Relazione Santinelli Gessica matricola 5934569



Scaricare 23.68 Kb.
23.05.2018
Dimensione del file23.68 Kb.

Relazione  Santinelli Gessica matricola 5934569

L’attività laboratoriale a cui ho preso parte riguarda l’educazione museale.

Nel corso del suo svolgimento ho cercato di tenere presente come poter trasferire ogni step del nostro percorso laboratoriale in contesto scolastico.

Siamo partiti scrivendo su un post-it quali fossero le nostre aspettative sul laboratorio, riassumendole in una parola.

Ebbene, ritengo che una modalità di procedere di questo tipo possa essere riutilizzabile anche in classe sia che si proponga un certo argomento disciplinare oppure un’attività o uscita didattica.

Tale modalità fornisce all’insegnante l’opportunità di capire quali possano essere le preconoscenze dei bambini e le loro emozioni iniziali.

Trovo che riconoscere il collegamento tra conoscenze ed emozioni, aiuti a mantenere la nostra progettazione didattica orientata su quel bimbo e non su un obiettivo generale o specifico ma comunque astratto.

Altro step che richiama le precedenti considerazioni, è stato porre a noi stesse l’interrogativo: “Qual è il primo ricordo di un museo?”.

E’ un interrogare se stessi che può creare un filo conduttore fra conoscenze, emozioni, ricordi che non sono accessori per l’acquisizione delle competenze ma suoi tasselli costitutivi, il cui sviluppo non va lasciato al caso ma incoraggiato e stimolato, attraverso attività orali e scritte di recupero di quanto già conosciuto, esperito e sentito a livello emotivo.

Soprattutto nella preparazione di un’uscita didattica, partire da un lavoro di questo tipo, suggerisce all’insegnante come indirizzare ed organizzare l’uscita stessa, come orientare le osservazioni nel corso di un’esplorazione museale o di altro sito.

A questo proposito, si è riflettuto su quali fossero i requisiti da considerare nella scelta di un certo tipo di museo.

Va considerato attentamente quali percorsi formativi siano stati progettati dalla struttura museale per le classi in visita, soprattutto considerando le diverse fasce d’età ed ordini di scuola.

In riferimento alla scuola dell’infanzia si è sottolineato come spesso le attività laboratoriali predisposte siano banali e poco significative.

Altro punto sul quale ci siamo soffermate nel corso del laboratorio, è stato il fatto che predisporre una visita guidata in un museo “tradizionale”, con reperti esposti in vetrine descritti da didascalie o progettare un uscita in un sito archeologico come può essere Pompei, ha una grande influenza non solo su ciò che andremo ad osservare ma globalmente sulla percezione dell’intera esperienza.

Inoltre, un aspetto da tenere presente in sede di organizzazione dell’uscita didattica, è il modo in cui le informazioni sui reperti vengono presentate nelle didascalie all’interno del museo.

Esse, infatti, potrebbero presentarsi come poco esaustive, troppo settoriali o deficitarie di alcune informazioni come la localizzazione dei siti o le tracce d’uso.

Queste caratteristiche e carenze potrebbero incidere sul coinvolgimento e sulla comprensione di quanto viene osservato ma le informazioni mancanti possono essere recuperate; non solo ricercando le informazioni sui testi o sull’ Web ma utilizzando l’incompletezza per far lavorare la fantasia dei bambini.

Credo che particolarmente interessante sarebbe fare tentativi per ricostruire le informazioni sulle tracce d’uso; un esercizio che aiuterà a stimolare la curiosità e a suggerire come le conoscenze possano essere acquisite e costruite attraverso prove ed errori, supposizioni, discussione condivisa con gli altri.

E’ un tratto della ricerca della conoscenza che credo vada sottolineata e protetta, soprattutto in una realtà contemporanea in cui aprendo Wikipedia si trovano spiegazioni sui più svariati argomenti, per quanto non sempre corrette ed esaustive ma comunque lì, disponibili con qualche semplice click.

Fino a qui ho spiegato quali dovrebbero essere le fasi pre-uscita didattica, quali tasti andare a toccare a livello di preconoscenze, esperienze, emozioni dei bambini.

Ora occorre passare all’uscita didattica vera e propria. Quando con i bambini si entra all’interno del museo, la prima reazione solitamente è di grande meraviglia ed entusiasmo ma se non si è in grado di incanalare questo loro interesse e dirigerlo su opere d’arte particolari ed aspetti specifici di esse, può accadere che perdano lo slancio iniziale.

Nel nostro percorso museale all’interno del museo archeologico di Firenze, in gruppo e su una serie di reperti specifici, nel nostro caso la necropoli della Banditella, abbiamo compilato una scheda in cui indicare vari dati relativi a quanto stavamo osservando come l’identificazione del sito, la datazione, i materiali, la campagna di scavo. Questo lavoro che dal generale ci ha portato a confrontarci in modo più particolare su gruppi di reperti, ha reso questa attività che potrebbe apparire come noiosa o ripetitiva, in realtà quasi un gioco. Sicuramente il lavorare in gruppo ha favorito questo nostro divertimento ed ha reso la compilazione della scheda un modo per interrogarci sull’efficacia e chiarezza delle didascalie e su come potrebbero essere migliorate.

Questa stessa attività potrebbe essere un modo per mantenere l’attenzione dei bambini vigile su quanto si sta osservando benché sia necessario fornire, nei giorni precedenti all’esperienza museale, alcune informazioni riguardo alla terminologia archeologica poiché non sempre le didascalie utilizzano una terminologia comprensibile ad una prima lettura, né per i bambini né per chi non ha conoscenze specialistiche a livello storico/archeologico. Mi riferisco a termini specifici, riguardanti ad esempio particolari lavorazioni dei materiali come il bucchero.

Una volta rientrati in classe, potrebbe essere interessante costruire un percorso didattico ad esempio su materiali e lavorazioni delle epoche che si sono incontrate; è un modo per dare ancora maggior rilevanza a ciò che si è osservato non fermandosi alla forma o al fatto di essere prezioso o meno ma dandogli il giusto valore in termini di pregio delle lavorazioni, fatica nel costruirlo e capacità di chi lo ha costruito.

Tornando alla nostra esperienza, step successivo è stato osservare non più un gruppo di reperti ma un reperto in particolare e farne una descrizione individuale e scritta, senza consultare le didascalie di riferimento. Una volta scritte le nostre descrizione, le abbiamo condivise col gruppo ed è stato subito evidente come ognuno di noi, per raccontare la realtà o in questo caso un oggetto ( una brocca), utilizzi un modo del tutto personale di elaborare e comunicare per iscritto ciò che sta osservando.

Dal punto di vista strutturale della descrizione, c’è chi ha fatto una descrizione schematica, chi ha utilizzato forme più discorsive, chi ha utilizzato il disegno come mezzo per raccontare le varie parti dell’oggetto. Guardando, invece, più nello specifico quello che è stato scritto, si può distinguere tra chi ha azzardato ipotesi sulle tracce d’uso usando un “forse”, chi invece ha presentato le proprie ipotesi come certezze, chi semplicemente ha scritto di non sapere quale funzione precisa potesse avere quella brocca.

Fare attenzione a queste modalità personali di raccontare il reale può dirci molto anche su come i bambini osservino, rielaborino e comunichino le loro esperienze, museale certo ma non solo perché ogni giorno e in contesti diversi ci troviamo a dover fare ipotesi, verificarle e magari accorgerci che vanno riformulate o corrette.

Soprattutto la descrizione col disegno credo sia un aspetto che vada incoraggiato nel lavoro con i bambini. Proprio il disegno potrebbe essere il protagonista di un’attività da predisporre in classe per recuperare quanto è stato visto all’interno del museo, infatti, chiedere di rappresentare ad esempio una brocca con tutte le sue caratteristiche specifiche ( che andranno ovviamente rispolverate ed evidenziate prima di far realizzare il disegno) aiuta a stimolare un racconto oggettivo del reale non necessariamente veicolato da parole.

Mentre quella precedente è stata un’osservazione individuale di un reperto specifico, l’attività successiva del nostro laboratorio è stata quella di fare un’osservazione condivisa della statua di bronzo della chimera di Arezzo da Arezzo Porta San Lorenzo.

Il pregio di un osservazione di questo tipo è che aiuta a cogliere particolari che un’osservazione individuale potrebbe tralasciare. Inizialmente abbiamo descritto le sue caratteristiche visivamente più evidenti come il fatto che non avesse occhi, che avesse un’incisione sulla zampa e che essendo una chimera si trattasse dell’unione di tre animali: leone, serpente e capra.

Andando avanti però col susseguirsi dei vari interventi, è stato necessario che la dott.ssa Marianna Di Rosa ci facesse notare alcuni aspetti che le nostre descrizioni non avevano considerato e che ci ponesse interrogativi su aspetti legati per esempio a certe parti del corpo della chimera che sembrano essere state aggiunte successivamente. Ci ha spiegato, inoltre, che la chimera potrebbe essere solo una parte di un’opera originariamente più complessa che comprendeva anche Bellerofonte col cavallo Pegaso che combattono l’uno contro l’altro.

Anche con i bambini l’osservazione condivisa può essere di grande utilità e un mezzo per mantenere alta la soglia d’attenzione. I bambini avranno, così, la possibilità di porsi domande, fare supposizioni e scoprire che , spesso, non basta un solo sguardo per raccontare il reale ma occorre un’ osservazione attenta e mirata su punti cruciali, ponendosi le giuste domante. Chiaro è , però, che questo modo di procedere necessita della presenza di una figura che si presti ad essere mediatore degli scambi comunicativi e che sappia indirizzare considerazioni e ipotesi su aspetti salienti, allontanando divagazioni inutili e facendo rispettare i tempi necessari per la riflessione laddove vengano poste questioni che necessitino di fare ipotesi e supposizioni. Occorre considerare poi che essendo all’interno di un museo, con la presenza di altre persone e magari anche di altri gruppi molte delle attività che ho fin qui presentato richiederanno di gestire il gruppo dei bambini anche da un punto di vista comportamentale, stabilendo fin dal principio regole precise che dovranno essere ridefinite considerando spazi, attività e tempi.

Dopo l’osservazione condivisa della chimera siamo passati ad osservare una testa di cavallo di bronzo facente parte della collezione medicea.

Come in precedenza ci siamo interrogate su quale fosse il suo aspetto originario, ipotizzando la presenza oltre che di un corpo di grandi dimensioni anche di un cavaliere probabilmente di rango elevato. Questa osservazione è stata svolta utilizzando il metodo Moma.

Questo metodo prevede diverse fasi, la prima fase è quella osservativa che si esplicita poi nella seconda fase che è quella descrittiva. Successivamente occorre interpretare (terza fase) quanto è stato visto e descritto, siamo dunque in un momento decisivo in cui non siamo più semplici osservatori ma diventiamo “studiosi” che si pongono interrogativi, fanno supposizioni e le condividono col gruppo. Certamente si corre il rischio che tali supposizioni possano essere confutate e messe da parte ma anche se così fosse, potremmo ancora elaborarne di nuove tenendo conto le critiche rivolte alla precedente ipotesi e considerando gli spunti di riflessione proposti nel corso dell’esperienza di condivisione.

La quarta fase del metodo Moma, infine, è quella di connessione. Il termine connessione riguarda il legame che esiste tra la nostra esperienza personale, le nostre emozioni e un certo reperto o opera d’arte all’interno del museo.

Questo metodo, trovo una sua collocazione anche a scuola, sia all’interno di un’esperienza museale che all’interno della scoperta degli aspetti salienti e costitutivi delle diverse discipline.

Lo si può utilizzare nelle scienze così come nella storia, dove il passato può essere osservato nelle tracce che ha lasciato nel presente, descritto e interpretato da noi che ne conosciamo le conseguenze e collegato al nostro passato personale o magari familiare, in un racconto che diviene necessariamente personale, non potendo prescindere dalle nostre emozioni ed esperienze.

Sarà proprio la riflessione e il collegamento con l’esperienza di ognuno a dare significato all’esperienza didattica e a tutte le esperienze che noi e i bambini delle nostre classi andremo a vivere e condividere.

Tornando al laboratorio di educazione museale, dopo la visita al museo archeologico di Firenze, avremmo dovuto visitare le Cappelle Medicee ma visto che non è stato possibile, la dott.ssa Di Rosa ci ha comunque presentato l’attività che saremmo dovuti andare a svolgere al loro interno. Si tratta di utilizzare tablet o cellulari per fare selfie con le opere d’arte.

Potrebbe apparire come un’attività poco significativa da fare con i bambini ma in realtà se la si guarda come modo di avvicinare ciò che si sta osservando a sé stessi, allora tutto diventa più significativo.

Guardare per esempio un quadro, ascoltare la sua storia e quella di chi l’ha creato magari molti secoli fa e trovarlo interessante può non essere semplice per i bambini che vivono soprattutto nel presente e in ciò che meglio conoscono e sentono vicino, sia a livello spaziale che temporale.

Invece, scegliere un quadro, una statua o un qualsiasi reperto che incontri il nostro gusto e decidere di fotografarlo insieme a noi è un modo per avvicinarlo immediatamente alle nostre scelte, gusti ed esperienze.

Sarà un modo per ricordare anche agli insegnanti come nella scuola in particolare e nella vita in generale, non sia determinante fare un lungo elenco di esperienze magari sconnesse fra loro e con la realtà di chi ne è protagonista ma concentrarsi solo su quelle che potranno avere un significato situato nella realtà di chi le sperimenterà e nella sua vita emotiva.

Prima della conclusione dell’attività laboratoriale ci siamo chieste come poter risolvere problemi legati a capacità specifiche come il fatto di non saper disegnare, aspetto che può essere rilevante se si vuol descrivere col disegno. E ancora, avendo parlato dell’importanza della condivisione col gruppo, abbiamo analizzato un’ attività che aiuti i bambini a trovare un punto di contatto condiviso che gli permetta di pianificare in gruppo come risolvere un problema specifico anche all’interno dell’attività didattica.

Per le difficoltà nel disegno, noi stesse abbiamo rappresentato la nostra mano con un tratto unico e senza guardare e questo può essere un modo per distogliere l’attenzione dall’imperfezione del tratto e far notare come tutti si possa sbagliare e come, comunque, la qualità finale del disegno non richieda per essere soddisfacente la perfezione del tratto.

Per stimolare, invece, la ricerca di punti di contatto tra i bambini, un’attività coinvolgente potrebbe essere quella di suddividere i bambini in coppie, uno di fronte all’altro, disegnando su una lunga striscia di carta. Ogni coppia dovrà accordarsi sull’argomento della loro rappresentazione e poi sul soggetto specifico, fatto questo ognuno comincerà a disegnare sul suo lato fino a che i soggetti dell’uno e dell’altro entreranno in contato. Saranno sicuramente disegni caotici ma rappresenterà un punto di contatto tra persone diverse e allo stesso tempo mostrerà come nonostante il soggetto fosse lo stesso, la modalità di rappresentazione potrà apparire diversa.

Così come la nostra esperienza laboratoriale si era aperta, cioè con dei post-it che raccontassero le nostre aspettative, si è chiusa con altri post-it che avrebbero raccontato le nostre impressioni una volta terminata l’esperienza. Qualcuno ha scritto curiosità e meraviglia che credo siano i prerequisiti di ogni esperienza didattica e di vita. Altri : novità e creatività; due aspetti che sono obiettivi intermedi di quelle esperienze, dato che osservando si possono conoscere cose nuove e attraverso un osservazione critica e una riflessione attenta si possono modificare. Infine: partecipazione e scoperta che possono rappresentare gli obiettivi finali di ogni nostra attività.



Santinelli Gessica matricola 5934569






©astratto.info 2017
invia messaggio

    Pagina principale