Racconti inediti o rielaborati a cura di padre Antonio Rungi Missionario passionista, docente di Filosofia e Pedagogia



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Racconti inediti o rielaborati a cura di padre Antonio Rungi

Missionario passionista, docente di Filosofia e Pedagogia

Naim l’africano
Era in quella scuola del Sud il primo bambino di colore che faceva ingresso nella scuola dell’obbligo ed aveva appena sei anni, come i tanti bambini italiani che in quell’anno facevano ingresso nella scuola elementare. Era originario del Benin ed è era un bambino bellissimo e simpaticissimo, sprigionava da tutti i suoi pori la voglia e la gioia di vivere. In quella prima classe della scuola elementare tutti gli altri erano bambini del posto, di colore bianco, e tra loro c’era un bambino dai capelli biondi e dagli occhi azzurri. Di quei bambini figli dei grandi signori delle aree del sud con l’aria della persona superiore. Vestiva benissimo, alla moda, aveva tutti i libri a posto, zaino firmato e tutto il resto di marca. Il bambino nero, pulitissimo, aveva pochissime cose con sé, l’essenziale per la scuola, ma era volenteroso nello studio. Comprendeva perfettamente e subito la lezione delle maestre, che insegnavano su quel modulo di classi elementari. In poche parole divenne subito il primo della classe, attirandosi, da un lato la benevolenza delle maestre, e dall’altra la gelosia del bambino biondo che poco riusciva negli studi. I dispetti quotidiani si rinnovavano ogni giorno e non solo in classe, ma anche durante l’orario del gioco all’aperto e durante la mensa. Qui scattava l’odio raziale del bambino bianco, che era stato mal educato dai genitori, perché essi non amavano per nulla i neri ed erano evidentemente persone per nulla tolleranti verso gli extracomuniari. Quel bambino biondo era cresciuto nell’odio razziale e quindi non vedeva di buon occhio la presenza dell’africano nella sua classe e per di più anche il primo in assoluto negli studi. Un giorno mentre giocavano negli spazi aperti della scuola, il bambino biondo cadde e si ruppe la gamba. Il primo a soccorrerlo fu l’africano che con parole di adulto cercava di incoraggiare e sostenere il bambino biondo nella sua sofferenza, in attesa che arrivassero i genitori e soprattutto l’autoambulanza per portarlo in ospedale. Senza farlo muovere, si accostò a lui e nel suo perfetto italiano che aveva appreso benissimo in pochi mesi, gli raccontava delle storie del suo paese d’origine, proprio quando i bambini cadevano e si facevano male e non potevano arrivare né dottore, né autoambulanza, ma solo la mamma o il padre quando c’erano ed erano capaci. A intervenire in quelle circostanze erano solo le suore missionarie o i sacerdoti missionari che in qualche modo cercavano di lenire il dolore dei piccoli e dei grandi con i pochi rimedi medici che avevano a disposizione. Di racconto in racconto, dopo quasi 10 minuti dall’incidente, arrivarono i due genitori del bambino biondo e trovano l’africano vicino al loro figlio. In un primo momento con la rabbia sul volto pensarono che fosse stato l’africano a far male al loro bambino. Il loro figlio capì dagli sguardi e nonostante il dolore che aveva in quel momento si fece avanti dicendo: “Mamma, papà, grazie a Naim sono qui a soffrire di meno. Lo ringrazio di cuore perché è stato un tesoro con me, mentre i miei compagni sono andati via per paura o per non darmi una mano”. I genitori del piccolo Alex, il bambino biondo, presero tra le braccia Naim, lo baciarono e lo ringraziarono per aver fatto compagnia al loro bambino. Nel frattempo arrivò l’autoambulanza e con tutti gli accorgimenti e la prudenza del caso il bambino fu portato in ospedale, curato ed ingessato. Dovette stare 40 giorni al letto e in casa. Ad andarlo a trovare tutti i giorni a fargli fare i compiti e a spiegare le lezioni ad Alex era Naim, l’africano, che nel colore della pelle del suo amico Alex non vedeva né il bianco, né il biondo dei capelli, né gli azzurri occhi del suo compagno, ma solo un suo caro amico al quale voleva bene. La lezione del piccolo Naim per lo stesso Alex e soprattutto per i suoi genitori fu efficace e da allora in poi, in quella famiglia il razzismo scomparve per sempre dai pensieri e dai comportamenti di quei nobili signori di un paese del Sud.
Il pianto del ragazzo
Era tutto solo nella chiesa della Madonna del Carmine e piangerva a dirotto, davanti al santissimo sacramento dell’altare. Da poco si era conclusa la celebrazione eucaristica, durante la quale il sacerdote, nell’omelia, aveva trattato temi importanti come l’unità della famiglia. Evidentemente il ragazzo era rimasto scosso dalle parole del predicatore e riviveva nel suo cuore il dramma dei genitori separati e rivedeva tutte le volte che tra loro due c’erano stati diverbi e come essi avevano segnato la sua psicologia. Nella chiesa vuota era rimasto il ragazzo e una suora. La quale si avvicina al giovane per chiedere: come mai piangesse. “Niente, sorella”, disse. “Voglio stare un altro poco qui davanti a Gesù, per chiedere lumi sul mio futuro”. La suora lascia il ragazzo a meditare davanti all’altare e continua a fare le sue cose, visto che alla chiesa del Carmine era annesso il monastero delle Carmelitane di vita attiva. A distanza di un’ora ritorna nella stessa chiesa per vedere se il ragazzo era ancora lì a pregare e a piangere. Con grande gioia, nota che non c’era più, era andato via. La suora si accingeva a chiudere la porta della chiesa, quando all’improvviso sopraggiunge novamente il ragazzo con le lacrime agli occhi e con un magone nel cuore.La suora sconcertata e preoccupata dello stato d’animo del ragazzo, pensando che potesse farsi del male, chiede aiuto al sacerdote che era ancora in sacrestia a svolgere il suo ministero di padre spirituale. “Padre correte –grida la suora – un giovane si sente male ed ha bisogno di voi”. Il sacerdote lascia quello che stava facendo, dice alla penitente che stava confessandosi di aspettare un attivo che sarebbe ritornato subito. Va in chiesa e si accosta al giovane che continua a piangere a dirotto. Lacrimoni cadono abbondanti dal viso del giovane.

“Cosa ti è successo, ragazzo mio” chiede il sacerdote.

“Nulla padre, ho bisogno di pregare, di stare davanti a Gesù Sacramentato”.

Al che il sacerdote disse di rimanere li finquando voleva.

Il giovane rimase ancora un’altra ora davanti al santissimo sacramento e poi usci di nuovo.

Il sacerdote visto che non c’era più nessuno in chiesa, incominciò a chiudere la porta dell’ingresso, quando all’improvviso nuovamente arriva il ragazzo, che piange fortissimamente e chiede conforto al sacerdote.

“Cosa è successo?”, domandò il prete.

“Una cosa terribile”, padre, ho visto mia madre nella macchina di un altro uomo, che non è mio padre, che stava in atteggiamento affettuoso, per non dire altro, con questo uomo. E’ stato un colpo mortale per me. Sono corso in chiesa a pregare, perché non sapevo cosa fare in quel momento. Ho chiesto l’aiuto al Signore. Ho aspettato un’ora e sono uscito con la speranza che mia madre avesse salutato quell’uomo e fosse tornata a casa. Invece non era così. Ogni ora sono uscito, ma lei stava sempre lì. Anche in questo momento sta con quella persona. Se vuole, padre, può rendersi conto personalmente della cosa”.

Al che il prete: “Ti credo figlio mio, non ho bisogno di verificare nulla. Questi fatti purtroppo capitano sempre più frequentemente ai nostri giorni. Non ci dobbiamo rassegnare alla situazione che si è creata. Ma ti chiedo cosa possiamo fare?”.

Il ragazzo, replicò subito al sacerdote. “Tanto per iniziare, non le faccia più insegnare il catechismo, visto che è una sua collaboratrice, padre. Quale messaggio di vita cristiana può dare ai ragazzi che si preparano alla cresima?”.

Al che il sacerdote. “Non posso che darti ragione figlio mio. L’insegnamento della vita vale più di un anno di catechismo. Tua madre da domani in poi, se è vero quello che dici, non potrà più insegnare ai bambini e tantomeno essere credibile per quello che ti raccomanda di fare a te che sei suo figlio. Ma ti posso chiedere una cosa?, aggiunse il sacerdote.

“Certo”, rispose il ragazzo.

“Quando rientrerai –disse il prete- a casa e vedrai tua madre, fa finta di nulla di quello che hai visto. Aspetta che sia lei a dirti la verità, dal momento che sei l’unico figlio e l’unica persona con cui vive ufficialmente, nascondendo agli occhi degli altri la sua vera condotta di vita”.

Al che il ragazzo. “E se non dovesse dirmi nulla?”.

Replicò il sacerdote: “Fai una cosa semplice, evangelica, vai da lei e con un grande gesto di amore e di tenerezza, dille: mamma solo un figlio può amare sinceramente la sua mamma e sola una mamma vera può amare davvero il suo figlio”.

E chiedele: “Mi vuoi ancora bene?. Se ti dice di sì sappi che sta attraversando un momento difficile della sua vita e tu come figlio devi starle vicino per recuperarla all’amore e alla famiglia”.

Al che il ragazzo: “Io devo stare vicino a mia madre? Ma deve essere lei ad essere vicino a me”.

Al che il sacerdote disse al ragazzo: “Chi più capisce, più comprende e patisce. Tu hai capito ora che tua madre non è quella che tu pensavi. Lei ora ha bisogno di te, più che tu di lei. Perché tu hai Gesù e sei corso da Lui in questo momento di sconforto. Lei purtroppo è corsa in braccia di un altro uomo, pensando di aver risolto i suoi problemi interiori. Non è così. Lei sta più male di te ed ha bisogno del tuo amore per uscire fuori da questa situazione di immoralità. Fammi il piacere –disse il sacerdote – ora che esci dalla chiesa e vai a casa, fa come ti ho detto e domani passa a dirmi come è andata”.

Il ragazzo tornò il giorno dopo dal sacerdote, tutto felice e contento, ringraziando il padre per i buoni consigli che gli aveva dato.

La mamma in quella sera stessa aveva chiamato il suo amante ed aveva detto che era finito, in quanto era più importante l’educazione dei figli che soddisfare i propri istinti e che era disonesto a svolgere il ministero di catechista, vivendo in quella situazione di immoralità, avendo ancora un marito ed un figlio, non solo sulla carta, ma ancora nel cuore.

La conversione era avvenuta, frutto anche di quella preghiera e del pianto di quel ragazzo, preoccupato di perdere l’amore della mamma e la sua famiglia per sempre.

La signora non tornò a fare catechismo, anzi fu lei stessa a dire al prete che non se la sentiva e svuotò il sacco di tutta la situazione personale che si era portata avanti da anni, subito dopo la nascita di quel bambino, ormai ragazzo, che tanta preoccupazione ed ansia le procurava in quanto era l’unico vero bene della sua vita.

L’errore commesso richiedeva una seria purificazione e il modo per attuarlo fu quello di lasciare la parrocchia, dove la notizia in parte era risaputa, e ritarsi a pregare e a frequentare altri ambienti religiosi, ove non era conosciuta e pertanto poteva continuare a vivere la sua esperienza di fede, dopo una sincera confessione fatta al santuario della Madonna del Carmine, ai cui piedi versò tante lacrime di pentimento e di purificazione.

Maria ormai si era pentita e incominciava una nuova vita, portando la gioia e il sorriso nella sua famiglia. Fece in modo che anche il marito ritornasse a casa e si ricominciasse tutti e tre insieme l’avventura della vita coniugale e familiare, nella sincerità dei rapporti interpersonali.


Il falso cieco

Un giorno, un uomo non vedente, non conosciuto da quella gente, stava seduto, (come tanti specie di domenica) sui gradini di una chiesa con un cappello ai suoi piedi ed un cartello recante la scritta: “Sono cieco, aiutatemi per favore”.

Un signore che stava entarndo in chiesa si fermò a leggere il cartello e soprattutto a controllare quanto aveva finora racimolato. Notò che aveva solo pochi centesimi nel suo cappello. Si chinò e versò altre monete. Poi, senza chiedere il permesso a quell’uomo, prese il cartello, lo girò e scrisse un’altra frase: “Aiutatemi, perché ho una famiglia e non ce la faccio a vivere, sono senza lavoro”.

Quello stesso pomeriggio il signore tornò dal finto non vedente e notò che il suo cappello era pieno di monete e banconote.

Il miracolo della solidarietà e della carità si era rinnovato anche davanti a quella chiesa, dove di veri e finti chiechi si alternavano per chiedere l’elemosina ai fedeli che entravano ed uscivano dal luogo di culto.

Il finto non vedente lo riconobbe e lo ringraziò per la scritta vera che aveva fissato sul cartello. Quel signore rispose: “No devi ringraziarmi di niente. Ho solo scritto la verità, ben conoscendoti e sapendo le tue condizioni. Questa gente non ti conosce e non sanno chi sei. Ma non devi strumentalizzare coloro che davvero soffrono per la cecità”. Sorrise e andò via.

Dire la verità, non vergognarsi della propria povertà, chiedere aiuto a chi può darlo è un atto di amore e rispetto verso di se e verso quanti dipendono dalle nostre sorti.

Certo che non bisogna falsificare le carte o le condizioni di salute per ottenere un beneficio, sapendo di poter agire sulla sensibilità degli altri.

I non vedenti veri sono in primo luogo ad essere nelle attenzioni delle persone sensibili, ma non bisogna sfruttare questa categoria di persone per ottenere favori, quali pensioni ed altro, perché alla fine prima o poi i finti invalidi vengono scoperti.

Ma al di là di questo è soprattutto la coscienza che dovrebbe mordere a chi non ha diritto ad una pensione di invalidità. Lo stesso chiedere l’elemosima fingendosi per cieco, offende la dignità, la sensibilità e la sofferenza di chi cieco è davvero.


Il muro dell’eremita superbo

In un deserto aspro e roccioso vivevano due eremiti. Avevano trovato due grotte che si spalancavano vicine, una di fronte all’altra.

Dopo anni di preghiere e pesanti mortificazioni, uno dei due eremiti era convinto di essere arrivato alla perfezione. Capita a volte di essere convinti di stare al massimo grado della perfezione umana e cristiana.

L’altro era un uomo altrettanto pio, ma anche buono e indulgente. Si fermava a conversare con i rari pellegrini, confortava e ospitava coloro che si erano persi e coloro che fuggivano. Raramente qualche persona buona e compressiva la sia trova anche sul nostro cammino.

“Tutto tempo sottratto alla meditazione e alla preghiera” faceva osservare il primo eremita, al secondo intendo verso l’ospitalità. Chiaramente, il primo eremita disapprovava le frequenti, anche se minuscole, mancanze dell’altro. Erano come si legge nel vangelo un po’ Marta e Maria, amiche di Gesù.

Il primo eremita, nel suo orgoglio, per far capire al secondo eremita in modo visibile quanto fosse ancora lontano dalla santità, decise di posare una pietra all’imboccatura della propria grotta ogni volta che l’altro commetteva una colpa, a suo giudizio.

Dopo qualche mese davanti alla grotta c’era un muro di pietre grigio e soffocante. E lui era murato dentro. In poche parole per far osservare all’altro i suoi presunti errori e sbagli si era alazato da solo un muro invalicabile, che non gli permetteva più di vedere l’altro, di vedere la luce e di respirare. In poche parole rischiava di morire.

L’altro eremita, ignaro del comportamento del primo eremita, una volta che costatò l’innalzamento del muro davanti alla grotta dell’amico, corse subito a buttare giù quel muro che non faceva più vivere il suo amico eremita. Un gesto di attenzione da parte sua come faceva sempre ogni volta che arrivava qualcuno presso la sua grotta.

Il primo eremita comprese la lezione del secondo eremita, più disponibile alla carità e alla comprensione degli altri.

Talvolta intorno al cuore costruiamo dei muri, con le piccole pietre quotidiane dei risentimenti, le ripicche, i silenzi, le questioni irrisolte, le imbronciature.



Il nostro compito più importante è impedire che si formino muri intorno al nostro cuore. E soprattutto cercare di non diventare “una pietra in più nei muri degli altri”. Siamo giudici severi con gli altri e non ci accorgiamo di quanti errori di superbia e di orgoglio commettiamo.
Il pellegrino vestito di bianco

Dopo un breve viaggio dalla sua casa per otto anni, nel suo trasferimento alla provvisoria residenza non molto lontana dalla città eterna, tutto il mondo seguì il suo viaggio nel cielo, in un elicottero color bianco, come bianca era la sua veste e bianco il suo candore di padre e pastore. Tante lagrime sugli occhi di milioni di persone incollate alla televisione per accompagnare il nuovo pellegrino in veste bianca, verso il riposo momentaneo, in attesa del nuovo papa. Da quel balcone della sua residenza estiva dove si era affacciato tante volte, questa volta si affacciò di nuovo parlando brevemente, ma con commozione, dicendo con la sincerità e la semplictà di sempre, che quello era un giorno diverso per lui. Non un giorno come gli altri, come tanti trascorsi in quel luogo o nel colle del Vaticano. Era il giorno del suo ritiro in preghiera, avendo lasciato il ministero petrino per amore della chiesa. E il suo saluto non fu prolisso, ma con poche parole disse di se stesso ciò che sarebbe stato di lì a poco: un pellegrino che deve percorrere l’ultimo tratto della sua vita. Fu l’ultimo incisivo messaggio, twitter del suo pontificato che sintetizzava tutta la sua statura morale, spirituale e pastorale. In quella espressione disse cosa lo attendeva per il suo futuro, di fronte a chi per giorni si era interrogato come sarebbe stato il suo pensionamento, il suo definitivo ritiro dalla scena pubblica per esclusivi raggiunti limiti di età e di problemi di vigore fisico che non c’era più proprio in ragione dell’età. Lui con semplicità dipinse come un vero grande artista, dalle poche parole, ma incisivo, tutto il suo futuro viaggio, come un semplice pellegrino. Aveva iniziato con il dire che era un semplice operaio nella vigna del Signore e salutava l’immenso popolo che lo aveva seguito e non solo nel giorno dell’addio con la parola del pellegrino. Come tanti pellegrini di questa terra che hanno la coscienza che il viaggio si accorcia sempre di più per avvicanarsi ad un traguardo più importante ed una meta più sicura che è l’eternità. Le lacrime del popolo in preghiera non furono versate vanamente per quel singolare pellegrino vestito di bianco che con il semplice bastone della vecchiata e non più con il pastorale stava vicino al suo popolo in modo diversa, ma altrettanto importante per il bene della chiesa e dell’umanità. Quel pellegrino lo contuiamo a immaginare nelle sue brevi passeggiate nella residenza estiva e poi in quella della su definitiva dimora in attesa di quel giorno del Signore, che forse, nelle ultime parole, aveva fatto intravvedere come imminente, convinto come era che passa la scena di questo mondo e davanti allo scorrere del tempo e degli anni c’è solo di attendere con la preghiera l’eternità. Quel pellegrino con la veste bianca continuò a viaggare con noi, si fece compagno di viaggio con la preghiera e con la parola, proprio come Gesù con i discepoli di Emmaus. E noi lo sentimmo sempre vicino, perché la sua lezione di vita fu talmente incisiva che non c’è più bisogno che parlasse e scrivesse, comunicasse con il mondo intero, perché quello che doveva dire e doveva fare, l’aveva fatto nonostante i propri limiti, confidando solamente in Dio e apprezzando ogni gesto di amore di ogni fratello e comprendendo nell’amore la debolezza e la fragilità di tanti uomini, anche più vicini e stretti a lui come collaboratori.
I bambini del Papa

Quello fu l’ultimo giorno in cui il Papa accoglieva, come al solito, i fedeli nell’udienza generale del mercoledì. Era l’ulltima volta che avrebbe parlato direttamente al popolo, con lo stesso cuore di padre e pastore nel cui cuore c’erano tutti. La sua papamobile attraversava, prima e dopo la riflessione fatta nella Piazza più nota del mondo, due ali di folla che solo le transenne e i gendarmi riuscivano a contenere per il desiderio di toccarlo e di stingergli la mano per l’ultima volta da Papa in servizio. Non era possibile perché gli agenti della di sicurezza non permettevano a nessuno di avvicinarsi a lui, dopo tanti fatti che erano successi proprio in quella piazza.



Ma nel suo lento procedere, il Papa, dall’auto bianca, benediceva tutti e sorrideva a tutti, guardava all’immenso popolo,che era venuto nella città eterna, dalla stessa Roma e dai mille paesi dell’amata e cara Italia, ma anche da varie nazioni per dargli l’estremo saluto da vivo e non da morto come era successo per secoli e millenni, perché aveva rassegnato le dimissioni, nelle piene facoltà di intendere e di volere e ben cosciente della grave decisione che aveva assunto, fatto unico nella bimillenaria storia di quella singolare istituzione ecclesiastica

Il Papa non è mai solo, il Papa non lascia mai la chiesa, la porta con sé ovunque e sempre egli sta e agisce da solo o in comunione con gli altri. Il Papa è di tutti e tutti sono del Papa. Il Papa continua a stare sulla Croce, ma in modo diverso; infatti sta ai piedi del Crocifisso per pregare e chiedere perdono. Quel giorno, diversamente da tutti gli altri, che avevano caratterizzato il suo breve pontificato, aveva il sapore del dolore, ma anche della speranza. Ci mancherai, non ti lasceremo mai, sei sempre con noi si leggeva sui mille cartelli e striscioni portati in quella piazza che abbraccia tutto il mondo ed è il cuore del mondo. Ecco che mentre la papamobile viaggiava, erano tante le mamme che chiedendo al personale della sicurezza di prendere i loro bambini e portarli dal Papa per farli benedire. Non si contarono quanti furono in quel giorno i bambini che il Papa accolse tra le sue braccia, che baciò con tenero affetto di padre e nonno per poi restituirli immeditamente ai genitori. La gioia immensa delle mamme e dei papà che per l’ulltima volta, nello storico incontro finale tra il successore di Pietro e i fedeli autentici della Chiesa, vedevano il papa Benedetto e avevano la benedizione finale per i bambini appena nati o di pochi mesi. Fu quello un giorno speciale, prima di ritararsi definitivamente dall’ufficio di Romano Pontefice, per stringere tra le sue braccia i tanti bambini del mondo intero. Quei bambini angeli in terra che davano la gioia e il conforto al papa che lasciava la scena di questo mondo per ritirarsi in preghiera e a vita privata. Quei bambini del Papa entrati nel cuore di questo saggio pastore che per la difesa di essi aveva fatto pulizia e chiarezza nella chiesa, condannando apertamente ciò che indegno di ogni essere umano e soprattutto di ogni persona che si consacra a Dio nella pluralità dei ministeri, ruoli ed uffici nella chiesa. Quei bambini abbracciati dal purezza di quelle mani sante erano la garanzia che nella chiesa una storica pagina era stata voltata, e non perché il Papa avaeva liberamente rassegnato le dimissioni, ma perché un’era nuova per la chiesa e l’umanità iniziava proprio in quell’ora. I bambini del Papa nella loro innocenza e purezza, nella loro semplicità ed essenzialità riportavano il cuore e la mente di quanti amavano Cristo e il suo vangelo, proprio ai gesti del Messia durante il suo ministero pubblico quando si rivolgeva ai suoi apostoli, alquanto infastiditi dalla presenza dei piccoli, che andassero da Lui, perché il Regno di Dio è fatto per loro e per quanti vivono come loro, nella sincerità e purezza della propria esistenza. Dopo quell’ultimo incontro con il popolo acclamente e riconoscente per il lavoro che quel santo Padre aveva fatto in tanti anni, si ritirò in silenzio e solo pochi privilegiati ebbero negli anni futuri la gioia di continuare ad incontrarlo e a dialogare con lui, partendo da un punto fermo per lui e per tutti: la preghiera e la meditazione, che eleva la mente ed il cuore al Signore e nel Signore attingere la forza per essere vicino ad ogni sofferenza dei fratelli e del mondo intero. Quel Papa fu per la prima volta appellato come “emerito”, per non usare il Papa “in pensione”, in quanto egli continuava a pregare, come tanti santi, ai piedi della croce per tutta la Chiesa che aveva servito nel minitero petrino e per i bisogni dell’umanità. In quella sua santa ed elevata preghiera un posto speciale occupavano i bambini, soprattutto quelli più afflitti e derelitti. Il Papa dei bambini continuò ad esserlo anche tra le mura del monastero dove si era ritirato per pregare e servire diversamente Dio e la Chiesa, continuamente immerso nei divini misteri e sempre attento alle necessità della barca di Pietro, che ora era guidata da un altro comandante, e dalla cui stanza dei comandi non era mai sceso il divino Maestro, perché la nave appartiene solo a Lui, vero proprietario di tutta la barca, dell’equipaggio e dei passeggeri in cammino verso i pascoli eterni..



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