R. G. 628/2010 repubblica italiana in nome del popolo italiano



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R. G. 628/2010 REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO


LA CORTE DI APPELLO DI GENOVA

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dai magistrati

Dott. Antonio Maglione Presidente

Dott. Leila Maria Sanna Consigliere rel.

Dott. Elisabetta Vidali Consigliere

ha pronunciato la seguente

sentenza


nella causa civile d’appello promossa da

BANCI ANNA MARIA – nata a Firenze il 9-9-1932, residente in Carrara, Via Pietro Tacca 15, c.f. BNCNMR32P49D612X

EUFRATE Gianna Lisa, nata a New York il 24-8-1965, residente in Carrara , via Pietro Tacca 15, c.f. FRTGNL65M64Z404V

EUFRATE avv. Stephen Marco nato a New York il 6-4-1961, residente in Carrara, via Buonarroti 16, C.F. FRTSPH61D06Z404X, quest’ultimo in proprio , i primi due rappresentanti e difesi nel presente giudizio, sia congiuntamente che disgiuntamente, dagli avv.ti Giacomo Ciardelli e Stephen Marco Eufrate del Foro di Lucca in forza di procura resa in calce all’atto di appello, elettivamente domiciliati presso e nel loro studio , in Genova, Via E. De Amicis , 6/3 – 16122 (avv. Alessia Antonini)

APPELLANTI

Contro


PROF. GAETANO AZZOLINA, nato a Riesi il 27-5-1931 c.f. ZZLGTN31E27H281L residente in Licciana Nardi (MS) rappresentato e difeso per procura in calce alla copia notificata della citazione in riassunzione, dall’avv. Andrea bava del Foro di Genova C. BVA NDR 64L 24D 969 O, elettivamente domiciliato nello studio del medesimo in Genova , Via alla Porta degli Archi 10/6

APPELLATO

CONCLUSIONI

Per l’appellante:

“Piaccia alla Corte d’Appello , in applicazione del principio di diritto stabilito dalla Suprema Corte di Cassazione, terza Sezione Civile con sentenza n.2532/2010, respingere l’appello proposto da Azzolina Gaetano, confermando l’appellata sentenza del Tribunale di Massa n.508/2001.

Con vittoria di onorari , diritti , spese borsuali, rimborso spese forfetario del grado di appello , del giudizio di Cassazione e del presente giudizio di rinvio, oltre a iva e cpa come per legge”.

Per l’appellato:

“Piaccia alla Corte d’Appello di Genova , reiectis contrariis,

in riforma della sentenza del Tribunale di Massa, n.508/01 in data 23 luglio 2001 emessa inter partes nella causa r.g. 2546/01,

escludere l’esistenza di danno concretamente risarcibile in capo agli eredi di Eufrate Sergio, o, in via subordinata determinare il danno medesimo nummo uno, comunque nella somma equitativamente determinata in considerazione delle circostanze evidenziate nella costituzione in giudizio in sede di giudizio di rinvio.

Vinte spese, diritti ed onorari di ambo i gradi di giudizio”.

RAGIONI IN FATTO E IN DIRITTO DELLA DECISIONE



  1. – Sul processo e sull’oggetto della decisione

    1. – Viene in decisione in sede di rinvio ex art. 392 c.p.c. , a seguito della sentenza n. 2352/2010 della Corte di Cassazione, che ha cassato la sentenza di appello di questa Corte d’appello n. 349/2005 , la causa iniziata nel 1991, davanti al Tribunale di Massa, da Sergio Eufrate nei confronti di Gaetano Azzolina per il risarcimento dei danni cagionatigli per atti vessatori , protratti dal novembre 1984 al febbraio 1990, per avergli impedito di svolgere le mansioni di aiuto primario in un reparto ospedaliero di cardiochirurgia e per averlo diffamato, avendo l’Azzolina, quale primario del reparto, emesso ordini di servizio e tenuto comportamenti tali da impedirgli di fatto di svolgere l’attività sanitaria, ed in particolare le operazioni chirurgiche, e le altre attività di istituto, privandolo della possibilità di utilizzare una stanza come studio e di accedere alle cartelle cliniche e alla documentazione dell’ospedale, e diffamandolo anche a mezzo stampa,

    2. – la causa di primo grado, decisa dalla sezione stralcio con sentenza del 24.7.2001, si era conclusa col riconoscimento della responsabilità e la condanna al risarcimento del danno, liquidato in L. 351.288.000 per danno patrimoniale e in lire 150.000.000 per danni morali, oltre rivalutazione e interessi e spese processuali; la sentenza di appello del 5.5.2004 aveva riconosciuto la responsabilità da diffamazione, ma aveva ridimensionato la portata del fatto, escludendo la diffamazione a mezzo stampa e liquidando il danno relativo in euro 3.098,00 , mentre aveva ritenuto la carenza di legittimazione passiva in ordine al danno da demansionamento, dovendo la relativa pretesa essere rivolta al datore di lavoro ( la Asl, che, invero, aveva più volte invitato il primario a cessare i comportamenti in questione e a reintegrare l’Eufrate nelle sue mansioni, essendo stato anche annullato dal TAR il provvedimento del primario disponente l’ allontanamento dal servizio dell’aiuto),

    3. – la Corte di Cassazione, con la sentenza che dispone il rinvio , ha cassato la sentenza di appello, decidendo su motivi di impugnazione concernenti l’erronea qualificazione della domanda come di natura contrattuale, l’esclusione del nesso di causalità rispetto alla diminuzione dell’attività professionale privata e l’erronea esclusione della sussistenza del reato (il processo penale per abuso d’ufficio a carico del primario si era concluso per prescrizione) ed ha enunciato il seguente principio di diritto : “"in una fattispecie di rapporto gerarchico professionale, quale è quello che ricorre tra il primario di un reparto ospedaliero di chirurgia pediatrica e l'aiuto anziano già operante nel reparto, rapporto che integra un contatto sociale dove la posizione del professionista dequalificato è presidiata dai precetti costituzionali (come evidenzia il punto 4.3 in relazione al punto 4.5. del preambolo sistematico delle SU n 26972 del 2008), costituisce fatto colposo che configura illecito civile continuato ed aggravato dal persistere della volontà punitiva e di atti diretti all'emarginazione del professionista, la condotta del primario che nell'esercizio formale dei poteri di controllo e di vigilanza del reparto, estrometta di fatto l'aiuto anziano da ogni attività proficua di collaborazione, impedendogli l'esercizio delle mansioni cui era addetto. Tale condotta altamente lesiva è soggettivamente imputabile al primario, come soggetto agente, ed esprime l'elemento soggettivo della colpa in senso lato, essendo intenzionalmente preordinata alla distruzione della dignità personale e dell'immagine professionale e delle stesse possibilità di lavoro in ambito professionale, con lesione immediata e diretta dei diritti inviolabili del lavoratore professionista (espressamente richiamati nel citato punto 4.5 delle SU citate, cui aggiungiamo, sistematicamente anche l'art. 1 Cost., art. 3 Cost., comma 2, art. 4 Cost. e art. 35 Cost., comma 1, dovendosi considerare, per il presidio di tutela il lavoratore professionista alla stessa stregua di qualsiasi altro lavoratore e senza discriminazioni). Il danno ingiusto, cagionato direttamente dal primario, con i provvedimenti impeditivi dell'esercizio della normale attività, implica un demansionamento continuato di fatto (malgrado le pronunce amministrative di reintegrazione) e si pone in relazione causale con il fattore determinante della condotta umana lesiva, posta in essere dal primario. Così stabilita ed accertata, in tutti i suoi elementi, soggettivi ed oggettivi, la fattispecie da sussumere sotto la norma primaria che regola il fatto illecito (art. 2043 c.c.) il giudice del rinvio dovrà procedere alla congrua liquidazione dei danni patrimoniali e non patrimoniali consequenziali, rispettando il principio del risarcimento integrale (punto 4.8 SU cit.), evitando di compiere duplicazioni (punto 4.9), e considerando, ai fini della liquidazione congrua, la gravità della offesa (rilevante nel caso di specie) e la serietà del pregiudizio (punto 3.11. della SU citata). Quanto al ristoro dei danni patrimoniali, dovrà essere considerato il regime professionale vigente all'epoca dei fatti, e comunque la perdita delle chances economiche e di clientela in relazione alla distruzione dell'immagine nella comunità scientifica e nel mercato libero delle prestazioni professionali per la perdita di affidabilità scientifica e curativa. La Cassazione con rinvio pone le parti nelle stesse condizioni quo ante rispetto alla sentenza cassata e pertanto vincola il giudice del rinvio non solo per la applicazione dei principi di responsabilità da illecito civile ma anche al rispetto dei limiti del petitum. Una ultima puntualizzazione dev'essere posta in relazione alla entrata in vigore del Trattato di Lisbona (1 dicembre 2009) che recepisce la Carta di Nizza con lo stesso valore del Trattato sulla Unione e per il catalogo completo dei diritti umani. I giudici del rinvio dovranno ispirarsi anche ai principi di cui all'art. 1 della Carta, che regola il valore della dignità umana (che include anche la dignità professionale) ed allo art. 15 che regola la libertà professionale come diritto inviolabile sotto il valore categoriale della libertà. I fatti dannosi in esame vennero commessi prima della introduzione del nuovo catalogo dei diritti (2000-2001), ma le norme costituzionali nazionali richiamate bene si conformano ai principi di diritto comune europeo, che hanno il pregio di rendere evidenti i valori universali del principio personalistico su cui si fondano gli Stati della Unione. La filonomachia della Corte di Cassazione include anche il processo interpretativo di conformazione dei diritti nazionali e costituzionali ai principi non collidenti ma promozionali del Trattato di Lisbona e della Carta di Nizza che esso pone a fondamento del diritto comune europeo.”,

    4. – gli eredi dell’Eufrate, nel frattempo deceduto, hanno riassunto la causa in sede di rinvio , chiedendo la condanna dell’Azzolina al risarcimento dei danni come liquidati in primo grado ; il convenuto si è costituito chiedendo il rigetto e osservando che deve ritenersi coperto da giudicato interno il capo della sentenza d’appello relativo alla condanna al risarcimento del danno da diffamazione, non essendo stato esso toccato dalla pronuncia di cassazione, relativa alla sola domanda di risarcimento del danno da demansionamento di fatto,

    5. – quest’ultima osservazione è condivisibile, essendo escluse dal giudizio di cassazione le tematiche relative al danno da diffamazione, in relazione al quale deve rimanere ferma la condanna al risarcimento del danno di € 3.098,00,

    6. – rimane quindi oggetto del giudizio la domanda di risarcimento del danno da demansionamento di fatto,

    7. – la causa , istruita in primo grado documentalmente e con prove per testi, è trattenuta in decisione senza ulteriore istruttoria,



  1. Sulla responsabilità

    1. – la sussistenza degli elementi costitutivi dell’illecito ai sensi dell’art. 2043 c.c. nei termini indicati dalla sentenza che dispone il rinvio, è provata in causa, essendo ampiamente documentato il fatto che nel periodo dal luglio 1984 al febbraio 1990 il primario Azzolina impedì all’aiuto Eufrate di svolgere qualsiasi attività nel reparto, ignorando i formali richiami della ASL e i provvedimenti amministrativi di annullamento degli ordini di servizio vessatori,

    2. -– i comportamenti suindicati rispondono pienamente allo schema indicato dalla Suprema Corte per la individuazione di comportamenti discriminatori di demansionamento a danno del lavoratore professionista; in termini simili si era già espressa Cass. 7980/2004, che aveva fatto riferimento alla lesione dei diritti fondamentali della persona del lavoratore in un caso di demansionamento di un primario (lo stesso Azzolina, in una causa da lui promossa avverso la ASL e la Regione Toscana, per il risarcimento dei danni da illegittima sospensione e rimozione dal servizio nel periodo tra il 1976 e il 1984, riguardo allo stesso reparto),

    3. – la particolarità del caso ora in esame è che la domanda non è rivolta verso il datore di lavoro, ma personalmente nei confronti del soggetto, anch’esso dipendente, che ha posto in essere il comportamento lesivo nell’esercizio di mansioni dirigenziali; tale comportamento viene considerato lesivo di diritti costituzionalmente garantiti al lavoratore non in riferimento alla violazione di obblighi contrattuali, bensì per la lesione del diritto assoluto alla dignità del lavoratore, garantito erga omnes ; la responsabilità si pone quindi come concorrente a diverso titolo con quella del datore di lavoro ed obbliga l’agente al risarcimento dei danni sia patrimoniali che non patrimoniali subiti dal lavoratore;

    4. – la Suprema Corte fa riferimento ai principi di cui agli artt. 1, 3 comma 2, 4 e 35 comma 1 della Costituzione, nonché agli artt. 1 e 15 del Trattato di Lisbona, che ha recepito la Carta di Nizza, precisando che i principi di cui all'art. 1 della Carta, che regola il valore della dignità umana (che include anche la dignità professionale) ed allo art. 15 che regola la libertà professionale come diritto inviolabile sotto il valore categoriale della libertà sono principi di diritto comune europeo cui la nostra Carta Costituzionale si conforma e sono quindi applicabili anche a fatti avvenuti prima della approvazione del trattato;

    5. – ciò posto, è indubbio che la mortificazione della dignità professionale di qualsiasi lavoratore ne viola la dignità di essere umano, che nello svolgimento della attività lavorativa trova una delle sue più qualificanti espressioni, dal che discende il riconoscimento della tutela risarcitoria a questo titolo; rilevano poi agli effetti del risarcimento le peculiarità del lavoratore professionista, indipendentemente dal fatto che si voglia o meno, sotto il profilo sistematico, riconoscergli una specificità di status,

    6. – trattandosi di lesione di diritto costituzionalmente riconosciuto, si applicano i principi risarcitori delineati in proposito da Cass. SU n 26972 del 2008, che la sentenza disponente il rinvio espressamente richiama; è quindi necessario accertare che si sia in presenza di lesione grave sotto il profilo della offensività, occorrendo che il diritto sia inciso in modo apprezzabile, e seria sotto il profilo delle conseguenze pregiudizievoli, occorrendo che anche il pregiudizio sia apprezzabile in sé come danno, indipendentemente dalla natura del diritto violato;

    7. -–l’elaborazione giurisprudenziale, seguita alla suddetta fondamentale pronuncia delle Sezioni Unite, ha inoltre ulteriormente specificato , sotto il profilo probatorio, che anche il danno non patrimoniale deve essere provato : Il danno non patrimoniale, anche nel caso di lesione di diritti inviolabili, non può mai ritenersi "in re ipsa", ma va debitamente allegato e provato da chi lo invoca, anche attraverso il ricorso a presunzioni semplici (così Cass. 10527/2011);

    8. -– specificamente in tema di demansionamento di fatto, la giurisprudenza giuslavoristica (cfr. fra le varie Cass. 10864/2009) ha affermato che nella disciplina del rapporto di lavoro, ove numerose disposizioni assicurano una tutela rafforzata alla persona del lavoratore con il riconoscimento di diritti oggetto di tutela costituzionale (artt. 32 e 37 Cost.), il danno non patrimoniale è configurabile ogni qualvolta la condotta illecita del datore di lavoro abbia violato, in modo grave, i diritti della persona del lavoratore, concretizzando un "vulnus" ad interessi oggetto di copertura costituzionale; questi ultimi, non essendo regolati "ex ante" da norme di legge, per essere suscettibili di tutela risarcitoria dovranno essere individuati, caso per caso, dal giudice del merito, il quale, senza duplicare il risarcimento (con l'attribuzione di nomi diversi a pregiudizi identici), dovrà discriminare i meri pregiudizi - concretizzatisi in disagi o lesioni di interessi privi di qualsiasi consistenza e gravità, come tali non risarcibili - dai danni che vanno risarciti, mediante una valutazione supportata da una motivazione congrua, coerente sul piano logico e rispettosa dei principi giuridici applicabili alla materia,



  1. Sul danno patrimoniale

    1. – Va innanzi tutto precisato che i danni patrimoniali di cui si discute non consistono in perdite di emolumenti o componenti a qualsiasi titolo del trattamento retributivo spettante all’Eufrate quale aiuto in un ospedale pubblico ; in assenza di validi provvedimenti di sospensione dal servizio, l’Eufrate ha sempre conservato di diritto a percepire la intera retribuzione e non emergono danni a questo titolo ; non si giustifica quindi l’attribuzione della somma di lire 226.763.000 , pari alla retribuzione percepita dall’Eufrate negli anni dal 1986 al 1989, riconosciuti dovuti da parte del primo giudice a titolo di danno patrimoniale , in presenza di appello dell’Azzolina che contesta in radice il riconoscimento del danno patrimoniale per carenza di prova ; se è vero, infatti, che la retribuzione può essere considerata idoneo elemento di base per la determinazione del danno patrimoniale da demansionamento in via equitativa , va altresì però considerato che ciò si giustifica se si tratta di casi in cui il demansionamento ha imprecisati riflessi sulla retribuzione percepita, mentre nel caso in esame è pacifico che il demansionamento di fatto non ha inciso sull’entità della retribuzione; in realtà, il danno allegato dall’Eufrate consiste nei mancati proventi dell’attività professionale autonoma, diminuiti a seguito delle vicende in esame, e il primo giudice ha specificamente riconosciuto a questo titolo la somma di lire 24.525.000, tenendo conto delle dichiarazioni dei redditi prodotte in giudizio,

    2. – infatti, ciò che parte attrice lamenta è la perdita di guadagno patita in riferimento all’esercizio della libera professione extra- moenia , per la perdita di clientela causata dal discredito patito per la pubblicità data al suo demansionamento e per la perdita di occasioni di crescita professionale derivante dal mancato esercizio dell’attività ; in particolare, si assume che l’Eufrate esercitava , nel tempo lavorativo non impiegato presso l’Ospedale di Massa, in tre diversi studi in varie località italiane, e che dopo i fatti per cui è causa questa attività si è drasticamente contratta,

    3. –la prova sul punto segue le normali regole processuali e può essere data anche in via presuntiva; va però precisato che, come specificato, sia pure in altra materia, da Cass. 13054/2004 le presunzioni devono avere i requisiti richiesti dall'art. 2729 cod. civ. e non possono risolversi in presunzioni o fondate su generiche e astratte regole di esperienza; va inoltre considerato che rileva a questo proposito il regime di prestazione della libera professione da parte di medico dipendente del SSN ; tale profilo è stato ritenuto dalla sentenza che dispone il rinvio irrilevante ad escludere il nesso di causalità tra i fatti e questa voce di danno, ma ciò non impedisce di tenerne conto al diverso fine della quantificazione del danno stesso, essendo evidente che questo non può essere commisurato al guadagno derivante dall’esercizio della libera professione a tempo pieno, dato che l’esercizio a tempo pieno della libera professione non era consentito all’attore dal rapporto di lavoro con la ASL;

    4. – considerato che la diminuzione della clientela e della attività di libero professionista è provata sulla base di dichiarazioni testimoniali, che si esprimono però in termini generici e non consentono la quantificazione del danno, ad essa può procedersi in via presuntiva sulla base del raffronto tra i redditi come documentati nelle dichiarazioni dei redditi prodotte, come già fatto in primo grado; si è infatti sicuramente in presenza di una di quelle ipotesi in cui la difficoltà di prova consente la liquidazione in via equitativa, e i dati ricavabili dalle dichiarazioni dei redditi sono idonei a fornire parametri oggettivi sufficienti per l’effettuazione della liquidazione; dalle dichiarazioni prodotte emergono i seguenti redditi : nel primo anno documentato, il 1985, il reddito da attività professionale autonoma, detratte le spese è di lire 6.433.000, nel 1986 di lire – 491.000, nel 1987 di lire 1.530.000, nel 1988 di lire 1.080.000, nel 1989 di lire 3.477.000; da tali dati emerge una consistente e protratta diminuzione del reddito da attività di lavoro autonomo, mentre il notorio andamento della contingenza economica in quegli anni fa ritenere che i compensi del professionista sarebbero stati adeguati al costo della vita e quindi incrementati ; è quindi condivisibile la liquidazione di questa provata componente di danno patrimoniale in lire 24.450.000, pari a € 12.630.000, come operata dalla sentenza di primo grado ( la cui liquidazione, in assenza di appello incidentale sul quantum , non è suscettibile di aumento),



  1. – Sul danno non patrimoniale :

4.1.- nonostante l’unitarietà della categoria del danno non patrimoniale, riaffermata con forza dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, è impossibile individuarne i connotati ed operare in concreto liquidazioni senza ricorrere a figure descrittive di tipi ricorrenti di danno, anche dando ad esse, per comodità espositiva, una determinata denominazione ; ciò che conta per l’osservanza dei principi dettati dalla Suprema Corte è ,come richiesto dai precedenti citati al punto 2 che precede, esaminare i danni lamentati al fine di discernere se si tratti di effettivi danni o di meri disagi insuscettibili di risarcimento, e tra i primi evitare duplicazioni dando nomi o descrizioni formalmente diverse in riferimento a profili di danno sostanzialmente identici , ed è questo lo spirito che impronta lo sforzo di reinquadramento della materia posto in essere dalla giurisprudenza,

4.2. – così operando , nel caso concreto, il danno riconoscibile è più facilmente individuabile andando per esclusione : va escluso, innanzitutto, che dai comportamenti vessatori per cui è causa siano derivati all’attore danni alla salute, sia fisica che psichica, nel senso del danno biologico, che non è neppure allegato; vanno altresì esclusi danni esistenziali, nel senso della compromissione della qualità della vita di relazione protratti nel tempo oltre l’epoca dei fatti, in quanto non si assume che a seguito dell’esperienza, e dopo il suo superamento, siano rimaste conseguenze lesive sotto questo profilo ; va altresì esclusa la compromissione della vita professionale dell’attore, e in senso lato il danno da perdita di chances lavorative, dato che è emerso in causa che successivamente ai fatti per cui è causa l’Azzolina è stato rimosso dall’incarico e l’Eufrate gli è succeduto come primario del reparto, avendo vinto il relativo concorso, il che attesta che i fatti in questione non sono valsi a comprometterne la carriera,

4.3. – residuano i danni da umiliazione, sofferenza e patimenti personali subiti quotidianamente per circa cinque anni, nel recarsi al lavoro e vedersi precluso l’accesso alla sala operatoria e alla cura dei pazienti, nonché alla consultazione delle cartelle cliniche e della documentazione ospedaliera (anche relativa al periodo in cui l’Eufrate aveva svolto funzioni di primario nell’assenza dell’Azzolina, a sua volta in precedenza illegittimamente rimosso dall’incarico) ; tali umiliazioni e sofferenze devono essere considerate pregiudizi seri e gravi nel senso esposto al paragrafo 2.6. , e quindi integranti danno risarcibile, perché si è in presenza di fatti di per sé idonei a far presumere l’esistenza del danno morale, dato che , stante l’oggettività della situazione provata, affermare il contrario in questa ipotesi varrebbe a porre nel nulla la tutela della dignità del lavoratore, sulla cui sostanza di diritto fondamentale della persona si è in astratto disquisito; infatti, nel caso in questione, il vero danno - ed è danno risarcibile- è costituito proprio nella ripercussione lesiva sulla persona dell’offesa alla sua dignità di lavoratore, quale fonte di sofferenza soggettiva perdurante nel corso del demansionamento di fatto, che è stato totale, perdurante negli anni ed attuato con modalità già di per sé offensive della dignità della persona, come emerso dal testimoniale, ed emergente anche dagli atti ufficiali della ASL, posti successivamente a base di procedimento disciplinare a carico dell’Azzolina,

4.4 . – la questione che si pone , in tema di prova, è che a tali conclusioni si giunge sulla base di presunzioni che vedono come fatti noti le stesse modalità della condotta lesiva, e con deduzione che opera in forza del ricorso a considerazioni di regolarità statistica di carattere generale, nel senso che ben può presumersi che qualsiasi persona sottoposta a quel trattamento avrebbe patito sofferenze serie, ancorchè non ridondanti in patologie, e non irreversibili nel tempo , mentre, a proposito del danno non patrimoniale da demansionamento, si rinvengono nella giurisprudenza giuslavoristica richiami alla necessità del puntuale rispetto dei criteri dell’onere della prova, e la tendenza a valutare con sfavore il rilievo ai fini della prova presuntiva di considerazioni di tal fatta,

4.5. – ma, a ben vedere, queste affermazioni della giurisprudenza del lavoro circa la necessità di rigorosa prova del danno non patrimoniale da demansionamento, autonoma rispetto alla prova della condotta lesiva (cfr. ad esempio Cass. 19785/2010), si riferiscono ad ipotesi in cui la prova del danno veniva fatta discendere dalla considerazione della mera potenzialita’ lesiva della condotta datoriale, mentre nel presente caso si verte in una ipotesi di effettiva, concreta ed oggettiva lesività della condotta dell’agente ; ed ancora, non paiono comparabili, agli specifici effetti della prova del danno morale- perché diversi ancorchè genericamente riferibili ad ipotesi di demansionamento- i casi di responsabilità contrattuale del datore di lavoro per ipotesi di mancato rispetto della normativa contrattuale o di legge che regola il rapporto di lavoro, dai casi di condotta ( contrattuale , o da contatto sociale, o extra contrattuale che sia) di offesa della dignità del lavoratore con comportamenti intenzionalmente lesivi della dignità personale del lavoratore con finalità vessatorie , quale il protratto demansionamento totale, accompagnato da pubblica manifestazione di discredito, ipotesi che ben rientra nella fattispecie del cosiddetto mobbing ; dalla disamina dei casi, emerge, in realtà, che al rigetto del risarcimento della componente non patrimoniale del danno si giunge nei casi concreti in cui mancano gli stessi connotati della risarcibilità sotto il profilo della gravità dell’offesa e della serietà del pregiudizio, essendo desumibili come conseguenze della condotta meri disagi o fastidi, ipotesi del tutto diverse da quella in esame,

4.6. – invero, per mobbing, quale descritto da ultimo da Cass. 3785/2009, si intende comunemente una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell'ambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l'emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità ; ai fini della configurabilità della condotta lesiva del datore di lavoro sono, pertanto, rilevanti: a) la molteplicità di comportamenti di carattere persecutorio, illeciti o anche leciti se considerati singolarmente, che siano stati posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio; b) l'evento lesivo della salute o della personalità del dipendente; c) il nesso eziologico tra la condotta del datore o del superiore gerarchico e il pregiudizio all'integrità psico-fisica del lavoratore; d) la prova dell'elemento soggettivo, cioè dell'intento persecutorio ( confr. Cass. 22858/2009, per una ipotesi di mobbing nei confronti di dipendente particolarmente qualificato, affidatario di un progetto aziendale di rilievo europeo, da parte del dirigente posto in posizione direttamente sovraordinata) ; in tali gravi ipotesi ben può affermarsi che, una volta provati i comportamenti vessatori e l’offesa alla dignità della persona, costituente evento lesivo di tale condotta, la conseguenza della correlata umana sofferenza sia provata in via presuntiva, salva la prova contraria (non potendosi escludere che, in persona di raro stoicismo, la vicenda si traduca in motivo di maggior arricchimento personale , come chi tragga profitto consolatorio da studi filosofici, o all’opposto che con cinismo si possa trarre soddisfazione dal lucrare la retribuzione senza svolgere attività alcuna),

4.7. – in proposito, va considerata la peculiarità del diritto leso, attinente profili di rango costituzionale e di tutela dei diritti fondamentali dell’uomo, proclamati nei trattati internazionali, ed in particolare nel Trattato di Lisbona e nella Carta di Nizza, il cui valore cogente di diritto comune europeo è indicato come principio di diritto applicabile a questo giudice di rinvio ; se tale considerazione non può tradursi nell’affermazione del danno ipso iure, né in indebite inversioni dell’onere della prova, dovendosi ovviamente rispettare i principi in tema di onere della prova, anch’essi richiamati nella sentenza che dispone il rinvio, neppure però può , al contrario, adottarsi una interpretazione restrittiva e formalistica della disciplina in tema di presunzioni, tale da condurre nella sostanza alla restrizione in concreto della tutela che si proclama con solennità in astratto (lo stesso precedente citato al paragrafo 3.3. esclude il rilievo della prova presuntiva, cosiddetta “generica”, proprio perché , nella specifica fattispecie, essa in concreto veniva utilizzata per ridurre la portata della tutela riconosciuta dal diritto europeo, e non per dare a tale tutela piena attuazione),

4.8. – in realtà, ferma restando la necessità del rispetto dei principi sull’onere della prova, anche in altre ipotesi di lesioni di diritti ricollegabili al valore assoluto della persona, la giurisprudenza conosce presunzioni della sussistenza di danno morale desunte dalla stessa, oggettiva e provata, grave idoneità afflittiva del fatto, riconoscendo una componente di danno da sofferenza morale presente in ogni caso , la cui sussistenza è oggetto di presunzione, da vincersi con prova contraria, e distinguendola dalle altre eventuali componenti di danno, da dimostrarsi con gli ordinari mezzi di prova, tra cui le presunzioni semplici fondate su specifici fatti da allegarsi dal danneggiato : così, in ipotesi di violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, di cui all’art. 111 Cost. e all’art. 6 Convenzione europea dei diritti dell’uomo , la giurisprudenza è consolidata nell’affermare che “In tema di equa riparazione ai sensi dell'art. 2 della legge n. 89 del 2001, ai fini della determinazione dell'indennizzo dovuto per il danno non patrimoniale, la durata della ingiustificata protrazione del processo è un elemento obiettivo che si presta a misurare e a riparare un pregiudizio sempre presente ed uguale, mentre l'attribuzione di una somma ulteriore (cosiddetto "bonus") postula che nel caso concreto quel pregiudizio, a causa di particolari circostanze specifiche, sia stato maggiore “ (così da ultimo Cass. 2388/2011) ; e, in altra ipotesi, si afferma che la morte di una persona cara costituisce di per sé un fatto noto dal quale il giudice può desumere, ex art. 2727 cod. civ., che i congiunti dello scomparso abbiano patito una sofferenza interiore tale da determinare un'alterazione della loro vita di relazione e da indurli a scelte di vita diverse da quelle che avrebbero altrimenti compiuto, sicché nel giudizio di risarcimento del relativo danno non patrimoniale incombe al danneggiante dimostrare l'inesistenza di tali pregiudizi, ed anche in questa ipotesi si distingue tra una componente da sofferenza morale intrinseca alla fattispecie, salvo prova contraria, ed eventuali ulteriori profili di danno non patrimoniale e si afferma che nel caso di morte di un prossimo congiunto, un danno non patrimoniale diverso ed ulteriore rispetto alla sofferenza morale (c.d. danno da rottura del rapporto parentale) non può ritenersi sussistente per il solo fatto che il superstite lamenti la perdita delle abitudini quotidiane, ma esige la dimostrazione di fondamentali e radicali cambiamenti dello stile di vita, che è onere dell'attore allegare e provare, e tale onere di allegazione, peraltro, va adempiuto in modo circostanziato, non potendo risolversi in mere enunciazioni generiche, astratte od ipotetiche (cfr. Cass. 10527/2011),

4.9. – circa i criteri di liquidazione, ritiene il Collegio che la componente di danno da sofferenza morale da lesione della dignità della persona del lavoratore è presente in ogni caso di demansionamento illecito totale e protratto nel tempo e non è suscettibile di differenziazione di trattamento in riferimento a considerazioni sul tipo di lavoro svolto , quali la maggiore o minore complessità, qualificazione, rilevanza o prestigio sociale, trattandosi di danno che, come il danno alla salute, colpisce la persona in quanto tale, e va risarcito con applicazione del principio di uguaglianza di cui all’art. 3 Cost. (cfr. in materia di danno biologico, Cass. 4484/2010 sulla irrilevanza della cittadinanza italiana, comunitaria, o extracomunitaria) ; ciò comporta che la differenziazione va ancorata a parametri oggettivi, quali la minore o maggiore durata delle vessazioni, la loro connotazione di minore o maggiore offensività o pubblicità ecc.,

4.10. – la peculiarità dello specifico lavoro e le caratteristiche del lavoratore demansionato possono venire in rilievo , con un profilo di personalizzazione, ad aumentare il risarcimento, se concorrano particolarità del caso , quali la particolare rilevanza dell’esercizio pratico dell’attività ai fini della formazione (come nei lavori in cui è richiesta la manualità fine , o il rapido aggiornamento su nuove tecniche), o le condizioni personali del lavoratore ( come nell’ipotesi di comportamento lesivo rivolto verso lavoratori particolarmente deboli, perché precari o non sindacalizzati, o scarsamente acculturati) ; sotto questo profilo, possono venire in considerazione anche le peculiarità del demansionamento di lavoratori particolarmente qualificati o in posizioni lavorative di carattere dirigenziale o semi-dirigenziale, quali quelle del primario o dell’aiuto primario, e dei professionisti, qualora il danneggiato svolga attività autonoma oltre al lavoro dipendente,

4.11. – tenuto conto di ciò, va considerato , sotto il primo profilo, che il demansionamento fu protratto per circa cinque anni e che, a parte il giudicato interno sulla assenza di diffamazione a mezzo stampa, il fatto oggettivo del demansionamento fu ampiamente riportato dalle cronache giornalistiche locali ed ebbe quindi ampia risonanza, estesa non soltanto a tutto l’ambiente ospedaliero, ma anche all’esterno ; sotto il secondo profilo, va riconosciuto che fu colpito un professionista affermato e con un curriculum di tutto rispetto e che per anni un cardiochirurgo fu privato della possibilità di operare nel reparto ospedaliero specializzato in cui era aiuto, con conseguenze sulla formazione, richiedente continuo affinamento nella pratica, conseguenze lesive che, se pure come si è visto non ridondanti sulla carriera, furono causa di impoverimento della esperienza professionale; va inoltre considerato che il dott. Eufrate fu costretto dai comportamenti dell’Azzolina ad interventi presso gli organi responsabili della gestione della ASL e a promuovere giudizi amministrativi, per ottenere il riconoscimento dell’illegittimità degli ordini di servizio vessatori, e partecipò come parte lesa al procedimento penale per abuso d’ufficio , durato per anni e concluso col proscioglimento dell’Azzolina per intervenuta prescrizione; l’Eufrate, in sostanza, oltre a non poter svolgere l’attività lavorativa, fu impegnato per anni in pratiche amministrative e procedimenti giudiziari per difendere il proprio diritto a prestare di fatto l’attività lavorativa secondo il ruolo acquisito di diritto,

4.12. – considerato quanto sopra esposto, la liquidazione del danno morale , operata dal primo giudice in lire 150.000.000- comprensiva anche del danno da diffamazione e non oggetto di appello incidentale- non è suscettibile di riduzione, considerata l’entità del pregiudizio descritto al paragrafo che precede ; può osservarsi che, nel precedente specifico di Cass. 7980/2004, di demansionamento di primario, era passato in giudicato il risarcimento di lire 350.000.000 per il danno cagionato dal demansionamento alla fama del chirurgo (rimettendosi al giudizio di rinvio la determinazione del danno non patrimoniale da violazione della dignità del lavoratore);

4.13. – da ultimo, sotto il profilo della valutazione della specificità professionale del soggetto leso, può osservarsi che è stato considerato dalla giurisprudenza giuslavoristica utilizzabile il parametro della retribuzione per una quantificazione "qualificata" del danno alla professionalità del lavoratore, nel caso in cui l‘attività lavorativa non prestata è stata ugualmente retribuita come se fosse stata eseguita, non potendo negarsi che la retribuzione costituisce espressione ,per qualità e quantità, ai sensi dell'art. 36 Costituzione, anche del contenuto professionale della prestazione, e che tale considerazione a questi effetti è stata spesso operata considerando circa il 50% della retribuzione (cfr. Cass. 10/2002) ; valutata la remuneratività della complessiva attività professionale dell’Eufrate nel periodo considerato (tenuto conto anche dell’attività extra- moenia), si giunge a ritenere equa anche per questa via la operata liquidazione del danno non patrimoniale.

5. – Conclusivamente e sulle spese:

5.1. – le domande attoree vengono accolte e il convenuto viene condannato al risarcimento di € 12.630,00 per danno patrimoniale, corrispondente a lire 24.450.000, oltre rivalutazione dal 16.2.1986 (decorrenza riconosciuta in primo grado e non oggetto di impugnazione) oltre agli interessi legali da calcolarsi secondo i criteri invalsi in giurisprudenza a partire da Cass. 1721 del 1995 sulla somma annualmente via via rivalutata, fino al saldo, nonché al risarcimento del danno non patrimoniale di € 77.000,00 per danno non patrimoniale, oltre alla rivalutazione dal novembre 1984 ( data di decorrenza considerata nella sentenza di primo grado, non appellata sul punto) e agli interessi legali sulla somma via via annualmente rivalutata, fino al saldo,

5.2. – le spese seguono la soccombenza e vengono liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte, definitivamente pronunciando, in sede di rinvio a seguito di giudizio di cassazione, sulle domande già oggetto di decisione con la appellata sentenza di primo grado n. 508/2001 del Tribunale di Massa, così provvede:



Dichiara Gaetano Azzolina responsabile dei fatti illeciti per cui è causa e lo condanna a pagare a Banci Anna Maria, Eufrate Gianna Lisa, Eufrate Stephen Marco , quali eredi di Sergio Eufrate , a titolo di danni patrimoniali la somma complessiva di € 12.630,00 oltre rivalutazione dal 16.2.1986 e interessi legali via via annualmente maturati fino al saldo, nonché a titolo di danno non patrimoniale la somma di € 77.000,00 oltre rivalutazione dal novembre 1984 e interessi legali via via annualmente maturati fino al saldo,

Condanna Gaetano Azzolina a rifondere a Banci Anna Maria, Eufrate Gianna Lisa, Eufrate Stephen Marco , quali eredi di Sergio Eufrate, le spese processuali che liquida per il primo grado in € 5.000,00 per onorari, € 2.500,00 per diritti, € 200,00 per spese, per il secondo grado in € 8.000,00 per onorari, € 1635,00 per diritti, € 5,00 per spese, per il giudizio di cassazione per l’intero giudizio € 10.000,00, per il giudizio di rinvio € 2.313,00 per diritti, € 6.000,00 per onorari, € 310,00 per spese , oltre per tutti i gradi spese generali e accessori di legge.

Genova, 11.10.2011

IL CONSIGLIERE EST.



IL PRESIDENTE



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