R. G. A. Repubblica italiana in nome del popolo italiano tribunale Ordinario di Venezia



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  1. 1319/2003 R. G. A.


REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Tribunale Ordinario di Venezia


Sezione III Civile

il Giudice Unico

dott. Roberto Simone

ha pronunziato la seguente



SENTENZA

nella causa civile promossa con atto di citazione notificato in data 6.2.2003

da

G. R., , Gi., A., I., D., R., L. e B., rappresentati e difesi dall’avv. Michela Barina, presso la stessa elettivamente domiciliati, per mandato a margine dell’atto di citazione,

- attori -

contro

LEVANTE NORDITALIA ASSICURAZIONI s.p.a., in persona del legale rappresentante p.t. Pietro Bidone, rappresentata e difesa dall’avv. Andrea Cesare, presso lo stesso elettivamente domiciliata, per mandato in calce alla copia notificata dell’atto di citazione,


  • convenuta –

contro

N. Giuseppe,

- convenuto contumace -

in punto: morte.

Causa trattenuta in decisione all’udienza dell’11.11.2005 sulle seguenti conclusioni delle parti costituite

Per gli attori:

Nel merito: accertata e dichiarata la responsabilità esclusiva di M.Vincenzo nella causazione del sinistro di cui in premesse; accertato altresì, incidenter tantum e senza che ciò costituisca pronuncia di accertamento di stato, il vincolo di filiazione naturale non riconoscibile che lega l’attrice R. G. al defunto padre B.G.; condannarsi per l’effetto i convenuti, in solido, al risarcimento del danno patrimoniale, biologico, morale ed esistenziale sofferto dagli attori come conseguenza del decesso del loro congiunto, ciascuno per il proprio titolo, iure proprio e/o iure hereditatis, nella misura che sarà accertata in corso di causa e/o nella somma maggiore o diversa che sarà ritenuta di giustizia; somme da aumentarsi della rivalutazione monetaria e degli interessi sul capitale via via rivalutato, dal giorno del sinistro sino all’effettivo soddisfo.

Con vittoria delle spese, diritti ed onorari di lite.



In via istruttoria: chiedesi l’ammissione della prova per interpello e per testi sulle circostanze di cui in premessa, come capitolate ai numeri da 1) a 17) e da intendersi qui integralmente riportate e precedute dalle parole “vero che”.

Si chiede CTU medico legale sul seguente quesito: “Letti gli atti di causa, sottoposti a visita medica, a colloqui clinici e ad eventuali accertamenti gli attori, descriva il Consulente quali siano le condizioni psico-fisiche degli stessi precisando, in caso di accertata psicopatologia, se la stessa sia in rapporto di causa con l’evento luttuoso di cui è causa, quantificando ove possibile, l’incidenza della suddetta patologia sull’integrità psico-fisica degli stessi e sulla specifica capacità di lavoro; dica quant’altro serva ai fini di giustizia”.

Chiedesi inoltre, ove ritenuta necessaria a sostegno delle prove assumende, CTU medico legale per la verifica incidentale del rapporto generativo naturale tra il compianto sig. B.G. e l’attrice sig.ra R. G..”

Per la convenuta:

IN RITO:



  • dichiararsi la carenza di legittimazione attiva di G. R..

    NEL MERITO:

  • previo eventuale accertamento del concorso colposo del defunto G. B.per non aver fatto uso dei sistemi di ritenzione obbligatori, accertarsi la congruità delle somme versate ante causam agli attori e per l’effetto respingersi le domande perché infondate;

  • spese rifuse.

  • IN VIA ISTRUTTORIA:

  • ci si oppone a tutte le istanze istruttorie concernenti l’accertamento incidentale della paternità di G. R., stante l’inammissibilità dello stesso.”



SVOLGIMENTO DEL PROCESSO


Con l’atto di citazione in epigrafe indicato G. R., , Gi., A., I., D., R., L. e B. esponevano che B.G. il 30.8.2001 alle 13,15, mentre si trovava quale trasportato (nella specie, sul sedile posteriore lato sinistro) a bordo della Fiat UNO tg. TV 820509 condotta da Vincenzo M. -- di proprietà di Giuseppe N. (assicurato Levante Norditalia s.p.a.) -- lungo la S.S. 515 Noalese in territorio del Comune di Santa Maria di Sala, rimaneva coinvolto in un sinistro, nel quale perdeva la vita insieme agli altri occupanti l’autovettura; giunto all’altezza della chilometrica 28+100 la Fiat Uno condotta dal M.invadeva l’opposta corsia di marcia ed andava a collidere frontalmente con l’autocarro Man tg. BW210MA di proprietà della ditta New Jessica corrente in Santa Maria di Sala (assicurata Maeci s.p.a.) e condotto da Luigi Vedovato; il procedimento penale aperto a carico del Vedovato presso la Procura della Repubblica di Venezia si concludeva con l’archiviazione a seguito della richiesta del Pubblico Ministero, poiché il sinistro si era verificato a causa dell’improvvisa invasione di corsia effettuata dalla Fiat Uno condotta dal Murolo.

Esponevano gli attori di essere tutti fratelli del defunto B.G. e, fra questi e A. G. altresì conviventi, mentre R. G. era figlia naturale non riconoscibile di Benvenuto, dal quale aveva tratto il sostegno e l’educazione. Deducevano gli attori che la prematura scomparsa di B.G. aveva creato loro un grave turbamento con ricadute anche sullo stato di salute psico-fisica, posto che la famiglia G. era un nucleo saldamente avvinto sul piano affettivo e con intensa frequentazione. Sosteneva G., convivente con il de cuius e stabilmente dedita alla cura della casa e del menage familiare, di aver perso il necessario sostegno personale e materiale, poiché il deceduto con la sua stabile occupazione, sia pur non regolarizzata di operaio edile, percepiva un reddito, rapportabile al triplo della pensione sociale, destinato al nucleo familiare composto anche dal figlio naturale Mirco.

Per le spese funerarie e cimiteriali G. aveva sostenuto l’esborso di € 2.721,72, mentre nella fase stragiudiziale, per la complessità del caso, gli attori si erano fatti assistere da un’agenzia infortunistica (la I.S.I. s.r.l. di Castelfranco Veneto), risultando all’esito dovuto l’importo di € 56.983,93 e per la difesa penale avevano corrisposto all’avv. T. Tasso la somma di € 970,40.

Tanto premesso gli attori chiedevano che, accertata e dichiarata la responsabilità esclusiva di Vincenzo M.nella causazione del sinistro in questione, nonché accertato in via incidentale il vincolo di filiazione naturale non riconoscibile tra R. G. ed il defunto B.G., i convenuti fossero condannati al risarcimento del danno patrimoniale, biologico, morale ed esistenziale sofferto a causa del decesso iure proprio e/o iure hereditatis.

Si costituiva la Levante Norditalia Assicurazioni s.p.a. e non contestava la dinamica del sinistro narrata dagli attori, salvo poi valutare la compatibilità delle patite lesioni mortali del G. con l’uso della cintura di sicurezza.

In relazione al quantum delle pretese azionate notava la compagnia d’assicurazione di aver già integralmente ristorato le pretese degli attori, fatta eccezione per R. G., mediante l’erogazione in favore di ciascuno dell’importo di € 10.328, mentre a G. aveva versato la somma di € 13.032 ed a G. A. l’importo di € 18.000. Precisava al riguardo la convenuta che gli importi erano stati così determinati, poiché tutti i fratelli, ad eccezione di A. G., non convivevano con il de cuius.

Con riferimento a G. , la quale all’epoca dei fatti non aveva la residenza presso l’abitazione di B.G., il risarcimento del danno modulato in funzione della perdita della relazione more uxorio non poteva trovare alcun riconoscimento, posto che presupposto del rilievo della relazione di stabile convivenza tra un uomo ed una donna è il fatto che questi si comportino come marito e moglie, ossia la corrispondenza della situazione di fatto ad una di diritto. Sennonché, una relazione incestuosa non avrebbe mai potuto assurgere al rango di un’unione di diritto, non potendo due fratelli contrarre matrimonio. In altri termini, la convivenza more uxorio tra fratelli non avrebbe mai potuto assurgere a dignità di famiglia di fatto.

In ordine alla posizione di R. G. la compagnia convenuta ne eccepiva il difetto di legittimazione passiva in relazione alla domanda di accertamento incidentale dello status di figlia non riconoscibile. Infatti, a seguito della declaratoria di parziale incostituzionalità (Corte cost. 28.11.2002, n. 494) dell’art. 278, comma 1, c.c., laddove escludeva la dichiarazione giudiziale di paternità o maternità naturale e le relative indagini, in relazione ai casi in cui, a norma dell’1rt. 251, comma 1, c.c., il riconoscimento dei figli incestuosi era vietato, l’attrice avrebbe dovuto a norma dell’art. 269 e 270 c.c. promuovere il giudizio per la dichiarazione giudiziale di paternità, donde l’inammissibilità dell’accertamento incidentale e con effetto limitato alla controversia della questione di stato.

Da ultimo la compagnia contestava nell’an e nel quantum il preteso danno emergente per spese di assistenza stragiudiziale dovuto all’I.S.I. s.r.l., per essere del tutto irrilevante la tariffa applicata dall’agenzia, peraltro su importo preteso di oltre € 1.000.000, mentre le spese di assistenza penale non erano affatto necessarie, posto che il procedimento penale mai ebbe un seguito.

Radicato il contraddittorio, all’esito dell’udienza di prima comparizione, previa dichiarazione di contumacia di Giuseppe N., erano concessi i termini per il deposito di memorie ai fini di cui all’art. 180, comma 2, c.p.c. A seguito di istruttoria orale e documentale, disposta C.T.U. in ordine alla posizione di G. , la causa, riassegnata al nuovo istruttore a seguito della diversa tabellazione del precedente, era trattenuta in decisione sulle conclusioni epigrafate all’udienza dell’11.11.2005, previa concessione dei termini per il deposito degli atti ex art. 190 c.p.c.


MOTIVI DELLA DECISIONE


1) Prima di procedere alla valutazione dell’istruttoria orale, mette conto rilevare che con la memoria ex art. 180 c.p.c. gli attori hanno provveduto ad integrare le allegazioni, specificando sul piano fattuale i termini della relazione parentale ed affettiva con il defunto B.G.. In questa si legge che nella casa di via Piovega 28/1, sin dall’edificazione avvenuta agli inizi degli settanta (dello scorso secolo), hanno convissuto il de cuius e la sorella (si rinvia al seguito della motivazione l’analisi della relazione morale e materiale tra i due fratelli) e da circa una decina di anni (prima del decesso di Benvenuto) aveva trovato accoglienza il fratello A., dopo la sua separazione dalla consorte.

Gli attori hanno poi puntualizzato, o meglio , che B.G. era padre naturale di R. e Mirco G., i quali sin dalla nascita avevano convissuto con il padre, mentre R. nel 1995, avendo contratto matrimonio, si era trasfeR. a Resana.

Nella memoria in questione gli attori si sono soffermati lungamente sulle poste di danno oggetto del presente giudizio e, per quel che attiene questa premessa, nulla si dice a proposito del danno biologico e del danno morale iure hereditatis, di cui v’è menzione, invero lapidaria, nelle conclusioni dell’atto di citazione.

Da tanto deriva che non avendo gli attori fatto alcuna puntualizzazione a proposito dei presupposti, per vero assai sofistici, a proposito della riconoscibilità del danno biologico patito dalla vittima primaria, secondo l’indirizzo consolidato presso il Supremo collegio imperniato sulla rilevazione temporale tra il patimento delle lesioni ed il successivo decesso, per poi giungere a ritenerlo ammissibile quando l’evento morte si verifichi a distanza di un numero congruo di giorni, tale da permettere il radicamento del diritto al risarcimento, nel presente giudizio la questione non sarà esaminata. Né tantomeno potrà essere preso in esame il problema del c.d. danno tanatologico, ossia del pregiudizio inflitto alla vittima primaria dalla perdita della vita, assumendo, in altri consessi, la non identificabilità tra vita e salute (Corte cost. 372/1994) e la non risarcibilità iure hereditario della perdita della vita.

Tanto premesso, nessuna contestazione è stata svolta dalla

compagnia convenuta in ordine all’an debeatur alla luce della inequivoca dinamica del sinistro, salvo prospettare un concorrente apporto colposo di B.G., per un supposto mancato uso della cintura di sicurezza. Ritiene il giudicante che l’eccezione deve essere rigettata, perché apertamente contraddetta dalla tipologia del sinistro e dall’esito di destrutturazione della Fiat Uno: “completa distruzione del veicolo il cui frontale si presenta rientrato fino a quasi la paratia dell’abitacolo” (cfr. la relazione dell’ing. Gomirato, pag. 6, doc. 1 del fascicolo attoreo). Dalla rilevazione del c.t.u. nominato dal Pubblico Ministero nel corso del procedimento aperto a carico del Vedovato e dal rapporto redatto dalla Polizia di Stato emergono evidenze tali da non permettere di dar rilievo all’eccezione, posto che la violenza dell’impatto, tanto da provocare il decesso di tutti gli occupanti, è tale da relegare nel campo meramente congetturale l’ipotesi, rimasta indimostrata, che il povero B.viaggiasse sprovvisto di mezzi di ritenzione.


2) Prima di passare al merito delle numerose questioni sollevate dagli attori, s’impone l’esame della posizione di R. G., la quale ha richiesto l’accertamento incidenter tantum, senza che ciò costituisca pronuncia di accertamento di stato, del vincolo di filiazione naturale non riconoscibile che lega l’attrice R. G. al defunto padre B.G..

La proposta domanda è inammissibile posto che secondo quanto disposto dall’art. 34 c.p.c. su una questione pregiudiziale, che per legge deve essere decisa con efficacia di giudicato, tale è quella sullo status (cfr. Cass. 10.6.1966, n. 1515; Cass. 4.4.1980, n. 2220; 4.1.1986, 467; 28.8.1999, n. 9065; 13.4.2001, n. 5537), non è possibile provvedere incidentalmente senza efficacia di giudicato e con effetto limitato alla controversia principale.

In relazione al reclamato, ma in via incidentale, riconoscimento dello status di figlia naturale, non osta più l’art. 278, comma 1, c.c., poiché, come già detto, la norma è stata dichiarata incostituzionale laddove esclude(va) la dichiarazione giudiziale della paternità e della maternità naturali e le relative indagini, nei casi in cui, a norma dell’art. 251, 1º comma, c.c., è vietato il riconoscimento dei figli incestuosi. Da questo punto di vista, non senza considerare che anche lo sbarramento rappresentato dalla fase preliminare di ammissibilità del giudizio ex art. 274 c.c. è venuto meno a seguito di Corte cost. 10.2.2006, n. 50, l’attrice non sarebbe privata della possibilità di agire per conseguire il preteso risarcimento del danno.

Rispetto alla prospettata interpretazione dell’art. 34 c.p.c., a sostegno della tesi attorea non giova il richiamo agli artt. 279, 580 e 594 c.c., posto che tali norme, al cospetto dell’originaria formulazione dell’art. 278, comma 1, c.c. miravano ad assicurare al soggetto non riconoscibile ex art. 251 c.c. il diritto all’istruzione, all’educazione ed al mantenimento, ovvero la possibilità di beneficiare del patrimonio ereditario del genitore non ammesso al riconoscimento. In altri termini, le norme in questione lungi dal poter avallare la tesi attorea, servivano ad assicurare un minimo di tutela al soggetto non riconoscibile, oggi, tuttavia, ampliata dalla declaratoria di incostituzionalità contenuta in Corte cost. 494/2002.


3) Oggetto del presente giudizio è il danno non patrimoniale lamentato dagli attori tutti (fatta eccezione per R. G.), non solo sul piano biologico e della sofferenza transitoria propriamente attinente il tradizionale danno morale soggettivo, ma anche il pregiudizio di natura esistenziale derivante dalla perdita della relazione parentale e, per quanto attiene, G. , il venir meno del sostegno morale e materiale da parte di un soggetto (il defunto), dalla convivenza con il quale erano stati generati due figli, tra cui l’attrice R..

In parallelo con il richiesto danno non patrimoniale, G. lamenta, proprio in considerazione della stabilità della convivenza con il defunto, il pregiudizio derivante dalla perdita dell’apporto patrimoniale, posto che con il provento della sua attività di operaio edile B.G. apportava l’indispensabile sostegno economico.

I testi escussi hanno permesso di corroborare il forte vincolo esistente fra gli attori ed il defunto Benvenuto. Il teste Bon, medico di famiglia, e come tale in grado di esporre quanto da lui notato a partire dal 1981, epoca in cui giunse in paese, ha riferito che, avendo riscontrato la presenza di un soggetto diverso dalle persone normalmente presenti nell’abitazione di via Piovega (ossa Benvenuto, , R. e Mirco), apprese che si trattava del fratello, che però frequentava la casa nelle ore diurne, andando a dormire nella vecchia casa. Anche il teste Balia, marito di L. G., ha confermato che A. G. era solito recarsi a mangiare dal fratello, per poi andare a dormire presso la vecchia abitazione dei genitori.

Circa il legame tra i fratelli, oltre al dato appena esposto riguardo la posizione di A., il teste Bon, nei limiti di quanto può essere dato conoscere da parte di un medico di famiglia, ha riferito che la famiglia G. era molto unita ed una volta l’anno i suoi componenti si ritrovavano tutti insieme, ricordando altresì che una volta l’anno il parroco di Briana di Noale celebrava una funzione presso l’abitazione di B.G., alla quale partecipavano le famiglie degli attori. Tutto il paese era informato, ha continuato il Bon, e tutti potevano partecipare alla funzione.

Più nel dettaglio, il teste Balia ha sostenuto che “molto spesso alla domenica tutti i fratelli G. si ritrovavano a pranzo a casa di Benvenuto, confermando la circostanza della funzione in occasione dell’Epifania, ma aggiungendo che “spesso (ne)i giorni di festa, ma anche durante la settimana, i fratelli G. andavano presso l’abitazione di Benvenuto, il quale era quello in famiglia che cercava di tenere uniti tutti i componenti”.

Da tali indicazioni, contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa di parte convenuta, le riunioni dei fratelli G. non erano inquadrabili nell’alveo delle tradizionali e rituali festività natalizie o pasquali, ma si risolvevano in una frequentazione ben più assidua durante le festività e non, trattenendosi a pranzo.

Nei limiti di quella che può essere la sintesi sul piano probatorio, dalla svolta istruttoria emerge un modello di famiglia, al cui interno, venuti meno i genitori, B.era divenuto il punto di riferimento e, comunque, quello che più si sforzava di tenere unita la famiglia, al punto da vedere la frequentazione durante le ore diurne, inclusa la consumazione dei pasti, del fratello A. dopo la separazione, quasi a rappresentare una simbolica ricomposizione tra fratelli una volta venuto meno il legame, che aveva portato uno dei due ad allontanarsi dalla casa di origine. Il fatto che A. non dormisse a casa del fratello, non per questo rende meno pregnante il ricomposto rapporto fraterno, tant’è che giustamente in sede di liquidazione stragiudiziale anche la compagnia ha tenuto nel debito la circostanza, erogando una somma lievemente maggiore rispetto a quella attribuita agli altri fratelli.

Ben diversa rispetto alla posizione degli altri attori, pur nella particolarità della posizione di A. G., è quella di G., la quale di là da eufemismi aveva intrecciato con il defunto una relazione ben più stabile al punto da instaurare una vera e propria convivenza more uxorio con netta ripartizione di compiti, occupandosi della cura della casa e della famiglia, oltre che, stando alla prospettazione attorea, dei figli R. e Mirco.

Al riguardo il teste Bon ha precisato icasticamente che i fratelli B.e ed i due ragazzi (R. e Mirco) vivevano come una “comune, normale famiglia”. In questo contesto, mentre si dedicava alla casa, non svolgendo all’esterno alcuna attività lavorativa, era B.con il suo lavoro che provvedeva ai bisogni del nucleo. Analogamente, il teste Balia, i cui ricordi risalgono agli inizi degli anni sessanta, ha confermato che i fratelli B.e G. hanno sempre vissuto insieme dapprima nell’abitazione dei propri genitori di via Piovega 31 e poi dal 1974, fino al decesso di Benvenuto, in quella di via Piovega 28 insieme a R. e Mirco G.. Il teste ha poi aggiunto che “… B.G. era operaio edile e tale attività svolgeva anche all’epoca del sinistro. Non so se fosse o meno regolarizzato e quale retribuzione percepisse … So che non lavorava, si occupava di accudire la casa ed i figli, mentre B.lavorava e la propria retribuzione era destinata a , Mirco e R.”, non senza precisare che R. si rivolgeva a B.chiamandolo come “papà” ed era da questo trattata come una figlia.

Anche il teste Barbiero, per aver frequentato l’abitazione del defunto, ha riferito di aver sempre visto B.e abitare nella stessa casa e con loro vivevano R. e Mirco “…B.G. ha sempre svolto l’attività di muratore … B.mi diceva che i soldi che prendeva dal lavoro li destinava alla famiglia. Mi risulta che dopo la nascita dei figli non abbia più lavorato, mentre prima mi pare che lavorasse presso un lanificio a Noale”.

Da questa rassegna delle emergenze istruttorie si evidenzia in capo a G. una posizione del tutto peculiare rispetto agli altri fratelli. L’evento luttuoso sul piano emotivo e relazionale ha avuto un impatto affatto diverso, sebbene, come rilevato dal c.t.u. prof. Tantalo, il contenuto della cui relazione deve intendersi in questa sede pienamente richiamato, tanto che le conclusioni raggiunte sono state integralmente condivise dai consulenti di parte, non sia possibile ravvisare in capo all’attrice alcun pregiudizio inquadrabile sul piano psicopatologico. Infatti, a seguito del decesso di B.G. l’attrice ha avuto una “reazione depressiva adattativa” esauR.si in un arco di tempo che rientra nella fisiologia, inquadrando una normale risposta ad un lutto e non ha avuto ricadute di carattere patologico.
3) Gli attori, come già detto, a seguito del decesso del loro congiunto reclamano quest’oggi in primo luogo il risarcimento del danno morale, il pregiudizio di tipo esistenziale alla loro vita di relazione derivante dall’improvvisa perdita del rapporto parentale, instando altresì per il risarcimento del danno biologico iure proprio.

Osserva sul punto il giudicante che, fatta eccezione per l’attrice G., se ed in quanto diretta alla compensazione della perdita dell’integrità psico-fisica, l’allegazione attorea risulta affatto generica non constando agli atti alcun indice sintomatico di disfunzione anche solo dal punto di vista psichico tale permettere di addivenire all’enucleazione di un danno alla salute patito dagli attori. Questo giudicante non intende per questo avallare la spiegazione resa da Corte cost. 372/94, ossia che il danno alla salute (ma l’affermazione riguardava il danno psichico per la perdita di un congiunto) è il momento terminale di un processo patogeno originato dal medesimo turbamento dell'equilibrio psichico che sostanzia il danno morale soggettivo, e che in persone predisposte da particolari condizioni (debolezza cardiaca, fragilità nervosa, ecc.), anziché esaurirsi in un patema d'animo o in uno stato di angoscia transeunte, può degenerare in un trauma fisico o psichico permanente, alle cui conseguenze in termini di perdita di qualità personali, e non semplicemente al pretium doloris in senso stretto, va allora commisurato il risarcimento.

Infatti, ad avviso del giudicante, la sofferenza indotta da un evento luttuoso non è solo il c.d. pretium doloris, ossia la sofferenza sul piano meramente interno, ben potendo, se opportunamente allegato, darsi spazio ad un pregiudizio di natura psichica non necessariamente di carattere permanente, ma anche temporaneo e destinato ad essere riassorbito se opportunamente trattato. In altri termini, non si vede per quale motivo, secondo una tipica valutazione medico-legale, solo la lesione all’integrità fisica possa dar luogo ad una invalidità temporanea, mentre quella di natura psichica per definizione non possa che essere permanente.

Sennonché, nel caso di specie di un pregiudizio di tal fatta non vi è traccia nell’allegazione attorea, tant’è che nell’atto di citazione e nella successiva memoria ex art. 180 c.p.c. si fa leva fondamentalmente sul pregiudizio esistenziale da perdita del rapporto parentale. Categoria, quest’ultima, tradizionalmente legata alla prospettazione in chiave dinamica del danno alla salute, ma che in realtà guarda alla persona nel complesso delle relazioni di carattere sociale e familiare. In altri termini, e qui la valutazione fa il paio con l’altra posta di danno reclamata, quello che appare di tutta evidenza è la perdita della relazione parentale, non venendo invece in discussione la lesione del bene salute. In quest’ordine di idee, il bene leso afferente la personalità e di rango costituzionale, pertanto, deve essere individuato nel diritto a conservare e coltivare la relazione parentale e, quindi, a godere nel quotidiano di quell’insieme di relazioni a presidio delle quali si collocano gli artt. 2, 29 e 30 della costituzione.

Ciò peraltro non esclude, secondo la tassonomia approntata dalla Cassazione (sentenze 31 maggio 2003, n. 8827 e 8828), che in questa sede, oltre al profilo esterno della perdita della relazione parentale, si possa prescindere dal dare adeguata valutazione alla lesione di carattere interno connessa alla sofferenza patita per la perdita del congiunto.

Come è noto ai più il sistema del danno non patrimoniale è stato

riplasmato in toto dalle ridette sentenze 8828/2003 e 8827/2003, cui poi ha fatto seguito la sentenza 233/2003 della Corte costituzionale (cfr. da ultime Cass. 16.3.2005, n. 5677; 15.1.2005, n. 729), finendo per riassorbire nell’alveo dell’art. 2059 c.c. anche il danno alla salute. In breve, dando seguito ideale alla sentenza 87/79 del Giudice delle leggi, sul presupposto della diretta operatività delle norme costituzionali sul piano dei rapporti orizzontali (la c.d. Drittwirkung di origine teutonica), la Cassazione ha dato piena cittadinanza a lesioni attinenti valori della persona costituzionalmente garantiti nell’ambito di una rilettura in chiave costituzionale dell’art. 2059 c.c. In questo modo, fermo il principio di tipicità dei danni non patrimoniali inteso con riferimento al bene leso, si è operata, mediante un diverso ancoraggio costituzionale, una netta distinzione fra danno biologico tutelato dall’art. 32 cost., danno morale soggettivo connesso a tutte le forme di sentire interno (sofferenza e patimenti) o di lesione dell’integrità morale legati all’art. 2 cost. e danno connesso alla lesione di altri valori della persona di rango costituzionale (perdita del rapporto parentale, lesione della serenità familiare, artt. 2, 29 e 30 cost.).

Ora al di là degli schemi classificatori (le categorie sono strumento di lettura dei fenomeni e non viceversa), è indubitabile, e lo sostengono persino i fautori del c.d. sistema bipolare, che all’interno del danno non patrimoniale (dove di recente, si ripete, è stata fatta confluire la voce danno alla salute) oltre al pretium doloris connesso al danno morale, tradizionalmente legato ai fatti di reato, ed al danno biologico esiste un vasto territorio di pregiudizi non bagatellari, idiosincratici o da disappunto, che attentano ai diritti della persona di indubbio rilievo costituzionale. Ebbene a questi pregiudizi, filtrati attraverso il crivello costituzionale, pare doveroso offrire un adeguato ristoro.

Se rispetto alla sofferenza interna, il pregiudizio subito dagli attori può ritenersi connaturato all’evento luttuoso, a meno che non si deducano elementi in grado di connotare la compromissione dei rapporti all’interno della famiglia, in relazione alla perdita del rapporto parentale, tenuto conto dell’età della vittima e correlativamente del tempo durante il quale il rapporto tra fratelli si sarebbe potuto esplicare, nonché del dato della convivenza (per A. e G.), è possibile pervenire alla seguente valutazione sulla base del criterio tabellare in uso presso il Tribunale di Venezia, liquidando in favore di Gi. G., I. G., D. G., R. G., L. G. e B. G. l’importo di € 20.000 ai valori attuali.

Infatti, il sistema tabellare in uso nell’indicare in riferimento a ciascuna tipologia di congiunti una forbice compresa tra un minimo ed un massimo, proprio perché disancorato dal sistema della percentuale sul danno biologico, reca al suo interno tanto la componente interna della sofferenza quanto quella relativa al diverso atteggiarsi dell’esistenza per effetto della perdita del gioie connesse al mantenimento della relazione parentale.

Osserva al riguardo il giudicante, il riconoscimento in favore dei prossimi congiunti del danno non patrimoniale derivante dalla perdita della vittima primaria, definitivamente portato a compimento anche nelle ipotesi di mere (ma serie) lesioni personali (cfr. Cass. sez. un. 1° luglio 2002, 9556), storicamente si colloca già in epoca antecedente alla compiuta teorizzazione sul formante dottrinale del danno esistenziale (cfr. da ultime Cass. Sez. un. 24.3.2006, n. 6572; sez. I, 04-10-2005, n. 19354), il quale, anzi dalla dilatata applicazione a livello pretorio della categoria del danno alla salute in relazione a vicende connesse alla perdita della serenità familiare, ha tratto lo spunto per effettuare un disancoramento del danno alla persona da una visione pansomatizzante. In altri termini, l’elaborazione dei modelli tabellari basati sulla rilevazione di valori minimi e massimi modulabili in funzione dell’età, del numero dei fratelli, della convivenza e della qualità del rapporto, già recava al suo interno la piena considerazione dei riflessi pregiudizievoli sul piano esterno, non essendo limitati al solo profilo interno del pretium doloris.

Considerato che prima della compiuta costituzionalizzazione dell’art. 2059 c.c. il danno non patrimoniale era per definizione identificato nel danno morale soggettivo da reato, al cospetto delle c.d. vittime secondarie (ma la Cassazione già a partire dalla sentenza 4186/98 ha rilevato che non di danno riflesso si trattava, per essere al cospetto di un illecito plurioffensivo) non potendo parlarsi di persone offese dal reato, ma di danneggiati, è evidente che già in precedenza si tendeva a risarcire loro qualcosa in più rispetto al solo morale soggettivo. I soggetti, parenti o non, particolarmente legati alla vittima, subivano un’aggressione apprezzabile non solo sul piano interno, ma anche su quello della relazione parentale. La giurisprudenza si è poi fatta carico di precisare che al cospetto di una lesione di interesse della persona di rango costituzionale il danno non è in re ipsa, ma deve essere oggetto di allegazione e di compiuta dimostrazione, anche mediante il ricorso ad elementi di carattere indiziario (nella specie, tuttavia, l’istruttoria ha portato in esponente una famiglia in grado di ricomporsi anche al di là delle consuete festività da precetto).

In questo contesto, pensare di affiancare oltre al danno non patrimoniale da perdita del congiunto, secondo il modello sopra esposto, anche in via autonoma un pregiudizio di tipo esistenziale significherebbe operare un’indebita duplicazione delle poste (cfr. Cass. 15.7.2005, n. 15022 a proposito della possibilità che le tabelle abbiano già scontato il profilo del danno da perdita del rapporto parentale). Più in chiaro, nell’ambito della dialettica processuale l’allegazione dello specifico pregiudizio sulla base degli indici connessi all’intensità della frequentazione, al dato della convivenza e della qualità del rapporto, permette di pervenire ad una liquidazione di tipo unitario, senza per questo dover essere mantenuta obbligatoriamente all’interno del dato tabellare, il quale non può costituire una camicia di Nesso.

Un completo azzeramento del quadro precedente all’evento luttuoso implicante un radicale stravolgimento delle abitudini di vita ed una compromissione delle attività realizzatrici della persona non mancherebbero di essere adeguatamente valorizzati dal tribunale, purché di questo si faccia allegazione e poi oggetto di prova, ma tale, con il debito rispetto, non è il caso di specie.

Ad ogni modo la specificità dell’allegazione e del correlativo corredo probatorio permette di differenziare nell’ambito degli attori la posizione di A. e G..

A. G., come già esposto, da circa un decennio aveva ripreso a frequentare nelle ore diurne l’abitazione di Benvenuto, consumando i pasti a casa del fratello. Da tanto discende che in considerazione della ricomposizione del rapporto tra fratelli, a fronte del fallimento dell’unione matrimoniale di A., non solo l’intensità della sofferenza, per ragioni intuibili e non altrimenti dimostrabili, a meno di indici esterni valorizzabili sul piano psichico, è indubbiamente di maggiore intensità, ma anche la stessa compromissione del rapporto parentale appare più intensa, se come riferito dal teste Balia, B.era quello che più di ogni altro si faceva carico di tenere unita la famiglia.

Non è compito del tribunale valutare se il modello di famiglia patriarcale, dove il ruolo del patriarca era stato ereditato dal primogenito, ossia Benvenuto, sia meritevole di maggiore considerazione rispetto ad uno di stampo più aperto e di allentamento dei rapporti, quest’oggi si è tenuti a valutare un pregiudizio allegato dalle parti. In altri termini, il convenuto deve prendere l’attore esattamente come lo trova, senza per questo pretendere di riportare il piano della valutazione secondo un modello di relazione familiare, di diritto o di fatto, predeterminato.

Al riguardo, è possibile liquidare per tale voce di danno in favore di A. G. l’importo già attualizzato di € 25.000.

Quanto a G., per rimanere al piano del pregiudizio non patrimoniale, ritiene il giudicante che la sua posizione, alla luce di quanto emerso sul piano probatorio, debba essere differenziata utilizzando il parametro tabellare dello stabile convivente di fatto. Infatti, che piaccia, o non, quella tra B.e era una relazione di vera e propria convivenza more uxorio. Pretendere, come sostiene la difesa della convenuta, di limitare la tutela delle relazioni di fatto soltanto a quelle che, in astratto, sarebbero suscettibili di formalizzazione sul piano giuridico mediante un’unione di diritto, significa fornire del dato giuridico una lettura anacronistica legata ad una visione eticizzante dello Stato e dell’ordinamento.

Per converso, una riconsiderazione del sistema giuridico basato sulla piena tutela dei diritti dell’individuo sia come singolo sia nelle formazioni sociali dove si sviluppa la sua personalità, prescindendo dalla corrispondenza ad un modello di tipo naturale, permette di tenere nel debito conto anche la posizione dell’attrice, la quale con la perdita del defunto ha visto venire meno quell’appoggio morale e materiale normalmente assicurato all’interno di una coppia.

È facile rilevare che se l’art. 29 cost. riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, non per questo i diritti di quanti abbiano deciso di muoversi all’interno di un contesto affatto peculiare, penalmente sanzionato se dal fatto deriva pubblico scandalo, debbano essere relegati nel campo dell’indifferenza giuridica. D’altro canto la stessa Cassazione, nel dare piena cittadinanza al risarcimento del danno non patrimoniale delle vittime secondarie anche al cospetto di lesioni, ha inteso dare rilievo a quanti, familiari e non, abbiano stabilito un legame affettivo particolarmente intenso con la vittima primaria (cfr. Cass. Sez. un. 1°.7.2002, n. 9556).

All’obiezione fondata sull’art. 564 c.p., tale da assimilare la posizione di a quella del fratello A., è possibile replicare osservando che la relazione ormai era talmente consolidata al punto che il Bon ha parlato di vita condotta come se si fosse al cospetto di una normale famiglia, senza che dalla vicenda fosse insorto il senso di turbamento nella collettività del paese, tanto che persino il parroco era solito celebrare una funzione religiosa nell’abitazione di B.il giorno dell’Epifania.

Al riguardo, in considerazione della stabilità della convivenza in fatto mai interrotta, se non con la dipartita di Benvenuto, e della dedizione di alla cura della casa e della famiglia, appare equo liquidare l’importo di € 100.500 ai valori attuali pari al valore standard tabellare.

4) In ordine alle indicate voci di danno patrimoniale, con riferimento alla posizione di G. a titolo di danno emergente per spese funerarie e cimiteriali deve essere liquidato l’importo di € 3.016 ai valori attuali.

Sempre a titolo di danno emergente, in favore di Gi. G., I. G., D. G., R. G., L. G., B. G., A. G. e G. deve essere liquidata la spesa per assistenza penale nell’ambito del procedimento penale a carico del Vedovato. La partecipazione alla fase delle indagini preliminari da parte dei soggetti danneggiati, indipendentemente dall’esito del procedimento, era tutt’altro che pletorica, ben potendo essere prodromica rispetto ad una possibile costituzione di parte civile. Per tale voce, pertanto, deve essere liquidato ai valori attuali l’importo di € 1.042,16.

Gli attori inoltre hanno dedotto che, non potendo seguire personalmente la pratica per il risarcimento del danno, sia per il turbamento connesso al lutto, sia per la complessità della materia, si sono rivolti ad un’agenzia specializzata, alla quale dovranno corrispondere l’importo di € 56.983,93 (cfr. il doc. 5 del fascicolo attoreo).

Osserva al riguardo il giudicante che in altre controversie non si è mancato di affermare che, non essendo al cospetto di attività riservate ad un iscritto ad un albo professionale, possono essere riconosciute le spese di assistenza stragiudiziale in quanto, sebbene non possano dirsi assolutamente necessitate, le stesse sono sopportate soprattutto al fine di garantire al danneggiato un utile supporto tecnico-professionale, ad esempio nella fase delle trattative, come in fatto accaduto nel caso di specie tant’è che agli attori sono stati versati prima del giudizio importi per complessivi € 93.000 (cfr. il doc. 9 ibid.).

Sta di fatto che, stando alla prospettazione degli attori, non si tratta di un esborso già sostenuto (peraltro si rileva che la quantificazione operata dall’agenzia postula un pregiudizio di importo superiore al milione di Euro), ma di un impegno di spesa per l’attività ricevuta. In questa prospettiva è tutt’altro che remoto il rischio di una sovrapposizione tra prestazioni stragiudiziali non riservate ed attività prodromica rispetto a quella giudiziale (riservata) svolta da un professionista, destinata a trovare la sua sanzione sul piano processuale nell’ambito della regolamentazione delle spese di lite (cfr. Cass. sez. II, 23-05-1992, n. 6214, mentre alla presente vicenda è totalmente estranea Cass. sez. III, 31-05-2005, n. 11606), sì da indurre una crescita esponenziale dei costi gestionali dei sinistri a tutto discapito degli aspiranti al risarcimento del danno.

A ciò s’aggiunga che non essendo al cospetto di una spesa già sopportata dagli attori, ossia di un danno emergente attuale, non è possibile operare alcuna valutazione in termini di congruità della pretesa rispetto all’attività in concreto disimpegnata, senza mettere in secondo piano il problema relativo alla individuazione della tariffa applicabile in assenza di un accordo tra le parti sul compenso.

In relazione alla perdita patrimoniale derivante dalla mancata contribuzione da parte del defunto (al riguardo le testimonianze assunte hanno riferito dello svolgimento di attività lavorativa, sia pure irregolare, quale operaio edile, i cui proventi erano destinati alla famiglia), in assenza di altri indici sulla capacità reddituale di B.è possibile utilizzare quale parametro il triplo della pensione sociale dell’epoca, nella specie € 10.106,85, assumendo che il 30% sarebbe stato fruito dall’attrice, mentre il residuo sarebbe stato impiegato per consumo personale e per il sostegno di Mirco G..

Il ridetto ammontare deve essere poi raccordato al coefficiente di 9,554 ex r.d. 1403/22 (determinato in funzione della maggiore età della vittima primaria, cfr. Cass., sez. III, 03-07-1993, n. 7276), operando una riduzione pari al 10% per lo scarto tra vita fisica e lavorativa, in considerazione dell’allungamento della durata della vita media, sì che dall’importo di € 86.904,76, applicato il ridetto coefficiente del 30%, si perviene a quello di € 26.071,42, attualizzato in € 28.872,39.

I danni patiti dagli attori, pertanto, devono essere determinati nei seguenti importi:

€ 20.000 in favore di Gi. G., I. G., D. G., R. G., L. G., B. G. a titolo di danno non patrimoniale;

€ 25.000 in favore di A. G. a titolo di danno non patrimoniale;

€ 100.500 in favore di G. a titolo di danno non patrimoniale;

€ 31.888,39 in favore di G. a titolo di danno patrimoniale;

€ 1.042,16 in favore Gi. G., I. G., D. G., R. G., L. G., B. G., A. G. e G. a titolo di danno patrimoniale.

Da tali importi dovranno essere detratti gli acconti attualizzati alla data della presente sentenza (nella specie, € 19.314.86 per A. G.; € 13.983,96 per G. ed € 11.082.44 per Gi. G., I. G., D. G., R. G., L. G. e B. G.). Sul saldo spettante a ciascun attore, inoltre, saranno dovuti gli interessi al tasso legale dalla presente sentenza fino al saldo.

È opinione del giudicante che la liquidazione del danno alla persona ai valori attuali e l’integrale rivalutazione del danno patrimoniale siano in grado di ripristinare, sia pure in forma di equivalente pecuniario, il valore spettante al creditore. Infatti, come da tempo rilevato dalla Cassazione nell’ambito dei debiti valore non è possibile provvedere al computo degli interessi sul capitale interamente rivalutato, posto che così facendo si finisce per attribuire il corrispettivo per la tardiva erogazione del dovuto (evitando che di tale R.rdo possa avvantaggiarsi il debitore lucrando interessi o evitando gli oneri connessi al ricorso al mercato del credito), ossia gli interessi comunemente denominati compensativi, su un valore affatto diverso da quello da ripristinare, dovendo per contro farsi riferimento alla somma via via rivalutata di anno in anno (cfr. Cass. 28-11-1995, n. 12304; sez. un., 17-2-1995, n. 1712; 20-6-1990, n. 6209).

Sta di fatto che negli interventi più recenti la Cassazione, nel

rimarcare la distinzione sul piano funzionale tra rivalutazione ed interessi, ha evidenziato che, in assenza di allegazione e di prova, sia pure mediante il ricorso ad elementi di carattere presuntivo, in ordine al pregiudizio derivante dalla tardiva disponibilità del dovuto rispetto al tasso di svalutazione della moneta, non è possibile riconoscere gli interessi, che costituiscono una mera modalità liquidatoria del danno da lucro cessante. Da tanto discende che in assenza di allegazione circa il divario tra redditività media del denaro e tasso di svalutazione nel periodo in considerazione non sarà possibile riconoscere in via automatica gli interessi in aggiunta alla già disposta rivalutazione del credito (cfr. Cass. 22.10.2004, n. 2059; 25-08-2003, n. 12452).

Conclusivamente, si può affermare che non potendosi quest’oggi procedere al computo degli accessori sotto forma di interesse, data la mancanza di una specifica allegazione della parte nel senso appena esposto, non è più necessario devalutare quanto liquidato a titolo di danno alla persona con riferimento all’epoca del fatto.

Accertata la responsabilità esclusiva di M.Vincenzo in relazione al sinistro oggetto di causa, liquidati ai valori attuali i danni patiti dagli attori nei seguenti importi: € 20.000 in favore di Gi. G., I. G., D. G., R. G., L. G., B. G. a titolo di danno non patrimoniale; € 25.000 in favore di A. G. a titolo di danno non patrimoniale; € 100.500 in favore di G. a titolo di danno non patrimoniale; € 31.888,39 in favore di G. a titolo di danno patrimoniale; € 1.042,16 in favore Gi. G., I. G., D. G., R. G., L. G., B. G., A. G. e G. a titolo di danno patrimoniale e detratti gli acconti attualizzati in € 19.314.86 per A. G.; € 13.983,96 per G. ed € 11.082.44 per Gi. G., I. G., D. G., R. G., L. G. e B. G., Giuseppe N. e la Levante Norditalia Assicurazioni s.p.a. devono essere condannati in solido al pagamento del saldo in favore degli attori tutti, fatta eccezione per R. G., oltre gli interessi legali dalla presente sentenza al saldo.

Le spese di lite, quanto al rapporto tra Gi. G., I. G., D. G., R. G., L. G., B. G., A. G. e G., da un lato, ed i convenuti, dall’altro, in considerazione del ridimensionamento delle pretese attoree possono essere compensate nella misura di 1/3, ponendo il residuo, liquidato come da dispositivo e compresa pro quota quella per c.t.p. documentata, a carico solidale delle parti convenute.

Sussistono giusti motivi per la compensazione delle spese di lite tra R. G. ed i convenuti.

Spese di c.t.u. a definitivo e solidale carico delle parti convenute.

Sentenza provvisoriamente esecutiva per legge.



P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando nella causa in epigrafe riportata, respinta ogni altra domanda o eccezione, così provvede:

1) dichiara inammissibile la domanda proposta da R. G.;

2) accertata la responsabilità esclusiva di M.Vincenzo in relazione al sinistro oggetto di causa, liquidati ai valori attuali i danni patiti dagli attori nei seguenti importi: € 20.000 in favore di Gi. G., I. G., D. G., R. G., L. G., B. G. a titolo di danno non patrimoniale; € 25.000 in favore di A. G. a titolo di danno non patrimoniale; € 100.500 in favore di G. a titolo di danno non patrimoniale; € 31.888,39 in favore di G. a titolo di danno patrimoniale; € 1.042,16 in favore Gi. G., I. G., D. G., R. G., L. G., B. G., A. G. e G. a titolo di danno patrimoniale e detratti gli acconti attualizzati in € 19.314.86 per A. G.; € 13.983,96 per G. ed € 11.082.44 per Gi. G., I. G., D. G., R. G., L. G. e B. G., condanna in solido Giuseppe N. e la Levante Norditalia Assicurazioni s.p.a., in persona del legale rappresentante p.t., al pagamento del saldo in favore degli attori tutti, fatta eccezione per R. G., oltre gli interessi legali dalla presente sentenza al saldo;

3) compensa le spese di lite tra Gi. G., I. G., D. G., R. G., L. G., B. G., A. G. e G. ed i convenuti nella misura di 1/3 e condanna i convenuti alla rifusione solidale in favore dei primi del residuo, liquidato in complessivi Euro 17.379,37, di cui € 258,16 per spese, € 2485,21 per diritti, € 14.636 per onorari, pro quota la spesa per c.t.p. documentata, IVA e CPA se dovuti per legge;

4) compensa le spese di lite tra R. G. ed i convenuti;

5) spese di c.t.u. a definitivo e solidale carico delle parti convenute;

6) sentenza provvisoriamente esecutiva per legge.

Venezia, li 26 maggio 2006

Il Giudice Unico

Il Collaboratore di Cancelleria

Depositata in cancelleria



Il Collaboratore di Cancelleria


PUBBLICATA IL 31.7.2006






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