Relatore: prof. Giuseppe mosconi introduzione



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5.4) “Denying Benefits”: i Possibili Effetti sui Diritti Umani degli Immigrati.
5.4.1) Negare l’assistenza sanitaria
La previsione di Proposition 187 con la quale si negava l’assistenza sanitaria, escludendo tutti gli immigrati clandestini da qualsiasi prestazione di health-care fu una delle più umilianti e mortificanti. In aggiunta a ciò, da un punto di vista puramente legislativo, fu una disposizione che si poneva in forte contrasto con la legge federale in materia. E’ significativo come il “California Senate Office of Reasearch”325 mettesse in luce che “The initiative is filled with provisions that collide with State and Federal laws, State and U.S. constitutional protections and with state and federal court rulings326”.

La legge federale infatti prevede che le agenzie per l’assistenza sanitaria provvedano a fornire emergency care a qualsiasi persona che ne abbia bisogno, a prescindere dal reddito e dallo status legale327. Ciò implica che debba essere garantita, secondo quanto stabilito dal programma Medi-Cal, una serie di servizi assistenziali per famiglie povere con figli, persone anziane e portatori di handicap.

In California gli immigrati illegali hanno diritto a questi benefici che vengono finanziati interamente da fondi statali; in particolare, le donne incinte hanno diritto a cure prenatali e sono previste forme di assistenza per anziani e disabili. Secondo i sostenitori di Propositon 187, eliminare questi benefici avrebbe portato al risparmio di 100 milioni di dollari all’anno ed avrebbe costretti i migranti a lasciare gli Stati Uniti, riducendo l’illegalità328. Questa affermazione, attaccabile tramite due semplici considerazioni, non tiene conto dell’impatto drammatico che una simile previsione potrebbe avere sia dal punto di vista umanitario, sia da un punto di vista economico.

Per prima cosa, costringere i migranti a vivere una vita nella quale non ci si possa avvalere di prestazioni sanitarie di base, nella maggior parte di carattere preventivo, significherebbe solamente aumentare il degrado, la miseria e la segregazione329. E’ difficilmente comprensibile come si possa pensare che questo approccio, che di fatto colpisce i membri più deboli di una comunità, non possa avere delle conseguenze drammatiche sulla società intera. A ciò si aggiunga che i bambini nati negli Stati Uniti da genitori senza documenti (poiché sono cittadini americani), hanno pieno diritto all’health care, e che quindi è assurdo privare una madre incinta dell’assistenza di base. E’ una violazione dei diritti dei nascituri ed è inutilmente punitiva nei confronti della madre stessa.

In secondo luogo, considerato il fatto che Proposition 187 si poneva in contrasto con la federal medical law, una sua eventuale implementazione avrebbe privato l’intero sistema sanitario californiano dei finanziamenti federali per il medicaid. L’ammontare della perdita si sarebbe aggirato intorno ai 7 miliardi di dollari per recuperare i quali la pressione fiscale sui cittadini sarebbe senza dubbio aumentata330. Anche l’argomento di carattere economico quindi non regge il confronto con la realtà, facendo trasparire come questa iniziativa non fosse basata altro che su presupposti ideologici e razzisti. L’associazione dei migranti ad un enorme costo sociale per i tax-payers è in forte contrasto la realtà: essi, come vedremo, con il loro lavoro, contribuiscono all’abbassamento generale di molti prodotti e servizi.
5.4.2) Negare l’educazione pubblica
La previsione che stabiliva l’esclusione dall’educazione pubblica di tutti i bambini senza documenti fu al centro del dibattito su Propostion 187. Le ragioni principali di ciò si basavano su tre ordini di fattori: uno economico, uno relativo all’impatto sociale e uno legato alla legittimità costituzionale di tale previsione. Sul piano economico, escludere i senza documenti dall’educazione pubblica avrebbe permesso di risparmiare oltre 1.2 miliardi di dollari all’anno. L’INS stimava che in California, su un totale di 5.3 milioni di studenti in scuole pubbliche i senza documenti erano stimati essere oltre 300.000331.

Gli oppositori di Proposition 187 replicavano sottolineando gli enormi costi per implementare i controlli sullo status legale di tutti gli studenti e dei loro genitori. Le stime delle eventuali spese della procedura di verifica della legalità nelle scuole pubbliche erano superiori ai 100 milioni di dollari per la prima serie di controlli, da completare entro il primo Gennaio 1996332. Numerosi distretti scolastici si dimostrarono solidali con gli immigrati compilando decine di lawsuits per dimostrare l’illegittimità costituzionale di questa previsione. Dal punto di vista giuridico le questioni sollevate erano molteplici e furono usate dagli oppositori di Proposition 187, che ne intuirono la strutturale debolezza, con grande incisività. Il precedente giudiziario più importante per determinarne l’incompatibilità costituzionale fu la Decisione della Corte Suprema presa nel caso “Plyler versus Doe333 del 1982, nella quale si stabiliva che agli immigrati illegali non poteva essere negata l’educazione pubblica. Ciò avrebbe violato la “Equal Protection Clause” del Quattordicesimo Emendamento con cui si sanciva che “No state shall..[..].. deny to any person within its jurisdiction the equal protection of the laws334”.

Gli autori di Proposition 187, non essendo certo allo scuro di questo celebre precedente, in realtà si proponevano di spingere una Corte Suprema più conservatrice a rovesciare il verdetto della sentenza Plyler, eliminando quindi le garanzie stabilite nella “Equal Protection Clause” per gli immigrati senza documenti. La garanzia di un educazione permette di evitare che si formi una sottoclasse svantaggiata, in questo contesto coincidente con il grande numero di bambini, immigrati illegalmente soprattutto dal Messico. Gli oppositori affermarono che in particolare questa disposizione fosse percorsa da venature razziste basate solamente su considerazioni di tipo etnico e razziale.

Visti i precedenti giudiziari e l’impatto che una tale previsione avrebbe avuto sulle comunità dei migranti, non è sbagliato pensare che gli autori siano stati spinti da ragioni non solo legate ad una volontà discriminatoria. Questa disposizione avrebbe rinforzato l’immobilità sociale degli immigrati, destinati ad occupare i gradini più bassi nel mercato del lavoro, senza possibilità di riscatto. Chi non si fosse rassegnato a questo ruolo, avrebbe avuto essenzialmente una sola alternativa: ritornare nel proprio paese. Inutile dire che una simile privazioni avrebbe avuto degli effetti drammatici su larga scala, colpendo l’intera comunità di immigrati.

Non dimentichiamo come, secondo Proposition 187, fosse sufficiente il sospetto dell’illegalità per procedere alla denuncia della persona in questione e come ciò avesse potuto colpire chiunque fosse ricaduto nello stereotipo del “clandestino”. Anche la maggior parte delle “Boards of Education” della California espressero il timore che Proposition 187 avrebbe trasformato le scuole in “uffici dell’immigrazione335”. Per portare a termine le verifiche dello status legale i problemi organizzativi sarebbero stati non indifferenti, considerati anche i limiti di tempo336.

Proposition 187 avrebbe escluso 400,000 studenti dal sistema scolastico pubblico ma, non prevedendo dei meccanismi per garantirne l’espulsione, questi giovani in età scolare si sarebbero di fatto ritrovati sulla strada, privati della possibilità di ricevere un’educazione337. Visto che uno degli obiettivi, tra quelli dichiarati, di Proposition 187 era il fronteggiare la criminalità che sorge in contesti degradati, è ancora più controverso il fatto che si sia voluto bandire un così grande numero di giovani e giovanissimi dalle scuole pubbliche rendendoli possibili prede di attività illegali. E’ risaputo come i bambini che non portino a termine un regolare percorso di studi siano più propensi ad essere coinvolti in fenomeni quali lo spaccio di droga, i piccoli furti, e come una mancanza di cultura non permetta loro di avere dei validi strumenti di mobilità sociale. Questa disposizione lungi dal risolvere il problema della legalità, avrebbe contribuito a creare una fascia di giovani che, vista la mancanza di opportunità, avrebbero scelto quasi sicuramente di unirsi a gruppi dediti ad attività illecite, aumentando esponenzialmente il tasso di criminalità in California.

In definitiva Proposition 187, se fosse stata attuata in tutte le sue disposizioni principali, non avrebbe avuto alcun effetto benefico per la popolazione californiana, contribuendo anzi ad aumentare le spese statali e aumentando la repressione degli immigrati. Inoltre, fu un iniziativa di legge che da subito incontrò una forte opposizione per la sua incoerenza con le norme costituzionali e con precedenti giudiziari che costituiscono delle pietre miliari nelle scienze giuridiche statunitensi. L’unidirezionalità del contenuto di Proposition 187, è un indicatore non trascurabile di un clima politico segnato dal riemergere dell’intolleranza e di sentimenti razzisti verso gli immigrati.



5.5) Una Proposta di Legge Anticostituzionale.
Subito dopo il passaggio di Proposition 187, il Giudice Federale Mariana R. Pfaelzer del “Central Disrtict of California” ne mise in discussione la compatibilità costituzionale. Il Giudice Pfaelzer bloccò l’implementazione di tutte le procedure di controllo previste nel caso si fosse sospettata la presenza di un immigrato illegale, quindi non avente diritto all’educazione pubblica, all’assistenza sanitaria e a misure di welfare338. Ciò fu possibile perché Proposition 187 violava due previsioni costituzionali: la Supremacy Clause e il Quattordicesimo Emendamento.

Secondo la Supremacy Clause, una legge Statale non può regolare una materia già regolata dalla legge federale che ne ha l’esclusiva339; al contrario questa iniziativa interferiva in più punti con norme federali sull’immigrazione precedentemente in vigore340. Il Giudice Pfaelzer mise in luce inoltre come non fosse garantito un “due process” e un udienza a coloro a cui venisse negata l’assistenza sanitaria o l’educazione pubblica. Inoltre Proposition 187 avrebbe violato la “Equal Protection Clause341, già citata in precedenza, come interpretata nel caso Plyler vs. Doe.

In questo precedente giudiziario fu stabilito che l’istruzione primaria dovesse essere garantita a tutti i bambini, indipendentemente dal loro status legale, al fine di evitare di creare una minoranza svantaggiata. Venne inoltre riaffermato come l’immigrazione sia un ambito legislativo di esclusiva competenze federale e anche se la decisione fu presa con una maggioranza esigua, cinque favorevoli e quattro contrari, l’interpretazione predominante stabiliva che il negare l’educazione avrebbe portato, nel lungo termine, a dover affrontare costi sociali maggiori. La Corte che decise nel caso Plyler così si espresse: “Illiteracy is an enduring disability. The inability to read and write will handicap the individual deprived of a basic education each and every day of his life . . . . In determining the rationality of the statute, we may appropriately take into account its costs to the Nation and to the innocent children who are its victims342”.

L’illegittimità costituzionale di Proposition 187 è chiara, se confrontata con questa affermazione; è infatti palese il suo carattere repressivo e discriminatorio nei confronti di soggetti deboli quali gli immigrati in età scolare.

La sentenza, richiamata dal Giudice Pfaelzer, riafferma inoltre la supremazia della legge federale in materia di immigrazione criticando la costituzionalità di Proposition 187 da un punto di vista più ampio e generale343. E’ sorprendente come con questa iniziativa di fatto, si misero in discussione delle previsioni costituzionali così importanti come quelle qui richiamate; sulla stessa scia si muove l’House bill, in particolare quando stabilisce che chiunque si trovi negli Stati Uniti illegalmente venga automaticamente trasformato in un criminale.


5.6) L’Attrition Theory Approach tra Repressione e Razzismo.
Tra le varie strategie per affrontare la questione dei 12 milioni di immigrati residenti negli Stati Uniti, l’“Attrition Theory” in particolare spicca per la sostanziale insensibilità ai diritti umani dei senza documenti. Come abbiamo visto, già Proposition 187 si muoveva secondo i suoi dettami; il bill proposto dall’SOS Committee e sponsorizzato dall’ex Governatore della California Pete Wilson, può essere infatti considerato uno degli esempi più illustri di questa linea politica344.

La rilevanza di tale approccio nell’attuale dibattito sull’immigration reform è data dal fatto che tra i conservatori anti-immigration, il cosiddetto “attrition argument” è ancora oggi presentato come l’unica via per costringere i 12 milioni di immigrati illegali a tornare nel proprio paese e allo stesso tempo viene usato anche per giustificare gli aumenti delle risorse per il border enforcement345. La strategia si divide in due linee di azione egualmente penalizzanti e degradanti per i migranti, soprattutto se consideriamo il fatto che negli anni hanno dimostrato la loro più completa inefficacia creando dei backlash disastrosi. Queste mirano ad ottenere consensi tra la popolazione, insistendo su motivazioni che variano dalla sicurezza nazionale, al costo sociale ed economico attribuito ai migranti senza documenti, tramite uno slancio autoritario e patriottico.

Per prima cosa si ribadisce la necessità di sigillare il confine per scoraggiare i potenziali migranti dal compiere l’attraversamento; sostanzialmente il border enforcement di cui abbiamo già ampiamente dimostrato la crudeltà nonché la più totale inadeguatezza. Essi tuttavia sostengono che queste misure deterrenti siano indispensabili per contenere i flussi di immigrati che altrimenti aumenterebbero a dismisura346. La seconda parte dell’argomento è la più agghiacciante in quanto, seguendo l’impianto di Proposition 187, si vuole impedire la fruizione di servizi fondamentali come l’istruzione pubblica a tutti i senza documenti. Se le vite dei senza documenti diventeranno impossibili, e ancora più misere di quanto lo sono già, essi, secondo questa teoria, non avranno altra scelta che quella di lasciare gli Stati Uniti347.

In questo modo si crede che essi saranno “costretti” a tornare nel proprio paese, ad “auto-deportarsi” in un certo senso, in seguito all’implementazione di harsh immigration rules: tramite ciò, in combinazione con il presunto effetto deterrente della militarizzazione del confine, i conservatori pensano di poter risolvere il problema degli illegals. Evidentemente animati da sentimenti razzisti, che del resto permangono più vivi che mai nelle viscere “neo-con” della società e del Governo Americano, gli endorser di questa strategia sembrano non prestare attenzione ad alcuni dati di fatto fondamentali.

Il 70% degli immigrati senza documenti risiedono negli Stati Uniti da più di 5 anni e più della metà di essi hanno famiglie con figli che, essendo nati in territorio statunitense, godono della cittadinanza americana a pieno diritto. Si parla di 3 milioni di bambini che hanno almeno un genitore, quando non entrambi, senza documenti. Molti hanno comprato una casa e hanno un’attività commerciale propria che li lega strettamente all’economie di alcune zone, e con la quale creano lavoro per altre persone348. Come è possibile quindi pensare che essi vorranno venire allo scoperto andando incontro ad una deportazione, o che essi intraprendano un viaggio di ritorno verso il proprio paese d’origine con il quale probabilmente non hanno più legami forti? Possiamo pensare realisticamente che essi lasceranno il proprio lavoro la propria casa, portandosi con se l’intera famiglia, inclusi i figli, la maggior parte dei quali in età scolare, che sono cittadini americani?

L’assunzione che negando ogni tipo di beneficio agli immigrati illegali essi saranno spinti, per le durissime condizioni di vita in cui si verranno a trovare, ad abbandonare “volontariamente” gli Stati Uniti, è tanto aberrante da un punto di vista morale quanto un’assurdità dal punto di vista politico. Aggiungere ulteriori restrizioni alle vite già segnate dalla sofferenza di migliaia di senza documenti, non li farà tornare indietro, ma avrà solamente un carattere marginalizzante e colpirà indiscriminatamente bambini ed anziani, le categorie più bisognose di assistenza. Più di 4 milioni di immigrati vivono negli Stati Uniti da più di 10 anni349 e hanno radici saldissime in questo paese, per non parlare delle nuove generazioni: i giovani e i bambini in età scolare, circa 2 milioni, sono nella maggior parte completamente assimilati nella cultura americana. Essi molto spesso non conoscono nemmeno la cultura del paese dal quale provengono i loro genitori, né tanto meno ne parlano la lingua.

Con Proposition 187 si tentò di escluderli dall’istruzione pubblica e ciò venne ritenuto in contrasto con le norme costituzionali; ma come possiamo pensare che punire dei bambini possa essere la soluzione per eliminare l’immigrazione clandestina? Perché ai figli degli immigrati, come ho detto in precedenza, deve essere negata l’opportunità di un’istruzione pubblica che con tutta probabilità è li terrà lontani dal crimine e potrà costituire il primo passo per la loro integrazione nella società in quanto cittadini responsabili? I genitori non se la sentiranno mai di negare ad essi il privilegio di una buona educazione, e credo sia palese come l’attrition approach in questi termini sia solamente punitivo e demoralizzante.

L’attrition theory inoltre cade a pezzi se consideriamo le pull forces costituite dalla grande abbondanza di lavoro e dai legami famigliari ormai consolidatisi negli anni tanto da formare dei veri e propri networks. L’unico scenario ipotizzabile se si continuasse ad ampliare questo approccio, ad esempio escludendo dalla riforma dell’immigration system nuove vie per la legalizzazione dei senza documenti già negli Stati Uniti, consiste in un’ulteriore “discesa negli inferi dell’illegalità” per milioni di persone. In questo modo è plausibile pensare che avverrà il passaggio di questi lavoratori, in un environment che da loro “la caccia”, da un’economia “formale” ad attività “informali” più esposte a venire in contatto con la criminalità. Durante questo processo, specialmente i lavoratori senza documenti diventeranno ancora più vulnerabili, esposti allo sfruttamento e al ricatto soprattutto nel workplace.

Come si può affrontare il problema dell’immigrazione clandestina, vista l’assurdità dell’attrition theory, con la quale si vuole costringere gli immigrati ad auto-deportarsi in massa? Pur avendo infranto la legge, peraltro per motivi non direttamente dipendenti dalla propria volontà, queste persone sono il backbone dell’economia statunitense ed hanno ormai radici profondissime in questo paese350.

L’immigration reform deve tenere in forte considerazione questo tipo di argomenti ed è alquanto sconfortante che si sia fatta una proposta, come quella dalla contenuta nel bill H.R. 4437, indirizzata esclusivamente verso un approccio enforcement-only, già bocciato dall’esperienza passata in quanto ad effettività e rispetto dei diritti fondamentali di milioni di persone.

Il bill della House of Representatives, fortemente sbilanciato verso l’attrition approach, sembra infatti ritenere che i migranti siano dei semplici numeri, delle statistiche sulle quali costruire teorie e strategie, e che la loro presenza negli Stati Uniti sia frutto di un crimine per il quale essi devono pagare. Invece di puntare all’ideazione di misure efficaci per un inserimento nel mercato del lavoro statunitense dei migranti, con le quali prevenire ogni forma di sfruttamento, l’unica preoccupazione sembra essere quella di “arginare l’invasione”. In questo contesto non si può dimenticare il fragore suscitato da Proposition 187 con la sua carica razzista e repressiva che incontrò tuttavia il favore di una grandissima parte degli elettori californiani. E’ altamente indesiderabile che si ripeta il medesimo processo, che cioè i policy-makers propongano delle iniziative di riforma che facciano leva sulla paura e l’emotività del corpo elettorale. E’ sempre più evidente come il migrante sia una risorsa indispensabile, i cui diritti devono essere garantiti e promossi, cercando di eliminare l’illegalità non con la repressione ma con politiche che ne rivalutino la figura.

5.7) Perché Rifiutare l’Attrition Agument: gli Immigrati come Risorsa.
Gli Stati Uniti sono una nazione di immigrati e l’immigrazione ha da sempre giocato un ruolo chiave nello sviluppo di questo paese da molteplici punti di vista. Se consideriamo l’enorme crescita economica soprattutto nei settori agricolo e industriale degli ultimi anni, non possiamo non riconoscere l’importanza dei lavoratori migranti in questo processo351.

Soprattutto a partire dal Bracero Program, abbiamo visto come il grande business statunitense abbia sempre accolto con grande favore il fenomeno dell’immigrazione clandestina in quanto l’impiego dei senza documenti, si traduce solitamente in maggiori profitti. Gli employers vedono negli immigrati non autorizzati una fonte pressoché inesauribile di cheap labor; essi sono spesso pagati “off the books352” e non sono loro concessi benefici fondamentali quali l’assicurazione sanitaria o gli indennizzi in caso di infortunio. Come ricordato dal Presidente Bush, “immigrants do the jobs that Americans won’t do353 e di fatto sorreggono interi settori dell’economia statunitense, svolgendo mansioni considerate troppo pericolose e poco remunerative. Affermazioni di questo tipo però ci mostrano le due facce dell’amministrazione Bush, che da un lato è consapevole dell’estrema importanza del lavoro migrante ma dall’altro non mette in atto i meccanismi necessari per la protezione dei diritti dei lavoratori, timorosa di intaccare il capitale. La produzione normativa, di conseguenza, risente fortemente di questa contraddizione.

Anche se il Governo Federale riconosce un grosso problema nella relazione simbiotica tra l’immigrazione illegale e l’industria statunitense, sono scarsamente implementate misure per scoraggiare l’impiego di senza documenti. E’ forse il mancato enforcement delle regole sull’assunzione di immigrati clandestini, una conseguenza delle forti pressioni in sede decisionale esercitata dalle lobbies economiche americane, per le quali è vitale usufruire di manodopera a bassissimo costo? L’esperienza storica ci dice come le grandi corporations abbiano favorito l’attuazione di programmi di lavoro temporaneo per portare decine di migliaia di lavoratori negli Stati Uniti. Credo sia plausibile ritenere che questa dinamica caratterizzi sempre più tutti quei settori per i quali è impossibile una delocalizzazione in zone in cui siano presenti grossi bacini di manodopera autoctona low-skilled. Negli Stati Uniti l’enorme contraddizione, strutturatasi a partire dal Bracero Program, tra il bisogno di lavoratori stranieri, i cui diritti devono comunque essere rispettati e il loro sistematico sfruttamento, è una realtà tanto diffusa quanto non più tollerabile.

Nonostante questo elemento sul quale c’è un ampio accordo, gli anti-immigration advocates, insistono sul fatto che i senza documenti aumentano la pressione fiscale sui contribuenti, usufruendo di servizi ai quali non hanno diritto, interamente pagati dai cittadini. Essi affermano inoltre che il loro non è vero cheap labor; lo è sicuramente per i datori di lavoro ma non per coloro che pagano le tasse e che si devono accollare il costo di questo “subsidized labor”. I senza documenti sarebbero quindi responsabili del deterioramento di tali servizi, soprattutto peggiorando le condizioni nelle scuole pubbliche, e costituirebbero un onere per i programmi di assistenza sociale, il sistema carcerario e l’amministrazione della giustizia. Riprendendo argomenti simili a quelli adottati durante la campagna promozionale per l’approvazione di Proposition 187, gli oppositori dell’immigrazione si sbilanciano spesso in dichiarazioni che non tengono minimamente conto dell’importanza del migrante in quanto risorsa indispensabile alla società americana.

La tensione tra il bisogno di cheap labor dell’economia capitalistica e l’impulso sentito da molti di proteggere i lavoratori e i taxpayers americani deve essere letta infatti in un contesto caratterizzato dall’interdipendenza globale e da fattori macroeconomici legati a push and pull forces354. I conservatori anti-immigrazione sembrano non riconoscere queste dinamiche che, nelle loro argomentazioni, passano in secondo piano lasciando il posto a considerazioni di carattere ideologico, lontane da un’analisi obiettiva della realtà. Inoltre essi non pongono in relazione lo stato attuale dell’immigrazione clandestina con l’inadeguatezza dell’immigration system, che di fatto produce illegalità. C’è infatti una fondamentale discrepanza tra la realtà del mercato del lavoro e il datato sistema che consente ai would-be immigrant di entrare legalmente come lavoratori negli Stati Uniti.

Il mercato del lavoro americano sta infatti creando una grandissima domanda di low-skilled workers che eccede di gran lunga la disponibilità sia di lavoratori americani, sia i caps che limitano il numero dei permessi di lavoro stanziati in un anno per l’employment-based immigration355. Come abbiamo già visto, e come è stato sottolineato da Douglas S. Massey, a partire dagli anni Ottanta, e in seguito con il NAFTA, i governi di Stati Uniti e Messico hanno attivamente promosso l’integrazione economica tra i due paesi. Non c’è stato però un parallelo adeguamento dell’immigration system in grado di gestire la principale conseguenza di questo processo: l’integrazione del labor-market356.

Negli anni si è insistito solamente su politiche di enforcement che hanno ignorato l’interdipendenza, soprattutto economica, dei due paesi, facendo poco o nulla per regolare il fenomeno dell’immigrazione. Il risultato è la situazione attuale in cui abbiamo una potenziale risorsa, data dalla presenza di milioni di migranti, che di fatto sono relegati nell’underground dell’illegalità. Questa contraddizione ormai insostenibile tra le politiche economiche e le politiche dell’immigrazione, e quindi tra la realtà e le norma, è evidentissima se esaminiamo una serie di dati relativi essenzialmente alla composizione demografica della forza lavoro e alle esigenze del mercato del lavoro statunitense357.

L’età media dei lavoratori migranti è di molto inferiore a quella dei cittadini statunitensi e ciò è evidente in quelle aree metropolitane che stanno attraversando un calo demografico e in cui si verifica una forte carenza di manodopera358. Per questa loro caratteristica i senza documenti, come del resto gli immigrati legali, sono una fonte di “new labor” e di “tax-revenues”. Se non verranno create delle legal avenues adeguate ed efficienti per assumere lavoratori stranieri e se non si affronterà la questione degli illegals già presenti nel paese, questa amministrazione metterà a repentaglio il futuro dell’economia americana.

E’ importante riconoscere come la domanda di lavoratori immigrati sia un bisogno strutturale, profondamente inciso nella società e nell’economia statunitense. Oltre alla scarsità di native-born workers, c’è infatti un cambiamento generale di attitudine verso alcune professioni, soprattutto quelle manuali e faticose, che muta la divisione sociale del lavoro. Ci sono infatti mansioni nel settore edilizio, nella ristorazione, nell’agricoltura e manutenzione che generalmente sono svolte da manodopera giovane e poco istruita costituita quasi esclusivamente da immigrati359. I low-skilled workers sono essenziali e considerando che la forza lavoro americana è composta per la maggior parte da persone avanti con gli anni e con una buona educazione, è chiaro come alcune tipologie di impieghi siano completamente inadatte a questo tipo di lavoratori360.

Data questa evoluzione della forza lavoro, sempre più educated ma allo stesso tempo più vecchia, un quesito rimane di cruciale importanza nel plasmare le politiche dell’immigrazione: chi svolgerà tutti quei lavori faticosi se non low-skilled immigrant workers? Chi riempirà il “gap” occupazionale? Negli ultimi anni è stata prodotta una grandissima quantità di posti di lavoro per cui non è necessaria nessuna qualifica particolare e ciò è perfettamente compatibile con l’integrazione degli immigrati nell’economia americana. La non introduzione di un programma di lavoro temporaneo nell’House bill è motivata in gran parte dalla preoccupazione che i migranti rappresentino una minaccia per i native-born workers. L’affermare che essi non facciano altro che sottrarre possibilità d’impiego ai cittadini americani è però fortemente contraddittorio con l’andamento del mercato del lavoro statunitense361.

La disoccupazione infatti, nel Maggio del 2006 era ad un livello bassissimo, circa il 4,6%, il valore più basso dal 2001362, ben al di sotto della media storica degli Stati Uniti363. Valori così bassi di disoccupazione sono dovuti al fatto che l’economia americana riesce ad assorbire la maggior parte dei potenziali lavoratori e coloro che si trovano ai margini della forza lavoro sono relativamente pochi. Il “Bureau of Labor Statistic” (BLS) prevede che tra il 2002 e il 2012 una porzione significativa di nuovi lavori verranno creati all’interno di settori industriali che hanno bisogno di grandi bacini di manodopera non qualificata364. Durante questi anni è previsto che il 75% delle posizioni occupazionali richiederà low-skilled workers, alla prima esperienza lavorativa e con un titolo di studio inferiore al “bachelor”; nel mercato del lavoro avremo il 48% di low-skilled jobs365.

I lavoratori immigrati sono quindi una componente essenziale e sostanzialmente complementare alla forza lavoro americana in quanto mediamente più giovani e meno istruiti. Sono chiaramente immotivati i claims dei Repubblicani che vedono nell’immigrazione un elemento destabilizzante per il mercato del lavoro e possiamo affermare come essi siano solamente il prodotto di considerazioni fortemente ideologiche. La natura complementare delle competenze, occupazioni e abilità dei lavoratori immigrati aumenta la produttività, stimola gli investimenti e contribuisce a contenere i prezzi dei prodotti. L’immigrazione ha inoltre aumentato la media dei salari dei native-born, durante tutti gli anni Novanta, contrariamente a quello che affermano gli oppositori anti-immigrazione. Ulteriori benefici derivanti dal lavoro migrante sono conseguenti al fatto che essi spendono e investono continuamente i propri guadagni, richiedendo nuovi beni di consumo366.

In aggiunta i senza documenti pagano tasse che contribuiscono al Social Security System e secondo l’Economic Report of the President del 2005, “more than half of undocumented immigrants are believed to be working on the books, so they contribute to the tax rolls but are ineligible for almost all Federal public assistance programs and most major Fedral-State programs367. Essi non ricevono quindi social-security benefits anche se sono una fonte non trascurabile di entrate per il sistema pensionistico; nel 2002 il loro contributo si attestava intorno ai 463 miliardi di dollari368. Molti economisti sono concordi nell’affermare che una large-scale immigration sia essenziale per assicurare una robusta crescita economica369, per diminuire l’inflazione, per finanziare l’apparato pensionistico, rinforzare il sistema di Social-Security e Medicare.

Con questa serie di osservazioni non voglio in nessun modo giustificare una stratificazione del mercato del lavoro, che in un certo senso costringe gli immigrati ad occupare il livello più basso, svolgendo le mansioni più umili e peggio pagate. Registro semplicemente una situazione che, per quanto drammatica, è la realtà degli Stati Uniti. Affermando che nell’economia americana c’è spazio per il lavoratore migrante, ma solamente con funzioni e prerogative associabili idealmente a quella del bracero, non intendo accettare questo dato di fatto. Bisogna essere coscienti però della matrice iper-capitalista in cui i migranti si trovano inseriti, nel momento in cui attraversano il deserto e di quanto sia difficile che una legge per regolare l’immigrazione (e quindi il lavoro migrante) modifichi questa struttura.

Ponendo come acquisito, il dato riguardante l’estrema violenza del modello neoliberista statunitense, rimane il fatto che gli immigrati, ricoprendo il ruolo in un certo senso per essi previsto da questo stesso modello, sono un elemento troppo importante per essere trascurato. L’Attrition Theory, i cui sostenitori ritengono essere l’unica risposta per affrontare i disagi provocati dagli immigrati senza documenti, si basa quindi su un’analisi della realtà statunitense parziale e viziata dal pregiudizio razziale. Non c’è giustificazione alcuna per iniziative come Proposition 187 e più in generale per politiche animate dalla volontà di punire e criminalizzare il migrante perpetuandone lo sfruttamento.

Tuttavia nel 1996 fu approvata una legge chiamata “Illegal Immigrant Reform and Immigrant Responsibility Act” (IIRIRA) nella quale si ripropose di escludere tutti i bambini immigrati dalle scuole pubbliche. Sulla scia di Proposition 187, e in accordo con i dettami dell’Attrition argument, venne infatti creato un testo legislativo in cui a misure di enforcement si accompagnavano disposizioni espressamente dirette alla negazione dei servizi di welfare a tutti i senza documenti. Questa l’impostazione del bill della House of Representatives che muovendosi sul medesimo binario, condivide la visione del migrante come una minaccia per l’economia e per lo stile di vita americano, la cui esclusione e repressione sono nell’interesse del paese.

Il problema principale di questo approccio, consiste tanto nel non rappresentare una soluzione reale e percorribile per eliminare l’immigrazione clandestina, quanto nel supportare una visione del migrante negativa e mortificante, usando argomentazioni fortemente razziste. Le vite, i sogni, i bisogni e i diritti di milioni di persone, solamente colpevoli di trovarsi illegalmente negli Stati Uniti nella speranza di un futuro migliore, non rappresentano assolutamente dei vincoli morali per tutti coloro che rifiutano il principio di eguaglianza tra tutti gli esseri umani. Tra questi attori vi sono tanto le grandi corporations, il cui unico scopo è di incrementare il proprio profitto, quanto gli xenofobi che hanno nell’odio per il diverso il principale motivo di vita. In ultima analisi, credo sia necessario un cambiamento di prospettiva per quanto riguarda la gestione dell’immigrazione clandestina: una riforma che ponga al centro il rispetto e la tutela dei diritti fondamentali, mettendo in relazione la loro costante violazioni con la struttura stessa della società capitalista odierna.

CONCLUSIONI
Nei cinque capitoli in cui si struttura questo lavoro, ho analizzato il dibattito svoltosi in Congresso, che ha visto opporsi il Senato e la House of Representatives, fautori di due proposte contrastanti in merito alla riforma dell’immigration system statunitense. Poiché i bills proposti sono in sostanza un insieme di disposizioni legislative, ho cercato di esaminare che rapporto c’è stato tra tale produzione normativa, e la realtà di un fenomeno complesso e problematico come l’immigrazione dal confine con il Messico. Credo fermamente che il fallimento registratosi, sia un sintomo non solo della divergenza delle posizioni espresse e delle soluzioni proposte nei due tentativi di riforma, ma anche di un problema più generale.

L’impossibilità di trovare accordo su una politica efficace e comune per risolvere il problema dell’immigrazione clandestina non è infatti legato esclusivamente alla perfezione o alla perfettibilità di una norma; attiene in maggiore misura alla pretesa della norma stessa, elaborata in un contesto iper-capitalista come quello degli Stati Uniti, di poter regolare una realtà come il fenomeno migratorio, senza affrontarne le cause primarie.

Nel nostro caso, cioè quello relativo alla riforma della legge sull’immigrazione, questa discrepanza, che ho già richiamato nell’introduzione e che si è resa evidente nel corso della trattazione, assume caratteri drammatici. Ciò è dovuto ad una serie di motivi tanto semplici quanto trascurati e spesso dimenticati: i migranti sono uomini, donne, bambini, esseri umani dotati di diritti inalienabili che devono essere rispettati e protetti; essi sono costretti dalla divisione del lavoro imposta dal modello neoliberista, ad occupare una posizione marginale segnata dallo sfruttamento. In quanto tali, sono indispensabili a tale modello, che non può permettersi in alcun modo né di perdere il controllo su di essi, né di dotarli di una maggior forza contrattuale, tramite la quale migliorare le proprie condizioni di vita.

Nella competizione del mercato globale, che in tempi recenti ha visto l’ingresso a dir poco prepotente dell’enorme potenza commerciale cinese, la disponibilità di manodopera a basso costo è un fattore sempre più fondamentale. Nonostante lo sviluppo delle tecnologie informatiche e la meccanizzazione del lavoro, le grandi corporations fondano ancora il proprio successo sull’utilizzo di larghi bacini di cheap labor. A farne le spese, oltre ai lavoratori dei paesi in via di sviluppo, nei quali viene spesso delocalizzata la produzione, sono in generale tutti quegli individui sui quali è facile esercitare un controllo, fondamentalmente per la mancanza di mezzi di “autodifesa”. Tra questi ci sono ovviamente gli immigrati, soprattutto quelli senza documenti, il cui status di illegalità, li costringe di fatto in una condizione di fortissima vulnerabilità nei confronti dei datori di lavoro e, più in generale, all’interno della società.

Non è un mistero che le medesime multinazionali portatrici di questa visione, considerato il ruolo pericolosamente preponderante che hanno assunto sia nelle relazioni internazionali sia in quelle domestiche, sottraendo ai governi l’esclusiva del potere decisionale, siano a favore di qualsiasi sistema di leggi che perpetui o non intacchi lo status quo. Con riferimento al contesto statunitense, in cui il grande business è da sempre stato un attore che ha fiancheggiato il governo, indirizzandone l’operato in modo molto influente, tale tendenza è particolarmente accentuata. Le scelte prese dalla amministrazioni che si sono susseguite negli Stati Uniti hanno dovuto fare i conti con le pressioni delle corporations e, nel caso del Presidente Bush, la cui elezione nel 2000, è stata pesantemente sponsorizzata dal colosso energetico ENRON, ciò è ancora più vero.

In un simile scenario quindi, per venire alla questione di cui questa tesi si occupa, non credo ci sia spazio per la formulazione di progetti legislativi che da esso possano prescindere e che possano stagliarsi come veri tentativi, radicali, di riforma. I due bills che sono stati proposti, seppure diversi nei contenuti e negli approcci adottati, hanno scatenato una grande discussione che ha però adombrato un genuino dibattito sulle ragioni strutturali dell’immigrazione. Sono state usate le categorie di legalità, illegalità, lavoro temporaneo, cittadinanza, sicurezza, che sicuramente fanno riferimento a dei problemi concreti legati ai flussi di migranti, ma che non comprendono una riflessione sull’origine del fenomeno migratorio.

Negli Stati Uniti si ha la sensazione che questo sia un dato ormai scontato secondo una concezione che proverò qui a riassumere: il Messico e gli stati del Centro America, sono e saranno poveri; ciò provoca l’immigrazione, con la quale ci si deve confrontare, di volta in volta, tramite la repressione o tramite politiche più garantiste e di apertura. Le due tendenze qui citate, sono esemplificate l’una dall’House bill, incentrato sulla border security, l’altra dal Senate bill, che prevede la possibilità di ottenere la cittadinanza dopo un periodo di lavoro temporaneo e consente al migrante di uscire dall’illegalità.

Apparentemente, la soluzione proposta dal Senato sembrerebbe ineccepibile, e certamente qualcosa di buono c’è: un programma di lavoro temporaneo se non diventa, come fu il Bracero Program, uno strumento usato dalle multinazionali per ottenere cheap labor, può essere un primo passo verso una maggior tutela dei lavoratori migranti. Il punto nodale è lo stabilire se questo sia possibile nel contesto statunitense: maggiori diritti, derivanti dalla legalità, sono necessariamente sinonimo di minor sfruttamento? E’ opinione comune che un nuovo Temporary Worker Program, il punto caratterizzante il Senate bill assieme alla previsioni di un earned citizenship, sia stato fortemente voluto principalmente dal grande business e non è un caso che anche Bush, avesse invitato il Congresso ad includere una simile misura nell’immigration sistem reform.

Vero è che se si esclude a priori una soluzione di questo tipo, rimane aperta la questione di che fare dei 12 milioni di immigrati senza documenti già negli Stati Uniti. Il programma di lavoro temporaneo, avrebbe coinvolto anche questi individui, che avrebbero potuto prenderne parte alla pari dei nuovi migranti, facendoli riemergere dall’illegalità; la possibilità di attivare dei meccanismi per l’ottenimento della cittadinanza si sarebbe posta a completamento di questo disegno volto all’abbassamento del numero degli illegals, come sono stati spesso chiamati.

I due approcci ritrovabili nel Senate bill, analizzati nei capitoli due e tre, sono molto affascinanti, ma l’esperienza storica ci ha mostrato come in passato si siano concretizzati in politiche fallimentari che hanno plasmato la situazione, drammatica, attuale. Quando Bush afferma che l’immigration system è definitivamente “broken”, il pensiero va al Bracero Program e all’amnistia del 1986. La proposta del Senato, muovendosi sui medesimi binari e in un certo senso reintroducendo delle versioni “migliorate” di quelle politiche, è traballante in quanto a coerenza. Non mi riferisco alla bontà di intenzioni di individui come Edward Kennedy, tra gli autori del bill S. 2611, che non metto minimamente in dubbio; l’incoerenza di cui parlo è quella che si sprigiona nel momento in cui un simile progetto di riforma si scontra con la realtà delle relazioni sociali in una società capitalista come gli Stati Uniti.

Di qui quella discrepancy tra il progetto normativo e l’ambito in cui esso deve agire: se fosse passato un disegno di riforma contenente un programma di lavoro temporaneo, molto difficilmente si sarebbe potuta evitare la sua trasformazione in un cheap labor provider utilizzabile dal grande business. Inefficaci, come all’epoca dell’IRCA, sarebbero state anche le misure di controllo sui datori di lavoro, poiché le eventuali sanzioni, irrisorie se comminate a delle multinazionali con dei guadagni netti a volte superiori ai PIL di piccoli Stati, con tutta probabilità sarebbero state semplicemente “previste” nei costi di investimento.

Per quanto riguarda l’earned citizenship, i cui oppositori hanno fatto coincidere con un’amnistia de facto, i lunghi tempi d’attesa e l’enorme costo della gestione di un processo distribuito in un periodo decennale, avrebbero costituito elementi di grande debolezza. Il migrante, durante questo time span, anche se provvisto di un regolare permesso di soggiorno, non avrebbe goduto dei medesimi diritti di cittadinanza, trovandosi quindi comunque inserito nel sistema di produzione capitalistica in una posizione di subalternità. Non è certo infatti quanto questo sia una vera alternativa alla condizione di illegalità, nella quale pure il migrante ha meno obblighi, e in che misura possa esercitare un’attrattiva per i senza documenti.

Le due più importanti disposizioni del Senate bill, riproponendo vecchi approcci, ne ripresentano quindi anche i difetti, nonostante che siano stati fatti degli sforzi per la riduzione dei rischi. Il problema, ancora una volta, è che questi non sono determinati esclusivamente da caratteristiche intrinseche alle disposizioni stesse, ma nascono in relazione al contesto in cui esse si troverebbero ad agire. Non so se si possa affermare con assoluta certezza che con il Senate bill si sia voluto creare esplicitamente uno strumento legislativo per rendere la situazione attuale ancora più favorevole alle corporations, tentando di conferirle una veste di legalità. La presenza tra i sostenitori dell’S. 2611, di figure storiche del liberalismo americano campioni dei civil rights, mi dissuade dall’essere così categorico.

Dando per scontato il fatto che la proposta del Senato sia stata interamente modellata seguendo le indicazioni del grande business, e dato il grandissimo peso decisionale che questo detiene, è difficile spiegarsi il perché sia naufragata, non riuscendo ad imporsi con forza. Dobbiamo ricordare però che negli Stati Uniti gli attori sulla scena politica sono molti e tra questi, i conservatori repubblicani, che si sono opposti al compromesso, sono più inclini a cercare consensi tramite il rifiuto di ogni forma di garantismo. Con questa affermazione non intendo negare ogni collegamento delle frange reazionarie con le multinazionali; voglio solamente dire che nella visione da essi supportata, c’è una prevalenza di argomenti di carattere ideologico e razzista.

Credo infatti che la posizione intransigente degli anti-immigration advocates, che soddisfa sicuramente l’elettorato terrorizzato nel post 11 Settembre, inclusi quei cittadini americani minacciati dalla competizione della manodopera migrante, faccia comunque gli interessi delle corporations perché preserva lo status quo. Vista la condizione attuale degli immigrati, lavoratori silenziosi, sottopagati, spina dorsale di settori economici come l’agricoltura, l’edilizia e la ristorazione, il fallimento della riforma non va in nessuno modo ad intaccare la posizione di privilegio di tutti quegli employers che hanno a disposizione una risorsa infinita di manodopera a basso costo.

In questa prospettiva, il Senate bill, con il nuovo programma di lavoro temporaneo avrebbe, con tutta probabilità, reso la vita delle corporations ancora più facile: cheap labor legalizzato e pronto all’uso. Gli esiti catastrofici del Bracero Program si sarebbero ripetuti nonostante, ripeto, la buona volontà di quegli esponenti politici che da sempre si sono battuti per i diritti dei più deboli. L’approccio garantista abbracciato dai democratici, che nel dibattito ha fatto riferimento ad un universo retorico diverso rispetto a quello adottato dai conservatori nell’House bill, contribuisce di fatto a cristallizzare la condizione di sfruttamento in cui versano gli immigrati.

Sia la legalizzazione, sia l’attuazione di un programma di lavoro temporaneo, misure ideate per garantire più diritti ai migranti, che sono state presentate in contrapposizione al contenuto della proposta repubblicana, in realtà ne ripropongono il problema di fondo: essere delle misure che non agiscono sulle cause strutturali del fenomeno migratorio. La pretesa di concedere l’amnistia ai 12 milioni di senza documenti che vivono negli Stati Uniti, con lo scopo di farli riemergere dall’illegalità si scontra con difficoltà oggettive legate da un lato all’aumento costante dei flussi di migranti, dall’altro all’accoglimento delle richieste di legalizzazione.

Ammettendo che venga sanata la situazione di coloro che vogliano intraprendere il lungo path to citizenship, partecipando ad un programma di lavoro temporaneo, rimane il problema delle modalità di svolgimento di questo processo, data l’estrema vulnerabilità degli immigrati nel contesto statunitense, e della sua estensione. Visto che l’immigrazione non sembra affatto diminuire, il numero di illegals da legalizzare non sarà troppo grande per essere gestito da un simile programma, che quindi si mostrerà i tutta la sua inefficacia. Coloro che attendono di intraprendere il percorso per la regolarizzazione, di che status, e quindi di che diritti e tutele, potranno godere? Che l’earned citizenship e un nuovo temporary worker program siano delle vere alternative, assolutamente migliori della bieca repressione, se si fa riferimento alla realizzabilità degli obiettivi previsti, è vero solo in parte.

Possiamo quindi affermare come la retorica usata nel promuovere queste disposizioni, apparentemente costruita intorno al rispetto dei diritti degli immigrati, nasconda una precisa volontà politica, volta al soddisfacimento delle richieste del grande business in primis. Anche la produzione normativa che ne è discesa, si muove in questa direzione; il Senate bill, sebbene sia stato supportato da esponenti di spicco del pensiero liberal americano, è comunque espressione della deriva del garantismo, nel momento in cui propone delle soluzioni troppo facilmente strumentalizzabili dalle classi al potere.

Sull’altro versante, i repubblicani anti-immigrazione, bloccando la riforma con un bill volto alla mera repressione giustificata tramite l’esigenza di sicurezza nazionale, hanno lanciato uno statement molto forte, indirizzato verso un altro fronte, quello dell’elettorato. L’ideological framework consolidatosi in seguito agli attentati dell’11 Settembre 2001 negli Stati Uniti, li ha posti in una posizione di grande potere, riscontrando grandi consensi tra i cittadini. Questi, con le richieste pressanti di maggiore sicurezza, di rispetto della Rule of Law, vera e propria religione negli Stati Uniti, si pongono apparentemente come attori politici attivi e ben informati dei fatti, che hanno a cuore le sorti del proprio Paese.

Ciò sarebbe certamente vero se non fosse che in linea di massima, per quanto ho potuto notare, l’opinione pubblica americana si comporta in modo spesso schizofrenico ed è pesantemente manipolabile da un apparato mediatico fortemente politicizzato a tutti i livelli. E’così che un dibattito in una qualsiasi trasmissione su uno dei canali del Fox Broadcasting Network, notoriamente conservatori, o le parole proferite dalla bocca di Lou Dobbs, esponente neo-con tra i più agguerriti, diventano immediatamente il credo per milioni di spettatori che, passivamente ne interiorizzano e ne assorbono i contenuti. La schizofrenia di cui parlavo prima sta nel fatto che troppo spesso ciò che accade nella realtà si pone in totale contrasto con i dogmi conservatori.

L’americano medio è portato a dimenticare che gli immigrati sono da sempre elementi costituenti della società americana, e come sia nell’interesse di tutti garantire loro la possibilità di uscire dalla marginalità. Al contrario, essi sono visti in quanto minaccia per lo status quo: con questa espressione si fa riferimento sia a quella serie di “valori condivisi”, patrimonio esclusivo del popolo americano, sia alla struttura dei rapporti sociali all’interno della società. Ammesso e non concesso che l’individuazione di chi faccia parte del “popolo americano” sia cosa semplice, rimane il fatto che gli Stati Uniti sono una nazione di immigrati. La paura e la diffidenza nei loro confronti, soprattutto nel momento in cui essi avanzino delle pretese proporzionali al ruolo fondamentale ricoperto nella vita del Paese, è un sintomo di quanto siano presenti nella società americana dei sentimenti di odio per il “diverso”.

Il bill della House of Representatives ha ben sintetizzato questi tendenze, dando peso esclusivo alla border security, soddisfando l’esigenza di una posizione forte ed autoritaria nei confronti dell’immigrazione; per fare ciò sono stati riproposti due approcci fortemente ideologici e completamente distaccati dalla realtà del fenomeno migratorio. Le soluzioni fornite dal Prevention Through Deterrence Approach e dall’Attrition Theory Approach, si sono dimostrate nel recente passato dei totali fallimenti, che solo un tentativo di riforma puramente volto a mostrare i muscoli, avrebbe potuto sponsorizzare nuovamente.

Anche qui valgono alcune delle osservazioni già fatte in precedenza: c’è una fortissima discrepanza tra lo scopo di un’insieme di norme, come quelle contenute nell’H.R.4437 e la volontà di riformare l’immigration system. Non vi è non solo il minimo riferimento alle ragioni del fenomeno migratorio, ma si può riscontrare il desiderio di ridefinirne i lineamenti, facendolo coincidere con una questione di sicurezza nazionale sulla scia della sindrome post 11 Settembre. Abbiamo visto quali siano i meccanismi di funzionamento di quel processo abilmente impiegato sia dai politici, sia dai quei Think-Tanks che ne costituiscono sempre di più i vettori all’interno della società civile chiamato “Conflating Issues” e ne abbiamo registrato il carattere pericolosamente semplificante. Sovrapporre il fenomeno dell’immigrazione dal confine messicano, motivata da ragioni principalmente economiche, con un’invasione definita aprioristicamente dannosa per la vita dell’America e individuare in questo flusso il canale principale d’entrata per il terrorismo internazionale, è certamente un’associazione viziata dall’ideologia.

A questo punto non ci deve sorprendere che sia stato impossibile trovare un terreno comune sul quale erigere il nuovo immigration system. Un ulteriore sconfitta per l’amministrazione Bush, il quale, a detta di molti, ha spinto in modo spesso forsennato per la riforma della legge sull’immigrazione per un motivo fondamentale: lasciare qualcosa di buono dopo due mandati disastrosi contrassegnati da guerre preventive, uragani prevenibili, torture, limitazioni della libertà personale nel nome della libertà stessa e, non dimentichiamo, dagli eventi dell’11 Settembre 2001. Se ciò può essere vero, credo fermamente che siano state le pressioni esercitate dal grande business a giocare un ruolo fondamentale nel sostenere la volontà riformatrice del Presidente ma allo stesso modo sono convinto della validità delle seguenti osservazioni.

Il fallimento della riforma probabilmente non porterà l’auspicato aumento dei profitti per tutte quelle corporations che si sarebbero ulteriormente arricchite grazie ad un programma di lavoro temporaneo (che avrebbe avuto gli esiti del Bracero Program) o grazie ad un amnistia (che avrebbe stimolato nuove ondate di immigrati clandestini e quindi sfruttabili) ma di sicuro non modificherà la struttura dell’economia statunitense. Il migrante, sia regolare che senza documenti, si troverà ad occupare pur sempre l’ultimo gradino nella società, venendo sfruttato e divenendo parte di una sottoclasse marginale, alla mercé del grande capitale.

Non è questo pur sempre un traguardo per tutte quelle multinazionali che hanno bisogno di grandi bacini di manodopera illegale? Non di certo un traguardo per Bush e per la sua zoppicante, morente amministrazione, ora orfana anche dello “stratega” Karl Rove, dimessosi da poco. Egli si appresta a concludere il suo secondo mandato con una guerra che ricorda sempre più da vicino quella persa dagli americani in Viet-Nam, e alla quale è stata da lui stesso recentemente associata ribadendo la volontà di non ritirarsi, che lo ha reso estremamente impopolare.

Sarà la prossima amministrazione a doversene accollare l’onere, allo stesso modo in cui dovrà riprendere i lavori per la riforma dell’immigration system, compito non meno arduo e importante. Chiunque vinca le elezioni presidenziali del 2008, dovrà assolutamente affrontare il problema dell’immigrazione dal border con il Messico e degli undocumented workers, sempre più indispensabili e sempre più sfruttati. Cercando di trarre una lezione che riassuma le considerazioni fatte durante il corso di questo lavoro, possiamo affermare con certezza che l’immigrazione è un fenomeno talmente complesso che non può essere affrontato prescindendo dalle sue cause strutturali.

Ogni norma che si rivolga esclusivamente ad un aspetto parziale di questo problema, senza essere inserita in un disegno organico che coinvolga anche un ripensamento dei rapporti economici con i paesi di outmigration, per ridurre i push and pull factors, sarà destinata a fallire. I futuri tentativi di riforma dovranno includere inoltre un’analisi non ideologica dell’immigrazione, che possa avere anche la funzione di sensibilizzare l’opinione pubblica. Le soluzioni proposte non dovranno di far leva sul terrore e la diffidenza della gente, ma essere orientate alla soluzione di problemi pratici, tenendo in grande considerazione gli esiti delle politiche messe in atto in passato.

E’ proprio questo che è mancato ai due bills proposti in Congresso: la dialettica che ha preso vita tra l’approccio repressivo dell’House bill e tra il garantismo del Senate bill, non è riuscita a sviluppare una sintesi che abbia potuto se non altro, individuare una strada da seguire per l’immigration reform. La causa di ciò può essere fatta risalire alla mancanza di una volontà politica autenticamente riformatrice. Pur facendo riferimento a due universi retorici diversi e contrapposti, entrambe le proposte, se esaminate in profondità, non si pongono in vera antitesi; entrambe espongono gli immigrati a possibili violazioni, seppur tramite modalità diverse, conservandone la marginalità e aumentandone lo sfruttamento.

Fintantochè il contesto iper-capitalista statunitense non verrà messo in discussione, ogni tentativo di riforma sarà inoltre pregiudicato dall’inadeguatezza della produzione normativa, così fortemente soggiogata agli interessi economici delle corporations da un lato, e alla sete di consensi delle classi politiche dall’altro. In questo scenario, i cittadini americani e gli immigrati, soprattutto i senza documenti, rimangono tristemente sullo sfondo; gli uni venendo ammaestrati all’odio dai media, gli altri, nonostante sporadiche manifestazioni di rabbia, subendo la repressione e il ricatto.

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