Raffaele Fiengo Laureando: Filippo Benetti Matricola: 1002621 Anno Accademico



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Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata (FISPPA)

Università degli Studi di Padova

Corso di Laurea Triennale in Comunicazione

Elaborato Finale

LA CRISI DELLA LIBERTA’ DI STAMPA NEGLI STATI UNITI DOPO L’11 SETTEMBRE

Relatore: Chiar.mo Prof. Raffaele Fiengo

Laureando: Filippo Benetti

Matricola: 1002621

Anno Accademico

2012/2013

INDICE
INTRODUZIONE………….. p. 5
Capitolo Primo “An UNPatriot Act”


    1. USA Patriot Act: breve storia di una legge che farà discutere… p. 9

    2. USA Patriot Act: i provvedimenti nell’occhio del ciclone……. p. 12

    3. USA Patriot Act: le reazioni dei media e il “caso Adrian Lamo” p. 19



Capitolo Secondo Il “marketing della Guerra”
2.1 Una premessa: i Pentagon Papers…………… p. 25

2.2 Il caso OSI: l’ufficio che manipolava le informazioni e

l’impeachment al Vicepresidente Cheney………. p. 29

2.3 John Rendon Jr. e la questione Miller……… p. 42



Capitolo Terzo Il “Fronte Dell’Etere”: le ulteriori ferite
3.1 Business is just business………… p. 53

3.2 Limitazioni ed interferenze durante il conflitto in Afghanistan p. 55

3.3 Altre restrizioni: musica e cinema dopo l’11 settembre…… p. 63

Appendice: le controversie legate a Obama…... p. 75
Osservazioni Finali………. p. 81
Allegato

“The Man Who Sold The War”…………. p. 85

“The Man Who Sold The War - TRADUZIONE”…………. p. 99
Riferimenti……….. p. 113

INTRODUZIONE
“Questa sera, noi siamo un Paese ridestato dal pericolo e chiamato a difendere la libertà. Il nostro dolore si è trasformato in rabbia, e la rabbia in risolutezza. […] giustizia sarà fatta”1.
Questo doloroso ma risoluto incipit aprì il discorso del Presidente degli Stati Uniti George W. Bush al Congresso degli Stati Uniti d’America, il 20 settembre 2001, primo discorso ufficiale del Presidente al Congresso dopo i terribili attentati terroristici che solamente nove giorni prima avevano scosso l’America ed il mondo intero.

Dalle parole di Bush sarebbe in seguito scaturita la risposta bellica degli Stati Uniti d’America, culminata dall’invasione militare dell’Afghanistan per rovesciare il regime dei Talebani del Mullah Omar, reo di aver dato asilo allo sceicco Osama bin Laden, il responsabile degli attentati alle Torri gemelle.

Il World Trade Center rappresentò indirettamente la causa di una situazione senza precedenti che si verificò nella storia del giornalismo di uno dei Paesi storicamente tra i più “liberal” e sensibile in materia di diritti civili.

Occorre citare uno dei più gravi scandali che ha investito la politica statunitense come esemplare di questa sensibilità dell’opinione pubblica americana: la vicenda Watergate, sotto la presidenza di Richard Nixon, negli anni Settanta. Il ruolo chiave in quella circostanza fu interpretato dall’opinione pubblica, sulla spinta della rivoluzione culturale scoppiata nel 1968, che soprattutto attraverso gli studenti universitari già si era scagliata con determinazione e passione civile contro avvenimenti come l’invasione statunitense del Vietnam. Non solo: anche la Corte Suprema Americana – con la storica sentenza del 24 luglio 1974 – giocò un ruolo fondamentale, ordinando all’unanimità al Presidente Nixon di consegnare i nastri delle conversazioni avvenute all’interno della Stanza Ovale della Casa Bianca, ottenendo la prova schiacciante che avrebbe costretto Nixon a rassegnare le dimissioni dal ruolo di 37° Presidente degli Stati Uniti d’America, dopo la richiesta di impeachment presentata ai suoi danni.

Una situazione a dir poco opposta si verificò invece negli anni del Terrorismo, nel primo decennio del Terzo millennio. Già il presidente G. W. Bush aveva definito gli attacchi terroristici al World Trade Center come:

“il più grande atto di guerra contro il nostro paese […] ad eccezione di una domenica nel 1941 (l’attacco giapponese alla flotta americana stanziata a Pearl Harbor nel Pacifico, il 7 dicembre 1941)”2.


Gli attacchi verificatisi negli Stati Uniti per mano dei terroristi – gli estremisti islamici di al Qaeda – lasciarono molta più devastazione delle tetre rovine del World Trade Center di New York City. Questi terribili avvenimenti segnarono nel profondo l’animo del popolo americano: l’11 settembre si manifesterà come ferita dolorante nel sogno americano, la prova concreta che anche le nazioni colosso dei nostri tempi possiedono punti deboli. Il dolore provato dalla paura genererà nel popolo americano una sorta di tabù, un pensiero da non rievocare – neppure in ambito artistico – a scapito del riacutizzarsi di tale sofferenza.

Una volta che l’America ebbe individuato il responsabile di tali atrocità – nella figura dello “sceicco del terrore” Osama Bin Laden – si destò negli americani un forte senso patriottico e un enorme desiderio di rivalsa.

Da questa commistione senza precedenti di terrore e patriottismo derivò una situazione altrettanto inedita di limitazione e restrizione per i media e gli organi di informazione. Nel periodo che seguì gli attentati dell’11 settembre terrore e patriottismo svolsero infatti una funzione di anestetico nell’opinione pubblica statunitense, a fronte di provvedimenti e questioni che ferirono la libertà di stampa e di espressione in un paese come gli Stati Uniti – l’esempio di Nixon e lo scandalo Watergate furono calzanti – attento e rispettoso delle libertà civili.

A seguito degli attentati, il governo Bush prenderà infatti una serie di provvedimenti a tutela degli Stati Uniti e del popolo americano, a cominciare dall’approvazione del PATRIOT Act – una legge in materia di antiterrorismo – con una elevata percentuale di voti favorevoli, sia alla Camera che al Senato. Tale legge favorirà un ampliamento smisurato dei poteri d’indagine delle agenzie governative e dei servizi segreti. Tutto ciò scatenerà la protesta delle associazioni di tutela dei diritti civili, di enti come le biblioteche e di privati cittadini ancora oggi non placate dopo la parziale conferma della legge da parte dell’amministrazione Obama.

Nasceranno inoltre, dopo l’11 settembre, una serie di uffici per il reperimento e la diffusione di informazioni di propaganda, come l’OSI (Office of Strategic Influence, Ufficio di Influenza Strategica), un ufficio governativo segreto che rispondeva direttamente al Vicepresidente dell’amministrazione Bush, Dick Cheney3. Nonostante la sua chiusura ufficiale, dopo l’inchiesta del New York Times che l’aveva portato alla luce agli occhi dell’opinione pubblica, questo ufficio continuò ad operare indisturbato.

Il Vicepresidente Cheney è stato addirittura accusato di manipolazione delle informazioni per collegare il regime dei Talebani in Afghanistan con la dittatura di Saddam Hussein in Iraq ed è stata condotta una causa di impeachment nei suoi confronti, mai approvata dal Congresso americano.

Gli anni bui del terrorismo e dei conflitti in Afghanistan ed Iraq, coincisero inoltre con la clamorosa scoperta – tramite l’inchiesta pubblicata dalla rivista Rolling Stone nel 2005 – di un altro importante ufficio di manipolazione e propaganda che faceva capo a John Rendon, magnate privato dell’informazione che venne iscritto nel libro paga del governo americano. L’operato di Rendon e l’apparente asservimento dei quotidiani e delle testate televisive statunitensi nei confronti dei diktat del governo Bush (tangibile ad esempio nella controversia che coinvolse la giornalista del New York Times Judith Miller), contribuirono inoltre all’apertura di un cosiddetto “fronte dell’etere” in cui il ruolo dei media divenne fondamentale nel prosieguo dei conflitti bellici. La manipolazione dell’opinione pubblica venne messa in campo in particolar modo per consolidare il sostegno al conflitto in Afghanistan iniziato nel 2001 come risposta concreta dell’amministrazione Bush all’aggressione subita dagli Stati Uniti in occasione degli attentati dell’11 Settembre.

Oggetto della contesa sarà in particolare il controllo della guerra di informazione scaturita dal fronte dell’etere. L’avversario da battere in questa guerra mediatica sarà rappresentato al fronte afghano dal colosso dell’informazione araba, l’emittente televisiva del Qatar al Jazeera.

Non solo: ferite saranno riportate dalla libertà di espressione americana pure in campo artistico. Soprattutto musica e cinema risulteranno infatti condizionate a più riprese dal tabù World Trade Center, tanto da determinarne le scelte artistiche, come nel caso dell’industria cinematografica hollywoodiana. Entrambe queste forme d’arte vennero in qualche modo “purificate” nella forma e nel contenuto da tutti quegli elementi che richiamavano – in maniera chiara o velata – la tragedia degli attentati che si era abbattuta sul popolo americano. Come vedremo più avanti4, in campo musicale verranno censurati – nei testi delle canzoni – riferimenti testuali inerenti agli attentati o screditanti la società, la politica e le forze dell’ordine, in aggiunta ad altri episodi di limitazione che coinvolsero quei personaggi o realtà musicali schieratisi con una posizione critica nei confronti dell’amministrazione Bush.

Nel cinema invece, a fronte di un iniziale eliminazione di qualsiasi riferimento agli attentati o ai terroristi, le scelte stilistiche e di mercato si rivolgeranno a trame e tematiche inerenti alla demonizzazione del terrorismo e all’opposta esaltazione delle forze dell’ordine, dei servizi segreti e dell’esercito.


Queste dinamiche hanno permesso l’apertura di un vero e proprio “vulnus”, una ferita nella libertà di informazione e di espressione in un paese come gli Stati Uniti dove l’essere “liberal” e attenti ai diritti civili dell’individuo aveva da sempre caratterizzato l’opinione pubblica.

Gli attentati dell’11 settembre tuttavia toccarono nel profondo le corde dell’animo americano, così a fondo da stupire e far discutere gli stessi esperti dei media. L’obiettivo che questo elaborato si prefigge consiste nel portare in evidenza le situazioni che generarono queste ferite nella libertà di stampa in un paese all’avanguardia come gli Stati Uniti, fornendo inoltre al lettore un contributo cognitivo. Gli attentati dell’11 Settembre lasciarono infatti nel popolo americano molto più delle macerie del World Trade Center: Il terrore segnò terribilmente l’opinione pubblica statunitense, in un primo momento cieca nei confronti di provvedimenti che minarono la libertà di stampa in un periodo storico per gli Stati Uniti che videro un cambio radicale di identità nel nemico da affrontare, un passaggio da una politica estera anticomunista ad una “antiterrorista”.



Capitolo Primo

An UnPATRIOT Act”


    1. USA PATRIOT Act: breve storia di una legge che farà discutere


L’11 Settembre è ancora una ferita aperta nel cuore dell’America. Gli attacchi terroristici e la minaccia dell’antrace5 fecero riflettere i legislatori americani: urgevano provvedimenti che rafforzassero le difese interne dalla minaccia esterna del terrorismo.

Il 23 Ottobre 2001 il repubblicano Frank James Sensenbrenner Jr. introdusse una proposta di legge ai colleghi del Congresso. La denominazione di tale provvedimento in USA PATRIOT Act rappresenta l’acronimo di Uniting (and) Strengthening America (by) Providing Appropriate Tools Required (to) Intercept (and) Obstruct Terrorism Act6.

Questa legge venne approvata dal Congresso a larga maggioranza: con 357 voti favorevoli contro 67 alla Camera il 24 Ottobre e addirittura con 98 voti favorevoli contro 1 al Senato il 25 Ottobre. Al presidente George W. Bush non rimase che firmarla per l’approvazione definitiva il 26 Ottobre. Un iter legislativo rapidissimo che si rivelerà non privo di discussioni a riguardo: emerge infatti che numerosi parlamentari del congresso avevano deciso di votarne l’approvazione senza neppure leggerne i numerosi articoli7. Una decisione dettata dal sentimento ferito di un cittadino americano che ha assistito al crollo delle Torri gemelle del World Trade Center un mese prima.

La legge (scaricabile dalla rete in pdf e consultabile online all’indirizzo http://www.gpo.gov/fdsys/pkg/PLAW-107publ56/pdf/PLAW-107publ56.pdf , visitato il 28/04/2013), conteneva 10 articoli – sviluppati nelle relative sezioni e nei relativi commi - che riguardavano:

  1. Migliorare la sicurezza interna contro il terrorismo

  2. Procedure di Sorveglianza

  3. Anti-riciclaggio del denaro per prevenire il terrorismo

  4. Sicurezza delle frontiere

  5. Rimuovere gli ostacoli alle indagini sul terrorismo

  6. Vittime e famiglie delle vittime del terrorismo

  7. Maggiore condivisione delle informazioni per la protezione delle infrastrutture critiche

  8. Diritto penale del terrorismo

  9. Sviluppo Intelligence

  10. Varie


Molti provvedimenti di questa legge scateneranno negli anni successivi battaglie condotte dalle varie associazioni e attivisti della tutela dei diritti civili in tutto il territorio americano, fino a giungere alla dichiarazione di incostituzionalità di alcuni provvedimenti del PATRIOT Act da parte di numerosi tribunali federali.

La legge sembra giungere così al tramonto negli ultimi mesi del 2005. Tuttavia un provvedimento di conferma di alcuni punti della legge fu approvato (non senza discussioni tra i parlamentari) dal Congresso – prima dal Senato nel Luglio 2005 e poi dalla Camera dei Rappresentanti nel Marzo 2006. Il disegno di legge (il USA PATRIOT and Terrorism Prevention Reauthorization Act)  – modificato rispetto alla proposta iniziale del Senato – venne così firmato dal presidente Bush il 9 Marzo 2006.

La questione PATRIOT Act non si esaurì con il termine del secondo mandato Bush e la storica elezione di Barack Obama, il primo Presidente degli Stati Uniti d’America afroamericano. Due disposizioni del Secondo Titolo della legge (le sezioni 206 e 215, alcune tra le più discusse come vedremo più avanti) dovevano infatti cessare di esistere nel Dicembre 2009. Obama firmò invece un decreto per protrarne la validità nell’anno 2010 e fino al febbraio 2011, prolungando pure l’altrettanto discussa sezione 106 del Primo Titolo. Per di più, il 25 Febbraio 2011 passò, con 275 voti favorevoli contro 144 alla Camera e 86 voti contro 12 al Senato8, un ulteriore prolungamento quadriennale per questi provvedimenti nella nuova denominazione della legge in PATRIOT Sunsets Extension Act, che venne firmata dal Presidente Obama il 26 Febbraio 2011, mentre si trovava in Francia.
Con queste modalità è stato fissato l’anno 2015 come periodo di nuova verifica del PATRIOT Act: una legge, promossa nei primi complicati tempi post 11 Settembre, che a dodici anni dalla prima approvazione al Congresso ha fatto discutere gli esperti di diritto americano e ha visto battagliare gli attivisti dei diritti civili in prima linea.


    1. USA PATRIOT Act: i provvedimenti nell’occhio del ciclone


Lo USA PATRIOT Act, legge che doveva porsi come scudo a difesa degli Stati Uniti d’America – nazione ferita nell’orgoglio dalla minaccia del terrorismo – si è rivelata un provvedimento molto discusso e in continua revisione, a causa di alcuni punti che sono divenuti nel corso degli anni motivo di scontro e opposizione da parte delle associazioni a tutela dei diritti civili. Numerosi provvedimenti di questa legge, ricordiamo, sono stati addirittura sanciti come anticostituzionali da vari tribunali Federali in tutti gli Stati Uniti.

Occorre a questo punto analizzare da vicino questi provvedimenti, rei di essersi rivelati una ferita nel civilizzato sistema dei diritti civili tipici di una democrazia occidentale.

Nel mirino delle associazioni di tutela finiscono soprattutto tre provvedimenti, sopravvissuti, nonostante le proteste, sia durante il periodo dell’amministrazione Bush sia durante il governo Obama.

Per una congrua e concreta analisi di questi provvedimenti è consigliato riscontrare prima i riferimenti del testo del PATRIOT Act, per poi visualizzarli inseriti direttamente nel Codice degli Stati Uniti, consultabile all’indirizzo http://www.law.cornell.edu/uscode (visitato il 30/04/2013).

Tra questi, fece discutere la sezione 106 del Primo Articolo del PATRIOT Act (Autorità Presidenziale), sezione creata per modificare la sezione 203 dell’International Emergency Powers Act (articolo 50 §1702 del Codice degli Stati Uniti), inserendo:
“(1) Al momento e nella misura specificata nella sezione 1701 di questo articolo, il presidente può, in conformità delle norme che può prescrivere, per mezzo di istruzioni, licenze, o altro

[…]

(C) quando gli Stati Uniti sono impegnati in conflitti armati o sono stati attaccati da un paese straniero o da cittadini stranieri, confiscare ogni proprietà, soggetta alla giurisdizione degli Stati Uniti, di una persona straniera, organizzazione straniera, o di un paese straniero che lui ritenga abbia pianificato, autorizzato, aiutato, o si sia impegnato in tali ostilità o attacchi contro gli Stati Uniti; e tutti i diritti, titoli e interessi in qualsiasi delle proprietà confiscate spettanti devono essere attribuiti, quando, come, e secondo i termini diretti dal Presidente, ad una tale agenzia o persona che il presidente può designare di volta in volta, e secondo i termini e le condizioni che il Presidente può descrivere, tali interessi o proprietà devono essere trattenuti, usati, amministrati, liquidati, venduti o altrimenti trattati nell’interesse e per il bene degli Stati Uniti, e tale agenzia o persona può compiere qualsiasi e tutte le azioni inerenti alla realizzazione o al perseguimento di tali scopi”9.
Una modifica di questo genere comporta un enorme ampliamento dei poteri del Presidente degli Stati Uniti: a propria discrezione, egli può infatti decidere di privare un cittadino straniero soggetto alla legge degli Stati Uniti delle sue proprietà e dei suoi beni personali, qualora ritenga che egli abbia spalleggiato e promosso attività di tipo terroristico nel territorio degli Stati Uniti. Non solo: il Presidente degli Stati Uniti può delegare un’agenzia o una persona esterna a svolgere questo compito in propria vece, per poi lasciare che il Presidente decida in che modalità questi beni possano giovare agli interessi del Paese. Estensione dei poteri del Presidente significa in questo caso estensione indiretta dei poteri delle agenzie governative e di intelligence.

Una tale modifica nel Codice degli Stati Uniti non fu l’unica introdotta dal PATRIOT Act, considerando il fatto che questa legge, promossa dall’amministrazione Bush, ha ridisegnato ben 10 articoli e 108 sezioni del Codice, con l’ulteriore aggiunta di 9 sezioni10.

Il PATRIOT Act tuttavia non risulta neppure privo di riferimenti e provvedimenti diretti allo sviluppo e al potenziamento dell’autorità delle agenzie di intelligence e dei loro mezzi, soprattutto come descritto nel Secondo Articolo della legge (Procedure di Sorveglianza). Questo articolo ha causato i dibattiti più aspri tra gli stessi esperti del diritto, che a più riprese hanno visto crescere le proteste dell’ACLU (American Civil Liberties Union) contro i provvedimenti che – a detta degli attivisti – infrangono la tutela della privacy e la libertà di espressione. Numerose sue sezioni sono state contestate:


  • La sezione 203 (Autorità a condividere indagini penali ) che autorizzava la diffusione dei dati sensibili tra le diverse agenzie indipendenti – incluse FBI e CIA – e le altre agenzie di Stato e Federali11.

  • La sezione 209 (Sequestro di messaggi vocali ai sensi di mandati), che prevedeva nella sezione relativa alle intercettazioni, l’inserimento delle intercettazioni di messaggi e comunicazioni avvenute tramite la rete internet e in essa registrate12;

  • La sezione 212 (Rivelazione di emergenza delle comunicazioni elettroniche per proteggere la vita e l’incolumità fisica) che legittimava i fornitori di servizi di comunicazione elettronica, in buona fede, a rivelare le informazioni sulle comunicazioni dei clienti se ragionevolmente ritenevano vi fosse una situazione di serio pericolo di vita per altri13;

  • La sezione 213 (Autorità per ritardare l’avviso di esecuzione di un mandato) che permetteva un periodo di ritardo nell’avviso di esecuzione di un mandato all’interessato non superiore ai trenta giorni (limite che poteva tuttavia essere prorogato a discrezionalità del giudice) se la corte riteneva la notifica del mandato all’interessato una mossa controproducente per le indagini, se lo stesso mandato proibiva il sequestro di beni personali o l’intercettazione di qualsiasi comunicazione14;

  • La sezione 220 (Servizio Nazionale di perquisizione tramite mandati per prove elettroniche) che ampliava i poteri e la giurisdizione delle Corti Federali, rendendole in grado di emettere mandati per intercettazioni elettroniche in tutto il territorio nazionale americano15.


Queste critiche vennero caldeggiate anche dalle associazioni di settore, come l’EPIC (Electronic Privacy Information Center), la non profit EFF (Electronic Frontier Foundation) e la CDT (Center for Democracy and Technology) – che attraverso le loro campagne di sensibilizzazione, cercarono di concentrare l’attenzione dell’opinione pubblica americana riguardo l’incostituzionalità di queste sezioni, incriminate di infrangere il Quarto Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti:
“Il diritto delle persone ad essere sicuri nelle loro identità, case, scritti, ed effetti contro perquisizioni e sequestri ingiustificati non dev’essere violato, e non devono essere rilasciati mandati – se non su fondati motivi – sostenuti da giuramento o affermazione, e in particolare indicando il luogo dove essere cercati e indicando le persone o le cose da prendere”16.
Seguirono numerose pubblicazioni riguardanti la difesa della privacy e – come logica conseguenza – della difesa del diritto di informazione e della libertà di espressione, seriamente messe a repentaglio da questa legge.

Con le sezioni 209 e 212 le agenzie governative statunitensi acquistano la non irrilevante facoltà di intercettare – oltre alle comunicazioni telefoniche – le comunicazioni telematiche e dispongono pure del supporto datogli dai fornitori di questi servizi. Inoltre, in base soprattutto a quanto prevede la sezione 220 – con il conseguente ampliamento della giurisdizione delle Corti Federali in tutti gli Stati Uniti – le agenzie governative si sarebbero potute semplicemente rivolgere a quei tribunali “fidati” che avrebbero concesso il mandato senza sollevare alcuna questione. Ottenere un mandato ad esempio in un tribunale dello Stato della Florida avrebbe permesso ad un agenzia governativa X di intercettare le conversazioni telematiche – basandosi su semplici sospetti di attività di terrorismo – di un cittadino Y dell’Alaska o di un altro cittadino Z delle Isole Hawaii. E grazie alla sezione 213, gli ipotetici cittadini in questione avrebbero inoltre visto – come già detto a discrezione del giudice – recapitare nelle proprie abitazioni l’avviso di garanzia del tribunale della Florida nella peggiore delle ipotesi dopo 30 giorni dall’emissione, mentre gli agenti di intelligence avrebbero potuto intercettare in quel lasso di tempo qualsivoglia conversazione a loro totale insaputa.

Un’altra delle possibili motivazioni avanzate da un’associazione come l’EFF poteva essere l’eventualità che una conversazione email, o attraverso chat room e social network della portata di Facebook, tra i cittadini Y e Z – già di per sé motivata possibilmente dal sospetto – e un altro cittadino Q estraneo ai fatti potesse essere accidentalmente intercettata dalle stesse autorità.

In particolare fece discutere la sopravvivenza della sezione 206 – prorogata anche dal Presidente Barack Obama – che prevedeva la modifica della sezione 105(c)(2)(B) del Foreign Intelligence Surveillance Act del 1978 (articolo 50 del Codice degli Stati Uniti §1805(c)(2)(B)), che rientra nella serie di provvedimenti sotto accusa contro cui gli attivisti alzavano prepotentemente la propria voce:
“(2) Un ordine che approvi una sorveglianza elettronica sotto la tutela di questa sezione deve indicare che:

[…]

(B) su sollecitazione del richiedente, un mezzo di comunicazione specifico o un altro comune intermediario, proprietario, custode o altra persona indicata – o altro nelle circostanze in cui la corte lo ritenga – basati su fatti specifici forniti nella domanda, cioè che le azioni del soggetto obiettivo della domanda potrebbero avere l’effetto di ostacolare l’identificazione di una specifica persona, come di altre persone, deve fornire al richiedente tutte le informazioni, servizi o assistenza tecnica necessaria per realizzare la sorveglianza elettronica in modo tale da proteggerne la segretezza e produrre un minimo di ingerenza con i servizi che il tale intermediario, proprietario, custode o altra persona stia fornendo per quel soggetto obiettivo di sorveglianza elettronica”17.
Questa sezione riguarda nuovamente i fornitori di servizi elettronici di comunicazione, che devono rendere disponibile alle autorità governative e alle agenzie di intelligence tutto il supporto tecnico possibile affinché l’intercettazione avvenga senza intoppi e sia un’indagine protetta da segretezza. Un altro mezzo utile alle agenzie governative per ottenere un mandato di perquisizione ed intercettazione dei cittadini Y e Z, sospettati di terrorismo.

Ulteriore fonte di discussione si rivelò la sezione 215 del Secondo Articolo (Accesso alle Informazioni e agli altri elementi sotto la tutela del Foreign Intelligence Surveillance Act), che comportò l’eliminazione delle sezioni dalla 501 alla 503 dell’Articolo 50 §1805 e l’aggiunta di due nuove sezioni.

Di rilevanza notevole fu la nuova sezione 501:
“(a)(1) il direttore del Federal Bureau of Investigation o un delegato del direttore (di rango non inferiore ad Agente Speciale Assistente in carica) possono presentare un’ordinanza richiedente la produzione di qualsiasi cosa materiale (tra cui libri, registri, carte, documenti e altri elementi) in un indagine per ottenere informazioni di intelligence straniera non riguardanti un cittadino degli Stati Uniti o per proteggere dal terrorismo internazionale o da attività di intelligence clandestine, a condizione che tale indagine su un cittadino degli Stati Uniti non sia condotta sulla base delle attività protette dal Primo Emendamento della Costituzione.

[…]

(b) Ogni richiesta ai sensi di questa sezione – (1) dev’essere fatta a:

(A) un giudice della corte istituito dalla sezione 103(a); o

(B) un Giudice Magistrato degli Stati Uniti sotto la tutela del capitolo 43

dell’Articolo 28 del Codice degli Stati Uniti, il quale è pubblicamente

designato dal Presidente della Corte Suprema degli Stati Uniti ad avere il

potere di ascoltare le richieste e concedere gli ordini per la produzione di

prove tangibili sotto la tutela di questa sezione per conto di un giudice di

quella corte; e

(2) deve specificare che le informazioni interessate sono richieste per

un’indagine autorizzata condotta conformemente al comma (a)(2) per

ottenere informazioni di intelligence straniera non riguardanti un cittadino degli Stati Uniti o per la protezione dal terrorismo internazionale e da attività di intelligence clandestina.

(c)(1) Su una domanda presentata ai sensi della presente sezione, il giudice deve inserire un ordine ex parte come richiesto – o come modificato – che approvi il rilascio dei documenti qualora ritenga che la domanda soddisfi i requisiti della presente sezione.

(2) Un decreto ai sensi del seguente comma non deve indicare che è rilasciato ai fini di un’indagine descritta nella sottosezione (a).

(d) Nessuna persona può rivelare a nessun’altro soggetto (diverso dalle persone necessarie a produrre le prove tangibili sotto la tutela di questa sezione) che il Federal Bureau of Investigation ha chiesto o ottenuto documenti tangibili ai sensi di questa sezione.

(e) Una persona che, in buona fede, produca elementi tangibili in virtù di un ordine ai sensi della presente sezione non dev’essere tenuta a rispondere a nessun’altra persona per questa produzione. Tale produzione non è da essere considerata come la costituzione di una rinuncia di qualsiasi privilegio in qualsiasi altro procedimento o contesto”.18
Questa sezione ci mostra un aggiuntivo notevole ampliamento di poteri: se da un lato infatti viene messo a disposizione di un tribunale un ulteriore potere di delibera, dall’altro anche l’FBI vede implementati i propri mezzi di indagine, addirittura per ottenere informazioni esterne alla giurisdizione degli Stati Uniti. Occorre dunque un altro esempio per spiegare questa sostanziale modifica perpetuata al Codice Civile degli Stati Uniti da parte del PATRIOT Act. Si potrebbe benissimo richiamare in causa l’ipotetico cittadino Y dell’Alaska, sospettato di presunte attività terroristiche o di intelligence clandestina, aggiungendo alle informazioni in nostro possesso un’origine etnica straniera. Ed ecco che il nostro cittadino Y potrebbe ipoteticamente rivelarsi un cittadino franco-algerino di mezza età immigrato negli Stati Uniti e residente appunto nello Stato dell’Alaska. L’agenzia governativa X invece – nel caso dell’appena visionata sezione 215 rappresentata dal direttore dell’FBI o dal suo delegato Agente Speciale Assistente in carica – potrebbe cercare di ottenere dai servizi segreti francesi informazioni sul cittadino Y. Per fare questo l’agenzia dovrà far richiesta ad un Tribunale – magari proprio a quel tribunale “amico” da cui ha già ottenuto il mandato per intercettare le conversazioni telematiche del cittadino Y – che, investito di questo potere dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, potrà emettere per conto dell’agenzia X un’ordinanza che permetta alla stessa agenzia di produrre tutte le prove possibili che concretizzino i sospetti di presunta attività terroristica del cittadino Y. Una volta ottenuta tutta la documentazione possibile – che secondo quanto prevede la sezione 215 può consistere in qualsiasi tipo di libro, registro o altro documento – all’agenzia X non resterà altro che rivolgersi ai colleghi di intelligence stranieri per ottenere le altre informazioni che desidera sapere sul cittadino Y.
Le sezioni appena descritte sono quelle che – nonostante le numerose critiche sollevate per le “ferite” che hanno aperto in materia di tutela della privacy e libertà di espressione – sono continuate ad esistere fino ad oggi. Altre invece si sono rivoltate contro gli accusatori19, altre hanno cessato di esistere, con dichiarazioni di incostituzionalità da parte dei Tribunali Federali20.

In tutta questa situazione la stampa si troverà dapprima passiva alle proteste – legata soprattutto all’ondata di patriottismo sviluppatosi come naturale conseguenza dopo i drammatici avvenimenti riguardanti gli attentati al World Trade Center, al pericolo “antrace” e allo scoppio del conflitto in Afghanistan – poi narratrice attiva delle battaglie perpetuate dagli attivisti e dagli altri soggetti, sino a divenire in qualche modo vittima dello stesso PATRIOT Act.



    1. USA PATRIOT Act: le reazioni dei media e il “caso Adrian Lamo”


Gli attacchi terroristici dell’11 Settembre 2001 generarono nell’opinione pubblica americana un terribile senso di impotenza, una ferita, un desiderio di rivalsa che si sarebbe immediatamente riflesso nella stampa e nei mezzi di informazione. Tralasciando momentaneamente la copertura dei media nel fronte bellico in Afghanistan e Iraq, occorre concentrare l’attenzione sulla copertura mediatica del PATRIOT Act. I media nazionali americani dimostrarono – nell’occuparsi dell’affermazione e degli eventi paralleli al PATRIOT Act – un iniziale atteggiamento di fiducia quasi cieca e favoreggiamento nei confronti della politica promulgata dall’amministrazione Bush. Un sentimento di fiducia e approvazione per una legge che da positiva si rivelerà in seguito un’autentica polveriera.

Il PATRIOT Act venne dipinto infatti dai mezzi di informazione come una soluzione concreta per il futuro e la salvaguardia degli americani, come spiegano la giornalista esperta in diritti civili Lisa Finnegan Abdolian e il direttore del Fordham Institute di New York Harold Takooshian nel loro saggio “The USA PATRIOT Act: Civil liberties, the media and public opinion”21.

Il terrore di un paese ferito nell’orgoglio, propagatosi a macchia d’olio in seguito ai terribili attentati del World Trade Center, funse da anestetico nei confronti dell’opinione pubblica e degli stessi media:
“Alcuni degli aspetti più preoccupanti della legislazione ricevettero poco o nessun controllo da parte dei media fino a mesi dopo che il provvedimento era diventato legge”22.
Zero controllo, zero preoccupazioni: il PATRIOT Act era ancora lontano dai periodi turbolenti di protesta che seguirono. Al clima di shock e tensione che si era generato dagli attacchi terroristici sul suolo americano, i giornali risposero con il puro e semplice reportage sul fatto che la legge era stata approvata. Pochi quotidiani diedero invece ampio spazio alle procedure legislative del governo, monitorando la genesi del PATRIOT Act dalla proposta alla firma definitiva del Presidente degli Stati Uniti George W. Bush. Criticare una legge della portata del PATRIOT ACT avrebbe assunto purtroppo una dimensione utopica, dato che ad un solo mese di distanza dal crollo delle Torri Gemelle il tutto sarebbe risultato verosimilmente e paradossalmente irrispettoso nei confronti del popolo americano ferito nel profondo.

Un chiaro esempio è il tono dell’analisi con cui il giornalista di Newsweek Stephen Brill sottolineerà come una semplice protesta sulla richiesta di ampliamento dei poteri del Presidente – nel fronteggiare in un periodo storico cruciale per l’America la lotta al terrorismo – avrebbe scatenato tra gli stessi membri del Congresso urla all’eresia23. Come naturale conseguenza a queste disposizioni d’animo, la scelta editoriale vagliata all’unanimità da tutti i mezzi di informazione compresa la carta stampata – nell’informazione di massa destinata ai cittadini americani – fu la visione comune di un preciso focus sugli aspetti positivi della legge24.

Le prime voci di protesta contro il Patriot Act si levarono da enti come banche, biblioteche e università – queste ultime storicamente sensibili alle tematiche di tutela dei diritti civili. Queste spinte esterne costrinsero l’attenzione dei media a concentrarsi più attentamente sulla questione.

Il Chicago Tribune ad esempio sottolineò la protesta mossa dalle biblioteche contro il Patriot Act in tutti gli Stati Uniti, lamentandosi del potere che l’FBI deteneva di accedere con troppa facilità e libertà agli archivi25. Operazioni che l’FBI poteva effettuare senza ostacoli e senza informare gli utenti delle biblioteche erano il libero accesso agli archivi di gestione dei libri in prestito e al database delle connessioni ad Internet effettuate. Alcune biblioteche - come quella di Santa Cruz in California –, di fronte alle continue ingerenze ed intromissioni da parte delle agenzie governative, furono costrette ad appendere questi avvisi per gli utenti:
“"Sebbene la Biblioteca di Santa Cruz compia tutti gli sforzi per proteggere la vostra privacy, ai sensi della legge federale USA PATRIOT Act…gli archivi dei libri e degli altri materiali che prendete in prestito da questa biblioteca potrebbero essere ottenuti dagli agenti federali" si legge. "Quella legge federale vieta al personale della biblioteca di informarvi qualora gli agenti federali abbiano ottenuto informazioni su di voi"”26.
L’obiettività tornò quindi prepotentemente a sostituirsi all’asservimento, e la stampa iniziò a mostrare le falle del USA PATRIOT Act.

I giornali sembrarono improvvisamente ridestarsi dal torpore e dallo shock che gli attacchi dell’11 Settembre avevano generato, come descrivono la Finnegan Abdolian e Takooshian nel loro saggio:
“Come la stampa rivolse le proprie attenzioni ai diritti civili e alla libertà di stampa, così tese a ritornare alle sue inclinazioni di destra o di sinistra. Il Miami Herald riportò che il PATRIOT Act "rimaneva avvolto nel mistero". Newsday scrisse una serie di articoli intitolati "Taking Liberties" riguardo la nuova politica di segretezza del governo e come gli immigrati stavano soffrendo sotto le disposizioni del PATRIOT Act. Una colonna del Los Angeles Times sottolineava che la "nuova legge antiterrorismo favorisce un senso di insicurezza". Il San Josè Mercury News scriveva di come la nuova legge "appanna gli ideali americani". E il New York Times osservò che l’amministrazione Bush stava "mostrando un debole per la segretezza sorprendente per gli storici, gli esperti di diritto e i legislatori di entrambi gli schieramenti (politici)"”27.
Dopo le pressioni e le preoccupazioni mosse dalla carta stampata nei confronti del PATRIOT Act, vagliando ed analizzando le numerose critiche mosse come visto da enti e associazioni di categoria, la stessa stampa si trovò in un certo senso vittima delle disposizioni previste dalla legge.

Esempio di questa intrusione della giustizia nelle informazioni possedute e gestite da un quotidiano fu il caso Adrian Lamo.

La questione riguardò le informazioni possedute dai giornalisti riguardanti interviste ottenute con il tale Mr. Lamo – cittadino statunitense di origini colombiane – salito alla ribalta mediatica per le sue abilità di hacker. Adrian Lamo era infatti ricercato per crimini informatici, date le sue intrusioni non autorizzate in numerosi server: tra le vittime si annoverano anche il New York Times, Microsoft, LexisNexis e Yahoo!.

Divenuto famoso con il soprannome “Homeless Hacker” (Hacker Senza Dimora) per il suo stile di vita libertino, Adrian Lamo era solito vivere vagabondando da un divano ad un altro, accovacciandosi in edifici abbandonati e cercando internet cafè, biblioteche e università per esplorare la rete, talvolta sfruttando falle nella sicurezza di Internet, come spiega Jennifer Hack di Wired28. Conditio sine qua non del suo operato era un’azione di infiltrazione per il reperimento e l’analisi non autorizzate di informazioni e ricerche effettuate su numerosi soggetti29. La Hack descrive minuziosamente l’infiltrazione compiuta da Lamo nel server del New York Times:
“E’ stato questo istinto vaporoso a richiamare Lamo al server del New York Times. […] Respinto dal server delle news, Lamo si concentrò sulla rete aziendale, inviando messaggi di posta elettronica di prova all’autoresponder del quotidiano, selezionando gli indirizzi IP, e infine inciampando in una sottorete che controllava, tra le altre cose, il database contenente informazioni sui giornalisti editoriali. […] L’elenco dei collaboratori era particolarmente luminoso, un’istituzione che comprendeva l’ispettore degli armamenti Onu Richard Butler e l’ex capo della NSA Bobby Inman, così come celebrità del calibro di Robert Redford e Rush Limbaugh. Molti dei nomi avevano collegati numeri di telefono e indirizzi, con alcune note sulle aree di competenza del soggetto, cronologia dei pagamenti e carattere editoriale”30.
Un cosiddetto colpo grosso che non poteva non aizzare le indagini degli agenti federali. Lo stesso Lamo – secondo quanto riporta la Hack – dapprima inserì nel database della Gray Lady (“la Signora in Grigio”, così è definito il noto giornale newyorkese per la sua serietà) il proprio nome ed il proprio numero di cellulare, in seguito vendette l’esclusiva della sua intrusione informatica al reporter Kevin Poulsen di SecurityFocus.com. Poulsen, nel verificare la propria fonte, chiamò direttamente la redazione del Times31. Il quotidiano, data la portata ed il calibro delle informazioni che Adrian Lamo aveva intercettato, non poté far altro che rivolgersi agli agenti federali per riparare il torto. L’uomo venne arrestato nella stessa New York – paradossalmente – l’11 Settembre 2003.

L’FBI si trovò così coinvolta nelle indagini, che portarono a definire il caso come una grave minaccia interna alla sicurezza del Paese, impugnando di conseguenza il PATRIOT Act per fronteggiare tale minaccia.

Gli agenti federali utilizzarono così le disposizioni della legge per 13 volte, richiedendo ai giornalisti che erano riusciti ad ottenere interviste con Adrian Lamo di preservare le note e le informazioni raccolte. Nel frattempo presentarono una petizione al Dipartimento di Giustizia per un mandato di comparizione agli stessi giornalisti: l’obiettivo dell’FBI era mirato a costringere i reporter a consegnare le informazioni possedute su Lamo come riporta Mark Rasch, editorialista di SecurityFocus.com:
“Le lettere li avvertono [i giornalisti] di attendersi citazioni in giudizio per tutti i documenti relativi all’hacker, tra cui, a quanto pare, i propri appunti, e-mail, impressioni, interviste con terzi, indagini indipendenti, conversazioni privilegiate e altre comunicazioni – al di fuori dalle dichiarazioni di registrazione – e i rimborsi spese e di viaggio relativi agli articoli su Lamo”32.
Vi fu un ulteriore aggravante della situazione: secondo Rasch infatti, il governo statunitense avrebbe informato ufficiosamente gli stessi reporter che – trattandosi di un’indagine ufficiale – non dovevano rendere note le lettere ed il loro contenuto a nessuno – compresi gli editors, i direttori o i propri avvocati – a rischio di un procedimento giudiziario per ostruzione alla giustizia33.

Il tentativo intimidatorio degli agenti federali risultò vano quando il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti rifiutò di emettere i mandati di comparizione per i reporter che erano stati raggiunti dalle lettere dell’FBI. Il Dipartimento ha infatti rigettato le richieste di mandato di comparizione da parte dell’FBI in quanto il linguaggio delle stesse richieste infrangeva le linee guida sulle richieste istituite dal Dipartimento. La faccenda si concluse – oltre alla condanna di Adrian Lamo per crimini informatici l’8 gennaio 200434 - con le scuse presentate dagli agenti federali ad alcuni tra i reporter raggiunti dalle “security letters”, come ad esempio il giornalista dell’Associated Press Ted Bridis35.
Queste argomentazioni evidenziano come la legge USA PATRIOT Act – presentata inizialmente alla stregua di risposta concreta a difesa del popolo americano, ferito nell’orgoglio dagli attentati dell’11 Settembre, dalla minaccia del terrorismo – si sia rivelata un provvedimento non proprio attento ai diritti civili, come la tutela della privacy e di conseguenza la libera manifestazione del pensiero. Medesima la parabola mediatica degli organi di informazione e della stampa: dapprima accondiscendenti e positivi nei confronti del PATRIOT Act e dell’amministrazione Bush, poi avversi alla legge e solidali nei confronti di associazioni, enti e persone colpite da questa disposizione.

Prorogata in alcuni suoi aspetti sia dal secondo governo Bush che dal primo mandato Obama, la legge ha come termine di discussione fissato l’anno 2015. Sarà il futuro a dirci se tale anno segnerà la parola fine o rappresenterà un’ulteriore ancora di salvezza per uno dei provvedimenti di legge più discussi degli ultimi trent’anni.



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