Racconti inediti o rielaborati a cura di padre Antonio Rungi Missionario passionista, docente di Filosofia e Pedagogia



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21.12.2017
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Lo specchio

Un giorno un pastore andando al mercato del paese, acquistò uno specchio. Si trattava di un oggetto a lui sconosciuto. Finora, infatti, vivendo, tra le montagne, con sua moglie, non conosceva cose del genere. Tornato a casa apre l’oggetto acquistato e vede riflesso in quello oggetto un volto. Si crede, anzi è convinto, di riconoscere nello specchio il volto del padre e, al colmo della gioia, per non perdere l’opportunità di rivedere ogni volta il volto del suo padre, lo ripone in un cassetto del suo armadio personale. Il suo anziano padre, anche lui pastore che era vissuto sulle montagne, ma scendendo in città, era morto da poco.

Di questo singolare acquisto non ne fece parola alla moglie. Di tanto in tanto, il pastore, quando si sentiva triste e solo, anche per le incomprensioni con la moglie (non avevano figli) andava «a trovare suo padre».

Ogni volta che il pastore svolgeva questo rituale, la moglie notava in lui un’aria strana.

Così lo controlla e lo spia. Un giorno lo vede aprire il cassetto e restarvi chino a lungo. Attende che il marito esca di casa e si sia allontanato ed a apre a sua volta il cassetto e vi scorge una donna.

S’infiamma di gelosia e inveisce contro il marito, appena tornato dal lavoro. Minaccia di andare via se non le dice tutta la verità circa quell’immagine che ha ne cassetto.

Gran diverbio in famiglia! Per giorni non si parlava più tra loro. Non una novità visto che il dialogo era ridotto al minimo già nella nornalità.

A distanza di qualche giorno passò per una monaca in quella zona, che passeggiava, essendo in ritiro spirituale.

Il pastore e la moglie si rivolsero a lei per diapnare la questione.

La suora volendo rappacificare i due coniugi, si fa mostrare il cassetto della contesa e l’oggetto del litigio.

Nel ridiscendere dalla stanza, senza fare cenno ad alcuna cosa disse: «Nel cassetto non c’è alcuna immagine di uomo o di donna, ma c’è la solo foto una monaca!». Motivo questo per acquitare l’animo del pastore e della sua consorte, che non avevano compreso esattamente a che serviva quello specchio. Da parte sua la sua, ben capendo la questione, risolse il problema con un semplice stratagemma. Prese lo specchio da cassetto e se lo pose davanti al viso facendo dire ai due coniugi cosa vedessero riflesso in quell’oggetto. Con grande sorpresa di entrambi e prendendo coscienza, una volta per sempre, che si trattava di uno specchio e rifletteva il volto delle persone che l’avevano in mano o si affacciavano su di esso, compresero due cose importanti: non bisogna vedere le cose che si desiderano o si pensano, soprattutto quando la realtà è ben altra da quello che immaginiamo, desideriamo o sospettiamo. L’incapacità di vedere se stessi dentro uno specchio, come nel caso del pastore e di sua moglie, la dice lunga circa il nostro pregiudizio e la nostra prevenzione nei confronti degli altri o desideri o aspirazione inappagati. Guardarsi meglio anche in uno specchio e scorgendo la nostra immagine in esso forse potremme capire meglio i nostri difetti, più che pensare e giudicare male gli altri.
L’equità

Spesso ci poniamo questa domanda: chi sono io? Chi sono gli altri?

Ascoltate questa storia.

C’era una volta una giovane donna sposata, grande lavoratrice, che si chiedeva continuamente: chi sono io? Ma per quanto avesse tentato d'approfondire non era giunta a capo di nulla. O quasi. Ciò che aveva realizzato potrebbe intuirlo chiunque: io e te siamo uno, pensando all’altra parte della sua vita. L’essere uno era motivo di gioia per l’uno e per l’altro. Ma la nostra cara signora, immancabile alleata lo percepiva così intensamente che la gioia del suo marito, della sua famiglia e dei suoi amici diveniva anche la sua. E la tristezza, se non la sofferenza dell'ultimo degli sconosciuti, le procurava un indicibile senso di mestizia.

Quando la signora si rivolgeva ai suoi familiari, osava ripetere sempre: non meditate troppo, non pensate altrimenti vedrete del tenero persino nel più coriaceo degli egoisti: o al contrario del subdolo finanche nel più schietto dei saggi. Perché, diceva, che chi più capisce, più patisce.

Bene, stante la premessa ciascuno potrebbe supporre le più ardite e compassionevoli deduzioni. Ma la signora, che non si fidava più di tanto dei sentimenti, si rivolse al suo beneamato professore di filosofia che aveva avuto al liceo..

- Prof, cos'è l'equità? Ma soprattutto, come si realizza?

Il saggio docente sembrò interessato, si guardò intorno, ma tacque.

Trascorse del tempo da quella domanda senza risposta e di nuova l’ex-allieva, già donna, sposa, madre di figli ed avviata in carriera, chiese nuovamente al suo prof: “Comprendo la tua ritrosia nell'affrontare temi così scontati, ma potresti indicarmi una strada per pratica l’equità?

Silenzio, anche questa volta nessuna risposta dal saggio docente di filosofia morale.

L’allieva incominciò la sua riflessione e spiegazioni ad alta voce: “Prof, l'equità è un'astrazione vaga ed erudita, ma se non si applica a un evento concreto non ha senso. E in effetti avevo in mente l'economia, la sussistenza, il lavoro”.

Questa volta il professore accennò ad un labile sorriso.

- Forse riesco a smuoverlo, pensò subito la signora che seguitò a riflettere ad alta voce.

- Equità significa che se due persone lavorano e una terza non ne ha affatto, le prime due dovrebbero soccorrere il malcapitato rinunciando spontaneamente ad una pur piccola parte del loro tempo lavorativo per consentirgli di sopravvivere per lo meno dignitosamente. E in caso contrario – confabulò con se stessa la donna in carriera – qualora prevalesse, nonostante tutto, l'egoismo?

Il contratto sociale si basa sulla reciprocità, ne dedusse infine la signora. Senza quest'ultima c'è solo la giungla.

Dopo aver riflettuto ad alta voce ed espresso apertamente il suo pensiero, si rivolse al suo saggio docente di un tempo, per un ottenere un minomo riscontro al suo modo di intendere e pensare sull’equità.

La donna rimase allibita e di stucco quando intravide l'austera sagoma del suo professore andando verso il fondo del viale, senza dire una parola, dove stavano ad aspettarlo tante persone bisognose, incominciò a distribuire a quelle persone ciò che egli aveva ricevuto in quel giorno, privandosi di tutto.

La donna capì una nuova e forse meno teorica lezione del suo docente e non ebbe da chiedere più niente sul concetto di equità. Senza passare per discorsi filosofici, morali e religiosi, con un semplice gesto, quel docente, già ben noto per la sua generosit e distacco dalle cose, fece comprendere, in un solo istante cosa significasse l’equità concretamente. Gli anni del liceo e dello studio della filosofia, le erano serviti a poco o niente se non sapeva come comportarsi davanti alle necessità degli altri.

Studiare sui libri è una cosa, agire e comportarsi bene e in modo equo è un’altra cosa. Bisogna apprendere dai buoni esempi, piuttosto che dalle parole anche dei presunti saggi della storia.
L’obbedienza

Un sacerdote ricevette un giorno la visita di due giovani che chiedevano di diventare suoi discepoli, vedendo il lui un esempio di vita.

Egli acconsentì, a condizione che si sottoponessero a un periodo di prova di nove mesi, tanti per generare uan vita umana.

Per tutti i nove mesi il sacerdote non affidò loro il minimo compito; non raccontò loro una sola storia; non li invitò a nessuna riunione.

Quando si avvicinò il termine del loro periodo di prova, li fece venire entrambi nel cortile della sua casa canonica, e disse loro: “Uscite e andate dove si trovano i cavalli, nel maneggio che egli indicò (era d’accordo con il proprietario); ognuno di voi ne prenda uno per la cavezza e lo conduca da me scavalcando il muro e facendolo scavalcare anche al cavallo”.

Il primo discepolo disse: “Padre, è scritto che l’uomo deve esercitare la sua intelligenza. La mia intelligenza mi dice che ciò che tu ci chiedi è impossibile, e il mio buonsenso mi dice che mi hai chiesto ciò solo per verificare se sono intelligente o no, e se so appellarmi al mio buonsenso”.

“Allora non cercherai di far passare il cavallo al di sopra del muro?”, chiese il prete.

“No, non lo farò”, rispose il discepolo, “e perdonami se ti sembro disobbediente”.

Il sacerdote si rivolse allora al secondo discepolo.

“E tu, come risponderai alla mia richiesta?”.

Senza dire una parola, il secondo discepolo si diresse verso il cancello, e uscì. Il prete lo seguì, invitando con un gesto il primo discepolo ad accompagnarlo.

Quando furono tutti e tre dall’altra parte del muro di cinta, dove si trovavano i cavalli, il secondo discepolo ne prese uno per la cavezza e lo condusse davanti al muro. Allora, sempre tenendo in mano la cavezza dell’animale, al quale diceva parole di incoraggiamento, tentò di scavalcare il muro. Non era una cavallo per i salti, addestrato a questo.

Quando fu palese che il suo tentativo era destinato a fallire, il sacerdote disse: “Riconduci questo cavallo dove l’hai preso, e seguimi”.

Qualche minuto più tardi, quando tutti e tre furono di nuovo riuniti nel cortile della canonica, il prete disse loro: “Da che mondo è mondo, tutti sanno che il cammino esige, da quelli che lo seguono, varie capacità, tra le quali l’esercizio dell’intelligenza, l’uso del buonsenso, e anche l’obbedienza”.

Andando nel merito della storia, la soluzione fu questa da parte del sacerdote: “Il primo discepolo è scartato in quanto egli dà troppa importanza all’esercizio dell’intelletto. Il secondo è accettato perché non ha tratto conclusioni affrettate basate su quell’apparenza che gli uomini si ripetono reciprocamente, impedendosi così di dare quasi sempre il meglio di sé”.

Si rivolse poi al secondo discepolo e gli chiese perché avesse tentato l’impossibile. Il discepolo rispose: “Io sapevo che tu sapevi che si trattava di un compito impossibile, e quindi non vi era alcun male a obbedire per vedere dove ciò avrebbe condotto. Sapevo che la soluzione più facile era dire: ‘è impossibile; il buonsenso mi impedisce di tentare, e che soltanto un individuo superficiale poteva pensare così. Abbiamo tutti abbastanza buonsenso per rifiutarci di obbedire, quando lo riteniamo necessario. Dunque, sapevo che volevi mettere alla prova la mia obbedienza e il mio rifiuto di fare scelte facili”.

In conclusione è sempre più giusto obbedire che disobbedire, anche quanto ci costa fatica. Se obbedire ad un persona può sembrare un assurdo ed una mancanza di libertà, obbedire alla coscienza e soprattutto a Dio è dovere di tutti e nessuno di può esimere dall’esaminare la propria coscienza ed obbediere a Dio nel profondo del proprio cuore e vivere così in pace, anche se agli uomini le proprie scelte possano sembare essere strane, assurde e inconcepibili.

L’obbedienza è importante quanto l’intelligenza e il buonsenso. Chiunque abbia insegnato, sa bene che quasi tutti cercano di dar prova di intelligenza e buonsenso, piuttosto che praticare l’obbedienza, creando così uno squilibrio fra queste tre qualità. La maggior parte dell’umanità crede che obbedire sia meno importante che trovare il modo di uscire da una situazione. La verità è che nessuno di questi elementi è più importante degli altri due. La loro importanza si rivela nell’azione.

Il mondo è pieno di uomini intelligenti; ma dove possiamo trovare uomini di vera e sincera obbedienza?
Il maestro dei novizi

Tempo fa, un maestro di alcuni novizi inviò un giorno i suoi discepoli su un'isola deserta, affinché la dissodassero e la valorizzassero. «Quando avrete terminato il vostro compito - disse loro - una campana vi annuncerà il mio arrivo, come quella che richiama alla preghiera nel noviziato».

I discepoli si misero subito al lavoro, e ben presto l'isola divenne un vero paradiso. Ma la campana non suonava. Fecero altri lavori, ma continuarono ancora a non sentire nulla. Rifletterono a lungo, e improvvisamente ebbero un’intuizione: non avevano pensato a costruire un luogo di culto per pregare. Iniziarono immediatamente la sua costruzione. Appena fu terminato l’altare, si sentì in lontananza suonare la campana. Arrivò il maestro dei novizi su quell’isola e pose sulla fronte dei discepoli un segno luminoso, espressione delle virtù spirituali.

Morale della storia: quali che siano le sue realizzazioni sulla terra, l'uomo ha terminato il suo compito soltanto quando ha costruito in sé l'altare del Signore, cioè quando è riuscito a manifestare le cinque virtù morali fondamentali: l'amore, la saggezza, la verità, la bontà e la giustizia. Queste sono le opere più importanti che vanno realizzate nella vita. Tutto il resto davvero non ha senso. Chi si vanta di aver costruito case, strutture, opere materiali di ogni genere e chi nell’umiltà ha realizzato grandi opere spirituali e non si vanta affatto. E’ la storia che dà ragione ai grandi.


Le dieci persone stupide e il viandante

Dieci persone, alquanto stupide, guadarono un corso d'acqua e dopo aver raggiunto l'altra sponda vollero assicurarsi di aver tutte attraversato il guado senza danni. Uno delle dieci cominciò a contare, ma mentre contava gli altri, lasciò fuori se stesso.

"Ne vedo solo nove; di sicuro ne abbiamo perduto uno. Chi può essere?", disse. "Hai contato bene?", chiese un’altra, e cominciò a contare. Ma anch'ella contò soltanto nove. Uno dopo l'altro ciascuna delle dieci persone contò solo nove, dimenticando se stessa. "Siamo soltanto nove", furono tutte d'accordo; "Ma chi manca?", si chiesero. Ogni sforzo che fecero per scoprire la persona "mancante" fallì. "Chiunque sia quella che è affogata", disse la più sentimentale delle dieci persone, "l’ abbiamo perduta". Così dicendo scoppiò in lacrime e le altre la imitarono.

Vedendole piangere sulla sponda del fiume, un viandante compassionevole ne chiese loro il motivo. Esse raccontarono cos'era accaduto e dissero che persino dopo essersi contate parecchie volte non poterono contarsi più di nove. Nell'udire la loro storia, ma vedendole tutte e dieci davanti a lui, il viandante intuì ciò che era accaduto. Al fine di far conoscere loro di essere realmente dieci e che tutte erano sopravvissute al guado, disse loro: "Che ognuna di voi conti se stessa, ma uno dopo l'altra, in serie, uno, due, tre e così via, mentre io darò un colpo a ciascuna, così sarete sicure di essere tutte incluse nel conteggio...e incluse una volta solamente. Allora la decima persona mancante verrà trovata". Udendo ciò, esse si rallegrarono alla prospettiva di ritrovare la pecorella smarrita e perduta e accettarono il metodo suggerito dal viandante. Mentre il gentile viandante dava a turno un colpo a ognuno delle dieci, quella che veniva colpita contava se stessa ad alta voce. "Dieci", disse l'ultima persona mentre riceveva il colpo. Meravigliate, si guardarono l'un l'altra: "Siamo dieci", dissero con una sola voce e ringraziarono il viandante per aver rimosso la loro angoscia.

Morale della favola è che spesso ci escludiamo da novero e dai conteggi, perché ci riteniamo al di sopra di tutti e fuori di ogni circuito di relazione e di integrazione con gli altri. Non bisogna mai partire da se stessi, ma giungere almeno a se stessi dopo aver considerato gli altri. Anche nella semplice numerazione di un gruppo, chi conta parte da se stesso per arrivare fino all’iltma persona da conteggiare o parte da chi gli sta vicino per poi giungere alla fine del conteggio a se stesso. Si calcola bene il tutto se si parte dagli altri e si giunge a se stesso in tutte le cose e in quel caso siamo altruisti e generosi, oppure si parte da se stessi e si arriva agli altri e in quel caso siamo egoisti, ma aperti alla considerazione degli altri: prima vengo io e poi vengono gli altri se c’è spazio. E di tali persone ce ne sono dovunque e in tutti gli ambienti. Non perdiamo nulla e nessuno se partiamo dagli altri, ma perdiamo molto se non siamo coinvolti o ci escludiamo o pensiamo che gli altri si sono defilati dai loro ruolo e dal loro esserci.
I due amici

Due amici si ritrovarono su un’alta momtagna, dove il loro unico sostentamento era andare in giro per i boschi a trovare qualcosa da mangiare.

Ogni giorno, quindi, i due per procurarsi pranzo e cena si mettevano in cerca di funghi o di altro .

Un giorno, casualmente, uno dei due fece una raccolta abbondantissima di erbe e funghi, mentre l’altro raccolse poco o niente.

Il primo allora decise di dividere quanto raccolto con l’amico, in modo da assicurargli un pranzo ed una cena dignitosi.

La cosa, però, si ripeté sempre più frequentemente, finché divenne una consuetudine.

E così il secondo amico non ritenne più necessario mettersi a cercare nei boschi, tanto, per la magnanimità del primo, egli avrebbe avuto comunque un pasto assicurato.

Pian piano il primo amico cominciò ad infastidirsi per la situazione che si era venuta a creare e, stanco di vedere l’altro non far nulla, smise di cercare ulteriormente, una volta che aveva raggiunto la quantità sufficiente di frutti di boschi per il suo solo sostentamento.

Da parte sua, il secondo amico, in quel periodo era sopravvissuto mangiando di quello che gli aveva dato nel tempo il primo; per cui, poco alla volta, si era radicata in lui la convinzione che quella fosse la normalità, anzi, ormai era convinto che sostentarsi con la raccolta dall’altro fosse un suo diritto inalienabile.

Più il tempo passava più la convivenza diventava difficile e pericolosa.

Infatti, quando il secondo non ricevette più il contributo alimentare dal primo cominciò ad avere fame, ma proprio perché era passato così tanto tempo dall’inizio della storia, egli non ricordava più come orinetarsi nel bosco e come distinguere i funghi buoni da quelli velenosi, per cui … cercò di rubare la raccolta fatta del primo, che ovviamente difese il suo raccolto con le unghie e con i denti.

A quel punto non c’erano più margini per ricomporre la frattura, e fra i due scoppiò una vera e propria guerra.

E non importa chi la vinse… tanto in una guerra ci sono sempre e solo sconfitti.

Cosa si poteva fare perché tutto ciò non accadesse?

Il primo amico avrebbe dovuto insegnare all’altro come ottenere i suoi stessi risultati. La bontà non sempre premia e regalare ogni giorno parte del proprio lavoro e abilità dell’accaparrare derrate alimentari non era stata certo la strategia vincente.

Anche questa storia, come spesso accade, ha una morale, e cioè che la magnanimità, a lungo andare, paradossalmente, può far nascere una guerra. Magnanimi si, ma scemi no!


Il cane ucciso e abbandonato

Se ne vedono tanti di cani e gatti uccisi lungo le strade dei nostrii paesi occidentali, ma questo cane ha una storia tutta particolare.

Lungo una delle arterie più importanti tra Sud e Nord qualche tempo fa un Tir uccise un cane, lasciandolo (lo fanno anche con le persone spesso) morto ai cigli della strada senza neppure fermarsi.

Quel cane piuttosto grandicello, razza san Bernardo, per giorni e mesi giacque lungo il ciglio della strada, sotto gli occhi di migliaia di automobilisti che ogni giorno passano di lì.

Passavano anche quelli dell’Anas e le varie forze dell’ordine e vedevano questo cane abbandonato che con il passare dei giorni si consumava lentamente, proprio come un cadavere di un uomo.

Nulla di strano in tutto questo, ma ciò che faceva riflettere a chi passava che vicino a quel cane morto e abbandonato ogni mattina sostava un gattino che miagolava e chiedeva aiuto, perché qualcuno si fermasse e rimuovesse dalla strada quel cane maledetto, dando ad esso una degna sepoltura e garantendo anche la salute e l’igiene pubblica.

Strana cosa che quel cane era presso un’abitazione e gli stessi abitanti del posto non sembravano interessati alla faccenda.

Quel cane morto aveva solo al mattino il conforto, per così dire, di un gattino. Ma nessuno, neppure quelli del Comune, dell’Asl o di altre istituzioni della zona prendesse iniziativa per rimuovere da quella strada un cane che si consumava lentamente sotto la pioggia, la neve, il vento e le tempeste che si abbattevano continuamente in quell’area.

Il cane nonostante le intemperie resisteva e pur morto dava uno spettacolo di resistenza anche nella morte a chi passava nel completo disinteresse verso i cani e verso gli animali abbandonati o ammazzati da autisti spericolati e poco attenti a queste invasioni improvvise di animali lungo le strade a scorrimento veloce, nonostante i segnali stradali di indicazioni specifiche.

Morale della storia che quel cane restò per mesi e mesi, fino a consumarsi del tutto in un luogo per nulla adatto ad una sepoltura di cane.

L’indifferenza di tutti e la poca sensibilità delle persone fecero si che quel cane sfortunato oltre ad essere ammazzato era stato pure abbandonato e qualche auto senza neppure accorgersi passava su sui resti infierendo ulteriormente su un animale che non suscitava la pietà e la sensibilità di nessuno. Solo un gattino faceva ad esso compagnia, quasi ad essere ficamente vicino alla sua morte e alla sua distruzione.

E pensare che nella vita di tutti i giorni cani e gatti non vanno d’accordo, mentre di fronte alla morte anche gli animali antagonisti si sostengono e si confortano reciprocamente.

Un forte richiamo per quegli uomini che non hanno cuore e non hanno sensibilità neppure di fronte alla morte dei propri simili, continuando ad essere lupi e belve gli uni nei confronti degli altri, figuriamoci quanto interessi a loro un cane morto ed abbandonato ai cigli della strada. E’ sempre attuale un motto di un celebre storico che la gente spesso si incontra senza conoscersi, vive insieme senza amarsi e muore senza rimpiangersi.
Il vecchio saggio della città

C’era un anziano signore, che abitava verso la collina più alta dove era situata la città, chiamata dai sette colli. Era considerato il saggio del villaggio.

Dalla mattina alla sera, vegliava e pregava, nella speranza che tutto si svolgesse regolarmente e serenamente nel contado. Spesso le cose andavano nel verso giusto, ma tante altre volte le cose non andava per niente bene.

Ogni giorno si domandava se fosse colpa sua, se le cose non andavano secondo un preciso concetto di efficienza che si era determinato tra coloro che govervano il paese.

Pensando e ripensando alle tante cose che non andavano un giorno chiese lumi al suo padre spirituale, al quale aprì tutto il suo cuore e tutta la sua sofferenza.

Il padre spirituale e confessore che conosceva bene la statura morale, umana, spirituale ed intellettuale del vecchio saggio, gli disse semplicemente: “Hai ragione, le cose non sono come prima ed ora tu non ce la fai più a portare il peso e la fatica di essere di guida agli altri. Pensaci bene, una via di salvezza e di uscita per te e per gli altri c’è sempre”.

Il vecchio saggio allora pensò per mesi ed anni cosa fare, se lasciare o meno il suo incarico di guida per ritirarsi nel deserto a pregare.

E dopo attenta riflessione arrivò alla decisione che era giunto il tempo di non più procastinare la decisione. Dopo una notte vissuta in preghiera, a prima mattina, convocò tutti i suoi consiglieri più stretti e con grande semplicità, senza drammatizzare, mettendo a nudo la sua debolezza fisica, conseguente all’età avanzata, decise ufficialmente di lasciare il colle più alto della città e ritirarsi nella solitudine per continuare a pregare ed attendere con fede il momento del trapasso.

All’annuncio dell’imminte abbandono, tutti furono presi dal dolore e dalla nostalgia, ma qualcuno nel profondo del suo cuore incomnciò a gioire, perché quel vecchio saggio era la sua coscienza critica e il suo continuo richiamo ai valori più alti della vita umana.

Altri per la verità confidavano che fosse arrivato il tempo per salire anch’essi sull’alto colle, dove si vedeva la città e si dominava il panorama, ben contenti della decisione di quell’uomo saggio.

Arrivò il tempo del saluto ultimo del vecchio saggio e chi era stato da lui guidato pianse amaramente, perché non avrebbe visto più il suo volto e non avrebbe più sentita la sua voce. Aveva solo la speranza che lui continuasse a pregare per la sua anima e per il bene della città.

Confidava pure che continuasse a far pervenire a quanti avevano stima di lui un messaggio cifrato in pillole di amore, sapienza ed intelligenza, saggezza e bontà come era stata l’intera sua vita, ormai verso fine.

Quel saggio, contrariamente alle aspettative dei detrattori, visse ancora molti anni. E ritirandosi tra le mura di un monastero, non faceva altro che pregare e continuare a scrivere.

Con lui, però, aveva portato “due grandi e semplici amori della sua vita”: il pianoforte del papà e il gattino che un giorno aveva incontrato per strada e gli aveva fatto compagnia quando era un semplice mortale e viveva a valle.

Nei momenti di profonda solitudine e di amarezza per quanto non era riuscito a fare quando era nelle piene sue facoltà fisiche, si dava alla musica e dalle mani non più leste e leggere di una volta continuavano ad uscire brani musicali che chi li ascoltava toccava il cielo con le mani.

Quando era triste per le tante incomprensioni avute con i più vicini e stretti collaboratori, si abbracciava teneramente il gattino, quasi a sfiorare con la tenerezza del cuore e l’affetto di un padre ogni persona che aveva incontrato nel suo lungo itinerario di saggio.

Un giorno quel saggio morì e lasciò scritto nel suo breve testamento queste semplici e sante parole: “Sono stato un umile servo nella vigna del Signore ed ora il buon Dio voglia premiare i miei sforzi di essergli stato fedele fino alla fine”.

Quel saggio fu seppellito tra le persone semplici di un cimitero nascosto, dove solo pochi lo andavano a trovare per pregarlo e dirgli semplicemente grazie.

Nel frattempo sull’alto colle salì un altro saggio che non era tra i candidati e pronosticati a svolgere il ruolo del sapiente del villaggio.

La gioia dei cittadini di avere un nuovo uomo saggio alla guida del villaggio ben presto si trasformò in critica, rimpiangendo il saggio di prima, che tanto bene aveva lasciato nella mente e nel cuore della gente.

Per il nuovo saggio del villaggio ci vollero degli anni per poter entrare nel cuore dei cittadini e farsi amare meglio e più dei suoi predecessori, perché anche lui aveva messo in conto una cosa importante valida per chi sale i colli e vive in alta montagna e per chi vive nella valle delle lagrime: “che nulla è eterno e definitivo su questa terra, perché tutto passa, ma solo Dio resta”.




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