Racconti inediti o rielaborati a cura di padre Antonio Rungi Missionario passionista, docente di Filosofia e Pedagogia



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L’anziano eremita

Da molto tempo aveva deciso di ritarsi tutto soletto su un alto monte a pregare il Signore perché lo liberasse dal peso delle fatiche che quotidianamente doveva sostenere per il bene dei suoi fratelli.

Un giorno decise di farlo nell’assoluta libertà, lasciando interdetti quelli di casa e quanti avevano sperato in lui per continuare a lavorare negli stessi uffici e negli stessi ruoli.

L’età avanzata, la salute precaria, l’antico desiderio di farsi frate, la nostalgia di una vita contemplativa spinsero l’anziano signore a lasciare ogni cosa e ritarsi in contemplazione.

Lasciò la sua vecchia abitazione che aveva occupato per ragioni d’ufficio solo per 8 anni, prendendo possesso di un antico monastero, sistemato per lui, alla meglio, perché oltre che a pregare, potesse continuare a fare le cose a cui si era dedicato da una vita.

Era felice di aver fatto una scelta così radicale e forte, perché avvertiva nel suo cuore di padre, e per certi versi nonno, che solo immergendosi totalmente nella preghiera si è più vicino ai vicini e ai lontani, più di quanto possa assicurare la vicinanza fisica e materiale.

Il giorno in cui per la prima volta si sentì davvero libero nel profondo del suo cuore, senza preoccupazioni per salvaguardare la dottrina e poi l’ufficio, gli sprizzavano gli occhi dalla gioia di aver visto il Signore.

Anche lui, come i tre apostoli con Gesù, era salito sul monte Tabor e da lì contemplava meglio il volto di Dio mediante la preghiera dalla sera alla mattina.

Non sentiva nostalgia di nulla e di nessuno, perché la sua vera nostagia era quella di Dio e una volta compensata tale nostalgia il suo volto e il suo viso ringiovanirono.

Anche la salute migliorò per l’anziano eremita, non dovendo sottoporsi a stress continui per gestire l’ufficio al meglio e dare sicurezza e garanzia su molti versi.

Passavano così le giornate nel suo eremo spirituale, su uno dei colli più rinomati e conosciuti della zona, dove spesso la gente accorreva per trovare ristoro e refrigerio alle loro anime perse e senza mete.

L’anziano eremita non poteva vedere nessuno e né incontrare nessuno, non perché non lo potesse fare, ma perché così aveva liberamente scelto di fare, in quanto stando lontano dal mondo, stava più a contatto con nostro Signore e con lo stesso mondo.

A Gesù, buon Pastore, si rivolgeva per pregare per quanti si affidavano a lui nella preghiera. E lui tutti poneva sull’altare, quando celebrare l’eucaristia quotidiana, assistito dal suo segretario personale e da alcune amabilisse suore, che nulla facevano mancare al saggio eremita di quel monastero singolare.

L’eremita si nutriva di poche cose, faceva penitenza, faceva silenzio, studiava, suonava, passeggiava e nei suoi lunghi passeggi mattutini e serali contava i passi che lo distanziavano dall’eternità. Vestiva di un semplice abito bianco in ricordo della sua veste battesimale.

Tutto immerso nella meditazione dei divini misteri, cosciente della valenza e dell’attualità dei novissimi, quali la morte, il giudizio, l’inferno e il paradiso, non considereva ipotesi plausibile una fine lontana della sua vita, ma preparato orami ad incontrare Dio, ogni giorno allargava sempre di più il suo pensiero sull’orizzonte dell’eternità, mentre il tempo scorreva inesorabilmente sul mondo.

Anche il giorno del suo abbandono, in cui tutti piansero per aver lasciato l’incarico, lo rileggeva nell’ottica della gioia e della speranza per il mondo, perché da quel giorno l’anziano eremita pregava continuamente Iddio per la sua gente e per quanti credevano fermamente in un mondo diverso. Un mondo senza protagonismi di nessun genere, ma solo con il desiderio di esercitarsi nell’umiltà, quella virtù morale che è capace di cambiare il mondo in un solo istante.

Non si era separato dal mondo, ma vi era più vicino con la preghiera autentica di un eremita saggio, santo ed intelligente.
I cioccolatini

Una ragazza stava aspettando il suo treno in una sala d’attesa di una grande stazione ferroviaria.

Siccome il treno faceva molto ritardo, decise di comprare un libro nell’edicola della ferrovia per far passare il tempo in modo utile. Comprò anche un scatolo di cioccolatini. Si sedette nella sala di prima classe per stare più tranquilla. Accanto a lei c’era la sedia con lo scatolo dei dolcini e dall’altro lato un signore che stava leggendo il giornale. Quando lei cominciò a prendere il primo cioccolatino, anche l’uomo ne prese uno, lei si sentì indignata ma non disse nulla e continuò a leggere il suo libro. Tra lei e lei pensò “ma tu guarda se solo avessi un po’ più di coraggio gli avrei già dato un pugno…”. Così ogni volta che lei prendeva un dolcino, l’uomo accanto a lei, senza fare un minimo cenno ne prendeva uno anche lui. Continuarono fino a che non rimase solo un cioccolatino e la donna pensò: “ah, adesso voglio proprio vedere cosa mi dice quando saranno finiti tutti!!”. L’uomo prima che lei prendesse l’ultimo dolcino, con un coltellino lo divise a metà! “AH, questo è troppo” pensò e cominciò a sbuffare e indignata si prese le sue cose il libro e la sua borsa e si incamminò verso l’uscita della sala d’attesa. Quando si sentì un po’ meglio e la rabbia le era passata, si sedette in una sedia lungo il corridoio esterno del binario per non attirare troppo l’attenzione ed evitare altri dispiaceri. Chiuse il libro e aprì la borsa per infilarlo dentro quando… nell’aprire la borsa vide che il pacchetto di biscotti era ancora tutto intero nel suo interno. Sentì tanta vergogna e capì solo allora che il pacchetto di cioccolatini uguale al suo era di quel uomo seduto accanto a lei che però aveva diviso i suoi dolcini con lei senza sentirsi indignato, nervoso o superiore; al contrario di lei che aveva sbuffato e addirittura si sentiva ferita nell’orgoglio.

Quante volte pensiamo a male degli altri pensando che siano degli sfruttatori ed approfittatori, quando in realtà molte volte siamo noi ad approfittare degli altri senza accorgecene e senza neppure ringraziare quando questo accade. Noi forse avari e gli altri molto generosi e tra l’altra veri benefattori nel silenzio e nella condivisione.


Il musicista e l’ottavino

E' la storia di una orchestra famosa , conosciuta da tutti perché la loro musica era perfetta, speciale, unica, suonava melodie celestiali.

In ogni posto dove suonava, c'era sempre tanta gente che andava d ascoltare questa musica fantastica. Era una orchestra grandissima, tanti suonatori, ogni strumento era lì a formare una perfetta armonia… c'erano arpe, violini, trombe, flauti, violoncelli...di tutto...tra questi ce n'era uno piccolo, più piccolo di una penna, si nascondeva tra le mani...l'ottavino, un piccolissimo strumento che emette un suono dolce e leggero..

Ogni giorno l'orchestra faceva le prove per il concerto… un giorno erano tutti lì e i musicisti iniziarono a suonare...l'ottavino cominciò ad emettere il suo dolce suono, ma lì dove era messo in un angolo tra tutti gli altri strumenti, non si sentiva...il musicista cominciò a sentirsi inutile, aveva uno strumento che c'era o meno era per lui la stessa cosa...cominciò a pensare di non voleva più suonare...

Una sera preparandosi per il concerto, il musicista penso: "non suonerò più, quando saremo tutti pronti a partire io farò finta di suonare, tanto nessuno lo noterà".

Il concerto inizia, i musicisti si preparano, iniziano a suonare.....tutti suonano...in un angolo ecco il nostro musicista...è lì e fa finta di suonare..

Il maestro ad un certo punto ferma l'orchestra, si dirige dal musicista e gli chiede: "perché non stai suonando? Io non sento il suono dolce dell'ottavino.."

Il musicista si sentì piccolo e intimidito gli rispose: "maestro… che ci faccio io qui, il mio strumento è piccolo e insignificante rispetto agli altri… mi sono sentito inutile.."

Ma il maestro gli rispose: "Questa sera quando l'orchestra ha iniziato a suonare, io non ti ho sentito, mancava il suono del tuo strumento, le melodie erano incomplete...anche tu con questo piccolo strumento sei parte essenziale dell'orchestra per suonare delle splendide melodie.....SUONA!!".

Ci sono dei momenti nella nostra vita che ci sentiamo piccoli e inutili. Ma Dio ci ha posti dove siamo. E' lui che ha distribuito i compiti e ha dato i mezzi per eseguirli. Non sta a noi apprezzare l'importanza dei talenti che abbiamo ricevuto, siano essi tanti o pochi. Mettiamo semplicemente al suo servizio ciò che abbiamo ricevuto...



Un piccolo strumento, ma indispensabile...questo siamo noi: degli strumenti che hanno un ruolo importante nell'opera del Signore.....facciamo sentire la nostra voce, traffichiamo i talenti che lui ci ha affidato... e portiamo ad altri il suo amore... E’ l’eterna legge che tutti siamo utili, ma nessun indispensabile, ma è anche vero che senza il nostro piccolo o grande contributo l’armonia dell’amore non suona in nessuna parte del mondo, specialmente dove siamo fisicamente noi. Anche il più piccolo gesto d’amore fa suonare i cuore e dona la gioia all’orchestra dell’intera umanità.
La suora dei poveri

Ogni mattina, dopo la recita delle preghiere con la comunità e la partecipazione alla santa messa, si metteva in cammino per le strade cittadine. Sembrava una mendicante come tante altre che circolavano nel piccolo paese in cerca di qualcosa da mangiare. Ma lei usciva per altri scopi, aveva i suoi bambini nella casa religiosa e non poteva far mancare ad essi il necessario. Non aveva il coraggio di chiedere, veniva da una famiglia per bene, e nulla mancava nella sua casa d’origine, ma per amore dei più piccoli sapeva stendere la mano e bussare alla porta, ma soprattutto al cuore delle persone. Suor Speranza, questo era il suo nome, aveva molta fiducia nella carità e nella generosità, mutriva un abbondono totale nellla provviedenza, che non le faceva mancare nulla, non tanto per se, ma per la casa dei bambini. Era felice quando rientrava in convento e ad attenderla c’è la madre superiora, ma soprattutto la cuoca, che aspettava quel cibo della provvidenza che arrivava fuori dal convento. Quelle poche suore erano davvero povere e vivevano uno stile di vita essenziale, senza lusso, eccessi, benessere di alcun genere. La scelta della lpovertà era evidente in loro. Ma se loro riuscivano a stare senza mangiare anche per qualche giorno, non riuscivano a far restare neppure per un giorno senza cibo i loro piccoli ospiti, che già venivano da famiglie povere e da tante sofferenze. Si andò avanti per anni così, fino a quando una legge speciale per le case ospitanti i bambini costrinse quella e tante altre case a chiudere per sempre. Nessuno di quell’ambiente sociale si preoccupò dell’accaduto, anzi qualcuno fu felice che a man mano vedeva chiudere le case dei bambini, ove ad accudire a questi figli di nessuno ci fosse delle madri di tutti. Passarono anni ed anni e quella casa dei bambini rimase senza più ospiti e senza più suore. Unica persona che resistente a tutte le leggi della natura e delle umane decsioni, fu Suor Speranza, che pure avanti negli anni, teneva aperta la casa di ospitalità. Un giorno, nel pieno inverno, quando Suor Speranza non aveva più nulla da mangiare, bussò alla porta del suo convento un giovane signore, ben messo e dalle nobili sembianze, avviato in carriera e benestante. Chiese del più e del meno circa la casa e le suore e seppe da Suor Speranza la verità: la casa era stata chiusa per un legge civile penalizzante per tali istituti e che le suore che vi resiedevano chi era morta e chi era stata trasferita. Sul volto del giovane apparve la malinconia e la rabbia per quanto era accaduto. Si presentò a Suor Speranza dicendo il suo nome e la sua qualifica. Era Gennarino il ragazzo che 30 anni prima era stato accolto con grande amore in quell’istituto ed era stato cresciuto ed allevato con i sacrifici di Suor Speranza e delle altre suore. Aveva studiato e raggiunto un altissimo grado nella magistratura minorile, perché aveva avuto la fortuna di aver incontrato una famiglia adottiva, benestante, appena dopo fu chiuso quell’istituto e successivamente una bravissima donna con la quale si era sposato. Dalla loro unione erano nati due splendide creature. Gennarino, avviato magistrato, di fronte alla sua carissima Suor Speranza non potè fare altro che abbracciarla e ringraziarla per tutto il bene che aveva ricevuto. E dagli occhi di quell’anziana e malata religiosa scesero due grosse lacrime di gioia, ben sapendo che tutti i suoi sacrifici non erano stati fatti invano. Fece accomodare Gennarino nella stanza umida per un caffè o qualcosa di caldo, ma non aveva nulla. Il tempo per Gennarino di ritornare in auto, prendere tutto quello che aveva comprato e per darlo alla suora suorina, tra cui anche un bel po’ di latte e vari pacchi di caffè. Gennarino aprì tutto e cacciata la macchinetta fece il caffè per sé e per Suor Speranza. Era stata quella l’unica bevanda calda che la suora dei poveri bambini aveva bevuta nell’ultima settimana. Con il nodo alla gola, Gennarino ritorno a casa, e raccontò tutto alla moglie e ai suoi figli. All’indomani quando rientrò in tribunale, chiese agli addetti tutto il carteggio relativo al quell’Istituto e notò che quella struttura era stata chiusa per favorire l’apertura di altre strutture similari sullo stesso territorio, senza avere neppure i requisiti necessari. Capì perfettamente che anche nelle istituzioni dove egli ormai rappresentava uno dei massimo esponenti si doveva fare pulizia. E la fece. L’istituto in cui lui era crescito dopo 20 anni chiusura forzata riaprì, ritornarono le suore e i bambini. Era il giorno di Pasqua quando la casa fu riaperta. Ma nella notte, con la gioia nel cuore, Suor Speranza andò a celebare la sua Pasqua eterna dove continuò a proteggere i bambini della sua casa di Via dei Poveri di Gesù e Maria.
Un singolare viaggio di un pellegrino

Un giovane,qualche anno fa salutò i suoi genitori e partì per un viaggio a Lourdes. Il suo obiettivo era di vistare la grotta di Massabielle. Sull’aereo, incontrò un vecchio monaco che si dirigeva anche lui verso la cittadella mariana.

“Dove stai andando?” chiese il monaco. Il giovane rispose che stava andando a Lourdes.

“Anadre Lourdes non è paragonabile che andare a fatima” affermò l’anziano. Il giovane fu d’accordo. Fatima è un’altra cosa, altra spiritualità.

Il giovane allora chiese al vecchio monaco dove avrebbe potuto trovare la sua pace interiore e il vecchio monaco lo stupì assicurandogli che Lourdes era in quel momento il luogo dove poteva trovare la sua pace, dal momento che aveva scelto di andarci.

“Quando arriverai a Lourdes, vedrai molte persone, ma una persona ti avvicinerà con una coperta addosso e con le scarpe a rovescioi. Ricorda, quello è un segno del cielo.”

La sicurezza del vecchio monaco convinse il giovane a proseguire il suo viaggio verso Lourde. Ma quando vi arrivò era già notte fonda.

La signora dove doveva andare a dormire era già andata a letto, ma quando sentì bussare alla porta, fu sopraffatta dalla gioia. Come tutti quelli che ospitano, era preoccupata per la sicurezza del pellegrino che aveva annnciato il suo arrivo. Corse fuori immediatamente per salutarlo. Si avvolse nella coperta, per non perdere tempo a mettersi un abito, e nella sua fretta e nel suo entusiasmo non si accorse di avere messo le ciabatte a rovescio.



Il giovane vide che quella persona era un volto conosciuto. In realtà era sua madre e notò lo sguardo di pura felicità nei suoi occhi. Ricordando le parole del monaco, fu improvvisamente illuminato. La madre infatti aveva lasciato la casa di origine una volta che era morto il marito e sistemato i figli. Lui il figlio maggiore desiderava ardentemente ritrovare la sua madre, che non aveva fatto sapere più niente di lei. Si era ritirata a Lourdes, dove faceva accoglienza per i pellegrini. Strana cosa, fu proprio la madre ad andare incontro al suo figlio ed accoglierlo in casa, non più come ospite, ma come figlio adorato. Il segno del cielo e la tranquillità dell’anima per il giovane la trovò nella casa della mamma, ma soprattutto nella casa della Mamma di tutti, alla grotta di Massabielle, davanti all’immagine della Madonna Immacolata.

Il maestro del coro

Nella chiesa di Santa Cecilia c’era un maestro del coro parrocchiale molto severo. Nelle prove con il coro e nei concerti si arrabbiava facilmente con i componenti del coro. Bastava una nota fuori tono che scattava il rimprovero, creando un clima di tensione, che alla fine risultava deleterio per l’insieme del coro e per l’esecuzione dei brani.C’era tra i coristi un bambino, orfano di entrambi e genitori, inserito dal parroco nel coro parrocchiale per dargli una possibilità di vivere insieme agli altri e sentirsi importante. Il maestro non conosceva la storia di questo bambino e siccome era un pò stonato si beccava continuamente le rimproverate del maestro. Una volta in seguito a tale rimprovero il bambino scappò via ed andò a casa della nonna, dove abitiva e alla quale era stato affidato dal Tribunale dei minori. Per parecchie settimane il bambino non si presentò più alle prove di canto e al coro. Il maestro era quasi felice, perché aveva un problema in meno per gestire il coro, al quale teneva tantissimo non tanto per la bellezza della liturgia, ma per fare bella figura davanti al popolo di Dio quando pregava e partecipava alle varie cerimonie. Una sera, dopo il concerto, trovò il bambino fuori la chiesa, che piangeva, perché non poteva più partecipare al coro parrocchiale. Il maestro si fermò a parlare con il ragazzo il quale rivelò al maestro la sua situazione. Disse della morte dei entrambi i genitori e lui davanti al racconto di quella piccola creatura, non fece altro che piangere per il comportamento avuto nei suoi riguardi. Lo invitò a ritornare a fa parte del coro e il ragazzino di fatto fece ritorno. Certamente la voce non era migliorata e quando cantava comunque continua a stonare. Il maestro del coro che continua a dirigere, faceva finta di niente. La sua vocina era talmente labile che non incideva minimamente sull’insieme dell’armonia. Non faceva più caso alle piccole stonature del ragazzo. Era uscito dal perfezionismo fine a se stesso e si era decicato a concentrarsi sul vero senso del cantare in chiesa, che non era un concerto alla scala, ma un rendere lode al Signore con tutte le voci, più o meno accordate. Anche la voce di quel bambino entrava a far parte dell’insieme dell’armonia, in quanto quella voce bianca di quel bambino dava un tono celestiale a tutti i canti che eseguiva il coro parrocchiale. Sul volto del bambino di volta in volta appariva il sorriso e parimenti migliorava anche la sua prestazione canora, acquistava più fiducia in se stesso e soprattutto non aveva più paura. Perché in quel volto severo del maestro di coro rivedeva il volto severo del suo padre, incapace di amare davvero il suo figlio, perché era nato con una piccola malformazione e lui che era medico e perfezionista della salute aveva accettato malvolentieri quella nascita. Tanto è vero che aveva consigliato alla moglie che aspettava il bambino, suo figlio, dopo le analisi del caso e l’evidente malformazione che avrebbe portato con sé, di abortire. La donna, con il cuore di una tenera mamma, essendo quello il primo bambino, portò avanti la gravidanza e fece nascere quella creatura. Poi un incidente stradale portò via la mamma di Emanuele e il suo papà, restando orfani dei suoi genitori, che il bambino amava comunque, anche se il suo papà era molto severo con lui. Divenuto grande, Emanuele, con le cure del caso superò anche quella piccola malformazione portata con se alla nascita. Ma non risucì mai a superare la morte della mamma e del papà che porta nel suo cuore ormai di adulto con la nostalgia di chi ha avuto molto dalla vita, ma anche di chi dalla vita era stato privato di molto. Il tutto si sistemò con l’arrivo del suo grande amore, Ilaria, che seppe essere per lui l’amore vero. Da quella splendida coppia nacquero tre bambini normalissimi che furono la gioia per Emanuele ed Ilaria. Il primo bambino che nacque, Emanuele volle che si chiamasse come il papà: Alfredo.
Un singolare verbo “raccontare”

Un giorno alcuni studenti, impegnati nello studio della storia di un lontano popolo domandarono al loro docente di storia: “Perché la gente impiega tanto tempo e tanta fatica a studiare la vita e le azioni dei maestri del passato, quando le loro vite potrebbero essere state riferite in maniera errata, e le loro azioni aver prodotto effetti che avevano significato solo a quel tempo, e le loro parole essere piene di un significato nascosto?”. Perché studiare il passato, a volte raccontato in modo distorto o per convenienza in una certa direzione ed interpretazione?

Il saggio docente, che non erano nuovo a simili domande, in quanto aveva insegnato per tanti anni e per le sue “mani” erano passati generazioni di allievi, più o meno studiosi, più o meno interessati alla storia, forse per nulla intenzionati a capire ciò che era successo nel succederdi dei millenni, rispose con queste semplici ma significative parole: “Lo scopo di un tale studio è che lo studente sappia ciò che è stato detto dai maestri e e quanto è stato scritto riguardo a loro. Una parte di tale studio è utile al livello ordinario. Una parte di esso lo diverrà evidentemente quando il discepolo farà dei progressi. Una parte di esso è criptico, cosicché la sua comprensione avverrà a tempo debito, solo quando il ricercatore è pronto. Una parte di esso serve allo scopo di essere interpretato da un altro maestro. Una parte di esso esiste per provocare opposizione da parte di coloro che non potrebbero procedere sulla stessa via interpretativa. In poche parole lo studio serve e comunque, spcialmente quello della storia, che rimane la maestra della vita. Il passato nono lo si può dimenticare, né quello dei grandi, né quello dei piccoli della storia. Tutto serve a scrivere la storia dell’umanità e spesso questa storia non la fanno i grandi, ma i piccoli della terra, anche se spesso non vengono citati nei libri ufficiali, ma sono scritti nei libri del cuore di un determinato territorio”.

“Professore, replicarono gli studenti, allora anche noi stiamo scrivendo la storia dell’umanità e visto che ci stiamo anche noi, perché non pubblicare la nostra storia?”



“E perché no?”, riposte il professore. “Ognuno scriva la sua storia, non tanto sui libri, che neppure si leggono, ma con grandi gesti di amore verso gli altri. Solo l’amore scrive pagine incancellabili e solo chi ama sa leggere per sempre queste pagine, sa leggere la storia di ieri, come quella di oggi, sa leggere anche la vostra storia appena iniziata. Il resto è solo cronaca, a volte, concluse il docente, di poco conto”.
La bambina mendicante

Ogni mattina arrivava l’auto e scaricava lungo la strada dove stavano i semafori frotte di bambini dai sei anni in su. Erano i figli dei rom, i cosiddetti zingari, che vivevano sulle spalle dei bambini che cercavano l’elemosina davanti alle chiese del paese. La bambina che era solita chiedere l’elemosina davanti alla Chiesa di San Filippo era diversa da tutte le altre. Non aveva il coraggio di chiedere, ma piangeva solo e chiedeva della sua mamma. Non vodeva fare quel triste mestiere di mendicante. Non una, ma tante volte che alla domenica sostava dalla mattina alla sera davanti alla chiesa specialmente quando c’erano le messe di orario. Riusciva a racimolare abbastanza, anche perché la gente che entrava ed usciva dalla chiesa lasciava sempre nel suo cestino qualche centesimo o qualche euro. Era di quelle bambine che producevano soldi e quindi i suoi genitori inevestivano molto sul rendimento della piccola. Passarono mesi e si andò avanti con l’accattonaggio per qualche anno. La piccola cresceva e con lei cresceva anche la vergogna di chiedere soldi. Stanca di questa vita, un giorno decise di scomparire, di non farsi trovare dai suoi genitori, quando ripassavano a prenderla a conclusione della giornata di lavoro davanti alla chiesa. Qualcuno pensò che fosse stata rapita, fosse scappata via per sempre dal suo mondo barbaro e crudele. Non era così. Aveva semplicemete deciso di lasciare quella strada ed iniziarne una più bella. Stando davanti alla chiesa e vedendo tante persone che avevano fede e soprattutto che avevano nei suoi riguardi atteggiamenti di amore e compassione, decise un giorno di entrare in chiesa a pregare come tutti gli altri. Era una chiesa cattolica e lo fece durante la messa dedicata ai bambini. Affascinata della gioia dei suoi coetanei di come vivevano, vestivano, pregavano e cantavano, si mise in un angolo ad osservare. A conclusione della messa si rivolse al parroco della chiesa e le chiese di entrare a far parte del gruppo dei bambini che cantavano. Il parroco, che spesso aveva fatto osservare che non andava bene che lei chiedesse l’elemosina davanti alla chiesa, acconsentì di farla entrare ufficialmente nel coro parrocchiale, promettendo di venire ogni domenica a dare una mano a cantare. E così fece. Alla domenica quando i genitori la depositavano davanti alla chiesa, lei entrare a pregare e a cantare con gli altri. Così fece ogni domenica. Nel frattempo i suoi compagni di coro, insieme al parroco, organizzarono la raccolta settimanale per dare alla zingarella del coro parrocchiale e parte della offerte dei fedeli della messa dei fanciulli andavano alla piccola bambina rom. Una domenica, i genitori, osservarono attentamente cosa faceva la loro bambina. Scesero dalla macchina e la seguirono fin nella chiesa. Quando la videro cantare insieme agli altri bambini del coro parrocchiale, piangendo e abbracciandola teneramente, le chiesero perdono e scusa per averla costretta a fare la mendicante per tanti anni. Da quella domenica in piccoli la zingarella della Chiesa di San Filippo, non chiedeva più l’elemosiva davanti alla chiesa, ma era entrata a far parte della comunità dei bambini della parrocchia. I genitori dopo un periodo di prova e di catechismo la fecero battezzare nella fede cattolica ed anche loro abbandonarono la strada dello struttamento dei minori per iniziare a fare un lavoro onesto. La ragazza crebbe in quell’ambiente e tra l’altro incontrò nella parrocchia anche il suo grande amore. Una volta sposati lasciarono il paese in cerca di fortuna altrove, considerato che in quel luogo non c’erano grandi possibilità di lavorare onestamente. Comunque si seppe che la ragazza ebbe tanti bambini e con il marito portò avanti il matrimonio e la famiglia per tutta la vita.



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