Relazione finale



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L’uomo nell’infinito: Bruno (da Le Ragioni della Filosofia – Ed. Le Monnier)
La vita e le opere

Giordano Bruno nacque nel 1548 a Noia, in Campania, e venne battezzato con il nome di Filippo. Nel 1562 si trasferì a Napoli per continuare gli studi: qui seguì dap­prima lezioni private di dialettica e di logica, quindi, nel 1565, entrò come novizio nel convento domenicano di San Domenico Maggiore, assumendo il nome di Gior­dano. Ordinato sacerdote nel 1572 e licenziato in teolo­gia nel 1575, assunse presto atteggiamenti ribelli e po­sizioni difficilmente conciliabili con l’ortodossia cattoli­ca, che portarono all’apertura di un procedimento disci­plinare nel 1575 e quindi alla fuga a Roma l’anno suc­cessivo. Abbandonato l’abito domenicano, Bruno co­minciò così una vita errabonda attraverso l’Europa, che durò fino alla morte, alla continua ricerca di una siste­mazione che gli consentisse di proseguire liberamente i suoi studi e, allo stesso tempo, di trovare un ambiente capace di accogliere il messaggio di rinnovamento di cui si sentiva portatore. Dopo essersi fermato in nume­£ rose città dell’Italia settentrionale, nel maggio 1578 giunse a Ginevra, dove entrò ben presto in attrito con le locali autorità calviniste. Si recò a Tolosa e nel 1581 giunse a Parigi, dove riuscì a interessare alla sua arte della memoria il re Enrico III e a ottenere l’incarico di «lettore reale», ovvero di docente stipendiato dal re. Nel 1582 Bruno dedicò proprio al re il De umbris idearum («Le ombre delle idee»). Nell’aprile 1583 lasciò Parigi per l’Inghilterra, al seguito dell’ambasciatore francese Michel de Castelnau. Nei primi mesi del soggiorno in­glese fu impegnato nel tentativo di affermarsi nell’am­biente accademico di Oxford. Le sue lezioni non incon­trarono però il successo sperato, anzi suscitarono la vio­lenta reazione dell’ambiente universitario, che giunse ad accusarlo di plagio. In Inghilterrà pubblicò la Cena de le Ceneri, il primo dialogo in italiano, nel 1584. A questo stesso periodo inglese appartengono anche gli al tri grandi dialoghi filosofici scritti in italiano, di argo­mento cosmologico-teologico (oltre alla Cena, il De l’in­finito universo e mondi), ontologico (De la causa, princi­pio et uno), politico-religioso (Spaccio de la bestia trion­fante, Cabala del cavallo Pegaseo), antropologico-gno­seologico (De gli eroici furori).

Tornato a Parigi nell’ottobre 1585, Bruno fu costretto ben presto a lasciare la città in seguito a un suo violento at­tacco pubblico contro gli aristòtelici. Scelse allora di raggiungere la Germania: visse prima a Marburg, quindi a Wittenberg, dove insegnò per due anni, dal 1587 al 1583. Costretto a lasciare anche questa città per l’egemonia qui esercitata dai calvinisti, si rifugiò a Praga, presso la corte di Rodolfo 11, poi a Helmstädt, dove nel1589 lo colpì la scomunica anche da parte della Chiesa luterana. In questo periodo Bruno si impegnò nella com­posizione di una serie di trattati di argomento magico, destinati a rimanere inediti fino alla fine dell’Ottocento. Nel 1591, mentre era a Francoforte per stampare i suoi notevoli poemi latini di ispirazione lucreziana — De tri­plici minimo et mensura («I tre tipi dì minimo e la misu­ra»), De monade, numero et figura («La monade, il nu­mero e la figura»), De immenso et innumerabilibus («l’immenso e gli innumerabili») — venne raggiunto dal­l’invito del patrizio veneziano Giovanni Mocenigo, che desiderava apprendere da lui i segreti dell’arte della memoria. Convinto che Venezia, per la sua lunga tradizione tolleranza, potesse garantire la sicurezza anche di un pensatore come lui, così lontano dall’ortodossia, Bruno accettò di tornare in Italia. A partire dall’agosto-settembre ­1591 visse per qualche mese tra Venezia e Padova e dall’aprile del 1592 si trasferì a Palazzo Mocenigo: ma il giovane patrizio, deluso dall’insegnamento mnemotecni­co di Bruno, e insieme turbato dal contenuto eterodosso delle sue idee, lo denunciò all’Inquisizione.

Il processo, che vide Bruno imputato di eresia, fu lungo, complesso e articolato in due principali fasi: quella ve­neta e quella romana. Nel corso del processo veneto Bru­no da un lato sottolineò e difese la portata essenzialmen­te filosofica del suo insegnamento; dall’altra, si dichiarò disposto ad ammettere i suoi eventuali errori di caratte­re teologico e dottrinale. Ottenuta l’avocazione del pro­cesso da parte dell’Inquisizione romana, nel febbraio 1593 Bruno venne trasferito a Roma e rinchiuso nel car­cere del Sant’Uffizio, dove passò i suoi ultimi anni di vi­ta. Nel gennaio 1599, su istanza del cardinale Roberto Bellarmino, gli vennero sottoposte otto proposizioni ere­tiche, perché egli le abiurasse. Bruno, mantenendo la li­nea di autodifesa adottata a Venezia, si dichiarò disposto alla confessione. Tuttavia, continuò a formulare una se­rie di distinguo sulle proposizioni incriminate, finché il tribunale, irrigidendosi, gli intimò di riconoscere i suoi errori entro quaranta giorni. Il 21 dicembre 1599 Bruno, evidentemente non disponibile a rinnegare aspetti fon­damentali del suo pensiero, abbandonò ogni ricerca di compromesso e rifiutò di ritrattare. Condannato come eretico «impenitente» e «pertinace», venne arso vivo in Campo de’ Fiori il 17 febbraio 1600.

Nel 1891 sono stati editi per la prima volta un gruppo di scritti, composti e rielaborati durante la permanenza in Germania tra il 1587 e il 1591, indicati come ‘trattati ma­gici’: De magia mathemaiica («La magia matematica»), De magia naturali («La magia naturale»), Theses de ma­gia («Articoli sulla magia»), De vinculis in genere («I vin­coli in generale»), De rerum principiis et elementts et cau­sis («I principi, gli elementi e le cause delle cose»), Me­dicina Lulliana partim ex mathematicis partim ex physicis principiis educta ( «Medicina Lulliana, tratta in parte da principi matematici, in parte da principi fisici»), Lampas triginta statuarum («La lampada delle trenta statue»).




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