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Raul Mordenti


Università di Roma “Tor Vergata”


Corso di Semiotica del testo


III ciclo 2002-2003)
Sommario Corso 2002-03 (14 ore):


Raul Mordenti 1

Corso di Semiotica del testo 1

(1 Lezione: 13/2/2002) Introduzione: perché la Semiotica del testo. 2



1. Presentazione del corso. 2

2



2. Che cosa intendiamo per Semiotica del testo e perché la studiamo 2

3. La retorica (e la sua attualità) 5

Riferimenti bibliografici della lezione: 11

(2 Lezione: 19/2/2002) La preistoria della Semiotica prima parte: dalle origini ai Sofisti 13



1.Il significato di "semiotica" 13

2.I pre-socratici e i Sofisti 13

3. Platone: Il Cratilo 15

4. Aristotele 17

5. Gli Stoici 21

Riferimenti bibliografici della lezione: 23

(3 Lezione: 20/2/2002) La preistoria della Semiotica seconda parte: da S. Agostino a Ockham 25



Agostino 25

La Scolastica 27

La rivoluzione della stampa 29

Riferimenti bibliografici della lezione: 29

(4 Lezione: 26/2/2002) la Semiotica del testo: da Locke a Saussure. 31



La semiotica e la comparsa della "massa" come problema nel Novecento 32

L'Estetica di Benedetto Croce 33

I fondamenti della semiotica del Novecento: de Saussure 36

Riferimenti bibliografici della lezione: 36

(5 Lezione: 5/3/2002) Il formalismo e Jakobson. 37



Strutturalismo/Formalismo 37

Le Tesi di Praga e Jakobson 38

Riferimenti bibliografici della lezione: 43

(6 Lezione: 6/3/2002) La trasmissione dell'informazione e Ia codifica 44



Il tentativo del cittadino Chappe 44

Lo schema di Shannon e Weaver 44

Il problema dell'entropìa 46

Sul concetto di codice 51

Riferimenti bibliografici della lezione: 52

(7 Lezione: 12/3/2002) ???? 52





(1 Lezione: 13/2/2002) Introduzione: perché la Semiotica del testo.

1. Presentazione del corso.

Mi chiamo…,

insegno…
Faremo insieme, nel corso del I Semestre, un modulo (di 14 ore) di "Semiotica del testo"
Problemi preliminari:

il primo è di natura didattica e, per così dire, organizzativa, e consiste nella forte disomogeneità culturale del nostro collettivo e nei forti dislivelli di competenza specifica che esso presenta.


Potrebbe darsi che ci siano in mezzo a noi specialisti veri della Semiologia, gente che si è laureata con una tesi meravigliosa su Saussure, e (al contempo) altri che non hanno mai sentito pronunciare il nome di Umberto Eco

(la seconda eventualità è, in realtà, per dei contemporanei alfabetizzati e non sordomuti assai più improbabile della prima…).


L'unico modo di lavorare insieme è dunque…parlarsi, cioè

interrogare il docente,

discutere e

approfondire i punti oscuri,

e così via.

(Vorrei ricordare, fra parentesi, che sono qui per questo, e non per tenere alcune conferenze…)


In modo tutto particolare chiedo la collaborazione, oltre che la pazienza, di quanti fra voi (anche per i propri studi) si ritenessero del tutto digiuni, o del tutto "negati" alla teoria e alla filosofia. Sono loro i primi destinatari di questo nostro corso.

Lezioni on line.

Bibliografia di riferimento.



2. Che cosa intendiamo per Semiotica del testo e perché la studiamo

Il secondo "problema preliminare" è invece di natura culturale e scientifica. Consiste cioè nella domanda: che cos'è la Semiotica del testo? e, per dir così, a cosa "serve"? e, soprattutto, per quali motivi la studiamo noi e anzi la consideriamo in qualche modo fondamentale (la mettiamo a fondamento) di un percorso formativo rivolto a specialisti della Comunicazione?


Su questo punto vorrei soffermarmi ed essere del tutto chiaro, anche a costo di contraddire alcune immagini che qualcuno di voi può essersi fatto della nostra Scuola e, soprattutto, di entrare in aperto contrasto con una certa atmosfera di sottovalutazione, se non di disprezzo, della teoria e della cultura che ho respirato in questa stessa aula nel corso dei cicli precedenti (e che è forse parte di un clima politico-culturale più generale presente nel nostro paese in questi nostri anni).

Questa Scuola (lo sapete) è, e vuole essere, molto rivolta alle professioni della comunicazione (notate: uso il plurale, queste sono molte, e non una sola), dunque è molto orientata alla téchne, nel senso greco e nobilissimo di questo termine, che non è traducibile affatto con "tecnica", ma semmai con "sapere/saper fare", cioè un sapere che contiene al suo interno anche una pratica, e viceversa, con un'arte che è frutto di una conoscenza.

Questo significa che il vostro "saper fare" non può essere il frutto di una Formazione professionale o, come si dice, di "praticaccia"; la FP è una cosa molto commendevole e seria, di cui si occupano degli appositi centri finanziati dalla Regione, non noi. Faccio notare peraltro che se qualcuno di voi perseguisse una FP potrebbe fare a meno della laurea e tanto più del titolo di specializzazione post-lauream, comunque, potrebbe conseguire tale formazione professionale con minore dispendio di tempo e di tasse di iscrizione di quanto comporti la nostra Scuola.

Noi crediamo invece che la vostra formazione (che è specialistica e post-lauream, dunque è il punto più alto della formazione previsto dal nostro sistema formativo) richieda una solidissima base culturale e teorica. In mancanza di questa base, peraltro, anche le professioni a cui vi "addestrassimo" sarebbero esposte ad una rapidissima obsolescenza, e qualsiasi mansione che noi assumessimo come nostro obiettivo è in effetti condannata dall'evoluzione dell'organizzazione del lavoro, particolarmente accentuata nel settore della comunicazione (pensate solo, per fare un caso clamoroso, a che fine fanno oggi i cosiddetti "accatiemmellisti" che, solo due anni fa, sembravano essere le figure più richieste! Ma molti altri esempi si potrebbero fare, e io sono abbastanza vecchio per ricordare la scomparsa di professioni per le quali fu suonata di volta in volta la grancassa e che furono presentate come le "professioni del futuro").

Al contrario, quella che ho definito "una solida base culturale e teorica" vi permetterà non solo di sopravvivere al cambiamento tecnologico ma, ciò che è ancora più importante, di promuoverlo e di gestirlo.
Dunque la Semiotica, la teoria dei segni, che sarà qui intesa in quanto base teorica di ogni atto di comunicazione e di informazione, dunque del tutto necessaria per chi voglia analizzare e gestire la comunicazione (come recita il titolo della nostra scuola).

Fanno parte del vostro curriculum anche materie come "Sociologia della comunicazione" che affrontano problemi del tutto analoghi, ma lo fanno (appunto) da un punto di vista sociologico, più legato agli eventi e a ciò che succede; noi lo faremo, per così dire, sub specie eternitatis, da un punto di vista diverso, non necessariamente più ambizioso né più inutile.


Resta da chiarire perché parliamo di Semiotica del testo. Intanto chiariamo che per "testo" intendiamo ogni tipo di testo, non solo quello verbale-scritto, ma anche quello orale, quello iconico, quello multimediale, e così via, insomma tutti i testi con ci avete a che fare in quanto comunicatori.

Una delle prime, e delle fondamentali, cose che cercheremo di capire insieme sarà anzi proprio

che cosa si debba intendere per "testo",

quale sia (per dir così) il suo statuto teorico, cosa fondi l'idea di testo, e come tale fondazione si verifichi,

e, ancora:

se, e come, tale statuto cambi nel tempo, in particolare se lo statuto teorico del testo si modifichi, oppure no, con il modificarsi delle tecnologie che lo utilizzano e lo gestiscono, e questo fino alla rivoluzione informatica.

Ma non sarei del tutto onesto se non vi confessassi che la parola "testo" ha, almeno per me, un valore del tutto particolare, e che essa deve essere intesa (per così dire) con la lettera maiuscola.

E questo per due motivi: anzitutto per un'opzione di tipo ideologico ed anche etico (direi: assiologico; l'axiologia è la teoria dei valori), che, in quanto opzione personale io debbo subito doverosamente enunciare dinanzi a voi, limitandomi per ora a tale enunciazione (forse durante il corso emergeranno anche le motivazioni di tale opzione). D'altra parte, enunciare esplicitamente il proprio punto di vista è l'unica forma di obiettività che io conosca: diffidate da chi vi dice di essere assolutamente obiettivo, super partes, privo di parzialità e di pregiudizi.

In secondo luogo perché per testo intenderemo spesso "testo letterario". Su quest'ultimo punto vorrei essere chiaro: non si tratta per noi qui di studiare letteratura e meno che mai, spero, di "fare della letteratura". Si tratta invece di riconoscere che nella nostra tradizione culturale è a partire dallo studio della letteratura che si sono verificate delle scoperte scientifiche (chiamiamole così) valide anche al di fuori della letteratura.

E capite bene perché questo sia avvenuto: il testo letterario è una forma particolarmente complessa di testualità, e particolarmente difficile da analizzare; dunque nel lavoro rivolto all'analisi del testo letterario sono state messe a punto delle tecniche, sono state eleborate delle categorie analitiche, sono stati messi a punto dei metodi, insomma è stata elaborata un' euristica che poi si è come riflessa e riverberata anche su campi di analisi testuale meno complessi; (un po' come, a partire dalla ricerca spaziale, si è determinata una positiva e straordinaria "ricaduta", un fall out di conoscenze e tecnologie poi utilizzate nella produzione e nella vita civile; e altri esempi analoghi si potrebbero fare).

Per spiegare questo processo, credo sia sufficiente ricordare che un linguista come Roman Jakobson (su cui avremo modo di ritornare) e un antropologo come Claude Lévi Strauss si siano occupati (e insieme!) di una poesia di Baudelaire, Les chats, per mettere a punto dei metodi di analisi strutturale del testo.
Ancora a proposito dei rapporti fra testo letterario e l'universo più vasto della testualità quotidiana: si può sostenere che, probabilmente in rapporto con quella che Walter Banjamin definisce "la riproducibilità tecnica dell'opera d'arte" (che segna in particolare il Novecento), si sia verificato nel corso del secolo scorso, per dir così, uno slittamento verso il basso dell'arte in generale e della letteratura in particolare, una sua straordinaria diffusione di massa (se ciò sia "un tramonto o un alba", per dirla con Maria Corti, cioè se ciò configuri una effettiva democratizzazione dell'arte o al contrario la sua fine, beh questo è un altro discorso, che ci porremo anche noi a tempo debito, e in particolare prendendo spunto dalle analisi di Benjamin al riguardo).

Secondo Maria Corti (una semiologa, una filologa, e una importante teorica della letteratura) i "generi letterari" subiscono una significativa evoluzione nella contemporaneità. I "generi letterari", sono da lei definiti "questi grandi istituti di mediazione fra la coscienza collettiva e le strutture sociali da un canto e le opere di primo piano dall'altro" 1.

Ebbene, secondo la Corti, assistiamo a un
"significativo mutamento di area di pertinenza tanto dei generi letterari quanto della retorica, il loro cambiamento di casa: cioè calo di entrambi i fenomeni a livello alto della letteratura, straordinario incremento a livello di mass media e della letteratura di consumo. Da un lato romanzo rosa dei rotocalchi, romanzo giallo, romanzo storico e no sceneggiato in televisione, racconti inclusi in messaggi pubblicitari rigorosamente codificati a seconda dello strato sociale dei destinatari, testi tali da simboleggiare tutto ciò la cui scomparsa è fuori discussione; dall'altro l'esplosione delle strutture retoriche nei messaggi settoriali (pubblicità, politica, sport ecc.)."2

3. La retorica (e la sua attualità)

Avrete forse notato che, con la Corti, abbiamo pronunciato una parola per noi fondamentale: "retorica". In termini antichi si potrebbe anche definire "retorica" il campo dei nostri studi, e potremmo senz'altro considerarlo un possibile nome antico di ciò che oggi noi oggi preferiamo chiamare "Semiotica del testo".


Mi è già capitato di far notare che nello slogan elettorale "Internet, inglese, impresa" (le tre parole che definirebbero completamente i confini della nuova formazione) opera in realtà la retorica,

per esempio nel ricorso al meccanismo di rafforzamento del messaggio che consiste nella ripetizione delle tre sillabe identiche iniziali in in-/im- (dunque un'allitterazione: la ripetizione di una stessa consonante, o sillaba, in parole vicine),

ma si potrebbe parlare anche dell'anafora, cioè della figura retorica che consiste nell'iniziare ripetutamente con una stessa parola, o frase (come il dantesco: "per me si va nella città dolente, per me si va nell'eterno dolore, per me si va tra la perduta gente").

In quel caso, come ricorderete, si ricorreva anche ad un altro meccanismo retorico rafforzativo del messaggio, consistente nel ricorso (per la "i" della parola Internet) ad un segno grafico inventato per l'occasione (e dunque per ciò stesso memorizzabile) che però mimava e ricordava la "a commerciale", o "at", usata dall'informatica, dunque una specie di icona, o di parola-immagine parlante, una figura questa cara alla retorica barocca, e anche a quella delle avanguardie (come quando le lettere stesse dell'alfabeto vengono scritte in modo tale da rappresentare l'oggetto che designano, e, ad esempio, la "t" di tetto viene scritta in modo da rappresentare la forma di un tetto).

Ma nel corto-circuito fra significato fonico-letterale e significato grafico, dunque iconico-simbolico, di quella particolare grafia della "i", si utilizza forse anche la cosiddetta sinestesia, cioè la fusione, in un unico atto percettivo, di diversi sensi umani (in questo caso sarebbero l'udito e la vista, o meglio: la lettura verbale e quella iconica). È questo un dispositivo di rafforzamento del messaggio assolutamente decisivo in tutta la comunicazione, e (come vedremo a suo tempo) in quella pubblicitaria anzitutto, ma è un procedimento, ancora una volta, usatissimo dalla poesia barocca e da quella moderna, simbolista in particolare: si pensi al "pigolìo di stelle", o alle "voci di tenebra azzurra" del Pascoli, dove viene chiamato a soccorso del senso (per rafforzarlo) anche la cosiddetta "onomatopèa", un'altra figura retorica che consiste, per dir così, nel suono, nel rumore stesso, delle parole. E si pensi, più in generale, alla intuizione di Rimbaud (poi ripresa da tanti, nel corso del Novecento) secondo cui le vocali dell'alfabeto avrebbero un loro colore:

"A noir, E blanc, I rouge, U vert, O bleu: voyelles,

Je dirai quelque jour vos naissances latentes…"3
Ma torniamo al nostro slogan e alla sua retorica: intanto il fatto che tutti noi ci ricordiamo di questo slogan, peraltro in sé del tutto demente, è la migliore conferma della potenza della retorica utilizzata per la costruzione di quel messaggio. In secondo luogo faccio notare che quel messaggio è auto-contraddittorio, nel senso che chi propone agli altri di studiare solo internet, inglese e impresa, se avesse studiato solo queste tre cose non avrebbe potuto né concepire né realizzare quello slogan; in realtà ha studiato ben altro: almeno il pubblicitario di Berlusconi si deve essere formato studiando anche la retorica.
Sulla semiotica della pubblicità torneremo, più avanti nel nostro corso, ma solo dopo aver introdotto della categorie analitico-interpretative che possano rendere più produttivi i nostri ragionamenti.

Ma ora domandiamoci: che cos'è la retorica? È il più antico metalinguaggio (= riflessione linguistica sul linguaggio stesso) della nostra cultura, che nasce come complesso normativo delle capacità di persuasione e di convinzione (ma dunque anche di costruzione) del discorso orale (nel V secolo a. C.), in specie di quello giudiziario e di quello politico, legato quest'ultimo alla democrazia antica. I più secchioni (o i più bravi al liceo) fra i presenti ricorderanno certamente che la Retorica appartiene, nel sistema scolastico antico, alle arti del Trivio (cioè quelle formali e fondamentali) assieme alla Grammatica e alla Dialettica, mentre sono arti del contenuto quelle del Quadrivio (l'Aritmetica, la Geometria, l'Astronomia, la Musica).



Oggetto di una riflessione (e di una codificazione) continua da parte della classicità (dai Sofisti, ad Aristotele, fino a Cicerone e Quintiliano) la retorica antica prevede la suddivisione della teoria e della pratica discorsiva in 5 parti (CITARE). Vediamoli, sommariamente, uno per uno:

  1. l' inventio, ("Invenire quod dicas": trovare cosa dire) riguarda la capacità di scegliere nel modo migliore gli argomenti e i temi del discorso; secondo la tradizione retorica due sono le strade principali da perseguire nella scelta degli argomenti, quella della commozione e quella del convincimento: la prima agirà sull'emotività dei destinatari (chiamando in causa fattori come la franchezza, o la saggezza, o la simpatia dell'oratore, oppure eccitando in altro modo le passioni del pubblico), la seconda agirà sulla razionalità dei destinatari (sottoponendo loro delle prove, oppure degli esempi, delle parabole o degli entimemi, cioè dei ragionamenti tipici della retorica, su cui torneremo).

  2. la dispositio, ("Inventa disponere": ordinare ciò che si è trovato) con­si­ste nella capacità di ripartire efficacemente il discorso in parti coerenti e fun­­­zionalmente distinte, di solito in quattro parti: a. l'esordio, b. la narrazione, c. la discussione (e/o la confirmatio) e d. l'epi­logo: si noti che in questa classica suddivisione le due parti estreme, la prima e la quarta, sono quelle per cui si fa ricorso alla commozione, mentre quelle interne, la seconda e la terza, sono quelle in cui si ricorre preferibilmente al convincimento).

  3. la elocutio, ("Ornare verbis": ornare con le parole) che significa l'or­ganiz­za­zio­ne formale della superficie del discorso, attraverso il padroneggiamento e l'utilizzazione di un definito repertorio retorico dei "tropi" e delle "figure" (questi due termini non sono esattamente sinonimi, perché i tropi sono sostituzioni che riguardano solo una unità linguistica, una parola, mentre le figure operano su espressioni più ampie, su intere frasi etc.); sia i tropi sia le figure operano nello stesso modo, cioè sostituiscono ad una espressione "di grado zero" (cioè semplicemente descrittiva o referenziale) altre espressioni giudicate più gradevoli, o più espressive, insomma più efficaci. La formazione retorica classica consisteva nel fornire un vasto repertorio di tali figure, sulla base di solito di esempi tratti dalla letteratura del passato, in modo che i rétori potessero servirsene alla bisogna. A noi basterebbe saper in cosa esse consistono, a cominciare dalla due fondamentali (a cui forse si possono far risalire tutte le altre), la metafora e la metonimia, la prima sostituisce per analogia, la seconda per continguità, la prima opera sull'asse paradigmatico (ed infatti è stata anche definita come una similitudine abbreviata: "capei d'oro"= i capelli sono gialli, l'oro è giallo = i capelli sono d'oro), la seconda su quello sintagmatico (ad esempio la parte per il tutto o sineddoche "ha posto piede", il materiale per l'oggetto con cui è fatto: "ferro" per "spada", contenente per contenuto, etc.). Ma se volete potremmo dedicare un piccolo seminario alla definizione delle principali figure retoriche (almeno l'antonomasia, l'iperbole, la litote e l'eufemismo, l'ironia, la reticenza, l'enfasi, etc.) e poi esaminare insieme quanto esse ricorrano in qualsiasi forma di comunicazione, a cominciare dai giornali quotidiani.

  4. l' actio (o pronunciatio), ("Agere et pronuntiare": recitare con gesti e parole) che concerne la capacità oratoria propriamente detta (compreso dunque il ge­stire); anche questa parte della retorica antica conosce, come sapete, una rinnovata fortuna contemporanea. In tutte le scuole di manager (e, più in generale, nelle scuole di venditori) si dedicano delle specifiche lezioni alla cosiddetta prossemica, che è quella parte della Semiotica che insegna a gestire lo spazio nei rapporti comunicativi interpersonali, e che ad esempio insegna l'arte di mettere le mani in un certo modo (come le tiene Berlusconi è perfetto!), di guardare in un certo modo, di muoversi in un certo modo, e di converso, che permette di interpretare i gesti, soprattutto quelli involontari, dell'interlocutore (e anche per questa via, di padroneggiarlo).

  5. la memoria, ("Memoria mandare": studiare a memoria) che riguarda, ap­punto, la capacità dell'oratore di preparare e organizzare nella propria me­moria il discorso che dovrà ricordare e pronunciare. E anche questa è stata un'arte codificata, su cui noi non ci soffermeremo

Chi dubitasse ancora dell'attualità della retorica potrebbe riflettere su uno dei generi spettacolari più in uso anche nel cinema contemporaneo, in particolare americano, quello del "processo" in aula e dell'arringa (di solito risolutiva) dell'avvocato protagonista: sarebbe facile verificare come in queste arringhe siano ben presenti ed operanti, una per una, proprio le modalità persuasive descritte dalla retorica (giudiziaria) classica.


Come potete vedere nella retorica (antica e moderna che sia) è molto forte il fine utilitario, pratico dell'arte del discorso, in generale tutto rivolto (appunto) alla persuasione del pubblico, o di quel pubblico particolare e privilegiato che sono le giurie) e dunque tutto rivolto all'efficacia persuasiva, che interessa la retorica assai più della verità del discorso o della sua bontà.

Ricorderete forse che questa sorta immoralità insita nella retorica è uno dei fattori della condanna (appunto di tipo morale) di cui furono oggetto i Sofisti, da parte di Socrate e di Platone (i sofisti figurano nei dialoghi platonici, come il Cratilo, il Teeteto, etc.), e non solo da parte loro. Basterà ricordare i nomi di Protagora (nato nel 486 a.C.) e di Gorgia (483 a.C.-374 a.C.).

Si deve a Protagora la formula notissima (e sovversiva di ogni possibile verità oggettiva) "Di tutte le cose è misura l'uomo", e su questa base fu lui che riconoscerà il compito (professionale) del bravo retore proprio nel rendere vincenti, cioè retoricamente più persuasive, le ragioni in sé "deboli", cioè al limite quelle false ("rendere superiore il discorso (la ragione) inferiore"). Protagora spingerà coerentemente il suo relativismo etico fino alla sospensione ateistica del giudizio in merito all'esistenza degli dei: "non so se sono, né se non sono"4; questi comportamenti, assieme al fatto che egli teorizzasse la possibilità di scrivere discorsi anche "in conto terzi", e la necessità di farsi pagare bene per questo, gli provocarono non pochi guai in vita, e la sua biblioteca fu saccheggiata e incendiata dai bravi cittadini Ateniesi. Mi permetto di ricordare che questa ultima posizione di Protagora in ordine al pagamento del rétore era comunque destinata a una lunga fortuna, se in tempi vicini a noi qualcuno ha sostenuto che le alte parcelle rappresentano la vera base della dignità della professione forense, essendo proprio la parcella l'unica possibile distinzione fra un avvocato e un complice.

Un altro sofista, Gorgia, comunque si spingerà più in là, affermando esplicitamente l'inesistenza degli dei ("Nulla esiste; se anche vi è un'esistenza non può venir rappresentata; se anche può venir rappresentata, non può certamente essere comunicata e spiegata agli altri") e giungendo a sperimentare orazioni capziose in cui si sostenevano cause apparentemente perse, o indifendibili, come ad esempio un notissimo Encomio di Elena (cioè di un personaggio che, come sapete, non ha mai goduto di buona stampa).

Noi non abbiamo certo la possibilità di tracciare qui una storia della retorica (né io ne avrei la capacità personale): diremo però che l'insegnamento della retorica resta ben al di là della cultura classica.

Ernst Robert Curtius (1886-1956) sostiene in un suo libro fondamentale (Letteratura europea e Medio Evo latino: 19485) la retorica, o meglio i suoi "tropi", le sue "figure", rappresenta il vero tessuto connettivo della cultura europea, il fitto reticolo comune che attraversa i secoli (giungendo dalla latinità altomedievale almeno fino al XVIII secolo) e che unisce tutte le nazioni europee, al di là dei confini nazionali. In effetti ancora nella scuole gesuitiche dai secoli XVI-XVII fino pra­ti­camente ai nostri giorni, si praticava a scopi didattici l'efficacissima modalità retorica che consisteva nel far difendere una tesi manifestamente debole (o falsa) oppure di rovesciare, sempre a scopi didattici, un'argomentazione.

Diremo solo che la Retorica conosce fasi critiche nei periodi in cui dominano forme di una razionalismo forte, asseverativo (ad esempio Cartesio, o Hegel), e invece riemerge periodicamente quando al ragionamento dimostrativo della verità si sostituisce un ragionamento più "debole", che aspira soltanto a scopi operativi e/o persuasivi (ad esempio il Barocco, o le avanguardie del Novecento).

Cfr. per un'analisi più approfondita, Jury M. Lotman nella voce Retorica da lui scritta per l'Enciclopedia Einaudi6.


Questa lunga parentesi sulla Retorica non ci porta però fuori dal nostro seminato: a proposito dell'attualità della retorica (e dunque, per quanto ci riguarda, di una competenza retorica) basti riflettere al fatto che essa organizza tutto intero il campo della comunicazione pubblicitaria e, buona parte della comunicazione politica, e dunque di quella giornalistica (per non dire di quella giudiziaria che ci interessa meno in questa sede).

La distinzione fondamentale che ci permette di annettere al regno della retorica un'argomentazione, o una comunicazione, consiste, come vedremo, nell'orientamento di tutto il "peso" della comunicazione sul destinatario, o meglio sulla sua persuasione.

Esiste una modalità di ragionamento argomentativo, o sillogismo, e un'altra modalità (del tutto diversa) di pseudo-ragionamento o pseudo-sillogismo retorico, o entimema, che è possibile, utile, necessario saper riconoscere (se si è pubblico, o giudice) e sapere utilizzare (se si è autori di discorsi che fanno uso della retorica). L'entimema è insomma "un ragionamento fondato su verosimiglianza e segni, non sul vero o l'immediato", esso "procura persuasione, non dimostrazione"7.

Aristotele (a cui si deve la prima rigorosa definizione del sillogismo "necessario", che egli chiama anche ""dimostrativo", o "scientifico", o "dell'universale") lo definisce come "un discorso in cui, poste talune cose, alcune altre ne seguono di necessità": il sillogismo è dunque una forma perfetta di dimostrazione deduttiva: posta una premessa maggiore ("tutti gli uomini sono mortali") e una minore (Socrate è un uomo") ne consegue che ergo: "Socrate è mortale". Il "termine medio", che per Aristotele è una "sostanza" (in questo caso: essere mortale) si trasferisce dunque, per così dire, dal primo soggetto (tutti gli uomini) al predicato (Socrate), senza pedere il suo valore di universalità e di necessità. Invece l'e. muove da premesse probabili non certe, o da segni apparenti, e giunge dunque a conclusioni non rigorose, come quelle del sillogismo vero e proprio, ma comunque persuasive

Non ci sorprenderemo dunque che l'entimema utilizzi di preferenza i topoi, cioè dei luoghi comuni o stereotipi, non necessariamente dotati di verità, ma già presenti e operanti nella mentalità del pubblico, dunque per ciò stesso enormemente più efficaci.

Sempre a proposito dell'attualità della retorica, vi segnalo che il discorso pubblicitario (e in generale quello propagandistico) è fatto di entimemi, non di sillogismi; per esempio è un entimema che sia necessario acquistare lo spazzolino da denti X perché esso è angolare come lo specchietto del dentista. Il ragionamento (se così possiamo definirlo), se lo analizziamo, funzionerebbe così: "lo specchietto del dentista, che è angolare, aiuta a curare i denti", (premessa maggiore) "lo spazzolino X è angolare come lo specchietto del dentista" (premessa minore), ergo "lo spazzolino X aiuta a curare i denti". In realtà la premessa maggiore è solo probabile, e non universale (non è infatti vero che "Tutti gli oggetti angolari servano a curare i denti" e, inoltre, in questo caso, si omette di considerare che lo specchietto è angolare solo perché serve a riflettere la luce (cosa che non pertiene affatto ai compiti di uno spazzolino da denti); e tuttavia questo entimema ha una sua persuasività, che gli deriva essenzialmente dall'utilizzazione di un topos già presente nella mentalità comune (lo specchietto del dentista è considerato infatti pressoché unanimemente come un oggetto che aiuta a curare i denti e la sua vis curativa, chiamiamola così, si "trasferisce", attraverso l'entimema pubblicitario sullo spazzolino).

Naturalmente, nella maggior parte dei casi di persuasione complessa (come, ad esempio, quella politica) non si tratta di un solo sillogismo (o entimema), ma si interviene piuttosto su una catena argomentativa di pretesi sillogismo, e tale catena che viene resa (per dir così) entimematica, o tralasciando dei passaggi, o sostituendo dei passaggi solo probabili, o del tutto falsi, ai passaggi necessari. È di questo tipo la catena argomentativa che, ad esempio, sostiene l'opportunità di bombardare le popolazioni dell'Afghanistan per combattere un'organizzazione internazionale, diretta da un cittadino saudita e finanziata dai petrolieri. Ma non ci soffermiamo ora su questo.

Lascio a voi immaginare, o piuttosto ritrovare, entimemi (e non sillogismi) nel discorso propagandistico della politica: potremmo dire in generale che: a) essi saranno tanto più frequenti quanto più deboli sono le ragioni propriamente argomentative, e b) che comunque essi saranno tanto più efficaci quanto più questi (falsi) ragionamenti utilizzano topoi condivisi.

Esattamente come Monsieur Jourdain di Molière si sorprendeva molto apprindendo di parlare in prosa senza saperlo, così il cavalier Silvio Berlusconi credo che si sorprenderebbe molto se qualcuno gli dicesse che parla con entimemi. Conoscendolo un po', credo che potremmo anche prevedere la sua reazione: direbbe che non ha mai fatto uso di entimemi e che chi lo accusa di questo è un calunniatore comunista.

Riferimenti bibliografici della lezione:


  • R. Barilli, La retorica, Milano, Mondadori, 1983 (2a);

  • E. R. Curtius, Letteratura europea e Medio Evo latino (1948), Firenze, La Nuova Italia, 1992;

  • H. Lausberg, Elementi di retorica, Bologna, Il Mulino, 1969;

  • J. M. Lotman, Retorica, in * Enciclopedia, vol, 11, Torino, Einaudi, 1980, pp.1047-1066.

  • B. Mortara Garavelli, Manuale di retorica, Milano, Bompiani, 1988.

  • U. Volli, Il libro della comunicazione, Milano, Il Saggiatore, 1994.






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