Racconti inediti o rielaborati a cura di padre Antonio Rungi Missionario passionista, docente di Filosofia e Pedagogia



Scaricare 130.72 Kb.
Pagina5/7
21.12.2017
Dimensione del file130.72 Kb.
1   2   3   4   5   6   7
La forchetta

Un donna stava per morire e fu chiamato il sacerdote per amministrare il sacrmento dell’unzione degli inferni e il viatico. Il sacerdote, arrivato nella casa della moribonda, stava in piedi e guardava la donna, ormai non più completamente lucida, in uno stato di precoma, o preagonia.

La donna aveva qualcosa da dirgli: "Senta Padre, se lei si dovesse sorprendere della mia richiesta, la esaudirà lo stesso?".

"Beh, per essere onesto, dipente dal tipo di richiesta", rispose il prete.

La donna spiegò. "In tutti i miei anni di vita io ho frequentato la messa domenicale, lei lo sa, perché mi auguro che mi vedeva in chiesa. Come pure alle catechesi, ai centri di ascolto e a tutte le iniziative della parrocchia, comprese le cene fraterne. Io ricordo sempre, che quando i piatti della prima portata erano vuoti, qualcuno mi diceva di buttare il piatto di plastica ma di tenere la forchetta. Io adesso le chiedo di essere messa nella bara con una forchetta in mano".

"Ma perché questa strana richiesta?" insistette il sacerdote.

La donna rispose: "Mi veniva spiegato che … il meglio sarebbe arrivato dopo… E infatti poi arrivava la torta al cioccolato ricoperta di zucchero a velo oppure una torta di mele, o altre prelibatezze… Ebbene, io voglio che si sappia che io muoio con la forchetta in mano, sapendo che vado a gustare il meglio! Voglio che le persone mi vedano là in quella bara con una forchetta in mano e che si chiedano il perché di quella forchetta".

La donna poi aggiunse: "Mi raccomando, signor Padre, lei spieghi alla gente che io sto andando a prendere il meglio, direttamente dalla mano del mio Signore!. Lo faccia capire bene. Il vero banchetto è quello eterno, al quale tutti siamo invitati a partecipare. Io mi auguro si sedere a quella mensa. Portiamo le forchette, perché ci serviranno a gustare un cibo prelibato e succulento che è il cielo e l’eternità”.

Il sacerdote, morta la donna, volle che si facesse secondo il suo desiderio e nell’omelia tenuta in chiesa per il suo funerale, colse questo segnale per fare un’appropriata catechesi ai presenti, sottolienando che le forchette che servono quaggiù possono essere pure buttate vie, in quanto un volta usate, le monouso, non servono più, perché fanno parte della cultura dell’usa e getta. Le forchette invece che servono per il banchetto eterno, vanno conservate e portate con sé per l’eternità, in quanto sono le opere di bene e di carità che facciamo durante l’intera nostra esistenza terrena e che ci preparano a gustare il banchetto del cielo. Con questi strumenti noi possiamo accostarsi al banchetto del cielo ed assopararne tutta la dolcezza, perché ad esso ci invita il Signore nostro Dio e Redentore.
La gallina solitaria e laboriosa

Una gallinella scavando nella terra del suo padrone, nell’aia davanti alla casa, trovò due chicchi di grano.

Nella fattoria della famiglia di Antonio c’erano tanti animale e la gallina si riviolse a loro con semplicità: "Chi mi aiuta, ora", esclamò, "a piantare il grano, così che tutti noi avremo da mangiare a sufficienza?". Chiese l’aiuto una seconda ed una terza volta, ampliando la voce.

Ma la mucca, l’anitra, il maiale e l’oca non ne avevano voglia.

"Allora lo farò da sola !" disse la gallina. E così fece. Si mise a vangare il terreno con le sue zampette e alla fine riuscì a piantare quei due chicchi di grano e si mise ad attendere il tempo della fioritura.

Quando i chicchi germogliarono, crebbero e divennero spighe mature, la gallinella propose ancora: "Aiutatemi almeno nel raccolto. Ce n’è per tutti".

Ma l’anitra non voleva per una questione di principio, il maiale affermò che non era compito suo, la mucca rifiutò per raggiunti limiti di anzianità e l’oca trovò che le pretese della gallinella erano semplicemente asociali (o anticomunitarie).

Allora la gallinella si trovò da sola a compiere il raccolto. Lavorò tanto, sola soletta e con tanta tristezza nel suo cuore, che le sue penne si incollavano per il sudore. Tuttavia, a man mano che il raccolto procedeva, si rallegrava pensando al momento in cui il grano raccolto sarebbe servito per cuocere il pane.

Chiese ancora ai suoi compagni di cortile:" Chi mi aiuta a cuocere il pane?"

Anche questa volta, registrò un diniego generale, Infatti, brontolò la mucca: "Dovrei fare lo straordinario" per aiutarti. Da parte sua, l’’anatra si lamentò: "Perderei la cassa integrazione", perché se lavori non ti danno il contributo dello stato. Il maiale da parte sua sua precisò: "Io sono un buono a nulla e non ho mai imparato niente". Infine, l’oca schiamazzò imbarazzata: "Se dovessi rimanere solo io ad aiutare, preferirei escludermi da sola dalla compagnia".

Allora la gallinella infornò cinque pani e li fece cuocere. Quando furono ben cotti, li tirò fuori dal forno a legna e li mostrò con orgoglio agli altri.

Tutti si meravigliarono e poi... Ed ognuno volle la sua parte.

Ma la gallinella disse: "Per mangiarli non ho bisogno del vostro aiuto". Posso consumarli da soli.

"Questo è fame bestiale!" urlò la mucca. Da parte sua, l’anatra protesò dicendo che era egoismo totale. L’oca faceva appello ai diritti di uguaglianza.

Il maiale nel frattempo aveva disegnato degli striscioni di protesta che "tutti" innalzarono formando un corteo intorno alla gallinella.

Arrivò allora un incaricato leader-responsabile degli animali ed ammonì la gallinella a smettere di essere così avara e vanitosa.

Avrebbe dovuto invece rallegrarsi che altri animali stavano chiedendo un pezzo di pane.

Isolata dal resto del gruppo e contestata apertamente dagli animali fannulloni, la gallinella a malincuore decise di donare il pane dai cotto e fatto dall’inizio alla fine. Ma fu l’unica e ultima volta che la gallinella aveva operato da sola per il bene degli altri. Da quella volta in poi, aspettò se altri avessero avuto bisogno del suo aiuto e lei l’avrebbe dato di certo.

Dopo questi fatti, i vicini si meravigliarono del fatto che, da quel giorno in poi, la gallinella non fece più il pane, ma si ritirò in solitudine.

Quanto è difficile trovare aiuto quando ce ne è veramente bisogno. Quanto invece è facile trovare l’aiuto quando si mangia e si consumono beni prodotti con il sacrificio degli altri. Diceva l’apostolo Paolo ai cristiani del suo tempo: chi non lavora e non si guadgna il necessario per vivere, neppure mangi. Invece, a lavorare sono sempre gli stessi, a mangiare sono sempre in aumento, soprattutto in certi ambienti della società corrotta dei nostri tempi.


Due mani amiche distese per noi

Due amici, entrano in una gioielleria, dopo aver visto dall’esterno, passando davanti ad essa, dei diamanti e pietre preziose. Il più grande dei due, mostra all'altro una strana pietra senza luce, dicendo “vedi quanto è bella”.-Io non vedo alcuna bellezza in questa pietra, l’altro , il più piccolo.-Il più grande, chiede al gioiellere di prenderla tra le mani e toccarla. La prende nella mano e la tiene al caldo qualche minuto, riscaldandola col suo calore. Quando la mostra, con sorpresa, tutta la superficie risplende dei colori dell'arcobaleno. -Com'è possibile questo?, rispose il più piccolo - Questa è un "opale", rispose il grande. Essa, ha bisogno del calore della mano, per sprigionare tutta la sua bellezza. Al che l’amico più grande, rivolto al più piccolo disse. “Vedi, ci sono nel mondo, tanti esseri perduti, imprigionati, che non attendano che il contatto di una mano, per poter tornare a brillare. Una doverosa applicazione di carattere religioso. Che bello, consolante e confortante sapere che due mani si sono stese e sono state inchiodate per noi sulla croce, a dimostrarci il grande amore del Padre verso l’umanità. Le mani di Dio sono sopra tutti coloro che cercano il Suo nome. Nel Suo abbraccio e nel Suo calore la nostra vita brillerà come le stelle del cielo. E per quanti ne voglono sapere di più. L'opale è un minerale amorfo (silice idrata: SiO2·nH2O), ha un colore variabile dal trasparente al bianco latte, con una infinità di differenti intermedi (verde, rosso, giallo, marrone, nero). Il contenuto in acqua può arrivare fino al 20%. La formazione dell'opale avviene mediante lento deposito geologico di un gel colloidale di silice a bassa temperatura. Esso comprende molte varietà fra cui l'opale comune, l'opale nobile, l'opale nera, l'opale d'acqua, l'opale di fuoco, l'opale xiloide e la ialite. La parola opale ha radice comune nel sanscrito upala, nel greco opallios e nel latino opalus (con significato di pietra preziosa). I giacimenti maggiori si trovano in Messico, Galles e Australia, segnatamente nella zona di Lightning Ridge, dove si estrae la preziosa opale nera. L'opalescenza, il gioco di colori e di luce presentato dai campioni di opale, è dovuta ad effetti di interferenza ed alla diffrazione della luce causata a sua volta dalla regolare disposizione delle sferette di silice le quali si dispongono in una forma impaccata, regolare e tridimensionale; è simile quindi alla disposizione dei cristalli. Un riscaldamento di campioni di opale può causarne la disidratazione e, pertanto, la perdita dell'effetto di opalescenza. Una parziale reidratazione è ottenibile con prolungata immersione dei campioni danneggiati in acqua.empiterno.


L’imbianchino, l’apprendista e la signora

Un imbianchino fu contattato da una signora, perché pitturasse la sua abitazione. L’imbianchino accettò, trattandosi del suo lavoro. Con sé portò il suo giovane apprendista e incominciarono a prima mattina a lavorare tra le mura domestiche, mentre la signora si intratteva a parlare a telefono con una sua amica. Stette per un ben po’ di tempo a parlare al telefono, fino al punto di invitarla a casa, non dovendo fare nulla, in quanto c’erano gli operai, ed ultimare la conversazione nel suo salotto di casa. Arrivò l’amica e tra un caffè, una sigaretta, parlavano del più del meno, passando in rassegna, mariti, figli, suocere e suoceri, amici, colleghe di lavoro, datori di lavoro. Una litania infinita di nomi, di cui, da entrambi le parti, non si parlva che male, con risatine, con battute più o meno pesanti e volgari.

Nella stanza a fianco l’imbianchino e il giovane apprendista continuavano il loro lavoro.

-Maestro, chiese il ragazzo, ma queste due signore, cosa hanno da ridere, parlano male di tutti. Non si vedono come sono fatte loro?

- Non ti impicciare dei fatti loro, disse il maestro, falle parlare. Certo non stanno facendo una cosa buona nel dire male di tutti. Sai come si chiama questo modo di fare delle persone che hanno solo da dire male.

-No, rispose il ragazzo.

-Si chiama pettegolezzo, in termini più vicino a noi “inciucio”. E tante persone, femmine e maschi sono inciucessi per costituzione.

-Cosa vuoi dire? Chiese il ragazzo.

-Nulla, rispose il maestro. E proseguendo disse, “dai finiamo di pitturare al più presto questa parete, così andiamo via”.

In pochi muniti terminarono e chiamarono la signora a vedere il lavoro ultimato.

Mentre il maestro stava andando via, ebbe un’idea. Uscì fuori, prese del fango fresco (era piovuto fino allora) e imbrattò la parete appena dipinta.

All’improvviso entrò la padrona di casa, che tutta meragliata disse alll’imbianchino: “Ma cosa hai fatto? Rivolto al ragazzo, disse: “e tu sei stato a guardare?”

-Signora, perché si meraviglia e si lamenta? Da questa mattina siamo stati a sentirla lamentarsi di tutto e di tutti, anche le nostre orecchie erano sazie dei suoi pettegolezzi. Non si preoccupi che rifaremo la pittura alla parete, ma si ricordi una cosa: il pettegolezzo è pernicioso più del fango gettato su di un muro tinteggiato di recente: anche se non resta incollato, lascia sempre una macchia. E lei e la sua collega anche non considerando la nostra presenza ha macchiato di tante dicerie il suo prossimo. Impari una volta e per sempre a zittire”.

L’imbianchino chiuse la porta, non volle nulla per il lavoro fatto, ma non ripitturò la parete.

Il ragazzo, apprezzando il comportamento del suo datore di lavoro, disse al suo maestro: “Grazie per avermi insegnato a farmi i fatti miei e a non parlare mai male di nessuno, soprattutto in presenza altrui”.
L’Isolotto

C’era un isolotto in mezzo ad un mare senza nome, dove tutti i sentimenti aveva vissuto contempoeraneamente: c’era stata la Felicità, la Tristezza, la Conoscenza ed altri, e c’era stato anche l’Amore.

Un giorno fu annunciato a tutti un pericolo imminente e tutti furono invitati a lasciare subito l’isolotto, così i pochi abitanti iniziarono a preparare le barche si avviò l’evacuazione del luogo.

Quando l’isololotto iniziò ad affondare, mentre la gente da lontano osserva lo spettacolo, l’Amore, che era rimasto solo nel viaggio verso la terra ferma e la sicurezza, decise di chiedere aiuto alle barche che passavano.


Passò la Ricchezza, e l’Amore gli chiese: “Ricchezza, mi puoi prendere con te?”… ed ella rispose: “No non posso, ho oro e gioielli con me… per te posto non c’è”…

Di li a poco passò la Vanità… ed anche ad ella l’Amore chiese aiuto… Ma la Vanità rispose: “Non posso aiutarti Amore, sei tutto bagnato e potresti rovinare la mia barca”…

La barca successiva era quella della Tristezza… e l’Amore chiese aiuto anche ad essa…

Ma ella rispose: “Sono cosi’ triste che preferisco andare da sola..”

E subito la Felicità passò così veloce che nemmeno si accorse dell’Amore che chiedeva aiuto..

Ma ecco che improvvisamente una voce disse: “Vieni Amore, ti prenderò io con me sulla mia barca”. Era una persona anziana, e tale era la concitazione che l’Amore dimenticò di chiederle chi fosse. Giunti su un’ altra isola, l’Amore chiese dunque il suo nome… e scoprì che era il Tempo. L’Amore chiese allora perché lo aveva aiutato… e il tempo rispose…Solo il tempo e’ capace di comprendere quanto grande e’ l’AMORE . E l’amore quando è avero ed autentico non ha tempo, ma è per sempre ed è aperto all’eternità. Quanti amori giurati per sempre e sono finiti come l’isolotto sprofondando nel mare dell’egoismo e dei vizi.


La collana di perle vere

Una bimba di 5 anni al mercato con la mamma vede una collana di perle.

"Me la compri mamma, me la compri?" La madre rispose, "Dovrai fare lavoretti in casa, ti pagherò e quando avrai abbastanza denaro la comprerai."

Quando arrivò alla somma prevista, la comprò. Grande fu la sua gioia per la piccolina di avere quella collana di perle. La madre, però, la avverti di non bagnarla altrimenti avrebbe cambiato colore.

La bambina aveva un padre amorevole, molto attento alla serenità della sua bambina e ogni sera abbandonava tutto, compreso il lavoro che si portava a casa, il pc e internet, per leggere una storiella alla sua bambina, mentre la madre andava a letto a dormire.

Una notte dopo aver letto una delle tante store chiese alla bambina, "Mi ami?" "Sì papa’, tu lo sai che ti amo!" "Allora dammi la tua collana di perle".

"No papa’ non le perle, prenditi il cavallo con la coda rosa che mi hai regalato tu, è il mio favorito".

"Non ti preoccupare tesoro, papà ti ama, buonanotte." E le diede un bacio.

Una settimana dopo il papà dopo aver letto una nuova storia chiese nuovamente alla bambina. "Mi ami?" "Sì papà, tu lo sai che ti amo!" "Allora dammi la tua collana di perle".

"No papà. le perle no, ma ti puoi prendere la mia bambola che ho ricevuta come regalo per il mio compleanno, con tutti i vestiti".

"Non importa, dormi bene, Dio ti benedica piccolina. Papà ti ama." E la lasciò con un bacio.

Alcune notti dopo, quando suo padre entrò trovò la bambina seduta sul letto; suo padre notò che tremava e una lacrima scorreva sul suo viso.

"Cosa c’è, piccola mia? Perché piangi?"

La bambina non disse nulla, alzò la sua manina verso suo padre. Quando l’aprì c’era una collana di perle, e finalmente disse, " Tieni papà, è per te."

Con le lacrime che scendevano sulla sua faccina, il padre, commosso, prese la collana di perle false con una mano, mentre con l'altra tirò fuori dalla tasca una collana di perle vere per darle alla sua bambina.

L’aveva lì da tanto tempo, aspettava che lei gli desse le perle false che tanto amava prima di darle le perle vere.

Bisogna liberarsi dalle cose false e non essere attaccati a nulla nella vita, perché il bello deve ancora venire e non sempre dobbiamo aspettarci il peggio.

La bambina comprese la lezione del suo amabile papà e da allora in poi cercò di non essere attaccato alle cose, ben sapendo che chi ci ama ha in riserva per noi cose sempre migliori e più preziose. Immaginiamo cose ha in riserva per noi il Signore, che ci ha amato fino a morire sulla croce per noi!


Tre amici ed un prete

Tre persone guardano un prete sulla cima di una collina, ove ergeva dritto.

Dopo averlo osservato per un po' uno dice:

"Dev'essere un pastore che va in cerca di una pecora che ha perduto".

E il secondo: "No, non si guarda intorno. Credo che stia aspettando un amico".

Infine il terzo dice: "Sembra un sacerdote. Scommetto che sta meditando".

Così cominciano a discutere su che cosa stia facendo la persona lì in piedi in cima alla collina e, alla fine, per vedere chi aveva ragione, salgono fino lassù e si avvicinano a lui per domandargli.

"Stai cercando una pecora?"

"No, non ho pecore da cercare", rispose con calma.

"Oh, allora stai aspettando un amico".

"No, non sto aspettando nessuno", rispose sempre più compassato.

"Allora stai meditando".

"Beh, no. Sono solo qui in piedi. Non sto facendo niente di niente. Per me stare in piedi è vivere, e stare in piedi qui su un’altura è vivere doppiamente, perché il silenzio e la contemplazione della natura, senza alcun disturbo esterno aiuta a vivere doppiamente e a vivere molto meglio che stare immersi nella confusione e nel rumore?

Al ché rivolto ai tre curiosi, chiese:

“Ma perché non vi interessate dei fatti vostri, invece di andare a chiedere in giro cosa fanno gli altri? Ma non avete proprio nulla da fare, che interessarvi della vita degli altri?

Il primo rispose: sono un pecoraio e vedo il mondo con gli occhi del mio lavoro.

Il secondo rispose: sono carente di amicizia e vedo in ogni persona un possibile amico.

Il terzo rispose: sono una persona di fede e vedo religiosi e religione dovunque.

Al che il sacerdote sulla collina concluse: “Come vedete avete sbagliato tutti e tre nel pensare ed ipotizzare qualcosa di me. Spesso nella vita sbagliamo nel pensare soprattutto male degli altri, ma a volte anche nel pensare bene. Le persone bisogna conoscere in fondo per dire solo parzialmente chi sono e non sempre corrisponde alla verità, perché la persona è un mistero e solo Dio conosce le profondità dell’essere umano. Per cui, non è opportuno esprimere giudizi buoni o cattivi sulle persone, ma solo amarle per quello che sono e fanno.
Lite tra viandanti

Cinque pellegrini provenienti da varie contrade dell’Italia si incontrarono a Firenze e si accordarono di proseguire il cammino insieme, poiché tutti andavano a Roma.

Ed ecco che il giorno seguente, mentre chiacchierando camminavano alla volta di Roma, videro per terra un portafoglio con del denaro dentro.

Subito quello che lo raccolse propose: “Comperiamo un maiale e dividiamocelo”.


Il secondo disse: “D’accordo per dividercelo, ma io preferisco che si comperi l’agnello”.

“Io non mangio né maiale e ne agnello – disse il terzo – ma ho proprio voglia di una bistecca fiorentina. Compriamo della carne e dividiamocela in parti uguali”.

Il quarto però, protestando, pretendeva che nulla era meglio di un pranzo al ristorante, e che un bel pranzo ci voleva proprio.

Ma il quinto, un poco infuriato, gridò: “Tacete tutti: a Roma prenderemo della porchetta. Nel mio paese si parla tanto di questa porchetta, e io non ne ho mai mangiato. Dobbiamo comperare della porchetta e nient’altro”.

Si misero tutti a protestare, finché litigarono, e stavano già per venire alle mani quando videro un vecchietto passare poco distante. Decisero allora di rimettere a lui la soluzione del diverbio e, raggiuntolo, gli spiegarono tutta la cosa.

“Bene, - rispose – venite con me. Risolverò il vostro problema con piena soddisfazione di tutti”.

E giunti a Roma li portò da un fruttivendolo, dal quale comperò un chilo di carne, e tutti furono contenti, poiché infatti quella volevano, pur desiderando ciascuno di mangiare qualcosa.

E così, pur se lo chiamano con nomi differenti, dal momento che tutti parlano di Dio, perché litigano?

Nell’ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani, sarebbe opportuno che nel nome di Cristo, tutti i cristiani si riunissero davvero nell’unica fede e sotto la guida di un solo pastore.
Le qualità necessarie

Un giovane laico si presenta ad direttore spirituale per chiedergli quale sia la via da seguire per raggiungere la completa realizzazione.

Il direttore si informa sulla sua capacità di concentrazione e sulla sua pratica meditativa, ma il giovane risponde: “non sono abituato agli sforzi di un frate e non riesco a meditare”..

“Ma allora cosa sai fare?”, chiese il direttore spirituale.

“Nulla”, rispose il giovane.

“E c’è qualcosa che ti piace fare?”

“Si … giocare a scacchi”.

Allora il maestro chiamò un giovane frate, fece portare una scacchiera e prese in mano una spada. Poi disse ai due: “chi di voi vincerà questa partita, realizzerà la liberazione. Chi perderà verrà ucciso. Avete inteso?”.

Iniziò la partita a scacchi. La concentrazione dei ragazzi era al suo picco, per l’estrema importanza del momento. A un certo punto il giovane laico capì che era in vantaggio, che la vittoria era vicina; guardò quindi il suo avversario e si accorse che il direttore era alle sue spalle, con la spada sfoderata sopra di lui, pronto a colpirlo. Nacque in lui uno stato di compassione e fece dunque un errore deliberato: la situazione si capovolse e il direttore passò - con la sua spada – alle spalle del giovane che prima stava vincendo e ora perdendo. Quest’ultimo chiuse gli occhi attendendosi il colpo.

La spada calò a gran velocità, ma si scagliò contro la scacchiera, tagliandola in due pezzi. Il direttore concluse: “Non c’è né vincitore, né vinto; nessuno di voi due dovrà morire”. E al giovane laico disse: “sono solo due le qualità necessarie: amore e attenzione. Qui ora le hai sperimentate. Mantenerle vuol dire essere nella via giusta”.

Quindi, amore e attenzione devono coesistere. Amore senza attenzione conduce al sentimentalismo, al vuoto buonismo, alla schiavitù delle emozioni, ad una vita squilibrata. Attenzione senza amore conduce verso l’allontanamento dalla realtà, ad uno sterile esercizio mentale, ad un’orgogliosa solitudine, ad un disinteresse per il mondo, alla mancanza di benevolenza per l’altro da me.

Riflettiamo sulla qualità del nostro amore. Sappiamo amare veramente o amiamo noi stessi, fingendo di amare gli altri. Quale attenzione abbiamo verso gli altri?


Tra onde del mare

C’era una volta una piccola onda che era triste. “Sono così infelice” si lamentava tra se. “Le altre onde sono grandi e potenti, mentre io sono piccola e debole. Perché la vita è così ingiusta con me?”

Un’altra onda, passando da quelle parti, sentì la piccola onda e decise di fermarsi. “Tu dici queste cose, perché non hai visto chiaramente la tua ‘natura autentica’. Pensi di essere un’onda e pensi di essere infelice. In realtà tu non sei né l’una né l’altra”.

“Cosa?” La piccola onda era stupita. “Non sono un’onda? Ma è ovvio che sono un’onda! Ho la mia cresta, vedi? E qui c’è la mia schiuma, per piccola che possa essere. Cosa intendi, all’alta onda, con – non sei un’onda?”.

“Questa cosa che tu chiami ‘onda’ è unicamente una forma transitoria che tu assumi per un breve tempo.

In realtà tu sei solo acqua! Quando capirai pienamente che questa è la tua natura fondamentale, non penserai più di essere un’onda e non sarai più infelice, in quanto non ti vedrai piccola di fronte alle altre onde più grandi, che possono e fanno molto danni”.

Allora “Se io sono acqua, tu cosa sei?”.

“Anche io sono acqua. Sto temporaneamente assumendo la forma di un’onda più grande di te, ma questo non cambia la mia essenza fondamentale di acqua! Io sono te e tu sei me. Noi siamo parte di qualcosa di più grande, di quel mare ed oceano di cui noi siamo una piccola parte. In questo oceano noi non siamo ne piccole, né grandi, siamo solo parte di esso”.

Spesso ci confrontiamo con gli altri, ci riteniamo inferiore agli altri, dimenticandoci della nostra essenza e della nostra identità. Noi siamo una parte dell’universo, noi siamo parte di una realtà che supera noi stessi e di cui dobbiamo andare orgogliosi. Noi apparteniamo alla Creazione e soprattutto al Redenzione. Noi apparteniamo a Dio, a questo infinito oceano d’amore, nel quale non conta essere piccoli e grandi, basta solo esserci dentro e appartenerci veramente. Anzi meno grandi siamo e meglio è, in quanto i grandi a tutti i livelli fanno solo danni, come le onde alte di uno tsunami.




Condividi con i tuoi amici:
1   2   3   4   5   6   7


©astratto.info 2019
invia messaggio

    Pagina principale