Rapporto tra impresa e innovazione tecnologica/progresso tecnologico/tecnologia. Ripasso lezioni precedenti



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07.12.2017
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Parte 2: Impresa e tecnologia
dispensa: Parte II - Impresa e progresso tecnologico -Intro e approccio neoclassico
Introduzione Parte 2 del programma
Seconda Parte del programma, che andrà a trattare il rapporto tra impresa e innovazione tecnologica/progresso tecnologico/tecnologia.
Ripasso lezioni precedenti:

Nella prima parte del corso, rapporto tra impresa e mercato, come forme di organizzazione economiche distinte. Organizzazione di mercato basata sull'attività di scambio individuale in un contesto in cui si suppone piena libertà di scambio e opportunità di scelta per i contraenti dello scambio e l'organizzazione impresa, un'organizzazione particolare, sovra individuale.

Abbiamo analizzato che tipo di complementarietà, compenetrazione, conflitto, alternativa ci sono tra le due; in modo da studiare e presentare le principali teorie dell'impresa (obiettivo del corso), che giustificano il perché oltre all'organizzazione di mercato, si è sviluppata anche nel corso della storia e degli studi economici, un nuovo tipo di organizzazione particolare, che è l'organizzazione d'impresa, deputata a definire l'attività di produzione. Riguardo il lato della domanda invece non c'era un'organizzazione che ne definisse il valore, la domanda è espressa sempre in termini individuali, di al massimo, associazione dei consumatori, che non sposta di molto il problema.
Ora la seconda parte del corso, si focalizza sull'organizzazione impresa e va ad analizzare in qualche modo il rapporto con la tecnologia ovvero con l'innovazione tecnologica; andremo quindi ad analizzare, quella che possiamo definire la scatola nera che sta dentro l'impresa, cioè quella che nel ragionamento della teoria microeconomica tradizionale è definita tramite la funzione di produzione. Ricordo che nella teoria microeconomica tradizionale di stampo neoclassico, cioè nell'ambito della teoria dell'equilibrio microeconomico generale, il progresso tecnologico viene considerato esogeno, ovvero dato nel breve periodo oppure nel lungo periodo si può modificare sulla base di fattori e cause che nulla hanno a che fare con le decisioni di produzione da parte o del singolo imprenditore (nel caso si ipotizzi l'inesistenza dell'impresa come funzione di squadra) o nel caso dell'organizzazione di produzione, appunto l'impresa. Se partiamo da questa ipotesi, riguardo il progresso tecnologico, il rapporto tra impresa e tecnologia è già risolto, e si afferma che non cè nessun rapporto.

Questo è l'approccio seguito dalla teoria microeconomica e dalla teoria della produzione almeno fino agli anni 60, con unica particolarità rappresentata da John Hicks allievo di Keynes negli anni 50, che ha volgarizzato in macroeconomia l'approccio Keynesiano relativo al modello IS-LM(detto anche modello di Hicks-Hansen).

Hicks presenta nel 1947, primi anni 50, una teoria neoclassica del progresso tecnologico, partendo sempre dal presupposto che il progresso tecnologico, è sempre e comunque esogeno alle scelte di produzione, ovvero che le decisioni ottimali di produzione, non modificano la struttura tecnologica che sottostà all'attività di produzione e dall'attività di trasformazione degli input in output.

La parte di Hicks che presenteremo ora è più relativa all'ambito microeconomico che alla teoria dell'impresa o teoria del progresso tecnologico. Negli anni 60, e nei primi anni 70 per motivi di contingenza storica ma anche per motivi di produzione teorica sempre nell'ambito della tradizione neoclassica, assistiamo ad un maggior interesse verso la variabile TECNOLOGIA. Questo fatto lo avevamo già osservato, quando avevamo presentato il modello di Alchian-Demsetz, dove c'è una mutuazione nel concetto di funzione di produzione e si introduce il concetto di funzione di produzione di squadra (team production function) che consente che ci siano dei residui, una volta pagati singolarmente i fattori produttivi; dei residui positivi in presenza di rendimenti crescenti di scala, dove i singoli fattori produttivi, presi uno ad uno, sono sottoposti a rendimenti marginali decrescenti, ma nel momento stesso, in cui vengono utilizzati congiuntamente, quindi come squadra, invece si parla di rendimenti complessivi crescenti.

Questo scarto, pone delle questioni relativamente al fatto che il modo con cui si produce, e quindi la tecnologia utilizzata, ha degli effetti, nel momento stesso in cui la tecnologia viene utilizzata; non è che la tecnologia deve essere per forza considerata data, costante ed immutabile, esterna al problema della scelta ottimale di produzione. No, perché la scelta ottimale di produzione dentro la funzione di produzione di squadra, a seconda di come io utilizzo congiuntamente i singoli fattori produttivi, da origine a rendimenti crescenti di scala; quindi il modo con cui organizzo i vari fattori produttivi, quindi la tecnologia che utilizzo, non è così completamente neutrale rispetto alle scelte di produzione.

Capite che poi questo aspetto in altre epoche, non lo sopprimevano neanche, lo sopprimiamo noi oggi a posteriori poiché coloro che sono venuti dopo Alchian-Demsetz e alcuni studiosi americani in contemporanea con loro, hanno iniziato a porsi il problema, se effettivamente il progresso tecnologico, può essere considerato neutrale rispetto alle scelte di produzione.

L'ipotesi che il progresso tecnologico, sia esogeno e dato, fa un po' a pugni con la realtà (visione attore esterno al sistema economico).

Vedremo ora, come passare dall'ipotesi di un progresso tecnologico esogeno, ad un progresso tecnologico endogeno, che muta nel tempo in ambito dinamico, non può più essere osservato tramite una semplice analisi statica ( una fotografia scattata in un istante fisso al tempo t con 0 delle modalità di produzione), ma invece il progresso tecnologico è qualcosa che presuppone lo scorrere del tempo con un passaggio del contesto di produzione, dal tempo t con 0 (t0) al tempo t con 1 (t1).

Presupponendo lo scorrere del tempo, bisogna dotarsi di strumenti analitici dove la variabile tempo conta (time macros come dicono gli anglosassoni). Alla fine degli anni 60 iniziò a svilupparsi questo interesse riguardo ad un maggiore analisi del progresso tecnologico; da qui nasce una branca di teoria economica, chiamata Teoria del progresso tecnologico, che troverà supporto, e si vivacizzerà soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni 70, dove sarà visibile, un cambiamento tecnologico di una certa importanza, con il passaggio dalle tecnologie Tayloriste legate alla produzione standardizzata della catena di montaggio (tecnologie rigide, meccaniche e di fatto statiche una volta che sono state impiantate), ad altre tecnologie, che invece fanno leva sulla capacità comunicativa, sul linguaggio, grazie a scoperte e innovazioni scientifiche e al recupero di scoperte fatte nel passato, che erano state lasciate nel cassetto (ininfluenti in quel tempo, come ad esempio scoprire che il silicio è un minerale con una capacità di trasmissione molto superiore a quella del rame, porta allo sviluppo del settore dei semiconduttori, primo settore tecnologico che segna il salto strutturale da una tecnologia rigida e meccanica, ad una tecnologia cosi detta digitale e di linguaggio).

Tecnologie digitali e di linguaggio che tendono ad auto alimentarsi continuamente, ad avere un grado di accumulazione molto elevato, e quindi sono tecnologie essenzialmente dinamiche e non statiche; una catena di montaggio, una volta costruita la posso prendere e spostare in un'altra fabbrica e la capacità produttiva, rimarrà sempre e comunque la medesima (quella originale).

Le tecnologie digitali e di linguaggio, invece mostrano una cumulatività dinamica, più vengono utilizzate, più vengono incrementate, più aumentano la loro produttività.

È quello che segnerà il passaggio dalle economie statiche di scala, basate essenzialmente sulla dimensione degli impianti, che a poco a poco perdono di importanza ( non è che scompaiono, ma semplicemente non sono più le più rilevanti) a vantaggio di economie dinamiche di apprendimento, che creano un incremento della produttività della tecnologia attraverso l'uso di processi di learnig by using, attraverso il fare ( tipo i processi di learnig by doing) e altre modalità di processi di apprendimento (di cui si sviluppa una grande letteratura negli anni 80 e 90, ma che noi non tratteremo).

Ma, la domanda è: con questo tipo di passaggio, siamo ancora in presenza di rendimenti crescenti complessivi di scala? La risposta nell'90% dei casi è SI, ma di che tipo sono questi rendimenti crescenti di scala? perché ora i rendimenti di complessivi di scala, vengono determinati con l'utilizzo di una tecnologia che non è più quella precedente (statica e di scala, caratterizzata da un limite alla dimensione dell'impresa come abbiamo visto nelle lezioni precedenti) con l'introduzione di elementi di novità e di rottura che devono essere analizzati.

Questo è il cambiamento che inizia ad intravedersi negli anni 70, che porta quindi gli economisti ad interrogarsi su queste trasformazioni. Intanto che il progresso tecnologico, come era avvenuto nei trentanni successivi alla seconda guerra mondiale era essenzialmente un progresso tecnologico di tipo incrementale (cioè un miglioramento di poco lavoro dell'output prodotto, lo vedremo meglio nelle lezioni successive).

Una volta che è stata presentata ed inventata l'automobile, con nuovi materiale, il motore a scoppio, l'intelaiatura in lega di acciaio, le gomme, ecc... (tutte le caratteristiche di una vera automobile), poi i miglioramenti che sono avvenuti negli anni, facendo ad esempio il tettuccio apribile, gli alzacristalli automatici, i finestrini a manovella e cosi via, che sono tutti processi di innovazione che non hanno modificato l'essenza del prodotto (il suo scheletro) che rimane sempre lo stesso.

Quindi tutti gli anni dal 45, anche gli anni 30, fino al 60, buona parte dei beni, cosiddetti beni durevoli, che erano quelli che rappresentavano la produzione, con la più alta tecnologia dell'epoca hanno avuto un'incremento tecnologico tutto sommato poco evidente. Anche a livello delle tecnologie di produzione, una volta che nel 1911 è stata impiantata la prima catena di montaggio alla Ford (che è stata la prima), per produrre il modello T; poi è certo che la catena di montaggio della Fiat degli anni 70 non era la stessa di quella di Ford del 1911, la sua capacità in termini di efficienza era indubbiamente superiore, ma la razio, la logica, il meccanismo di funzionamento, era la stesso, come lavorazione in serie.

Quindi anche l'innovazione di processo, non soltanto l'innovazione nell'ambito dei prodotti, ha in tutti gli anni dal 30 al 70, dei miglioramenti costanti, ma abbastanza minimali.

Nella seconda metà degli anni 70 in poi, si assiste proprio a delle rotture tecnologiche sia dal punto di vista del modo di produrre, sia dal punto di vista del tipo di bene.

Ad esempio pensiamo all'industria dell'ascolto della musica in quegli anni, dove si passa dai long-playing a 78 giri (collegamento per chi si vuole fare una cultura sui dischi in vinile) ai long-playing a 33 giri, poi ai mangiadischi a 45 giri; c'è tutta un'evoluzione che permette di agevolare la fruizione all'ascolto e migliorare l'ascolto in sè, ma rimanendo sempre dentro lo stesso solco, la stessa traiettoria tecnologica. Invece quando si passa al CD, ai DVD o all'mp3, li c'è un salto di traiettoria tecnologica, che non avviene solo nel settore discografico, ma in tanti altri settori.


Questi fatti collaterali, spingono alla necessità che la teoria economica debba approfondire il processo tecnologico: spiegandone l'origine, come si diffonde, che natura ha, che effetti ha, ecc... .
Dato che il progresso tecnologico, viene fatto dall'impresa; è l'impresa l'istituzione economica promotrice dell'innovazione tecnologica. L'idea dello scienziato pazzo (alla Galileo Galilei, Einstein, Copernico, Leonardo da Vinci) è un concetto di innovazione tecnologica legato al caso, e non alla storia economica. A partire dalla seconda guerra mondiale in poi, la produzione di invenzioni è sempre più legata all'attività economica, è l'impresa che promuove l'invenzione e di conseguenza l'innovazione tecnologica. Per cui, il legame tra storia della tecnologia e storia delle modalità di produzione/storia dell'impresa tende sempre più a convergere.
Questo è il quadro di riferimento
Tutto il filone di letteratura che tratteremo è teoria della diffusione tecnologica, poiché si parte sempre dal presupposto, che l'atto innovativo, l'atto inventivo è esterno al processo di produzione, cioè lo scienziato si sveglia alla mattina, gli cade una mela in testa, e scopre la legge di gravità.

Da qui l'idea diventa di conoscenza internazionale, e poi c'è qualche imprenditore che pensa di poterla sfruttare per finalità produttive e quindi di creare un'effettiva innovazione tecnologica da quell'invenzione.

PROBLEMA: ma che effetti avrà questa innovazione sull'equilibrio di mercato?

Innovazione e Invenzione, sono due concetti distinti, che spiegheremo meglio più tardi, anche se finora, sono stati trattati come sinonimi.

Così l'approccio neoclassico standard, studia solo la diffusione dell'attività innovativa, ma non spiega, poiché non può farlo perché ad un certo punto si originano nel corso della storia dei decenni in cui si genera un fuoco di artificio di invenzioni nuove, perché guardando gli studiosi di storia economica che proprio negli anni 70 e negli anni 80, fanno una serie di studi, ed osservano che nel corso degli ultimi 100 anni, ci sono stati dei periodi in cui, in termini di management chiamiamo, CLUSTER(grappoli) di innovazione.

Negli anni 20 ad esempio è stato un periodo, in cui in 10 anni, ci sono state delle invenzioni e di conseguenza delle innovazioni radicali (ad esempio le fibre artificiali, il nylon, la gomma, motore a scoppio, scoperte sull'atomo) che si sono concentrate in questo dato periodo storico.

Negli anni 70, e negli anni 80, con l'avvento del paradigma tecnologico informatico, ci si è concentrati su questo tipo di tecnologia. Ma la domanda è: perché ci sono dei periodi storici in cui si concentrano una moltitudine di invenzioni? perché la generazione di quel periodo era più intelligente, e quella dei periodi precendeti e successivi, più stupida?

Progresso tecnologico è legato anche come espressione, ad una rivoluzione a livello storico e sociale, sottoposto a spinte e pressioni; e quindi il nesso tra evoluzione sociale e storica e sviluppo tecnologico, diventa un tema che farà parte di una serie di studi, che a partire dagli anni 80, daranno origine a quella che viene chiamata la teoria evolutiva del progresso tecnologico, o teoria eterodossa; che recupera a sua volta alcune intuizioni che erano presenti in alcuni contesti classici, i contesti classici, sono David Ricardo, Adam Smith, Karl Marx.

Parentesi su Ricardo relativa alla prima analisi del progresso tecnologico da lui effettuata: principi di economia politica 1812 corretta 1817 con aggiunta capitolo 13 saggio “on machines” dove vengono studiati effetti del progresso tecnologico sulla struttura economica, essenzialmente rigurado l'occupazione, in contrapposizione al fenomeno del Luddismo, che aveva preso piede nei primi anni del 1800 in Inghilterra.

Luddismo idea che l'introduzione delle macchine nel mercato, crea disoccupazione, poiché riduceva la domanda di lavoro.



Ricardo nella sua analisi, analizza quelli che vengono chiamati meccanismi di compensazione, ovvero come l'innovazione tecnologica nel breve periodo, crea effettivamente disoccupazione, però nel medio periodo, i vantaggi dell'innovazione tecnologica vanno più che a compensare la perdita iniziale di occupazione.
La teoria della compensazione, è la prima teoria economica del progresso tecnologico, ma non ci dilunghiamo, perché non fa parte del programma.
Dopo Ricardo, cè Marx (figura che ha un ruolo rilevantissimo) con il rapporto tra capitale costante, e capitale risparmiabile, quella che si chiama composizione organica del capitale ( per chi ha dimestichezza con il linguaggio di Marx), dove il modo in cui il produttore compone il capitale, incide sulle caratteristiche della produzione e sulla dinamica economica. Per Marx il progresso tecnologico è una variabile endogena. Solo dopo, con le teorie manageriali neoclassiche il progresso tecnologico, verrà nuovamente considerato esogeno. Però contemporaneamente negli anni 30 c'è un altro grande economista austriaco, che ha passato gran parte della sua vita negli Stati Uniti, che è Joseph Schumpeter, che pubblica nel 1912 (esattamente 100 anni dopo la prima versione del libro di Ricardo) un libro che diventerà molto noto, che si chiama Teoria dello sviluppo economico, in cui fissa e definisce i criteri, il ruolo e l'importanza dell'innovazione tecnologica come motore dello sviluppo economico e dove definisce il ruolo dell'imprenditore, come colui che ha come compito sociale, quello di produrre innovazione. Quindi critica l'approccio Walrasiano dell'equilibrio economico, dicendo che l'equilibrio economico Walrasiano è un bellissimo modello puramente teorico e astratto, che non ha nulla a che fare con quello che succede nella realtà, che ipotizza un mondo irreale, che sarebbe bello poter raggiungere, ma purtroppo qui siamo e qui restiamo, ed è un'analisi completamente statica, è un flusso circolare che avviene all'interno in maniera supplementare, tutte gli scambi dell'equilibrio si determina, sono scambi che avvengono simultaneamente e quindi parliamo di un equilibrio generale simultaneo.
Mentre invece il motore che può spiegare il funzionamento del sistema economico capitalistico, quindi non ad un sistema economico astratto in una società atomista di n individui (quello a cui allude Marks), persone che sono captate in rapporti sociali, (che è cosi poi come la storia di tanti libri.)
Mentre Schumpeter, ipotizza che il sistema economico, è caratterizzato dalla attività di investimento, la funzione di investimento è l'attività economica principe, è il motore di ogni cosa.
E l'investimento, chi lo fa? Lo fa l'impresa, solo l'impresa è predisposta all'investimento, perché può accedere ad un credito bancario, e quindi il banchiere decide se dare un credito nel senso sia fisico di prestare denaro o dare credito nel senso di fiducia nei confronti dell'imprenditore, quindi finanziare la sua idea. Perché un'idea innovativa è sempre rischiosa, anzi, più è innovativa, più si entra in un campo di incertezza, e quindi del rischio.

Quindi cè questo contrasto tra : una figura imprenditoriale, come immagina schumpeter, il cui unico scopo è quello di innovare, che si scontra con un comportamento avverso al rischio (risk adverse) del banchiere, che quando presta dei soldi, vuole essere sicuro di averli indietro.

Da qui viene fuori, la famosa espressione: la banca è l'eforo del capitalismo, colui che determina le traiettorie, anche se la banca non produce nulla, ma dato che siamo in un'economia monetaria di produzione, dove per produrre occorre moneta, perché la moneta è convenzione per finanziare l'attività di investimento e l'attività di investimento è quella che porta in un certo modo alla crescita, allo sviluppo e al miglioramento delle condizioni di vita ecc...

Quindi questo rapporto conflittuale tra banca e impresa, è quello che sta alla base della teoria dello sviluppo economico.



Però questo approccio Ricardiano-Marxsiano-Schumpeteriano che nel corso del 900, fa riferimento essenzialmente sull'idea che il progresso tecnologico non è esogeno, ponendosi quindi già in partenza in una posizione completamente opposta e critica rispetto alla teoria mainstream ortodossa dell'equilibrio microeconomico generale, verrà recuperato negli anni 80, e verranno chiamati, approcci Neoschumpeteriani.

Quindi noi ora svilupperemo la parte di teoria neoclassica della produzione, che ha degli aspetti interessanti e poi relativamente agli anni 80, soprattutto partendo da un libro del 1982 di due economisti americani, Richard Nelson e Sidney Winter (voce ancora da creare in wikipedia ita), che presentano un modello che svilupperà l'approccio Neoshumpeteriano o Teoria evolutiva di Schumpeter, che è una nuova teoria dell'impresa, diversa da quelle che abbiamo già affrontato finora.


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