Questo dialogo sulla lettura è apparso IL 12 maggio 1999 sul quotidiano La Repubblica: dato l'interesse dell'argomento, mi è sembrato opportuno duplicarlo e sottoporlo ai miei visitatori



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Questo dialogo sulla lettura è apparso il 12 maggio 1999 sul quotidiano La Repubblica: dato l'interesse dell'argomento, mi è sembrato opportuno sottoporlo ai lettori di vivalascuola. Buona lettura!

Navigando tra libri e computer

UN DIALOGO FRA ECO E CHARTIER

di ENRICO REGAZZONI


La lettura ai tempi di internet. Cosa sta diventando? L'imperativo della comunicazione moltiplica i testi e i loro supporti: dalla pubblicità all'e-mail, dai manuali d'istruzione dei cellulari all'incessante offerta di riviste per happy few, l'offensiva della parola scritta sulla carta, sui muri, e soprattutto sullo schermo parrebbe trasformarci tutti in lettori. Ma lo siamo davvero? Basta l'atto del leggere o invece occorre la qualità del testo per dichiararci tali? Un popolo di navigatori è automaticamente un popolo di lettori? E, a proposito di qualità del testo, che ne è del libro? Quali sono la sua identità, il suo ruolo e il suo futuro nell'arrembante mondo dei testi elettronici?


Di questo e d'altro abbiamo parlato con Umberto Eco e Roger Chartier, storico francese della lettura già noto al pubblico italiano (qui ricorderemo soltanto la Storia della Lettura, da lui curata per Laterza con Guglielmo Cavallo, e L'ordine dei libri, apparso presso il Saggiatore), che si trovava a Milano per presentare, con Eco appunto, il suo saggio Cultura scritta e società recentemente pubblicato dalle Edizioni Sylvestre Bonnard, specializzate in libri che parlano di libri. A Eco e a Chartier, come prima cosa, abbiamo domandato se la lettura è stanca.

CHARTIER. Può darsi che i lettori lo siano. Se si pensa all'eccesso di testi, alla diversificazione interna del nostro mondo testuale, alle nuove forme di scrittura e di comprensione, ecco allora possiamo immaginare che quest'abbondanza stanchi il lettore. Le più recenti inchieste sociologiche mostrano che ci sono delle pratiche di lettura, oggi, che certo non sono più quelle in cui eravamo abituati a investire il nostro rapporto più intenso con la cultura scritta: e tuttavia queste pratiche esistono, e noi dovremmo vederle in positivo, cercando di fare il massimo sforzo per condurre questi nuovi lettori, magari un po' selvaggi e superficiali, verso un rapporto con la cultura scritta che consenta loro di costruire se stessi e soprattutto offra delle chiavi critiche utili a decifrare il mondo per ciò che esso è.

ECO. I lettori sono più stanchi di un tempo perché il computer è una macchina alfabetica, ciò che la tv non era. Quindi bisogna leggere e scrivere oggi più di un tempo. I fenomeni sono due. Da un lato, se passi nella nuova libreria Feltrinelli di Piazza del Duomo a Milano, ti imbatti in una straordinaria abbondanza di oggetti, un tempio più grande del Partenone che può anche gettare il lettore nell'angoscia. Dall'altro c'è il fenomeno di cui parla Chartier, il cambiamento delle abitudini di lettura. Leggendo un libro io potevo andare a cercarmi una certa parola sull'indice analitico e anche sbirciare cento pagine avanti, ma poi tornavo indietro. Con il computer, invece, se clicco su una parola rossa vado in un altro punto, e poi là clicco su un'altra parola rossa e vado in un altro punto ancora: insomma c'è il rischio che io non torni più indietro. In questo periodo sto preparando con alcuni collaboratori dei testi sull'educazione alla tolleranza dei ragazzi che dovranno andare su un sito internet dell'Académie Universelle des Cultures. Ci stiamo accorgendo che non si può svolgere un argomento di filato: bisogna fare un sunto di tre righe, poi un sunto di dieci righe, poi un testo di tre pagine e poi un documento di trenta pagine, in modo da permettere di catturare il senso del messaggio anche a chi è saltato da un'altra parte dopo le prime tre righe. Se andrà bene, questo signore si leggerà anche il testo di trenta pagine, ma il rischio è che salti da un'altra parte dopo due righe senza aver capito. Ecco perché bisogna inscatolare il senso in modo che dovunque il lettore si trovi riceva almeno un'unità di informazione. Così cambia il modo di scrivere, cambia la didattica, nascono forme più catechistiche.

RE. Stiamo già navigando. Allora cerchiamo di capire se la lettura su internet, così potenziata nella sua funzione comunicativa, ma forse un po' depressa in quella espressiva, non finisca per perdere quell'identità sacrale sulla quale si fonda l'attività interpretativa, e dunque inventiva, del lettore.

ECO. Guardi che ci sono dei teorici dell'ipertesto che sostengono che sia molto più creativa la lettura su schermo. Ti costruisci il tuo libro, dicono. Il tuo testo. Io non sono d'accordo, però è un'idea che circola molto.

CHARTIER. Non credo che si possa bloccare il discorso in un'opposizione fra testo elettronico e testo scritto, anche perché bisogna pensare alla pluralità di forme di lettura che i nuovi testi ci offrono. Faccio l'esempio di un meraviglioso Don Chisciotte curato in Cd-rom dal mio amico Francisco Rico, che ha una cattedra a Barcellona, dove la lettura di puro intrattenimento si combina perfettamente con la lettura di studio, un formidabile apparato di note che viaggia su un binario parallelo. Il lettore può attraversare il Don Chisciotte a modo suo, oppure, come in un sito internet, selezionare una parola, seguire un contesto. Questo per dire che bisogna considerare le specificità di lettura dei due testi - l'elettronico e lo stampato - partendo dalla constatazione che nell'epoca attuale si offrono sempre più numerose modalità di lettura.

ECO. Non solo. Bisogna anche pensare che molte di queste forme di lettura, cosiddette nuove, esistevano già. Nel Medioevo aprivi Virgilio a caso, come se fosse Nostradamus, cercavi la profezia e lo chiudevi. Oppure la Bibbia: mica la leggevi dalla prima pagina all'ultima. La frequentavi come un sito internet.

RE. Facevi dello zapping di lettura.

ECO. Certo, facevi dello zapping sulla Bibbia, zapping su Virgilio, esattamente come lo facciamo noi leggendo il giornale. Insomma, si affacciano delle forme nuove di lettura, nuove tipologie di fronte alle quali non puoi dire: ecco, questo è il modo giusto di leggere. In fondo ci sono persone che seguono lo stesso libro per tre ore senza capire niente di quello che leggono. Per cui non è detto che il modo giusto sia quello tradizionale.

RE. Una delle fonti della storia della lettura sono le note segnate dai lettori ai margini del foglio. Con il testo elettronico queste fonti andranno senz'altro perdute, dal momento che le osservazioni del lettore non restano a margine ma modificano lo scritto. Il lettore telematico si pone in una posizione paritetica rispetto all'autore, e per questo fa perdere le sue tracce.

ECO. Dipende. Ci sono dei Cd-rom dove puoi aggiungere i tuoi commenti senza modificare il testo. Ugualmente posso cercarmi su internet tutto Shakespeare e poi, se ho voglia e soldi, me lo stampo tutto e me lo leggo pagina per pagina. Non è proibito, ed è uno dei modi di lettura su internet, quello che storicamente fa sprecare più carta in assoluto, da Manuzio ai giorni nostri.

CHARTIER. È vero, c'è un'oscillazione in questo rapporto fra l'autorità del testo e la libertà del lettore. Nella cultura della carta stampata, e anche in quella del manoscritto, c'era un'autorità del testo che non presupponeva l'intervento del lettore. Ecco dunque le note a margine, negli spazi bianchi, che sono fonti preziose per la storia della lettura. Il testo elettronico, al contrario, offre una malleabilità che consente al lettore di sostituire la sua scrittura a quella testuale, e di imporre per così dire una certa autorità. Quest'autorità interviene su due livelli: uno è quello che potremmo chiamare autoriale, che va a scalfire il sacro principio settecentesco che impone il rispetto di un'opera in quanto espressione originale dell'individualità di un autore; l'altro è quello più strettamente economico del copyright, dei diritti legati alla proprietà del testo, altrettanto inviolabili e per noi fondanti dell'idea stessa di scrittura. Originalità e proprietà di un'opera, ecco i due principi che il testo elettronico fa vacillare. Ed ecco gli sforzi per cercare di definire giuridicamente una forma di proprietà in questo universo di scrittura fluida, insieme a quelli per tutelare l'integrità dell'opera minacciata dalla libertà del nuovo lettore.

RE. Ma al di là delle specifiche caratteristiche di questa nuova lettura, non vedete alcun antagonismo fra testo scritto e testo elettronico?

ECO. Rifiuto la domanda. È come se qualcuno, dieci anni dopo la prima automobile, ti avesse interrogato sul futuro della motorizzazione. Come potevi prevedere che saresti arrivato fin qui? Non potevi, non sapevi. Potevi, tutt'al più, fare delle caute descrizioni del nuovo veicolo che imponeva nuove regole di circolazione. Oppure, pensiamo ai mutamenti intervenuti nel passaggio dal volumen al codex. Mi riferisco alla fine della lettura ad alta voce, che con l'avvento del codex cede il passo a quella silenziosa. Lei immagini di essere vissuto cinquant'anni prima di Sant'Ambrogio, che abitualmente è indicato come il primo lettore silenzioso: bene, se le avessero domandato quali cambiamenti sarebbero intervenuti col codex, probabilmente lei avrebbe riflettuto sulla possibilità di passare da una pagina all'altra, su un diverso controllo del testo. Mai le sarebbe venuto in mente che stava per cambiare il rapporto fra il suono e la lettura. Questo per dire che probabilmente la vera esperienza del cambiamento, in termini di lettura, non la faremo noi, ma i nostri figli. Ed è ben poco serio chi, sulla base di dieci anni di internet, si azzarda oggi a dire cosa succederà.

CHARTIER. La formula più usata al riguardo è quella che dice: dallo scritto allo schermo. Ma è una formula sbagliata, poiché noi abbiamo dello scritto sullo schermo. Quindi subito lettura: non antagonismo, ma un mondo elettronico che non è solo lettura ma che è fondamentalmente lettura. Al momento, l'unica osservazione possibile riguarda l'ordine che si crea naturalmente fra i vari generi di testi, alleanze e sinergie che sono evidenti, per esempio, nel caso della documentazione. Lo sa che in termini cartacei il materiale che riguarda la progettazione di un jumbo pesa come il jumbo? D'altro canto, è senz'altro vero che pochi lettori sono abituati a leggere un libro d'erudizione o un grosso romanzo sullo schermo, e lo stesso Bill Gates sostiene che quando vuole davvero leggere un testo, se lo stampa. Ecco perché penso a una collaborazione, magari concorrenziale, fra testo elettronico e testo stampato.

RE. Restano comunque due specie di testi con precise e diversissime identità formali. E le forme generano significati, non è così?

CHARTIER. Esatto. Ed è proprio per questo che molto prima di qualsiasi gerarchizzazione dobbiamo cercare di capire cosa sta accadendo alla lettura nel mondo contemporaneo, perché è in atto una rivoluzione dei modi di produzione e riproduzione della cultura scritta paragonabile a quella di Gutenberg. Per la prima volta sullo stesso supporto si incontrano il testo, l'immagine e il suono, ed è un incontro che rivoluziona radicalmente le pratiche culturali della lettura. Tutto questo rappresenta una vera provocazione del pensiero e, paradossalmente, scatena un enorme consumo di carta destinato ai libri, alle riviste e ai manuali che si occupano di testi elettronici.

RE. Testo, suono e immagine per la prima volta insieme. Ma il libro vero, quello che fino a oggi ha rappresentato la metafora del mondo, è scomparso.

ECO. Non è vero, perché la Rank Xerox sta studiando una macchina che tu, se sei ricco abbastanza, puoi tenerti in casa e che ti permette di stamparti i Promessi sposi in gotico. E così torni ad avere il tuo rapporto sacrale con il libro. Oppure no, perché questo oggetto sacrale ti è costato così poco che dopo averlo letto lo butti via, tanto in casa non hai più spazio e ti basta schiacciare un bottone per farne un altro. Ma poi, per insistere sulla pluralità delle soluzioni e dunque sull'impossibilità della profezia unica, pensiamo all'e-mail. Cosa fa l'e-mail? Prima soluzione: in un universo in cui non si scrivevano più lettere e si telefonava, adesso la gente scrive. Seconda soluzione, opposta: quando rispondevo a una lettera, io prima scrivevo: "Caro monsieur Chartier, ho ricevuto la suo graditissima lettera con l'invito a partecipare al convegno. Sono estremamente dolente di doverle dire che non posso venire, eccetera". Adesso, con l'e-mail, scrivo: "Non posso". E lui non si offende, perché questo fa parte di una nuova etichetta. Allora, è vero che l'e-mail riduce l'epistolografia, però è anche vero che con l'e-mail possiamo scriverci ogni giorno, mentre prima ci saremmo scritti una volta l'anno. Recentemente, a un mio collega che via e-mail mi invitava a un convegno, ho risposto che quel convegno mi sembrava una stupidaggine. A sua volta, lui mi ha risposto insultandomi. In breve, è venuto fuori un epistolario filosofico, e entrambi ci siamo chiesti: perché non pubblicarlo in luogo del convegno? Dunque non si sa se l'e-mail sia l'azzeramento della corrispondenza o il ritorno alla corrispondenza, la compressione fino all'essenziale della lettera o la nascita di una nuova epistolografia. O tutt'e due le cose insieme.

CHARTIER. È chiaro che la percezione delle opere si va trasformando. A partire dal Trecento, ancor prima di Gutenberg, si è creata un'unità fra un oggetto in forma di codex - il libro - il suo titolo, il nome dell'autore, e quest'unità mirava a un'idea di perfezione. Con il testo elettronico questa materialità dell'oggetto scompare, e alle metafore terrestri che identificavano nel libro un territorio, un microcosmo, un mondo, si sostituiscono metafore marine, di navigazione, che fanno immaginare rive incerte e fluidità di movimento. Ciò non significa che non abbiamo più criteri di identificazione delle opere, ma soltanto che dobbiamo pensare con logiche diverse. Quell'unità che presiedeva a un'idea unica di libro - anche se tutti i libri non avevano un solo autore e non erano una sola opera - di fronte ai nuovi testi non ha senso.

RE. Dunque, niente schieramenti e niente profezie. Mettiamola così, allora: se vinceste al superenalotto, scegliereste di fare dell'editoria tradizionale o aprireste un sito internet dedicato alla lettura?

ECO. Il difetto di molte domande giornalistiche è quello di intendere l'urto libro-internet come quello fra dirigibile e aeroplano. Invece è l'alternativa automobile-treno. Possono perfettamente vivere entrambi con funzioni diverse. Ecco perché, se vincessi al superenalotto io giocherei sulle due cose, perché ci sono dei momenti in cui ho bisogno di un libro e altri in cui mi basta un'informazione rapida. In più bisogna pensare a un altro problema antropologico: che l'ottanta per cento di quanti navigano su internet prima non leggeva niente. Quindi sta nascendo una nuova generazione di lettori di computer. E forse questa generazione non arriverà mai al libro, però gli indizi vanno in un'altra direzione: perché con internet nasce Amazon, e Amazon porta il popolo di internet a scoprire il libro. A meno di dieci anni dalla sua nascita, internet produce il più grande mercato di libri stampati mai esistito, e lo produce per forza propria, al punto che il padrone di Amazon non ci guadagna, ma perde soldi. Chi lo obbliga a farlo? Lo Zeitgeist? Dietro un fenomeno simile c'è Dio, direbbe Victor Hugo.

CHARTIER. Ciò che invece è in pericolo è una certa produzione stampata di libri colti. Aumenta in modo pazzesco il prezzo di abbonamento delle riviste scientifiche, si riduce l'acquisto di queste riviste perfino da parte delle biblioteche universitarie, e dunque c'è un progressivo disinteresse degli editori a pubblicare quegli studi specialistici che gli inglesi chiamano monographs. Di fronte a questa crisi, l'idea di far circolare testi simili su internet è insufficiente, perché edizioni del genere si fondano soprattutto su un editing che ne segnala il forte contenuto scientifico e rispetta certe regole di presentazione che quei lettori si aspettano.

ECO. Ma le riviste e il libri scientifici costano sempre di più per colpa delle fotocopie. Da quando la gente ha scoperto le fotocopie, ha deciso che libri scientifici da tremila dollari se li sarebbero comprati solo le biblioteche. E questo anche prima di internet. Ci sono case editrici perfettamente consapevoli di fare libri destinati alle fotocopie, ecco perché l'abbonamento a certe riviste costa una cifra che solo la biblioteca di Harvard può permettersi. Il vero pericolo è che con le fotocopie non si legga più niente. Un tempo andavo in biblioteca ed ero costretto a copiare a mano, ciò che costava fatica. Giunto a casa, mi ricordavo quel che avevo letto. Ora, invece, in poco tempo mi fotocopio trecento pagine, e una volta a casa sono così contento di avere incamerato tanto sapere che lo metto in archivio fra le infinite cose che non ho mai letto in vita mia perché le ho fotocopiate. È quello che accade anche ai collezionisti, che non leggono i libri ma li toccano tutti i giorni. Ed è esattamente il rischio che nasce dall'eccesso d'informazione, un regime di ruminatio continua che apparenta le comari che recitavano le litanie in latino al ragazzo che legge per ore su internet: moltissimi significanti, pochi significati.

CHARTIER. Ma nel caso delle fotocopie come in quello del testo elettronico ci sono almeno due elementi nuovi. Il primo riguarda il rapporto del corpo con lo scritto. L'atto del copiare è sempre stato fondamentale come gesto di incorporazione del testo, così come la lettura ha sempre presupposto l'impiego totale del corpo. Pensiamo agli antichi lettori del rotolo: non potevano scrivere leggendo, poiché il rotolo andava tenuto con due mani. Se scrivevano, dovevano smettere di leggere. È con il libro di Gutenberg che si affaccia la possibilità di scrivere mentre si legge. Nei dipinti del Cinquecento e del Seicento, i lettori utilizzano le dita per tenere il segno della pagina, e comunque il corpo e il libro sono rappresentati come se uno fosse il prolungamento dell'altro. Il secondo elemento è quello della perdita delle categorie di identificazione del testo. Ciò che meraviglia, nell'uso delle fotocopie da parte degli studenti, è la scomparsa delle origini dei testi, il fatto che questi frammenti fotocopiati creino una sorta di grande testo unico dove né il genere, né l'autore, né l'opera sono più riconoscibili. E questo prefigura l'universo acquatico nel quale navigano i lettori di internet. Infine un'ultima questione, sempre sull'atto del copiare: sono gli scrittori a scrivere i libri? La risposta è no. Il libro che noi leggiamo non l'ha fatto il suo autore. La forma fisica di quel testo presuppone una precisa serie di mediazioni, di tecniche e di operazioni. C'è chi compone, chi corregge, chi stampa, e non è un caso che il sogno di molti scrittori, nella storia, sia stato quello di giungere in prima persona alla scrittura del proprio libro. Petrarca era un copista di se stesso, e numerosi autori si sono messi su questa strada spinti da una buona preparazione grafica e tipografica. Ora, con il testo elettronico, questo sogno passa nelle mani dei lettori: sono loro che, prima di stampare, scelgono sullo schermo corpi e caratteri, grafiche e formati. Sono loro i nuovi editori.

RE. Di fronte alla lettura ci sono oggi due scuole di pensiero: la prima, d'impronta strutturalista, ritiene che il valore della lettura risieda unicamente nel testo; la seconda, d'ispirazione più sociologica, valorizza qualsiasi genere di lettura, anche le cosiddette letture selvagge, perché valuta la pratica del leggere più importante del suo stesso oggetto. Penso ai telefonini: la gente parla molto più di prima, ma non per questo ha più cose da dire. E domando a voi: la lettura è comunque buona?

CHARTIER. Penso che fra queste due posizioni estreme occorra individuare uno spazio di responsabilità: quella degli editori, dei media, dei signori di internet, perché comprendano che tutte le pratiche di lettura sono legittime ma un testo non vale l'altro. Solo partendo da questa consapevolezza la lettura diventerà comunque buona.

ECO. Si legge sia alla toilette che in stazione aspettando il treno, e in entrambi i casi si legge qualsiasi cosa. La lettura non è solo un mezzo per assimilare dei contenuti, ma un vizio paragonabile alle sigarette. È normale, come tambureggiare con le dita sul tavolo o masticare del tabacco. Il problema resta quello delle proporzioni: se passo ventidue ore al giorno a leggere, è come se fumassi duecentocinquanta sigarette. Al di là della norma, insomma. Ma non si deve fare del moralismo, scandalizzarsi se la lettura è anche un fatto meccanico.

CHARTIER. Sono d'accordo, i giudizi morali non contano nulla. Letture meccaniche, letture disinvolte, letture di testi che secondo alcuni non avrebbero dovuto essere né pubblicati, né letti. Ma intanto, se il lettore è pensabile fuori dal testo, ciò significa che è un individuo strutturato socialmente e culturalmente all'interno di pratiche che occorre comprendere, descrivere, e forse orientare e modificare. Credo insomma che questa tensione del lettore dentro e fuori dal testo definisca molto bene lo spazio aperto alle riflessioni che abbiamo fatto sui diversi supporti del testo e sulla lettura buona o non buona. Si potrebbe respingere la domanda e rispondere: la lettura è. Solo partendo da qui, e dalle trasformazioni dell'offerta testuale, tutti insieme lettori, autori ed editori, potremo fare in modo che essa venga investita della capacità di capire.

Loretelli Rosamaria

L'invenzione del romanzo - Dall'oralità alla lettura silenziosa


Ven, 11/02/2011 - 22:46 — michele lupo

Autore: 


Loretelli Rosamaria

La lettura ad alta voce oggi è pratica diffusa solo nei luoghi deputati a readings letterari moltiplicati sia dalla legittima necessità per molti scrittori di farsi spazio nell’oceano dell’offerta editoriale che da un certo compiacimento modaiolo e spettacolare. "L’invenzione del romanzo" di Rosamaria Loretelli ricostruisce una storia della lettura dalla Grecia antica al Settecento, il secolo maggiormente implicato nelle argomentazioni della studiosa perché è allora che alcune trasformazioni diventano significative e il romanzo si afferma come genere letterario - a prescindere dagli episodi pur giganteschi del secolo precedente. In secondo luogo, e perciò, il volume è anche una storia delle forme narrative dall’epica classica in poi.

Nel Settecento, dunque, la letteratura diventa silenziosa e interiore. Assistiamo a uno spostamento di focalizzazione dalla voce e dai gesti allo sguardo. Si afferma il romanzo e tutto comincia a gravare sulla parola in sé, più che sulla sua esattezza come avrebbe detto più tardi l’imprescindibile Flaubert, sulla tessitura di un organismo complesso fatto di rimandi in avanti e all’indietro, di tracce proteiformi e piste secondarie di personaggi luoghi trame che l’oggetto romanzo garantisce in virtù di una costruzione materiale precipua – una segnaletica monumentale e fittissima che il romanziere trama e disperde attraverso l’opera a piacimento e in cui, come nella vita reale, i fili narrativi si accumulano dentro lo stringente accadere del tempo, ben al di là insomma del tempo astratto e mitico in cui ancora vive il capolavoro di Cervantes, con il quale pure molti fanno nascere il romanzo moderno. Pertanto, muta lo spazio temporale attraverso il quale percepiamo il contenuto del testo assieme al mutare delle posture corporali. Ed è piuttosto con Fielding per la Loretelli che si produce lo scarto davvero decisivo; lo scrittore inglese all’inizio del Tom Jones dichiara “apertis verbis” che si augura un lettore “bramoso di leggere all’infinito”. La storia assume un ruolo centrale e con essa il tempo, l’orizzonte d’attesa che il romanzo può soddisfare in modi più immediati. Lo scrittore di romanzi approfitta della lettura silenziosa e individuale, del supporto libro (che qualcuno non a caso ha definito l’oggetto tecnologico per eccellenza – kindle permettendo) e edifica un’architettura complessa in cui ci si può muovere a piacimento  - la metafora dell’edificio è spesa da Samuel Johnson a Henry James. Egli stesso rilegge e corregge. Il romanzo crea una dinamica di attese e rinvii in cui lo scrittore mistagogo porta il lettore dove vuole. Non solo. La nascita del romanzo inglese moderno comporta un cambiamento anche nel lettore; la lettura silenziosa beneficia dei progressi della tecnica (diversità e maneggevolezza del formato, chiarezza dei caratteri, introduzione di nuovi segni grafici ecc.), propizi alla concentrazione.

È per calamitare l'attenzione di questi nuovi lettori che i teorici e romanzieri d’oltremanica saranno costretti ad approntare una nuova estetica del racconto. Peraltro, come ricorda l’autrice in un’intervista,  “non può essere uguale l’effetto di un racconto letto da un rotolo, come accadeva nell’antichità classica, o di una lettura in piedi da un volumone incatenato a un leggio, come era nel Medioevo, o di un abbandono al godimento di un volumetto in copertina morbida, scorso con gli occhi mentre si sta stesi su un letto o sdraiati su una spiaggia. Nel Settecento comparvero le poltrone, per leggere semisdraiati, le donne magari discinte. Ci fu chi si allarmò, allora, per le conseguenze “morali”. La lettura silenziosa gode di un maggiore abbandono, certo – trovo però meno convincente l’idea che essa rifletta una condizione di passività. Rimanderei al gran libro di Neil Postman Divertirsi da morire perché è al mondo video che possono agevolmente rimandare certe considerazioni che l’autrice fa a proposito del leggere come atto “naturale e meccanico” (con le drammatiche conseguenze, chez Postman, che registriamo qui e ora). Detto ciò, questo saggio di marcata robustezza teorica ci insegna a vedere nel leggere un gesto materiale, mostra come le posture corporali modifichino la percezione della storia: viviamo come leggiamo. Che “i testi non sono oggetti astratti (…) bensì il prodotto di menti e corpi in situazione”. Perciò, la differenza ha da fare con l’esperienza stessa non del leggere, ma del vivere (per chi se lo fosse dimenticato in questi strani tempi smemorati, viviamo solo nella storia, appunto).

 

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE



 

Rosamaria Loretelli insegna Letteratura Inglese presso il Dipartimento di Filologia Moderna dell'Università Federico II di Napoli. Si è occupata soprattutto della narrativa europea tra Cinque e Ottocento pubblicando tra l'altro Storie di vagabondi, Eurelle, Torino, 1993 e, con R. De Romanis, Il delitto narrato al popolo, Sellerio, Palermo, 1999.

 

Rosamaria Loretelli, “L’invenzione del romanzo. Dall’oralità alla lettura silenziosa”. Laterza  Bari 2010



 

Per approfondire: Intervista all'autrice: qui.

Mito di Theuth e Thamus

Il dialogo platonico Fedro è dedicato all'amore, all'indagine sulla natura dell'anima umana e a una analisi accurata della retorica e della dialettica. Verso la fine del dialogo, per affrontare il problema del valore del discorso scritto, Platone, come in altre occasioni, utilizza un mito. Attraverso il mito di Theuth, Socrate mostra che conoscenza e sapienza non sono la stessa cosa. Chi aumenta le proprie conoscenze leggendo gli scritti degli altri, facilmente può pensare di aumentare cosí anche la propria sapienza. Ma si tratta di una presunzione infondata e pericolosa. Ecco qui di seguito la parte di dialogo citata sopra:

"SOCRATE - Ho udito, dunque, narrare che presso Naucrati d'Egitto c' era uno degli antichi dei di quel luogo, al quale era sacro l'uccello che chiamano Ibis, e il nome di questo dio era Theuth. Dicono che per primo egli abbia scoperto i numeri, il calcolo, la geometria e l'astronomia e poi il gioco del tavoliere e dei dadi e, infine, anche la scrittura. In quel tempo, re di tutto l'Egitto era Thamus e abitava nella grande città dell'Alto Nilo. Gli Elleni la chiamano Tebe Egizia, mentre chiamano Ammone il suo dio. E Theuth andò da Thamus, gli mostrò queste arti e gli disse che bisognava insegnarle a tutti gli Egizi. E il re gli domandò quale fosse l'utilità di ciascuna di quelle arti, e, mentre il dio gliela spiegava, a seconda che gli sembrasse che dicesse bene o non bene, disapprovava oppure lodava. A quel che si narra, molte furono le cose che, su ciascun'arte, Thamus disse a Theuth in biasimo o in lode, e per esporle sarebbe necessario un lungo discorso. Ma quando si giunse alla scrittura, Theuth disse: "Questa conoscenza, o re, renderà gli Egiziani più sapienti e più capaci di ricordare, perché con essa si è ritrovato il farmaco della memoria e della sapienza". E il re rispose: "O ingegnosissimo Theuth, c' è chi è capace di creare le arti e chi è invece capace di giudicare quale danno o quale vantaggio ne ricaveranno coloro che le adopereranno. Ora, essendo padre della scrittura, per affetto tu hai detto proprio il contrario di quello che essa vale. La scoperta della scrittura, infatti avrà per effetto di produrre la dimenticanza nelle anime di coloro che la impareranno, perché, fidandosi della scrittura, si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da sé medesimi: dunque, tu hai trovato non il farmaco della memoria, ma del richiamare alla memoria. Della sapienza, poi, tu procuri ai tuoi discepoli l' apparenza, non la verità: divenendo per mezzo tuo uditori di molte cose senza insegnamento, essi crederanno di essere conoscitori di molte cose, mentre, come accade per lo più, in realtà, non le sapranno; e sarà ben difficile discorrere con loro, perché sono diventati conoscitori di opinioni invece che sapienti". (Fedro, 274 c - 275 b, trad. it. G. Reale)

Quello che Platone asseriva può essere condivisibile: egli affermava che gli uomini avrebbero smesso di ascoltare la loro interiorità per lasciare spazio ad un agente esterno come la scrittura. Condivisibile ma contestabile al tempo stesso: non è forse vero che lo scrivere favorisce la sincerità dei sentimenti, la purezza delle emozioni? I poeti non si servivano forse della carta per esprimere la loro disperazione, il loro amore, la loro rabbia? Giusto per citare esempi lampanti, anche nella letteratura vi sono opere magistrali che trasmesse oralmente avrebbero perduto il fascino: la Divina Commedia di Dante, I Promessi Sposi del Manzoni.


«I giardini della scrittura» – Riflessioni sul mito di Theuth del "Fedro" platonico


di Marco Apolloni

L'opera di Platone è costellata da miti. In particolare nel Fedro, dopo il mito dell'auriga e delle cicale, si accenna al mito di Theuth: corrispondente al nome della divinità egizia, fra le altre cose inventrice della scrittura. Si narra che Theuth si sia recata da re Thamus per presentargli le sue originali invenzioni. Sicché il re abbia espresso liberamente il proprio parere su ognuna di esse. Quando è stato il turno della scrittura, presentata da Theuth come l'arte del ricordare e del curare i mali che affliggono la memoria, Thamus fa notare come lui non dica il vero accecato dalla paternità della sua invenzione. Infatti il re sostiene che la scrittura non sia altro che una forma di dimenticanza e un invito alla pigrizia per i discepoli, piuttosto che essere una medicina per la loro memoria. Tali discepoli, a quel punto, invece che diventare «sapienti» diventeranno «saccenti». Diversi studiosi, tra cui Giovanni Reale, hanno veduto in questo passo un oscuro rimando alle dottrine non scritte di Platone. Da ciò si può dedurre la maggior preminenza da lui affidata all'oralità rispetto alla scrittura. Poiché la vera sapienza, a suo dire, si tramanda oralmente. In definitiva, la trasmissione di un sapere scritto ha un carattere assolutamente secondario rispetto alla vividezza della trasmissione orale e non può che restituirci soltanto uno sbiadito ricordo della realtà extra-corporea della nostra anima. Inoltre la scrittura ha in comune con la pittura la stessa incapacità di non rispondere se interrogata. Inutile perciò provare a interrogare uno scritto, che non gode del dono della parola – essa è lettera morta per dirlo con il filosofo francese Jacques Derrida. Dunque lo scritto così come il quadro ha sempre bisogno del suo autore, incapace com'è di aiutarsi da solo per difendere le proprie ragioni. A questo punto Platone tramite il suo alter ego, Socrate, propone un tipo di discorso pienamente auto-sufficiente, che si giustifica da sé e «che viene scritto nell'anima di chi apprende, che è capace di difendere se stesso, e che sa con chi deve parlare e con chi tacere.». Compito del vero sapiente è quello di scrivere nell'anima, in quanto solo in essa germoglieranno i semi della conoscenza. Per questo la scrittura svolge un ruolo prettamente ancillare ed è da considerarsi niente più di uno svago per i vecchi. Essi, appunto, si eserciteranno nei «giardini della scrittura» unicamente per dilettarsi nella fase tramontante della loro vita e al solo fine di rimembrare con dolce nostalgia i bei tempi andati, sì da poter riprovare l'antico brivido della giovinezza.

Associazione italiana biblioteche. Bollettino AIB 1997 n. 3 p. 389-391

RECENSIONI E SEGNALAZIONI



Storia della lettura nel mondo occidentale, a cura di Guglielmo Cavallo e Roger Chartier. Roma-Bari: Laterza, 1995. XLIV, 471 p. (Storia e società). ISBN 88-420-4754-6. L. 50.000.
I modi di leggere e le trasformazioni che le pratiche di lettura hanno subito nel corso dei secoli rappresentano un approccio interessante per l'analisi delle pratiche culturali di ogni epoca storica. Se è vero infatti che la scrittura, quindi la possibilità di tramandare testi, rappresenta tradizionalmente lo spartiacque tra la storia e la preistoria, è anche vero che la lettura si accompagna inevitabilmente alla pratica di scrivere e rappresenta quindi il riflesso speculare di ogni epoca storica. Non parliamo infatti di "lettura" del passato? In un'epoca come l'attuale, nella quale le pratiche del leggere stanno subendo trasformazioni profonde (dettate innanzi tutto dalla comparsa di nuove pratiche di scrivere e di trasmettere i messaggi scritti) l'indagine sulla lettura - oltre al tradizionale taglio sociologico - svela anche la dimensione storica che è oggetto proprio in questi mesi di esperienze estremamente interessanti. Ma rivela anche la difficoltà apparentemente insormontabile della scarsità di documentazione diretta. Poche e frammentarie infatti sono le fonti che ci consentono di ricostruire le pratiche di lettura delle epoche passate. I documenti sono per lo più indiretti: essi sono rappresentati prevalentemente dalle forme assunte nelle varie epoche dai libri e dalle altre testimonianze della cultura scritta. Da questa documentazione ricca, ma appunto indiretta, si possono ricavare per lo più suggestioni, ipotesi, approssimazioni, interrogativi. Che la comparsa di una nuova forma libraria come quella del codice abbia rappresentato - nel mondo antico - una vera e propria rivoluzione culturale è senz'altro qualcosa di più di una semplice ipotesi. Che, tra gli elementi che ne favorirono l'affermazione, ci sia anche l'affermarsi di nuovi lettori e di nuovi testi, nonché di pratiche che richiedevano la possibilità di leggere e scrivere contemporaneamente, cosa del tutto impossibile con libri in forma di rotolo, è opinione ormai comunemente accettata. Altrettanto diffusa - e condivisibile - è anche l'opinione che l'invenzione della stampa non sia stata accompagnata dall'emergere di modi rivoluzionari di leggere. Mentre oggi - d'altro canto - la possibilità ormai concreta di disporre di testi in strutture non lineari, su supporti magnetici, elettronici e digitali, rappresenta sicuramente una delle più grandi rivoluzioni nel campo della lettura. Ma tutto questo non è quasi mai raccontato direttamente dai lettori delle varie epoche, bensì testimoniato dalla forma dei testi e dalle tracce del loro uso che i lettori hanno lasciato sui supporti. Lettura ad alta voce e lettura silenziosa, lettura intensiva ed estensiva, lettura lineare e navigazione ipertestuale sono sempre pratiche piuttosto immaginate che riconosciute. Tuttavia il patrimonio di ricerche, analisi e riflessioni che si sono venute accumulando in questi ultimi anni hanno già prodotto teorizzazioni di indubbio interesse.

Secondo il noto bibliografo McKenzie, ad esempio, "nuovi lettori producono nuovi testi, e i loro significati sono funzione delle loro nuove forme". Questa è senza dubbio una lettura (ci si perdoni il gioco di parole) in chiave ottimistica dei processi storici. Equivale infatti a dire che sono necessariamente le spinte dal basso a produrre i movimenti storici. Ma il dubbio che il procedimento possa anche avvenire con direzione esattamente inversa non è completamente dissolto dalla splendida Storia della lettura nel mondo occidentale, curata da Guglielmo Cavallo e Roger Chartier pubblicata da Laterza (che dovrebbe uscire presto anche in Francia presso Les éditions du Seuil).

Uno dei fili conduttori di questa raccolta di saggi è che con il verbo leggere si identifichino e si sovrappongano significati sostanzialmente differenti nello spazio (soprattutto sociale) e nel tempo. Non a caso il primo contributo del volume, quello di J. Svenbro (La Grecia arcaica e classica: l'invenzione della lettura silenziosa) è incentrato sui numerosi verbi che in greco antico indicano l'atto del leggere, ciascuno con la sua differente sfumatura di significato. Dalle due forme base di nemein e legein, combinati di volta in volta con le differenti preposizioni, viene così ricostruita l'evoluzione storica delle pratiche del leggere nel mondo greco. G. Cavallo (Tra "volumen" e "codex": la lettura nel mondo romano) torna invece su un tema che gli è caro, quello del passaggio dal rotolo al codice, sviluppato però in modo originale proprio per ricercare le tracce di una trasformazione che investì non solo la produzione libraria, ma anche e soprattutto le pratiche della lettura. Basti pensare alla possibilità fornita dalla nuova forma del libro di abbinare l'attività del leggere con quella dello scrivere e alle novità che questa nuova opportunità introdusse nel lavoro intellettuale.

Nei saggi di M. Parkes (Leggere, scrivere, interpretare il testo: pratiche monastiche nell'alto medioevo), J. Hamesse (Il modello della lettura nell'età della Scolastica), P. Saenger (Leggere nel tardo medioevo) vengono illustrati rispettivamente il passaggio dalla lettura ad alta voce a quella silenziosa, con la conseguente introduzione del sistema della separazione delle parole e della punteggiatura, la comparsa di pratiche di lettura non lineare e la parallela mise en page tipica della Scolastica e infine l'estendersi della lettura visiva dagli ambienti monastici a quelli laici (prima di tutto universitari) alla fine del medioevo cui viene messo in relazione lo svilupparsi di una coscienza critica di fronte al testo, del dissenso, perfino dell'erotismo. R. Bonfil, dal canto suo, completa il panorama del medioevo con uno sguardo al mondo ebraico (La lettura nelle comunità ebraiche dell'Europa occidentale in età medievale).



Sul "quaderno dei luoghi comuni", tipica esperienza dell'umanesimo e vera specializzazione professionale di pedagoghi e precettori, si sofferma con raffinatezza e ricchezza di documentazione A. Grafton (L'umanista come lettore). Nei contributi di J.-F. Gilmont (Riforma protestante e lettura) e D. Julia (Lettura e Controriforma) si colgono, nel quadro delle novità che le lotte religose introducono nei modelli di lettura, nuove classificazioni che ridefiniscono il rapporto tra mondo cattolico e mondo protestante così come è stato delineato finora. A una contrapposizione fra modello cattolico, basato sull'ascolto e sulla parola, e modello riformato, basato invece sullo scritto, sembra piuttosto sostituirsene un'altra che vede da una parte cattolici e riformati luterani, dall'altra i riformati calvinisti o pietisti.

Letture e lettori "popolari" dal Rinascimento al Settecento sono gli affascinanti temi al quale è dedicato il saggio di R. Chartier. Lo studioso francese disegna una geografia che va dai pliegos e occasionnels ai chapbooks alla bibliothèque bleu, individuando per ciascuno una dimensione diversa della lettura senza trascurare nessun documento utilizzabile. R. Wittmann (Una "rivoluzione della lettura" alla fine del XVIII secolo) e M. Lyons (I nuovi lettori nel XIX secolo: donne, fanciulli, operai) analizzano le dimensioni sociologiche ed economiche della lettura prima, durante e dopo la Rivoluzione, con la comparsa dell'alfabetizzazione di massa. Il saggio conclusivo di A. Petrucci (Leggere per leggere: un'avvenire per la lettura) getta uno sguardo sulla realtà contemporanea, nella quale i fenomeni dell'invadenza dei nuovi media determinano non solo l'invadenza dell'immagine, ma anche quel passaggio dal codice allo schermo che si preannuncia non meno rivoluzionario di quello dal rotolo al codice. Inoltre la diffusione dell'alfabetizzazione presso nuovi soggetti determina la crisi dei modelli di lettura che potremmo definire "occidentali".

Lorenzo Baldacchini, Istituzione Biblioteca Malatestiana




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