Ragazzi da stimare



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PROGETTO RAGAZZI DA STIMARE

A.S.2014 – 2015

SALA DELLA PROVINCIA

Secondo incontro

“L’ educazione come grande risorsa, come possibilità di vita e di crescita per l’adulto è possibile”.

Signora Gemma Calabresi 26/02/2015

INTRODUZIONE

Come ormai da diversi anni, anche quest’anno abbiamo organizzato un breve ciclo di incontri, rivolto a tutti i genitori,su un tema educativo. Quest’anno l’argomento e’ :”L’educazione come risorsa per l’adulto”,

Abbiamo invitato una prima volta il dott. Risé che ha posto l’accento sul rapporto tra libertà e autorità, sull’idea di “educazione” come avventura e come rischio. Ci ha lasciato con questa indicazione: l’ educazione non è un’impresa, è un processo duale, è necessario educarci: questa è una grandissima e scomoda risorsa: io devo educare perché devo educarmi

Poi come seconda presenza fra noi, abbiamo invitato la signora Gemma Capra, non tanto per proporci una lezione quanto una testimonianza. Questo il titolo “L’ educazione come grande risorsa, come possibilità di vita e di crescita per l’adulto è possibile”. Noi, ( e uso il noi, perché il lavoro che sto facendo è con altri genitori), ci siamo accorti che la grande fragilità dei ragazzi spesso nasce da un grande tremore degli adulti ad educare. Spesso ci è parso che avessimo bisogno non solo e non semplicemente di un dialogo con uno psicanalista, un esperto, ma anche di una testimonianza. Abbiamo pensato alla signora Gemma Capra perché abbiamo avuto modo di conoscerla e di stimarla attraverso alcuni incontri pubblici, e anche perché abbiamo letto alcuni testi di suo figlio, il direttore della stampa Mario Calabresi;particolarmente io ho in mente “Spingendo la notte più in là”.

Tutti conosciamo la storia della signora, è la moglie del commissario Luigi Calabresi che è stato ucciso nel maggio del 1972, ma solo nell’88 si sono potuti fare i nomi di Sofri, di Pietrostefani e di Bompressi che sono stati arrestati nel ‘97. La vicenda è stata molto lunga e dolorosa per tutta l’Italia e la famiglia in prima persona. Ci tengo a ricordare che nel 2004 il Presidente Ciampi ha conferito alla signora Gemma la medaglia d’oro alla memoria del Commissario Calabresi e nel 2005 le Poste Italiane hanno emesso un francobollo commemorativo. Lo dico perché il figlio Mario Calabresi nel bellissimo libro “Spingendo la notte più in là”lo rileva con commozione. Parto dall'ultimissima riga che chiude questo libro in cui l’autore dice “dovevo portare con me nel mondo il ricordo di mio padre, non umiliarlo nelle polemiche e nella rabbia, così non l’avrei tradito. Così bisognava scommettere tutto sull’amore per la vita. Non ho più cambiato idea.” Mi pare che questo modo di guardare la vita così pieno di fiducia, certamente nasca da un’educazione, da una storia con la mamma, con la famiglia , con i fratelli di cui vogliamo un po’ partecipare questa sera. Noi abbiamo pensato di condividere con la signora alcune domande. La prima domanda, la più semplice è quella che è nata più spontanea: come non aver paura nell’ educare i propri figli?. Adesso la signora inizia, poi faremo alcune domande che ci pare possano sostenere il filo della testimonianza e poi apriamo a tutti i presenti la possibilità di intervenire.

GEMMA CAPRA



Buonasera a tutti, intanto vi dico che fino ad adesso avete avuto analisti, grandi professori. Adesso con me dimenticatevi tutto questo. Io vi parlo da amica. Facciamo finta di essere in uno dei nostri salotti e chiacchieriamo.

Per rispondere a questa domanda e a quelle che seguiranno, ho bisogno di dirvi la mia esperienza di quella mattina del 17 maggio quando mio marito è stato ucciso, perché l’esperienza di quella mattina ha segnato tutta la mia vita. Erano circa le 9.20 e suona alla porta un vice questore serissimo davanti a me e dice ”l’hanno ferito ad una spalla”. Poi altre persone della questura, poi un amico di mio padre che abitava di fronte e che dice “guarda l’hanno portato all’ospedale e stanno facendo il possibile” ma tutti tergiversavano e nessuno voleva dire nulla. Ad un certo punto è arrivato il mio parroco, allora io l’ho preso per le spalle e gli ho detto: “don Sandro, dimmi la verità”. Don Sandro pallidissimo, col solo movimento delle labbra, senza assolutamente emettere nessun suono con la voce ha detto: “è morto”. Io in quel momento mi sono accasciata sul divano. E’ un’esperienza drammatica, un dolore terribile, un dolore fisico, spirituale, un dolore di abbandono totale, come se tutto crollasse. Ricordo di aver fatto anche un gesto come per dire: “tutte queste cose, come un soprammobile comprato con lui, un tappeto, le cose non hanno più senso, si sono svuotate, stanno lì, ci guardano, ma niente ha più valore. La sensazione proprio di solitudine e mentre io sono lì,su questo divano, con don Sandro vicino, sento piano piano, per assurdo, dentro di me una forza, sento come se non fossi sola, sento come un pensiero positivo che ce l’avrei fatta, una sorta di pace interiore. Ve lo posso assicurare, ora sono una nonna di 5 nipoti, ma allora avevo 25 anni, portavo la minigonna, mi piaceva andare ai concerti, avevo tutti i dischi dei Beatles. Ero un po’ diversa da adesso e però il ricordo di quel momento è fortissimo. Ecco, in quel momento, ho ricevuto in dono la fede, in quel momento. Venivo da una famiglia religiosa, però il mio essere cristiana era tradizione, per abitudine, forse per far contenti i miei genitori, non per mia scelta. Da quel momento diventa una mia scelta. Naturalmente la fede non toglie il dolore, ma lo riempie di significati. La fede ti dà forza, non ti fa sentire solo, la fede ti dà la speranza. Non è stato sempre così. Ho avuto momenti di grande dolore ,di scoraggiamento, di grande rabbia, però io riportavo il mio pensiero a quel momento, ancora oggi, a quello che ho sentito in quel momento e così sono sempre riuscita a ripartire. Perché io mi dico ancora oggi: “tu non sei sola, l’hai sentito, l’hai provato. A 25 anni una non se lo può inventare. Vi ho raccontato questo episodio perché questo momento ha legato un po’ tutta la mia vita. Le paure, si diceva;certo ne ho avute per i miei figli, le ho ancora anche se sono adulti, sono uomini. Però non ho mai perso la speranza. E io penso che bisogna dare coraggio ai figli, non bisogna sostituirsi a loro. Ecco io ho scoperto, parlando con i genitori, che il genitore ha così tanta ansia che il figlio abbia dei problemi, che il figlio abbia delle difficoltà che non riesca a superare, che addirittura si sostituisce a lui. Ecco noi tendiamo a risolvere tutti i problemi dei nostri figli, ad aiutarli in tutto e per tutto. E questo è un po’ un guaio, perché lui deve farsi le ossa. Io direi che quando i figli hanno dei problemi di qualunque tipo, una delusione di una amico, di un compagno, la scelta di un titolo di studio, la difficoltà nella scuola, con i fratelli, ecco,bisogna essere vicini, essere presenti, dire: vediamo quali possono essere le soluzioni, farle dire a lui, dire: “devi scegliere perché tu ce la puoi fare”. Ecco io questo l’ho imparato da mio padre, quando mia sorella Mirella, medico, col marito decide di andare in Africa. Anzi questa era la seconda volta: loro erano tornati, avevano due bambini e volevano tornare in Africa per continuare questa loro esperienza. Io ricordo i miei genitori, con molta ansia, preoccupazione. Papà mi chiama, li fa sedere davanti alla scrivania, mette loro davanti due fogli bianchi e dice loro: su uno scriviamo i pro, le cose positive del vostro ritorno in Africa, e sull’altro le eventuali difficoltà, i contro, diciamo i problemi. Dopo più di mezz’ora sul foglio dei pro c’era scritto solo: “il nostro sogno di tornare in Africa nell’ospedale di Matany e dare questo aiuto agli altri, essere missionari”. L’altro foglio era completamente pieno di cose negative, di preoccupazioni, di pericoli, di problemi psicologici per i bambini, delle difficoltà che avrebbero potuto incontrare. Ad un certo punto c’è silenzio. Lui si alza, gira attorno alla scrivania li abbraccia e dice: “buona fortuna, adesso potete andare perché sapete le difficoltà che comporta il vostro sogno e siete preparati ad affrontarle”. Ecco io mi sono detta: “io voglio essere così con i miei figli, far loro vedere quali sono le difficoltà ma incoraggiarli per superarle”. L’importante è conoscerle. Ecco lui ha detto: “io ci sarò sempre”. E quindi loro che erano convinti che lui avrebbe detto: “non se ne parla”, sono stati completamente spiazzati e per me è stato un grandissimo insegnamento. Ho intuito che è bene pensare di accompagnare i figli, ma non lo è pensare di sostituirsi a loro.

Quando il mio secondo figlio Paolo ha perso il suo secondo bambino nato da poco, lui mi ha detto: “mamma non preoccuparti per noi, abbiamo una tristezza serena”. Ed è in questo momento che io capisco quello che abbiamo costruito prima, è nei momenti drammatici che si capisce che non si è soli. Ecco un figlio che ti dice così veramente ti dà la luna. In quel momento drammatico ho ringraziato il Signore. Quindi penso che la parola più giusta sia accompagnare i nostri figli ed aiutarli a scegliere, ma devono scegliere loro, anche grazie a noi che magari facciamo vedere anche le cose negative, le difficoltà. Però non togliamogliele, assolutamente, perché se facciamo tutto noi per loro, quando non ci saremo più, saranno adulti, non si saranno fatti le ossa, non saranno pronti. Io vi dico la mia esperienza di fede: quando prego non chiedo mai che non abbiamo problemi, mi vergognerei, ma chiedo che Dio dia loro la forza per superarli.

Un’altra domanda: come è possibile educare i nostri figli senza che le nostre esperienze negative determinino le loro scelte?

Credo di avere già risposto in parte: i timori ci sono, non esistono genitori che non abbiano timore. Io ad un certo punto, quando sono diventati un po’ più grandini, ho pensato di parlare con loro anche dei miei timori e delle mie scelte e dire loro il perché delle mie scelte. Ecco li ho sempre coinvolti perché secondo me è importante tenerli agganciati alla vita famigliare e quindi ho cercato che fossero come impastati insieme, perché non ci sono solo i loro problemi ,i nostri come genitori e poi quelli dei fratelli. La famiglia è una, quindi io parlavo dei miei timori e chiedevo: “cosa ne pensi?”, chiedevo un giudizio sulle mie scelte. Ho cercato sempre di motivare le mie scelte, i mie valori, il mio credo, e ho sempre parlato apertamente con loro. Ho scelto come posto di dialogo la tavola, la cena. Vorrei dire ai genitori, maschio o femmina, secondo chi cucina in casa, cucinate con amore perché per me cucinare è un dono di amore. Non ha importanza se non avete tempo, se è una cosa surgelata, però far sentire che l’avete fatta nel migliore modo possibile, magari la mettete un po’ a posto. Magari una sera alla settimana fate una cenetta come si deve e non tutto di corsa in cui uno si alza di fretta e se ne va. E chiacchierare, con le gambe sotto il tavolo, con un buon vino, secondo me aiuta il dialogo, lo scambio, la discussione. Noi, le nostre scelte di costituirci parte civile, le abbiamo prese con le gambe sotto il tavolo,e così cosa dichiarare dopo le varie sentenze, cosa dire dopo certi articoli. Abbiamo sempre dibattuto a tavola. E’ giusto, se c’è più di un figlio, che anche gli altri figli siano coinvolti nelle scelte dei fratelli ,per esempio nella scelta del liceo e poi dell’università. E’ bello farlo insieme e io ho privilegiato sempre il momento della tavola. A me piace cucinare però ho sempre lavorato, quindi non è che avessi molto tempo. Io ho 4 maschi e loro mi hanno sempre dato una grande soddisfazione perché mangiavano tantissimo. Io ricordo che una volta ero andata ad un corso di aggiornamento e tornando in ascensore ho detto: “non so ancora cosa cucinare” ed era tardi; c’era una suora in ascensore e dico: “quelli hanno sempre fame” e lei risponde: “signora, è un bene di Dio!”Per me sarebbe stato un bene di Dio se fossero stati un po’ inappetenti quella sera. Perché sinceramente era un problema. Però ho cercato di fare sempre con gioia, di fare sentire che quella cosa che avevo preparato era amore per loro. Quindi, se il pranzo ormai non esiste più perchè siamo sempre di corsa, la cena, se non tutte le sere, ogni tanto penso possa essere un buon momento per rilassarsi, per raccontarsi.

Prof. :Adesso le raccontiamo questa cosa: abbiamo letto in molti il libro di Michele Serra “Gli sdraiati” che ha avuto un certo successo, che racconta i ragazzi, che spesso ci sembrano apatici, indifferenti, ci sembra che non guardino la realtà anche quella drammatica, più contemporanea che ci accade accanto. La domanda: è come aprirli al mondo? perché siamo certi che un atteggiamento curioso sia una grandissima risorsa, ma come aiutarli ad accorgersi della realtà?

Io (scusate se dico sempre io, ma stasera porto la mia esperienza) ho sempre cercato di tenerli agganciati alla realtà, alla quotidianità attraverso i quotidiani e ho sempre ritagliato per loro articoli che per me era importante che loro leggessero. E’ poca cosa, perché lo fanno anche a scuola. Ma farlo a casa vuol dire parlarne, discuterne e chiedere cosa ne pensano. Io l’ho sempre fatto ed ora ho iniziato a farlo con mio nipote più grande che ha 12 anni. Poi ho fatto il possibile, ma lo faccio ancora, perché si scandalizzassero della violenza, della guerra. E’ drammatico se un ragazzo, solo perché succede dall’altra parte del mondo, si abitua che ci sia la bomba nei mercati, 40 persone morte, 50 persone rapite, barconi che cadono a picco. No, la violenza non è accettabile, non bisogna che i ragazzi si abituino. Ecco, ho fatto sempre il possibile perché loro sempre si scandalizzassero della disonestà in tutti i settori. Non è possibile accettare la disonestà. Ma bisogna farlo fin da bambini. C’è Mario che non passa un anno senza ricordarmi il seguente aneddoto: noi avevamo degli amici che avevano una cartoleria, si chiamava Il Negozietto, cartoleria, articoli da regalo. Eravamo molto amici, andavamo con loro in campagna. Un giorno entriamo, io sono con loro tre, penso che avranno avuto 6, 5, 4 anni e quando usciamo in macchina mi giro e vedo che hanno in mano una macchinina luccicante rossa, e chiedo: “quella da dove è uscita?” E loro muti, allora io dico. “Dove l’avete rubata? Allora giro la macchina e andiamo da Licia, la mia amica, e voi gliela restituite e dite quello che avete fatto”. Tutti e tre sono entrati con la testa bassa e la macchinina in mano. Ovviamente ha parlato per loro Mario che era il più grande. Io avevo fatto segno a Licia di essere dura con loro perché se avesse detto: “va beh, fa niente, ve la regalo” era finita. Lei invece ha detto: “avete fatto una cosa del genere? Ma è una cosa bruttissima, in più siamo anche amici, io vi ho dato sempre la mia fiducia, non deve succedere più”. L’ha ripresa e rimessa nello scaffale. Ecco loro ricordano questa cosa come una vergogna e dicono ancora adesso: “mamma hai fatto benissimo, mentre ritornavamo ed entravamo nel negozio ci sentivamo morire”. Ecco, questa è una piccola cosa ma per loro è stato importante e fa capire che bisogna essere onesti. Se ci avessi riso su, magari sarebbe successo un’altra volta e un’altra ancora. Non abituiamoci a questo e cerchiamo di farli gioire, leggiamo insieme le scoperte scientifiche, quelle mediche, le scoperte dello spazio tutte queste cose: è bello parlarne insieme. Io ho un figlio che è ancora in casa, ha 30 anni e parliamo moltissimo di tutte queste cose, uno scambio continuo ancora adesso che è adulto.

Le chiediamo questo: siccome ci accorgiamo della grande distanza che c’è tra noi e i ragazzi, cosa le ha permesso e cosa permette a noi di vedere i figli, quello che accade in loro, anche i dolori, in un modo nuovo e diverso, senza che fermarsi davanti al limite pur così evidente dei ragazzi, davanti alle loro difficoltà e paure?

Intanto vorrei dire che si parla sempre più di ragazzi apatici, di ragazzi qualunquisti, ma non è vero che sono così. Sono andata in alcuni licei dove avevano letto il libro di Mario, mi hanno fatto delle domande così interessanti, così intelligenti, così profonde che raramente mi sono sentita fare anche dagli adulti. Quindi secondo me dobbiamo dare, vanno stimolati. Staranno parecchio tempo davanti al computer, non importa, secondo me bisogna fidarsi di loro, dar loro fiducia. Se loro sentono che noi non ci fidiamo di loro è un grosso guaio, si isolano e quindi si chiudono in quel mondo tutto loro di Internet dove chattano. Lasciamogli pure quel mondo, che è il mondo di oggi, ma agganciamoli, fidiamoci di loro. Spesso penso che un figlio non faccia la scelta che immaginavano i genitori, però non importa, se lui è felice. Ho un nipote e mio fratello è tutto contento perché il figlio si è laureato in geologia, il professore lo mandava a fare canottaggio per vedere il tasso di inquinamento, però il lavoro non arrivava mai e allora lui che amava biciclette, si è aperto un negozio e aggiusta biciclette. E’ felice e noi dobbiamo accettare anche questo, e dare fiducia. Adesso ha due bambine piccole, è sposato, riesce a mantenerle, è contento. Quindi dobbiamo accettare anche se a volte dentro di noi abbiamo una delusione, perché dentro di noi abbiamo chissà quale speranze, aspettative. Però nostro figlio non è meno importante solo perché ha fatto una scelta diversa. Quindi penso che noi dobbiamo dare fiducia ai ragazzi e accettare le loro scelte; certo non parlo della scelta di fare il terrorista, questo è un altro discorso, ovviamente ci batteremmo, daremmo l’anima per far loro capire. Ma questo è questione di valori, è diverso!



Anche quando sembrano ingrati dobbiamo dare fiducia? A volte sembra che non si accorgano di tutto il lavoro silenzioso di chi li educa.

C’è tutto quel periodo dell’adolescenza che sembra non finisca mai dove è normale sentirsi dire: “tu non mi capisci, sei retrogrado, sei superato”; sembra che non ti ascoltino. Ecco, continuate a dare, fino allo sfinimento! Non dite: “è inutile, tanto non mi ascolta”. Del libro di Mario io non ho letto neppure una riga prima che venisse editato; quando è uscito lui era negli Stati Uniti e mi ha detto: “guarda che domani è in libreria”. Ovviamente, cuore di mamma, al mattino presto ero fuori dalla libreria per comprarlo. Entro, (vi racconto questo aneddoto), e ne chiedo 5. Questo libraio mi riconosce e mi dice: “eh già, se ne do 5 alla famiglia io rimango senza. Se li faccia dare dalla Mondadori!” E io rispondo: “me ne dia almeno 2”! Dopo averlo letto, ho pensato che fosse un inno di amore a me. Non avrei mai immaginato che lui ricordasse i miei esempi, i mie atteggiamenti, i miei consigli, le frasi dette nel corso della vita. E’ stata una cosa incredibile. Noi abbiamo avuto discussioni anche forti quando lui era al liceo, sembrava che avesse registrato tutto. Quindi avrete un ritorno, sono sicura, sono convinta. Quindi date, non date con rabbia, con sfinimento, date tutto con amore. Loro lo sentiranno e tornerà tutto con amore. Io veramente con questo libro ho scoperto questo ritorno, non è vero che sono ingrati per sempre. Può capitare, ma è solo per un periodo.



Anzi vi dirò di più, se io ho un cedimento, un momento di rabbia, di sconforto, sono loro che mi richiamano, ma da anni, adesso ormai sono grandi, ma già da quando erano all’università,: “mamma, dov’è finita la tua gioia di vivere, la tua speranza, la tua energia”?. Quindi loro ci vogliono così, in realtà anche se loro brontolano, vogliono che noi diamo dei paletti, diamo loro dei consigli, li aiutiamo nell’educazione. Anche se brontolano, anche se ci mandano a quel tal paese, anche se ci dicono una parolaccia però in realtà loro ci vogliono così, con la speranza, gioiosi, vogliono il consiglio e anche i talenti servono.

Ci spieghi di più la dimensione della speranza,la possibilità di sperare quando non sembra possibile

Diciamo che io ho fatto una scelta nell’educarli, fin da quando erano piccoli: no odio, no rancore. Ecco, pensate se io li avessi educati nell’odio, nel rancore, sarebbe stato un disastro perché l’odio e il rancore ti divorano tutto, ti rovinano dentro. Ti alzi al mattino già con la rabbia, fai vincere la cultura della morte. L’odio e il rancore non ti fanno più vedere un bel paesaggio, un tramonto, una nuova amicizia, quello che c’è di bello nei tuoi figli che crescono. Ecco io penso che per noi sarebbe stata una tragedia in più. Per cui io ho scelto di educarli alla gioia di vivere e alla speranza. Non voglio parlare di vendetta, perché nella mia famiglia di origine la parola vendetta non è mai esistita e non poteva esistere, quindi non mi è mai venuta in mente, mai; e comunque con l’odio e il rancore non costruisci, non vai avanti, mentre secondo me anche la memoria deve avere le gambe, deve camminare, perché a volte riaffiora il giorno che te l’hanno ucciso, ma non serve a nessuno, quindi mai piangersi addosso, se no non costruite più. Qualunque sia il dolore, può essere la perdita di una persona cara, la perdita del lavoro, possono essere tante cose, una separazione.. Intanto, vi dico una cosa: quando si soffre non bisogna isolarsi, perché se tu apri la porta della sofferenza, fai una grande scoperta: che non sei mai solo e trovi chi soffre anche molto più di te. Quindi devi imparare a farti aiutare. Poi piano piano impari anche tu ad aiutare quelli che soffrono. Io penso che la gioia, come la sofferenza, vada condivisa. Tutto deve essere condiviso e quindi la speranza per me è stata un grande aiuto, ma l’aiuto più grande l’ho avuto dagli altri. Io ho scoperto l’importanza delle persone, ma non vi sto dicendo dei miei parenti, famigliari, no, parlo delle persone come voi, degli sconosciuti. Voi non avete idea di cosa sia stato per me, io ce l’ho fatta senz’altro anche grazie alle persone. Al supermercato una che mi stringe la mano e mi dice: “signora, coraggio!”, un’altra che mi dà una carezza, un’altra che mi dice: “mi raccomando, non li perdoni!”, me la ricorderò sempre quella persona! Ognuno dice quello che ha dentro! Per me le persone sconosciute che mi hanno dato coraggio, che mi hanno dato forza, che si sono occupate di me per un attimo, che hanno condiviso la mia tragedia, sono quelle che mi hanno dato la forza per andare avanti. Io ho scoperto una cosa importante: io prego molto la notte, vi faccio l’esempio della preghiera, ma anche per chi non crede dal punto di vista umano è bene che si senta unito agli altri, in comunione con le persone. Per esempio io pregavo molto per una delle prime rapite, una certa Florence … che è stata via più di tre mesi, per tutto quel periodo pregavo per lei e pensavo: “l’avranno uccisa”. Poi una mattina prendo la posta , suona il cellulare e Mario mi dice: “hanno liberato Florence”. A me sono venute le lacrime agli occhi perché ormai faceva parte della mia vita. Non la conoscerò mai, non la vedrò mai, lei non lo saprà mai, però è stata una cosa bellissima, una felicità per me perché la sentivo in comunione.

Un giorno ero sul lungo lago di Como e Mario presentava il suo libro. Cammino e vedo un signore più o meno della mia età, basso, capelli bianchi che mi viene dritto incontro allargando le braccia e mi dice: “che bello vedere una cara amica, quasi una parente, ma che non si è quasi mai conosciuta prima”.Continua:”ha capito cosa voglio dire? il giorno in cui lei è rimasta vedova, io e mia moglie ci sposavamo e questo fatto ci ha talmente impressionato che abbiamo deciso di portarla con noi nel nostro matrimonio, quindi da allora l’abbiamo sempre pensata, sempre seguita, letta e abbiamo anche pregato per lei”. Allora io l’ho abbracciato e ho detto: “ecco perché ce l’ho fatta”. Di casi come questo ne ho tanti.



Addirittura in Svizzera dopo una mia testimonianza, una persona mi si avvicina e mi dice: “io abitavo nella sua stessa casa. Quella mattina abbiamo sentito lo sparo”. La casa era fatta così: via Cherubini, dove gli hanno sparato, poi c’era la casa dove abitava questa signora, che allora era una ragazza di 22 anni che stava per uscire per andare in università; il papà era già uscito, e lei era a casa con la mamma, poi c’era un chiostro, io ero nella casa dietro, e non ho sentito gli spari. Lei e la mamma sono corse alla finestra, la mamma si è subito ritratta, non voleva vedere per terra il sangue, e la figlia, mi hanno detto, è rimasta come pietrificata, paralizzata e non riusciva ad allontanarsi da quella finestra; poi mi hanno detto che la mamma l’ha strattonata e le ha detto: “dobbiamo dire un Padre Nostro per loro”. Allora io ho pensato: “ecco quando ero su quel divano c’era già chi pregava per me! Ecco perché ho sentito quella forza, quell’incontro…!” Quindi noi siamo legati e gli altri sono la cosa più importante che abbiamo. Io la sento così. Anche oggi, per esempio: per me partecipare a questi incontri è un motivo di grande ansia, non è il mio mestiere parlare in pubblico quindi ogni volta dico: “ci sono cascata di nuovo”, ma poi sono contenta perché abbiamo questo scambio: voi vi interessate a me, voi mi avete pensata e voi siete la mia forza, quella che è stata la mia forza. Da sola non ce l’avrei fatta. Quindi non chiudiamoci, insegniamo ai nostri figli a non chiudersi. La famiglia deve essere aperta verso il mondo, verso gli altri!

Il culmine della speranza è il perdono. Ci può raccontare qualcosa della sua esperienza?

Intanto il perdono è un cammino molto lungo e difficile. Chi dice subito : “ho perdonato” è perché forse in quel momento c’è qualcuno che parla per lui, perché in quel momento è impossibile. Io avevo 25 anni e in quel momento li avrei strozzati con le mie mani, non ditelo in giro ma è così. E’ un cammino lungo. La mia mamma, che era una donna di fede ha voluto, mi ha proposto che come necrologio scrivessimo le parole che Gesù ha detto in croce: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Io ho accettato. Per anni non ho più pensato a quelle parole. Poi un giorno mi sono detta: “come cristiana il cammino è quello del perdono”. Ma vi dirò di più, anche per chi non è cristiano. Perché riuscire, cominciare a fare un cammino di perdono, vi dà una libertà di cui non si ha idea. Non vi tiene costretti lì, rabbiosi, con astio. Allora io mi sono detta: è ora che questa frase la faccia mia. Ho pensato:”ma perché Gesù sulla croce, figlio di Dio, non ha detto ai suoi assassini: vi perdono per quello che state facendo? Poteva farlo!” e io mi sono data questa spiegazione: in quel momento Gesù era uomo, e come uomo e in quel momento, sapeva quanto sarebbe stato difficile per noi uomini perdonare nel momento del dolore fisico, nel momento dell’abbandono, nel momento della tristezza;e quindi ci dà questa indicazione: chiedere a Dio, al Padre di farlo lui al nostro posto, lasciando a noi il tempo del cammino. Ecco io mi sono sentita liberata quando ho saputo darmi questa spiegazione. Ho detto: “Dio, se esiste, nella sua infinita misericordia perdonerà, io però ho tempo”. Così ho iniziato a camminare. Un consiglio che io vi darei è questo: di cercare nelle persone che magari fate fatica a sopportare quel qualcosa che hanno di uguale a voi. Tutti hanno qualcosa di uguale a noi e fanno delle cose uguali a noi e vi faccio un esempio: al processo, noi, parti civili, avvocati, imputati e giornalisti, stavamo davanti, in fondo c’erano delle transenne, dei banchi di legno dove stava il pubblico. Io ho visto Adriano Sofri, il mandante dell’assassino di mio marito, in un momento di pausa, andare in fondo: c’era il figlio, a cui diede una carezza e si capiva che gli diceva: “non stare qui vai a casa, me la cavo da solo, non voglio che tu stia qui”. Con un affetto incredibile. Ecco io in quel momento ho visto quell’uomo sotto un’altra luce. Ho detto: “lui non è solo il mandante come io continuo a pensarlo, lui è un padre onorevole, è un padre affettuoso, lui fa esattamente quello che avrei fatto io al posto suo, una carezza, un bacio, vai a casa, poi ti raggiungo”. Ecco l’ho visto immediatamente in un altro modo, è stato liberatorio, è stato più facile continuare quel cammino di perdono. Io ho capito che lui era anche quello che io improvvisamente avevo visto, lui aveva tratti come me. Quindi, un uomo può anche sbagliare, era un momento storico particolare, ci sono mille motivi per capire. Ecco questo è il cammino che ti dà la libertà. A me è servito tantissimo vedere quel gesto e capire che lui era anche quella persona e stimarlo sotto quell’aspetto;lui faceva quello che avrei fatto io. Eravamo uguali in quel momento. Questo è molto importante e mi aiuta:ogni volta che c’è una persona che magari faccio un po’ fatica a sopportare, cerco quella parte uguale che abbiamo. Questo fa anche vivere meglio. Ve lo assicuro

Io potrei dirvi che negli anni ’70 tanti gridavano e pochi pensavano, e gli slogan erano di una cattiveria enorme. Ecco, insegnate ai vostri figli, quando sono in gruppo, a mantenere un pensiero critico, un pensiero libero, un pensiero che rappresenti i loro valori, quelli che hanno avuto in famiglia. Perché il male, anche se fatto in gruppo, è sempre male, non è un po’ meno male perché si è in 15, e ognuno di loro ne dovrà rispondere secondo la sua coscienza. Ecco questo è molto importante perché negli anni ‘70 e ‘80 è stato fatto questo: nelle manifestazioni di piazza, nelle manifestazioni violente, che c’erano allora. Io vi dico che certe cose che sono state scritte contro mio marito sono state peggio della morte stessa! Le calunnie, quell’anno terribile di calunnie e di violenza: insegnate ai vostri ragazzi ad aver coraggio, a non essere gregge e ad avere il coraggio di staccarsi quando non condividono; ad avere il coraggio di motivare i loro giudizi con i loro amici e a mantenere un pensiero libero e critico.

DOMANDE DEI PRESENTI.


  • Parlava di calunnie, parlava di un momento storico molto pesante, in cui i giornali mettevano forse l’indirizzo di casa vostra, quasi ad incentivare qualcuno a fare quello che poi è avvenuto. Sicuramente ne parlavate anche in casa. A me viene spontanea una domanda: ma chi gliel’ha fatto fare? Ma non c’è stato un momento in cui suo marito ha detto: ma chi me lo fa fare? Ma perché non mi fermo prima?

Lei ha ragione, infatti mio padre (che aveva un’azienda di tessuti) ad un certo momento gli aveva proposto di andare a lavorare con lui; lui però aveva detto “magari dopo, ma io adesso non fuggo, non scappo, voglio dimostrare la mia innocenza, la mia trasparenza”. Certo non è stato semplice, pensate che noi abbiamo avuto solo tre anni di matrimonio e non siamo riusciti a fare l’anniversario del terzo anno che era il 31 maggio. E lui mi diceva “non dare nei negozi l’indirizzo di casa o il cognome Calabresi, dai il tuo cognome; quando esci dal portone guarda che non ci siano macchine ferme o qualcuno fermo” (poi non ha guardato lui, naturalmente!) all’angolo della strada, stai attenta a non essere seguita”. Ecco, tutte questo accadeva quando io avevo tra i 22 e i 25 anni, pensate voi, forse per fortuna, perché a quell’età tu sei spensierato, sei incosciente e quindi riesci a vivere. Il momento in cui ho capito la pericolosità è stato quando mi sono accorta che riceveva lettere di minaccia: lui, un po’ di giorni prima mi aveva chiesto la chiave della cassetta della posta dicendo che aveva perso la sua, io avevo visto che c’era una lettera scritta con un pennarello (lui ha negato totalmente: “sarà stata della pubblicità, l’avrò buttata senza accorgermi”) e io non ho detto niente, ma mi son sentita morire dentro: ho capito da quel momento che dovevo avere un po’ paura. Però lui voleva rimanere al suo posto.

Quanto questa sua volontà è stata modello poi per i suoi figli?

Guardi, intanto dopo la sua morte ho ricevuto delle lettere di genitori che mi dicevano quanto fosse stato importante per loro, per la loro famiglia (pensate che lui aveva 33 anni, 34 quando è morto). L’hanno dipinto come se fosse il questore o il vice questore. Era l’ultimo arrivato ed era in assoluto il più giovane funzionario, per cui doveva ovviamente prendere ordini. Però dopo le manifestazioni di piazza si dilungava a parlare con i fermati, perché voleva capire il perché di quella rabbia, di quella violenza, voleva anche capire da chi fossero guidati, eccetera. Quindi lui si fermava tanto a dialogare, ed essendo minorenni chiamava i genitori che ignoravano una attività politica così pericolosa. E quindi ho ricevuto parecchie lettere che dicevano che lui era stato molto importante, perché aveva chiamato i genitori che avevano dialogato insieme al figlio e insieme a lui. Ecco, queste cose io le ho raccontate, le ho fatte leggere. Per esempio non più tardi di tre o quattro anni fa a Milano Arte, alla fiera, uno scultore con barba lunga mi riconosce e chiede di essere presentato e mi dice che ha bisogno di parlarmi un momento. Mi dice che lui è arrivato dal meridione, figlio di poliziotto, frequentava l’Accademia di Brera, pensate, però era un ingenuo. Era stato montato politicamente (“si deve fare la rivoluzione”) finché un giorno viene fermato da mio marito, che,parlando, lo aveva invitato a bere un caffè; sapeva che era figlio di un poliziotto, si è sentito di doverlo custodire. E lui mi ha detto: “io avrei potuto arrivare ad abbracciare il mitra. Mi ha salvato la vita suo marito”. Ecco queste sono cose per cui dici che forse la sua morte è servita a qualcosa; è rimasto al suo posto ed è servito a qualcuno.



Paradossalmente, il tentativo di proporre un modello ai figli, è anche la possibilità di far vivere i figli liberamente. Ci può raccontare di quando suo figlio Mario ha accettato l’incarico a Repubblica?

Mario era stato chiamato a Repubblica, gli avevano proposto il lavoro di capo redattore centrale, un posto molto importante per lui così giovane. Ma a Repubblica lavorava anche Adriano Sofri, e la voce era già girata a Roma (lui lavorava per conto dell’Ansa in Parlamento) e la gente gli diceva: “se vai a Repubblica tuo papà si girerà nella tomba” e gli tiravano un po’ di frecciatine. Lui però, ovviamente, era molto attirato da questo lavoro. Viene a Milano e mi dice: “mamma mi hanno proposto questo lavoro a Repubblica, però tu come sai a Repubblica lavora anche Adriano Sofri e quindi avrei pensato di non andare: tu cosa dici?” Allora io ho incominciato a chiedergli (come aveva fatto mio padre): “E’ un lavoro che ti interesserebbe? E’ un lavoro importante? Ti farebbe migliorare? Ti aprirebbe delle strade? E lui sempre “si, sì, sì”. Alla fine gli ho detto: “e allora vai; non fare ancora decidere della tua vita agli altri! Questa volta devi andare. Io ti sarò vicino e ti difenderò”. Perché io immaginavo che anche nella mia famiglia, qualcuno avrebbe bofonchiato non poco. Però io gli ho detto: “tu non ti preoccupare, vai. Se è un lavoro per te importante, un lavoro che ti fa crescere, quello è il tuo posto”. Non dobbiamo lasciare che gli altri decidano per noi, era già successo una volta e quindi io sono stata contenta così e l’ho supportato, l’ho difeso. Noi dobbiamo far sentire ai figli che comunque loro devono decidere, noi diamo la nostra idea, loro devono assumersi le loro responsabilità, però noi ci siamo, ci siamo sempre! Se è una cosa buona, una cosa valida, una cosa giusta io ti difendo, certo non mi sostituisco. Naturalmente in quel tempo io leggevo Repubblica, poi è andato alla Stampa e io leggo la Stampa…



I bambini come i suoi che sono cresciuti vivendo questo dolore, sono anche naturalmente più maturi di quelli che sono cresciuti avendo tutto e e senza conoscere la sofferenza. Non voglio dire con questo che sia stato più facile per lei, però la loro esperienza li ha già orientati in un certo senso; poi avere una madre così….

Scusi se la interrompo ma ci tengo a dire che se io fossi venuta qui dieci anni fa vi avrei detto delle altre cose, una parte del mio cammino, ma non tutte quelle che vi ho detto questa sera, perché io anche in questi ultimi anni veramente ho scoperto sempre cose nuove, tirando un po’ le fila della mia vita: trovo tante cose negli altri, nelle persone e quindi sono gioiosa, sono contenta di trovarmi in mezzo alla gente, di condividere, proprio perché adesso ho capito quanto sia stata importante questa dimensione. Ma forse dieci anni fa non me ne ero resa ancora pienamente conto, quindi è un cammino continuo, non ci si ferma mai, bisogna andare avanti”. Non bisogna pensare: “ormai ho i figli grandi, ho il marito, ho il mio lavoro, adesso poi vado in pensione, il tran tran”.. No assolutamente, anzi si va in pensione, si ha più tempo per pensare, si ha più tempo per lo scambio con gli altri, si ha più tempo per organizzare, si ha più tempo per il dialogo, quindi è una cammino continuo, non bisogna mai fermarsi.

Ecco volevo dire che mio figlio maggiore aveva 6 anni ma sembrava già ne avesse 50. Purtroppo, povero lui, voleva fare l’uomo di casa. Il secondo è stato muto per non so quanto tempo, veramente! Ha avuto dei grossi problemi però poi è sbocciato. Il terzo è quello più fragile, è un po’ arrabbiato, perché non ha mai conosciuto il padre; lui dice “non mi ha mai preso in braccio”, e quindi è molto dispiaciuto per questo. Però è un ragazzo d’oro, che mi adora, che mi vuole bene. Lui è talmente tanto in sintonia con me che basta che io prenda il telefono e che dica due parole e lui capisce se c’è qualcosa che non va, più degli altri. Però è più fragile. Anche perché io ero incinta al terzo mese di gravidanza, e quindi non si è fatto una bella gravidanza, non si è fatto un bel parto, addirittura qualche volta mi dimenticavo di allattarlo. Lui poi era così buono che continuava a dormire. E quindi non è sempre stato tutto ovvio e normale.

Veramente è un cammino continuo, però si deve volere questo cammino, ecco bisogna un po’ avere le antenne, guardarsi in giro e vedere il positivo che c’è, perché ce n’è! non dobbiamo farci prendere da queste cose terribili, bruttissime che anche a me danno tanta ansia, però non dobbiamo stare li immobili: altrimenti davvero ci faremo schiacciare.



Forse i nostri figli, che vivono in situazioni meno acute, fanno fatica ad elaborare questo sguardo critico sulla realtà e anche questo coraggio ad essere se stessi.

Questo io lo capisco bene. Ho un fratello che si è occupato anche dei miei figli, veniva alla domenica, li portava alle giostre ecc, è molto benestante e i suoi figli hanno avuto di tutto e di più e sono un po’ tanto nella bambagia: uno vuole andare a Berlino, poi si stufa di stare a Berlino e ritorna. Il commento dei miei figli è stato: “mamma sai perché? Perché hanno avuto tutto. Tu invece hai fatto anche fatica”. Ero anche orgogliosa e cercavo di non chiedere aiuto ai miei. I miei figli quando erano al liceo e poi all’università hanno fatto di tutto come lavoro: Luigi si alzava alle 6 del mattino il sabato e la domenica per andare a montare le fiere con martello, chiodi ecc. Mario andava in fiera a gestire l’edicola. Paolo e gli altri a lavare le automobili. Hanno fatto di tutto. Lasciate che facciano queste cose. Permetteteglielo. Intanto si guadagnano qualche soldino, che non va male, e se lo gestiscono. Non diamo sempre tutto noi. Facciamogli fare qualche cosa. Loro hanno proprio detto: “siamo stati più fortunati noi perché le difficoltà ci hanno dato forza, dovevamo riuscire e quindi lottare”. Ben venga la famiglia unita, compatta con padre, madre e il benessere, però stiamo attenti, non prepariamogli di tutto. Facciamoglielo conquistare. Per esempio diciamogli che se abbiamo bisogno di fare una cosa e loro hanno bisogno di soldi, benissimo, possono farla per noi. Poi il modo voi lo trovate, conoscete i vostri figli. Queste sono cose banali ma che possono essere d’aiuto.



Diceva di non farli abituare alla violenza, la violenza reale, ai barconi che arrivano, all’Isis.. Ecco, io ho una figlia di 14 anni e noto che loro vivono in modo un po’ astratto l’idea della violenza, anche perché vedono film che presentano una violenza gratuita. Dunque faccio fatica a trasmetterle un’idea reale della violenza.

E’ verissimo, ma loro vogliono metterla da parte perché dà ansia, quindi bisogna cercare di fare dei distinguo: quello è un film, ma oggi è accaduta una cosa molto brutta, speriamo che non continui ad accadere, non deve accadere. Questo va detto, a seconda dell’età. Io per esempio con mio nipote di 12 anni, che mi chiede dell’Olocausto, del terrorismo, dell’Isis, ecco io cerco di fare delle conversazioni, in modo adeguato, certo, perché se no si insinua l’ansia. Però cerco, pur con un linguaggio adeguato, di fargli capire come certe cose siano sbagliate. Dobbiamo cercare di tenerli agganciati perché loro si isolano. Ho avuto l’ultimo figlio, il quarto, quando mi sono risposata, ancora maschio! Lui amava andare in moto che è la sua passione. Lui avrebbe voluto come lavoro seguire le gare di moto e fare il meccanico. Io gli ho detto “se ti piace quello, va bene”. Ci ha provato, ma è una strada lunghissima. Ha fatto l’aiuto dell’aiuto dell’aiuto dell’aiuto per tanto tempo,per 1 euro, poi chiamano pochissimo. Ad un certo punto gli ho detto “ o si studia o si lavora, quindi, cosa ne dici se questo lo fai diventare il tuo hobby”? Gli ho dato il mio box e lui ne ha fatto un’officina, magari anche qualche vostro figlio è passato da lì. Non guadagna nulla, solo il piacere di chiacchierare, modificare i motorini ecc. Però prima di fare un’altra scelta è stato a lungo a casa, si alzava tardi e stava sul computer le ore. Io allora mi sono inventata un sacco di argomenti dicendogli che mi servivano per la scuola; per esempio, leggevo un articolo interessante e gli chiedevo di farmi delle ricerche su Internet. Oltre alle sue cose dedicava quell’ora a me, e così potevamo parlarne e gli facevo vedere che c’ero anch’io dentro il suo Internet per evitare che si isolasse. Poi un giorno, messo un po’ alle strette, ha capito che la sua seconda passione era l’informatica. E’ diventato perito informatico e da 8 anni lavora come informatico in una casa farmaceutica. Alla fine è stato fortunato perché non avendo fatto l’università è riuscito a entrare nel mondo del lavoro trovando un’occupazione prima della crisi. Oggi sarebbe davvero drammatico. Nella sfortuna di non aver fatto l’università, non aver studiato più di tanto ecc oggi è un ragazzo che mi spiega di politica interna, estera, dello spazio, legge tantissimo. Però prima non era pronto e io sono dovuta stare un po’ ai suoi tempi, ho dovuto accettarlo, standogli vicino e inserirmi, stando attenta a non perderlo.



In questa idea di astrazione lei dice una cosa verissima: noi dobbiamo accorgerci che ai ragazzi è stata tolta la realtà e questo genera una fragilità straordinaria perché la realtà è l’unica strumento che noi abbiamo per conoscere noi stessi.

E’ importante tenerli legati alla realtà, anche alle cose più banali. Per questo dicevo di raccontare a tavola cosa ha fatto il papà in ufficio, l’arrabbiatura che ha avuto; raccontarsi, così anche loro si raccontano, perché quella è la vita. Non dobbiamo togliere la quotidianità, altrimenti rimane tutto astratto.



E l’astrazione genera il vuoto. Quello che succede spaventa i ragazzi che tenderebbero a volere solo spiegazioni, solo informazioni. Anche a scuola ci accorgiamo che ultimamente i ragazzi chiedono tantissime spiegazioni. Non è che sia sbagliato darle, ma non è che informando, possiamo pensare di spiegare il disastro, il male che sta succedendo. Quindi bisogna anche aiutarli a stare davanti al problema del male, alle domande drammatiche che la realtà suscita.

A loro fa male vedere i genitori che hanno paura perché il genitore è il punto di riferimento, è la forza, è l’esempio, quindi bisogna cercare di non trasmettere questa paura ai figli.



Mia figlia inizierà qui il Liceo il prossimo anno. Mi sono accorto nell’esperienza scolastica di questi anni che per i genitori la scuola rischia di essere un luogo a cui delegare la responsabilità educativa.

Io posso riassumere così: quando insegnavo, avevo in classe un bambino caratteriale che era un problema per tutti. Viene il padre ad accompagnarlo fino in classe. Io esco e gli racconto le difficoltà del bambino dicendogli che bisogna anche dire dei no, mettere dei paletti. Lui mi ha risposto: “io i no non glieli dirò mai perché voglio essere amico di mio figlio”. Allora io l’ho invitato dentro la classe mostrandogli tutti gli amici del figlio e dicendogli: “se lei non fa il papà adesso, lui non l’avrà più per tutta la vita”. L’ho liquidato così. Penso che non si possa essere amici dei figli, si può andare a sciare insieme, raccontarsi le barzellette, ma tu sei padre e lui è figlio. Tu hai la responsabilità, e tu devi dire anche i no. Penso che i no non vadano spesi perché si vestono in modo bizzarro,( ma lasciateli fare!) Oppure la ragazza si fa i capelli blu e voi vi vergognate con i vicini, ma, pazienza! E’ un periodo, poi loro stessi cambiano perché capiscono che sono brutti. Oppure i pantaloni bassi… i no dateli sui valori, sulle cose importanti perché se iniziamo a dire no a tutto, poi non ci ascoltano più. Quindi se fanno anche una cresta, pazienza! Bisogna anche mediare certo, però non bisogna essere solo amici dei figli; i figli gli amici ce li hanno e anche tanti. Se il padre non fa il padre e la madre non fa la madre, loro non li avranno avuti.



Ho seguito la vicenda del processo ed è stata un’esperienza pazzesca tra innocentisti e colpevolisti. Ho un ricordo molto preciso di questa vicenda: di fronte a tutto questo massacro di ideologia lei è sempre stata pacata nelle reazioni. Io mi commuovevo e dicevo: “ma che bello, queste persone sono le uniche che invece avrebbero ragioni per arrabbiarsi!”

Io ho detto il primo giorno al processo: il saluto non si nega a nessuno per cui voi saluterete anche gli imputati



Cosa vuol dire essere testimone verso i figli?

Credo che tutto quello che ho detto stasera voglia dire essere testimoni. Noi tutto quello che abbiamo scritto o detto l’abbiamo quasi sempre deciso insieme ai ragazzi .Io dicevo le mie opinioni e dovevo far capire perché era giusto. Ho voluto testimoniare la pace. Il clou è stato quando il presidente Napolitano ha istituito la giornata della memoria ed ha invitato me e la vedova Pinelli perché ci stringessimo la mano, infatti, per ideologia, ci volevano separate. Se si faceva una cosa per Calabresi bisognava farla anche per Pinelli e viceversa. La scelta che ho fatto con i miei figli è stata quella di non lasciarci immischiare con i meccanismi complicati dei media ecc. Quando Mario è arrivato a Milano dicendomi che alla giornata della memoria ci sarebbe stata anche la vedova Pinelli.,io gli dissi che quello era un problema suo, perché non ci sarei stata. Infatti sono tante le famiglie vittime del terrorismo e non vengono invitate sempre tutte al Quirinale. Ogni anno venivano invitate solo un certo numero di famiglie per poter considerare tutti. Io avevo partecipato l’anno prima e non avevo nessun motivo per andarci, ero certa di non essere stata invitata. Mario mi disse: “ci sarai anche tu perché Napolitano pensa che sia giunto il momento, ed io sono d’accordo, di voltare pagina e di far finire questa continua ideologia che si protrae e quindi vuole che le due donne diano l’esempio al Paese stringendosi la mano”. Mi è mancato il fiato. Poi ho pensato: “chi più di lei è vicina a me? Anche a lei un giorno il marito non è più tornato a casa, aveva una moglie e due figli. Non sta a me giudicare. La sofferenza, anche se arriva da parti diverse, accomuna, e noi avevamo questo tipo di sofferenza che ci legava, quindi era assurdo che ci mettessero sempre in contrapposizione! Allora l’ ho abbracciata veramente con amore e lei mi ha detto: “peccato non averlo fatto prima”. Sono felice di averlo fatto, non tornerei indietro. Quell’episodio mi ha dato gioia e libertà. E poi penso sia stato un esempio anche per i miei figli.



Lei ha avuto 3 figli con un passato monumentale e il 4^ con la vita più semplice…

Le dirò che non è stata tanto “sgombra” la vita dell’ultimo che si chiama Uber . (si vede che ho sposato un artista). Adesso questo nome mi piace e non potrebbe essere altrimenti. Quando lui aveva 3 ani è incominciato il processo che è durato 10 anni, e lui ricorda con angoscia i dialoghi a tavola sulle dichiarazioni da fare ecc e una sera, mentre li mettevo a letto, mi domanda: “i fratelli (così li chiamava) perché li hai fatti insieme e me invece da solo”? Infatti gli altri hanno un anno di distanza uno dall’altro. Era felice di stare con loro, li adorava e si adorano. Una sera mi dice: “mamma io voglio stare dalla parte dei fratelli perché sono contro gli assassini che hanno tolto il papà, ma se non lo avessero ucciso io non ci sarei. Come devo fare”? Quindi anche lui a 5 anni aveva già bel fardello sulle spalle. Io gli ho detto: “la vita è andata così, siamo felici che tu ci sia e loro sono felici che tu esista. Non sei tu colpevole e tu stai pure dalla loro parte”. Comunque sono ben integrati, si adorano.

CONCLUSIONE

Possiamo chiudere qui. Ho poche parole da aggiungere perché abbiamo sentito una testimonianza bellissima di cui fare tesoro, di cui possiamo parlare assieme e che possiamo mettere a tema nei nostri dialoghi. E’ questa un’esperienza che può essere preziosa per la convivenza a scuola con i genitori e colleghi.

IL 16 maggio ci sarà la possibilità di incontrarsi, come gli altri anni, in un momento libero e conviviale per una visita artistica con aperitivo, accompagnati da un professore che già gli anni scorsi ci ha guidato in visite artistiche a Milano e dintorni. E’ la possibilità perché l’amicizia tra noi possa consolidarsi.

A riguardo di tale iniziativa verranno dati ragguagli più precisi in seguito.

Grazie e buona sera.

Testo redatto dalla referente del progetto, prof.ssa M. G. Discoli, non rivisto dalla signora Calabresi.



Volutamente chi ha redatto il testo ne ha voluto mantenere il tono colloquiale.


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