Racconti inediti o rielaborati a cura di padre Antonio Rungi Missionario passionista, docente di Filosofia e Pedagogia



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Apri la finestra della speranza

Un uomo disperava dell’amore di Dio.

Un giorno, mentre errava sulle colline che attorniano la sua città, incontrò un pastore.

“Che cosa ti turba, amico?”.

“Mi sento immensamente solo”.

“Anch’io sono solo, eppure non sono triste”.

“Forse perché Dio ti fa compagnia”.

“Hai indovinato”.

“Io invece non ho la compagnia di Dio. Non riesco a credere nel suo amore. Com’è possibile che ami me?”.

"Vedi laggiù la nostra città?", gli chiese il pastore. "Vedi le case? Vedi le finestre?”.

“Vedo tutto questo”, rispose il pellegrino.

“Allora non devi disperare. Il sole è uno solo, ma ogni finestra della città, anche la più piccola e la più nascosta, ogni giorno viene baciata dal sole. Forse tu disperi perché tieni chiusa la tua finestra”. (Anonimo indiano)


La storia della matita

Il bambino guardava la nonna scrivere una lettera.

Ad un certo punto, chiese: "Stai scrivendo una storia su di noi? E' per caso una storia su di me?".

La nonna smise di scrivere, sorrise e disse al nipote: "In effetti, sto scrivendo su di te. Tuttavia, più importante delle parole, è la matita che sto usando. Mi piacerebbe che tu fossi come lei, quando sarai grande."

Il bimbo osservò la matita, incuriosito e non vide niente di speciale.

"Ma è identica a tutte le matite che ho visto in vita mia!".

"Tutto dipende dal modo in cui guardi le cose. Ci sono 5 qualità in essa che, se tu riuscirai a mantenere, faranno sempre di te un uomo in pace con il mondo.

Prima qualità: tu puoi fare grandi cose, ma non devi mai dimenticare che esiste una mano che guida i tuoi passi: questa mano noi la chiamiamo Dio e Lui ti dovrà sempre indirizzare verso la Sua volontà.

Seconda qualità: di quando in quando io devo interrompere ciò che sto scrivendo ed usare il temperino. Questo fa sì che la matita soffra un poco, ma alla fine essa sarà più affilata. Pertanto, sappi sopportare un po' di dolore, perché ciò ti renderà una persona migliore.

Terza qualità: la matita ci permette sempre d'usare una gomma per cancellare gli sbagli. Capisci che correggere qualcosa che abbiamo fatto non è necessariamente un male, ma qualcosa di fondamentale per mantenerci sulla retta via.

Quarta qualità: ciò che è davvero importante nella matita non è il legno o la forma esteriore, ma la grafite che è all'interno. Dunque fai sempre attenzione a quello che succede dentro di te.

Infine la quinta qualità della matita: lascia sempre un segno. Ugualmente, sappi che tutto ciò che farai nella vita lascerà tracce e cerca d'essere conscio d'ogni singola azione. (Paulo Coelho)


Le tre massime del pettirosso

Un uomo trovò un pettirosso bloccato fra gli spini e lo catturò, dicendo: “Che bellezza, me lo porto a casa e me lo faccio allo spiedo”. Al che il pettirosso gli parlò: “Che ben magro pasto faresti col mio corpicino minuto! Se invece mi lasci libero, in cambio ti dirò tre massime di grande valore”.

“Si, d’accordo, - rispose l’uomo – ma prima dimmi le massime e poi ti lascerò andare”.

“E come posso fidarmi? Facciamo cosi: io ti dico la prima massima mentre mi hai ancora in mano. Se ti va, mi lasci andare e io volo su quel ramoscello vicino, da dove ti dico la seconda massima, e dove mi puoi anche raggiungere con un salto. Poi volerò sulla cima dell’albero, e da li ti dirò la terza massima”.

Cosi fu convenuto e l’uccellino cominciò: “Non ti lamentare mai di ciò che hai perso, tanto non serve a nulla”.

“Bene, - disse l’uomo – mi piace”, e liberò il pettirosso che dal ramoscello vicino disse la seconda massima: “Non dare mai per scontato ciò che non hai potuto verificare di persona”.

Dopo di che il pettirosso spiccò il volo, e mentre raggiungeva la cima dell’albero gridò tra i gorgheggi: “Uomo sciocco e stupido! Nel mio corpo è nascosto un bracciale tutto d’oro, tempestato di diamanti e rubini. Se mi avessi aperto, a quest’ora saresti un uomo ricco”.

Al che l’uomo, disperato, si buttò a terra stracciandosi le vesti e gridando: “Povero me: in cambio di tre massime ho perduto un tesoro favoloso! Me disgraziato, perché ho dato retta al pettirosso! Perché questo insulso scambio per tre sole massime …. Ma, un momento! Ehi pettirosso: me ne hai detto solo due; dimmi almeno anche la terza!”

E il pettirosso rispose: “Uomo sciocco, tre volte sciocco: ti ho pur detto come prima massima di non lamentarti per ciò che hai perso, tanto è inutile. Ed ecco che sei per terra a lamentarti. Poi ti ho detto di non dare mai per scontato ciò che non hai potuto verificare di persona, ed ecco che tu credi a quel che ti ho detto senza averne la benché minima prova. Ti sembra forse che il mio piccolo corpo possa racchiudere un grosso bracciale? Se non sai fare uso delle prime due massime, come puoi pretendere di averne una terza?” E volò via. (Francesco Piras s.j.)
Il sacchetto dei chiodi

C'era una volta un ragazzo con un pessimo carattere. Suo padre gli diede un sacchetto di chiodi e gli disse di piantarne uno sul muro del giardino ogni volta che avrebbe perso la pazienza e avrebbe litigato con qualcuno.

Il primo giorno ne piantò 37 nel muro. Le settimane successive, imparò a controllarsi, ed il numero di chiodi piantati diminuì giorno dopo giorno: aveva scoperto che era più facile controllarsi che piantare chiodi.

Infine, arrivò un giorno in cui il ragazzo non piantò nessun chiodo sul muro. Allora andò da suo padre e gli disse che quel giorno non aveva piantato nessun chiodo.

Suo padre gli disse allora di togliere un chiodo dal muro per ogni giorno in cui non avesse mai perso la pazienza.

I giorni passarono e infine il giovane poté dire a suo padre che aveva levato tutti i chiodi dal muro. Il padre condusse il figlio davanti al muro e gli disse:

"Figlio mio, ti sei comportato bene, ma guarda tutti i buchi che ci sono sul muro. Non sarà mai come prima. Quando litighi con qualcuno e gli dici qualcosa di cattivo, gli lasci una ferita come questa. Puoi piantare un coltello in un uomo e poi tirarglielo via, ma gli resterà sempre una ferita. Poco importa quante volte ti scuserai, la ferita resterà. E una ferita verbale fa male tanto quanto una fisica.
La lezione della farfalla

Un giorno, apparve un piccolo buco in una crisalide. Un uomo, che passava di lì per caso, si fermò ad osservare la farfalla che, per varie ore, si sforzava per uscire da quel piccolo buco.

Dopo molto tempo, sembrava che essa si fosse arresa ed il buco fosse sempre della stessa dimensione. Sembrava che la farfalla ormai avesse fatto tutto quello che poteva, e che non avesse più la possibilità di fare niente altro.

Allora l'uomo decise di aiutare la farfalla: prese un temperino ed aprì il bozzolo. La farfalla uscì immediatamente. Però il suo corpo era piccolo e rattrappito e le sue ali erano poco sviluppate e si muovevano a stento.

L'uomo continuò ad osservare, perché sperava che, da un momento all'altro, le ali della farfalla si aprissero e fossero capaci di sostenere il corpo, e che essa cominciasse a volare.

Non successe nulla! E la farfalla passò il resto della sua esistenza trascinandosi per terra con un corpo rattrappito e con le ali poco sviluppate. Non fu mai capace di volare.

Ciò che quell'uomo, con il suo gesto di gentilezza e con l'intenzione di aiutare non capiva, era che passare per lo stretto buco del bozzolo era lo sforzo necessario affinché la farfalla potesse trasmettere il fluido del suo corpo alle sue ali, così che essa potesse volare. Era il modo in cui Dio la faceva crescere e sviluppare.

A volte, lo sforzo è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno nella nostra vita.

« Chiesi la forza... e Dio mi ha dato le difficoltà per farmi forte. Chiesi la Sapienza... e Dio mi ha dato problemi da risolvere. Chiesi l'amore... e Dio mi ha dato persone con problemi da poter aiutare. Non ho ricevuto niente di quello che chiesi... Però ho ricevuto tutto quello di cui avevo bisogno. »

Vivi la vita senza paura, affronta tutti gli ostacoli e dimostra che puoi superarli.


Solo se si ha sete

Un discepolo andò dal suo maestro e gli disse: "Maestro, voglio trovare Dio".

E il maestro sorrise. E siccome faceva molto caldo, invitò il giovane ad accompagnarlo a fare un bagno nel fiume.

Il giovane si tuffò e il maestro fece altrettanto. Poi lo raggiunse e lo agguantò, tenendolo a viva forza sott'acqua. Il giovane si dibatte alcuni istanti, finche il maestro lo lasciò tornare a galla.

Quindi, gli chiese che cosa avesse desiderato di più mentre si trovava sott'acqua.

Il discepolo rispose: "L'aria, evidentemente".

"Desideri Dio allo stesso modo e la sua parola allo stesso modo?" gli chiese il maestro.

"Se lo desideri così, non mancherai di trovare lui e la sua parola. Ma se non hai in te questa sete ardentissima, a nulla ti gioveranno i tuoi sforzi e i tuoi libri. Non potrai trovare la fede, se tu non la desideri come l'aria per respirare".

Quando affiora il problema di Dio, vorremmo una risposta immediata, possibilmente che non ci chieda fatica e sforzo. In questo caso non ci sarà risposta.

Per arrivare a una soluzione, essa esige umiltà, perseveranza nella ricerca, il superamento degli ostacoli che impediscono di vederne i pericoli, e di operare rettamente, decisione senza compromessi e mezze misure. (Francesco Piras s.j.).


Come il caffè

Una figlia si lamentava con suo padre circa la sua vita e di come le cose le risultavano tanto difficili.

Non sapeva come fare per proseguire e credeva di darsi per vinta. Era stanca di lottare.

Sembrava che quando risolveva un problema, ne apparisse un altro. Suo padre, uno chef di cucina, la portò al suo posto di lavoro.

Lì riempì tre pentole con acqua e le pose sul fuoco.

Quando l'acqua delle tre pentole stava bollendo, in una collocò carote, in un'altra collocò uova e nell'ultima collocò grani di caffè.

Lasciò bollire l'acqua senza dire parola.

La figlia aspettò impazientemente, domandandosi cosa stesse facendo il padre.

Dopo venti minuti il padre spense il fuoco.

Tirò fuori le carote e le collocò in una scodella.

Tirò fuori le uova e le collocò in un altro piatto.

Finalmente, colò il caffè e lo mise in un terzo recipiente.

Guardando sua figlia le disse:

"Cara figlia mia, carote, uova o caffè?" fu la sua domanda.

La fece avvicinare e le chiese che toccasse le carote, ella lo fece e notò che erano soffici, dopo le chiese di prendere un uovo e di romperlo, mentre lo tirava fuori dal guscio, osservò l'uovo sodo.

Dopo le chiese che provasse il caffè, ella sorrise mentre godeva del suo ricco aroma.

Umilmente la figlia domandò: "Cosa significa questo, padre?"

Egli le spiegò che i tre elementi avevano affrontato la stessa avversità, "l'acqua bollente", ma avevano reagito in maniera differente.

La carota arrivò all'acqua forte, dura, superba; ma dopo avere passato per l'acqua, bollendo era diventata debole, facile da disfare.

L'uovo era arrivato all'acqua fragile, il suo guscio fine proteggeva il suo interno molle, ma dopo essere stato in acqua, bollendo, il suo interno si era indurito.

Invece, i grani di caffè, erano unici: dopo essere stati in acqua, bollendo, avevano cambiato l'acqua.

"Quale sei tu figlia?" le disse.

"Quando l'avversità suona alla tua porta; come rispondi?"

"Sei una carota che sembra forte ma quando l'avversità ed il dolore ti toccano, diventi debole e perdi la tua forza?"

"Sei un uovo che comincia con un cuore malleabile e buono di spirito, ma che dopo una morte, una separazione, un licenziamento, una pietra durante il tragitto diventa duro e rigido?

Esternamente ti vedi uguale, ma sei amareggiata ed aspra, con uno spirito ed un cuore indurito?

"O sei come un grano di caffè? Il caffè cambia l'acqua, l'elemento che gli causa dolore.

Quando l'acqua arriva al punto di ebollizione il caffè raggiunge il suo migliore sapore."

"Se sei come il grano di caffè, quando le cose si mettono peggio, tu reagisci in forma positiva, senza lasciarti vincere, e fai si che le cose che ti succedono migliorino, che esista sempre una luce che illumina la tua strada davanti all'avversità e quella della gente che ti circonda."

Per questo motivo non mancare mai di diffondere con la tua forza e positività il "dolce aroma della bontà e della speranza nel domani" (Anonimo)


Paradiso e inferno

Dopo una lunga e coraggiosa vita, un valoroso samurai giunse nell'aldilà e fu destinato al paradiso.

Era un tipo pieno di curiosità e chiese di poter dare prima un'occhiata anche all'inferno.

Un angelo lo accontentò.

Si trovò in un vastissimo salone che aveva al centro una tavola imbandita con piatti colmi di pietanze succulente e di golosità inimmaginabili. Ma i commensali, che sedevano tutt'intorno, erano smunti, pallidi, lividi e scheletriti da far pietà.

"Com'è possibile?" chiese il samurai alla sua guida.

"Con tutto quel ben di Dio davanti!"

"Ci sono posate per mangiare, solo che sono lunghe più di un metro e devono essere rigorosamente impugnate all'estremità. Solo così possono portarsi il cibo alla bocca"

Il coraggioso samurai rabbrividì.

Era terribile la punizione di quei poveretti che, per quanti sforzi facessero, non riuscivano a mettersi neppure una briciola sotto ai denti.

Non volle vedere altro e chiese di andare subito in paradiso.

Qui lo attendeva una sorpresa.

Il paradiso era un salone assolutamente identico all’inferno!

Dentro l’immenso salone c’era un’infinita tavolata di gente seduta davanti ad un’identica sfilata di piatti deliziosi.

Non solo: tutti i commensali erano muniti degli stessi bastoncini lunghi più di un metro, da impugnare all’estremità per portarsi il cibo alla bocca.

C’era una sola differenza: qui la gente intorno al tavolo era allegra, ben pasciuta, sprizzante di gioia.

“Ma com’è possibile?”, chiese stupito il coraggioso samurai.

L’angelo sorrise:

“All’inferno ognuno si affanna ad afferrare il cibo e portarlo alla propria bocca, perché così si sono sempre comportati nella loro vita. Qui al contrario, ciascuno prende il cibo con i bastoncini e poi si preoccupa di imboccare il proprio vicino”. Paradiso e inferno sono nelle tue mani. Oggi (Fiaba cinese)
L’amicizia

Un uomo, il suo cavallo ed il suo cane camminavano lungo una strada.

Mentre passavano vicino ad un albero gigantesco, un fulmine li colpì, uccidendoli all'istante.

Ma il viandante non si accorse di aver lasciato questo mondo e continuò a camminare, accompagnato dai suoi animali. A volte, i morti impiegano qualche tempo per rendersi conto della loro nuova condizione...

Il cammino era molto lungo; dovevano salire una collina, il sole picchiava forte ed erano sudati e assetati. A una curva della strada, videro un portone magnifico, di marmo, che conduceva a una piazza pavimentata con blocchi d'oro, al centro della quale s'innalzava una fontana da cui sgorgava dell'acqua cristallina.

Il viandante si rivolse all'uomo che sorvegliava l'entrata.

"Buongiorno"

"Buongiorno" rispose il guardiano.

"Che luogo è mai questo, tanto bello?"

"E' il cielo"

"Che bello essere arrivati in cielo, abbiamo tanta sete!"

"Puoi entrare e bere a volontà".

Il guardiano indicò la fontana.

"Anche il mio cavallo ed il mio cane hanno sete"

"Mi dispiace molto", disse il guardiano, "ma qui non è permesso l'entrata agli animali".

L'uomo fu molto deluso: la sua sete era grande, ma non avrebbe mai bevuto da solo.

Ringraziò il guardiano e proseguì.

Dopo avere camminato a lungo su per la collina, il viandante e gli animali giunsero in un luogo il cui ingresso era costituito da una vecchia porta, che si apriva su un sentiero di terra battuta, fiancheggiato da alberi.

All'ombra di uno di essi era sdraiato un uomo che portava un cappello; probabilmente era addormentato.

"Buongiorno" disse il viandante.

L'uomo fece un cenno con il capo.

"Io, il mio cavallo ed il mio cane abbiamo molta sete".

"C'è una fonte fra quei massi", disse l'uomo, indicando il luogo, e aggiunse: "Potete bere a volontà". L'uomo, il cavallo ed il cane si avvicinarono alla fonte e si dissetarono.

Il viandante andò a ringraziare.

"Tornate quando volete", rispose l'uomo.

"A proposito, come si chiama questo posto?"

"Cielo"

"Cielo? Ma il guardiano del portone di marmo ha detto che il cielo era quello là!"

"Quello non è il cielo, è l'inferno".

Il viandante rimase perplesso.

"Dovreste proibire loro di utilizzare il vostro nome! Di certo, questa falsa informazione causa grandi confusioni!"

"Assolutamente no. In realtà, ci fanno un grande favore. Perché là si fermano tutti quelli che non esitano ad abbandonare i loro migliori amici...." (Paulo Coelho).


Un singolare perdono

Si racconta che san Francesco era in punto di morte e tutti i suoi discepoli si erano radunati intorno a lui per ascoltare le ultime parole del santo che per tutta la vita aveva viaggiato a dorso d'asino, da un paese all'altro, per condividere le sue esperienze con la gente. Le ultime parole, quelle che un uomo dice in punto di morte, sono sempre le più significative, perché contengono l'intera esperienza di una vita. Ma i discepoli non riuscirono a credere alle proprie orecchie: san Francesco non stava parlando con loro ma con il suo asino!

Il santo disse: "Fratello asino, sento di aver un gran debito con te. Mi hai sempre trasportato da un paese all'altro, senza mai lamentarti, senza mai protestare. Desidero solo che tu mi perdoni, prima che io lasci questo mondo, perché mi sono comportato in modo disumano con te".

Queste furono le ultime parole di san Francesco. Occorre una sensibilità enorme per poter chiamare il proprio asino: "Fratello asino", chiedendo il suo perdono. Noi oltre a non chiedere perdono alle persone che offendiamo, non chiediamo neppure perdono a Dio che ci ha creati e redenti.


I primi e gli ultimi

Un re si recò un giorno a far visita ad un Maestro e assistette, in qualità di osservatore, alla riunione presieduta dal Saggio.

Più tardi, durante il pranzo, il re disse al Maestro:

“Maestro dell’Epoca! Quando presiedi l’assemblea, i tuoi discepoli sono seduti in semicerchio secondo una disposizione che somiglia molto a quella che di solito si adotta alla mia corte: ha per caso un significato?”.

Egli rispose:

“Re del Mondo! Come sono disposti i tuoi cortigiani? Dimmelo, e ti descriverò come sono disposte le file dei cercatori”.

“Il primo cerchio”, spiegò il re, “si compone di quelli che, per ragioni particolari, godono dei miei favori, in modo da essere i più vicini. Il secondo cerchio è riservato ai dignitari più importanti e potenti del regno, come pure agli ambasciatori. Quanto al cerchio esterno, esso è composto da gente di minore importanza”.

“In questo caso”, disse il Saggio, “l’ordine nel quale le persone sono qui disposte è ben lungi dal rispondere alle preoccupazioni che hai espresso. Coloro che sono seduti vicino a me sono i sordi; così possono sentire. Il gruppo intermedio è costituito dagli ignoranti; così possono prestare attenzione all’insegnamento. Quelli più lontani sono gli Illuminati; questa forma di vicinanza per loro non ha alcuna importanza”.


Sii te stesso

C'era una volta una coppia con un figlio di 12 anni e un asino. Decisero di viaggiare, di lavorare e di conoscere il mondo. Così partirono tutti e tre con il loro asino.

Arrivati nel primo paese, la gente commentava: "Guardate quel ragazzo quanto è maleducato...lui sull'asino e i poveri genitori, già anziani, che lo tirano". Allora la moglie disse a suo marito: "Non permettiamo che la gente parli male di nostro figlio." Il marito lo fece scendere e salì sull'asino.

Arrivati al secondo paese, la gente mormorava: "Guardate che svergognato quel tipo...lascia che il ragazzo e la povera moglie tirino l'asino, mentre lui vi sta comodamente in groppa." Allora, presero la decisione di far salire la moglie, mentre padre e figlio tenevano le redini per tirare l'asino.

Arrivati al terzo paese, la gente commentava: "Pover'uomo! dopo aver lavorato tutto il giorno, lascia che la moglie salga sull'asino. E povero figlio, chissà cosa gli tocca, con una madre del genere! "Allora si misero d'accordo e decisero di sedersi tutt'e tre sull'asino per cominciare nuovamente il pellegrinaggio.

Arrivati al paese successivo, ascoltarono cosa diceva la gente del paese: "Sono delle bestie, più bestie dell'asino che li porta. Gli spaccheranno la schiena!"

Alla fine, decisero di scendere tutti e camminare insieme all'asino. Ma, passando per il paese seguente, non potevano credere a ciò che le voci dicevano ridendo: "Guarda quei tre idioti; camminano, anche se hanno un asino che potrebbe portarli!"

Conclusione: ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che incontri qualcuno al quale tu possa andare bene come sei.

Quindi: vivi come credi. Fai cosa ti dice il cuore... ciò che vuoi... una vita è un'opera di teatro che non ha prove iniziali. Canta, ridi, balla, ama... e vivi intensamente ogni momento della tua vita... prima che cali il sipario e l'opera finisca senza applausi (Charlie Chaplin)
Ho pranzato con Dio

Un bambino desiderava incontrare Dio. Sapeva che c'era tanta strada da fare, per incontrarlo, così riempì lo zainetto con merendine e aranciata e cominciò il suo viaggio.

Dopo circa tre isolati, s'imbatté in una vecchia, che se ne stava lì al parco, seduta su una panchina a fissare i piccioni. Il bambino le si sedette accanto ed aprì lo zainetto per prendersi qualcosa da bere, quando notò che la vecchia sembrava affamata, così le offrì una merendina.

Lei l'accettò e gli sorrise con gratitudine. Il suo sorriso era così bello che il bambino lo voleva vedere ancora, così le offrì un'aranciata. La vecchia gli sorrise di nuovo, e il bambino ne era entusiasta!

Se ne restarono lì seduti per tutto il pomeriggio, a mangiare e sorridere, ma senza mai scambiarsi una sola parola. Poi si fece buio, e il bambino si rese conto di essere molto stanco, così si alzò per andarsene ma, dopo appena pochi passi, si voltò, corse verso la vecchia, e l'abbraccio forte-forte.

Lei lo ricambiò con il più grande sorriso che si sia mai visto.

Poco dopo, quando il bambino aprì la porta di casa sua, sua madre era stupita, tanta era la gioia che gli si poteva leggere in volto. Gli domandò: "Cos'hai fatto, oggi, che t'ha reso così felice?" Il bambino rispose: "Ho pranzato con Dio." Poi, prima ancora che sua madre potesse rispondere, aggiunse: "Sai una cosa? Dio ha il più bel sorriso che abbia mai visto!"

Nel frattempo, la vecchia, pure lei raggiante di gioia, fece ritorno a casa sua. Suo figlio era sbalordito, nel vederla così in pace, e le domandò: "Mamma, cosa hai fatto oggi che ti ha resa così felice?" e lei rispose: "Ho mangiato merendine al parco con Dio.". Poi, senza lasciare al figlio il tempo di rispondere, aggiunse: "Sai una cosa? Dio è molto più giovane di quel che mi aspettassi."

Troppo spesso sottovalutiamo l'importanza di un tocco, di un sorriso, di una parola gentile, di un orecchio che ci presta ascolto; l'importanza anche del più piccolo gesto che dimostra affetto; tutte cose, queste, che potrebbero cambiarci la vita.

Le persone arrivano nella nostra vita per una ragione, per una stagione, o per tutta la vita. Abbracciamole tutte!

Ricorda: faglielo sempre sapere, alle persone che ti hanno toccato il Cuore, quanto sono importanti! (Anonimo).




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