evidenza visiva con uno sguardo penetrante, con lenti potentissime, animando di rinnovata energia ciò che lo sguardo percepisce. a dimostrazione che la poesia è possibile coglierla intorno a noi e che i poeti e gli artisti hanno la virtù di rivelarcela.
Siamo all’oggi. La fine del 2000 ha visto un invito ad Acqui Terme presso la galleria Repetto e Masucco con la presenza di 14 artisti (Alvarez, Candiano, Chessari, Colombo, Floridia, Guccione, ludice, La Cognata, Leone, Lissandrello, Paolino, Polizzi, Puzzo, Sarnari). Il breve riassunto di questa storia ventennale vuole testimoniare la vitalità, la ricchezza creativa di un’area periferica che per la presenza stanziale di alcuni grandi artisti, per la loro autenticità e generosità, senza infingimenti, senza gelosie, senza atteggiamenti individualistici si sono guardati intorno individuando e alimentando la creatività di tanti altri artisti giovani e meno giovani, con un atteggiamento privo di preclusioni ideologiche, con un sincero amore per quanti amano la pittura e la bellezza e un altrettanto sincero amore per i luoghi in cui hanno scelto di vivere. Le relazioni esistenziali, di grande stima e rispetto, hanno consentito un’attività culturale non indifferente. Il Gruppo di Scicli, oggi, in un numero che non vuole chiudersi, ma che è continuamente disponibile a guardarsi intorno per cogliere nuovi germogli di creatività, è tra le realtà più vitali della cultura isolana.


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