Religione universale naturale



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Quintus Nautius Aucler
LA THREICIA

RELIGIONE UNIVERSALE NATURALE

titolo originale dell’opera


Quintus Aucler

LA THRĖICIE

ou la seule voie des sciences divines et humaines, du vrai culte et de la morale

a Paris, chez Moutardier, Imprimeur-Libraire,

quai des Augustins, 28

An VII [1799] de la République Française

traduzione dal francese e note

di

Vittorio Fincati1



© by Vittorio Fincati - Gennaio 2003


PRESENTAZIONE

La Threicia fu nelle intenzioni del suo autore, l’avvocato Gabriel André Aucler, soprannominatosi Quintus Nautius2, un pò come il canto di un poeta che voleva celebrare i fasti del paganesimo, anche se in prosa ed in maniera discorsiva. Threicia infatti è aggettivo latino che rimanda aulicamente alla Tracia, regione ai margini dell’Ellade ma luogo di diffusione di valenze magiche e sciamaniche verso il sottostante mondo della Grecia classica. Il senso datogli da Aucler è però un gioco di parole con il greco threskeia, “culto reso agli Dei”, come lui stesso esplicita nel testo (vedi nota 83).


Come scrisse Gerard de Nerval in un’opera, Gli Illuminati, dalla quale abbiamo estratto a mò di introduzione i passi salienti riguardanti Quintus Aucler: “E’ infatti la dottrina dei Misteri di Tracia che Quintus Aucler propone agli iniziati”, Misteri di cui Orfeo fu il simbolo per eccellenza. De Nerval forse esagera nel voler attribuire all’autore della Threicia un compito misterico riservato a pochi eletti, - ma sono significative queste parole di Aucler: “È necessaria un’istruzione particolare da bocca a orecchio”(p.16) e queste altre ancora: “egli pone tra l’uomo e Dio una catena di spiriti immortali che chiama Optimates e coi quali ogni illuminato può porsi in comunicazione. E’ sempre la dottrina degli Dei Ammonii, degli Eoni e degli Elohim dell’antichità. L’uomo, gli animali e i vegetali possiedono una monade immortale, che anima di volta in volta corpi più o meno perfetti, secondo una scala ascendente e discendente che materializza o deifica gli esseri a seconda dei loro meriti.”
In ogni caso, ci pare che de Nerval non si sia reso conto che Aucler più che un pagano vero e proprio, non sia altro che un seguace delle dottrine di Louis-Claude de Saint-Martin, in base a quanto lo stesso Aucler dichiara nel testo (p.92): “…il libro Degli errori e della verità nel quale ho trovato con piacere una gran parte della dottrina che vi espongo”. Ha trovato, così per puro caso, oppure ha tratto? E’ un dubbio più che legittimo specie se raffrontato con certe dichiarazioni di Aucler troppo pretenziose, riguardanti il suo ricollegamento con una tradizione pagana antichissima…
Ci appare comunque più probabile un’intento divulgativo generale anche perchè di quei Misteri si conosce ben poco e sotto il nome di Orfismo è difficile che si possa rintracciare qualcosa di veramente originario. Riteniamo che il lavoro di Aucler fu solo il tentativo di riportare in auge la vecchia religione di Roma secondo l’ottica personale dell’autore, un’ottica con forti venature post-pagane..… ma che tentativo! Dopo 1.500 anni circa da quando il Cristianesimo ebbe soppiantato nel cuore dello Stato i culti aviti, quella di Quintus Aucler fu la prima presa di posizione ufficiale di un privato cittadino a favore del ristabilimento di quei culti medesimi. Audacia inimmaginabile e che solo la Rivoluzione Francese avrebbe potuto permettere, dal momento che il governo rivoluzionario aveva voluto cancellare motu proprio l’editto di Costantino proponendo al posto del Cristianesimo una religione laica, sulla cui fondazione c’è il sospetto che abbiano influito personalità del mondo della Massoneria. Il tentativo rivoluzionario fu unico e irripetuto fino ai nostri giorni, dal momento che solamente sul Nazionalsocialismo di Adolf Hitler, probabilmente a torto, è stato gettato il sospetto di aver voluto, sotterraneamente, sopprimere le confessioni cristiane a favore di nuovi culti pagani. Tentativo, quest’ultimo, che non si concretizzò mai con un atto ufficiale come invece accadde al tempo di Aucler.
Scrisse Gerard de Nerval sintetizzando nel suo libro Gli Illuminati le idee di Aucler: “ Non bisogna del resto credere che la dottrina di Quintus Aucler fosse la manifestazione isolata di uno spirito esaltato che cercava la sua fede attraverso le tenebre. Coloro che all’epoca si chiamavano i Teosofi non erano lontani da un simile ordine di idee. I Martinisti, i Filaleti, gli Illuminati e molti aderenti a società massoniche professavano una filosofia analoga, le cui definizioni e pratiche variavano solo per il nome che si davano. Si può dunque considerare il neopaganesimo di Aucler come un’espressione dell’ideale panteista che si andava diffondendo grazie ai progressi delle scienze naturalistiche. I vecchi cultori di alchimia, astrologia e altre scienze occulte del medioevo avevano lasciato nelle società di allora numerosi adepti fermi nelle loro convinzioni circa le sbalorditive novità che Mesmer, Lavater, Saint-Germain e Cagliostro andavano annunciando al mondo con più o meno grande sincerità. Paracelso, Cardano, Bacone e Agrippa, vecchi maestri di scienze cabalistiche e spagiriche, erano ancora studiati con fervore.
Questa valutazione di De Nerval appare in tutta la sua inadeguatezza leggendo con attenzione La Thréicie: le istanze morali di Aucler mal si concilierebbero con le tendenze panteiste, tutto più o meno edonisticheggianti. Del resto, non si può passare sotto silenzio il fatto che Aucler ha unito a originari empiti di nostalgismo pagano anche la concezione morale cristiana, dopo averla sfrondata delle specificità più deteriori, e che ribadisce quasi ossessivamente lungo tutto il corso de La Thréicie. A a volte, si ha quasi l’impressione che con la sua riesumazione del paganesimo romano abbia voluto escogitare un ingegnoso e sottile meccanismo per far rientrare dalla finestra quel cristianesimo (magari infiorato di Martinismo) che la Rivoluzione aveva messo alla porta con una certa determinazione! Non a caso l’autore se la prende a più riprese con i filosofi enciclopedisti ed illuministi che avevano propiziato, dal lato intellettuale, il rovesciamento di ciò che rimaneva del vecchio sistema feudale cristiano in Francia; ciò, del resto, senza spendere mai una parola a favore della Rivoluzione Francese!
Inoltre troppi paragrafi del libro si occupano del cristianesimo, dell’ebraismo e della figura di Gesù in una maniera poco confacente ad un libro che dovrebbe trattare del nuovo culto da rendere alle divinità del paganesimo. Questo particolare è forse spiegabile alla luce del fatto che il paganesimo romano, checchè se ne dica, è stato il “terreno di coltura” e il “buon conduttore” del cristianesimo, a differenza di altre forme di religione pagana che, poco avendo in comune con la morale romana, anziché metamorfosarsi non sopravvissero. Crediamo tuttavia che il motivo sia da ricercare nelle simpatie martiniste dell’autore, visto che il martinismo coltivava l’esigenza tutta genuinamente giudaica della “purificazione”. Gerard de Nerval non sembra abbia colto, leggendo quel che scrive di seguito, questo fondamentale particolare.
“…Simili problemi preoccupavano molto, nel momento più caldo della Rivoluzione francese, il cittadino Quintus Aucler. – Non era un’anima che si contentava del misticismo allegorico inventato da Chaumette, Hérault de Séchelles e la Revelliére-Lépaux. La montagna innalzata nella neve di Notre-Dame, dove era venuta a troneggiare la bella signora Mormoro come dea della Ragione, non si imponeva alla sua immaginazione più di quanto non si sarebbe imposto più tardi l’altare dei teo-filantropi, pieno di frutta e verdura. Né ebbe rispetto per l’estatica Catherine Théot, né per il suo compare dom Gerle, del quale Robespierre favoriva le pratiche. E quando proprio quest’ultimo, accuratamente incipriato, col suo profilo spigoloso, vestito col frac blu di Werther, sul dorso del quale ondeggiava il codino della parrucca infiocchettato da poco; col suo gilè di picchè a punte, il suo calzone di basino e le sue calze screziate, si mise in testa di offrire un grosso mazzo di fiori all’Essere Supremo, come un timido fanciullo che festeggia il compleanno di suo padre, i vecchi giacobini scrollarono la testa, la folla rise di gusto per l’incendio mancato che, bruciando il velo della statua della Dea, l’aveva annerita come un’etiope; - ma Quintus Aucler si sentì prendere dall’indignazione; maledì quel tribuno ignorante che non l’aveva consultato; gli avrebbe detto:“Quale sviamento ti porta a rivolgerti al cielo con questi abiti e senza aver preliminarmente compiuto tutti i riti sacri? Sarebbe ancora possibile nascondere quel tuo ridicolo vestito con la veste dei flamini, ma hai almeno consultato gli àuguri, hai predisposto le vittime, i polli sacri hanno mangiato l’orzo? Hai almeno orientato con il lituo il luogo dove devi fare il sacrificio? E’ così che ci si rivolge agli Dei, i quali non sdegnano allora di rispondere con i loro tuoni; mentre tu, tu minacci invocando e sembra che dici: “Essere Supremo, la nazione ti vuole offrire qualche fiore per la tua festa. Abbiamo fatto tuonare il cannone: rispondici con un tuono altrimenti guai a te!”.
“…agli occhi di Quintus Aucler l’Essere Supremo, salutato da Robespierre, ed in favore del quale Delille de Salle aveva composto una dissertazione, non era altro che una vana allegoria come tutte le altre. Riteneva che anche Robespierre avesse nel fondo dell’animo il vecchio lievito di quel cristianesimo nel quale non vedeva altro che una brutta appendice della Bibbia. Nel suo intimo i cristiani non erano che i successori degenerati di una setta ebrea disprezzata, formata da schiavi e da banditi. Quante volte aveva maledetto la tolleranza di Giuliano che li aveva troppo disprezzati per poterli temere. Da ciò – diceva – il crollo della grande civilizzazione greco-romana che aveva riempito il mondo di meraviglie. Da ciò, il trionfo dei barbari e le tenebre dell’ignoranza diffuse sulla terra per millecinquecento anni!
“…Oggi è senz’altro necessario, per sostenere simili proposizioni, pensare sempre all’epoca in cui vennero redatte. Al tempo in cui Quintus Aucler scriveva, era stata fatta tabula rasa della religione e attaccare il cristianesimo era quasi un luogo comune, quindi non si tratta che di un’introduzione storica alla tesi che egli vuole sostenere. Per Aucler ci sono due tipi di religioni: quelle che propiziano la civiltà e il progresso e quelle che, nate dall’odio, dalla barbarie o dall’egoismo di razza, contrastano per un tempo più o meno lungo lo sforzo continuo e benefico delle altre.
“…In questa prospettiva Quintus Aucler raccomanda ai neo-pagani una certa tolleranza verso quegli speciali credenti in Iacco-Gesù, più noto in Francia col nome di Cristo. Imbevuto ai valori di Roma non chiudeva il suo Pantheon a nessun Dio. Infatti, secondo lui, non fu in quanto cristiana che l’antica chiesa venne perseguitata, ma come intollerante e profanatrice degli altri culti. Ci si può sorprendere, oggi, della novità retrospettiva di queste idee, ma un simile libro non poteva che apparire al tempo della Rivoluzione. Del resto si può esser grati a Quintus Aucler per aver riportato le coscienze al sentimento religioso in un’epoca in cui predominava il materialismo, così come a quelle speciali pratiche cultuali ch’egli credeva necessarie per combattere i peggiori istinti o mitigare la crassa ignoranza di certe nature. I digiuni, le veglie, l’astinenza da certi alimenti, i costumi familiari e gli atti generatori soggetti a prescrizioni per i quali il paganesimo non fu meno preveggente della Bibbia, non era ciò che avrebbe fatto la gioia degli scettici e degli atei dell’epoca; bisogna riconoscergli un certo coraggio nel proporre il ritorno di simili pratiche.
“…Quanto alla scelta stessa della religione pagana, era data dalla situazione. Le festività civili, le cerimonie private, il culto delle Divinità, allegorico è vero, come nei tempi ultimi di Roma, non impedivano affatto l’assimilazione di un dogma mistico, che non era dopo tutto che una rinascita, adattata, del neoplatonismo. Si trattava semplicemente di saldare il XVIII secolo al V secolo e di ricordare ai buoni parigini il fanatismo dei loro sacerdoti per quell’imperatore Giuliano ch’essi seguirono fino al centro dell’Asia3. “Hai vinto, Nazzareno!” gridò Giuliano colpito da una freccia persiana. Ma Parigi avrebbe proclamato nuovamente nel restaurato edificio giulianeo e nel vicino Pantheon il ritorno ciclico dei predestinati che restituivano la vittoria al divino imperatore. I versi sibillini avevano predetto mille volte queste evoluzioni rinnovatrici – dai Redeunt Saturnia Regna [ritorna il Regno di Saturno] fino all’ultimo oracolo di Delfi, che constatando il regno millenario di Iacco-Cristo, annunciava ai secoli futuri il ritorno vincente di Apollo.
“…La riforma tutta romana del calendario, l’esposizione delle idee politiche, dei costumi, tutto ciò aveva forse un altro significato? E la nuova ispirazione per gli Dei, dopo i mille anni di interruzione del loro culto, non aveva forse cominciato a mostrarsi nel XV secolo, ancor prima che sotto il nome di Rinascimento, l’arte, la scienza e la filosofia venissero rinnovate dal soffio ispiratore degli esiliati bizantini? Il mistico palladio, che fino ad allora aveva protetto la città di Costantino, si era rotto e già il nuovo seme stava facendo germinare i geni imprigionati del vecchio mondo. I Medici, accogliendo i filosofi accusati di platonismo dall’Inquisizione romana, non avevano fatto di Firenze una nuova Alessandria?
“…Il movimento si andava già propagando in Europa, seminando in Germania i germi del Panteismo attraverso le transizioni della Riforma. L’Inghilterra, a sua volta, si allontanava dal papato, e in Francia, ove l’eresia aveva meno successo dell’indifferenza e dell’empietà, ecco tutta una scuola di studiosi, di artisti e di poeti che ravvivano sotto tutte le forme agli occhi e allo spirito lo splendore degli Olimpici. – Fu per un capriccio giocoso che i poeti della Pléiade sacrificavano un capro a Bacco? O forse vollero trasmettere il loro intimo pensiero e la loro anima agli epicurei del grand siècle, ai seguaci di Spinoza e di Gassendi, che avevano anch’essi i loro poeti, fino all’apparizione, al di sopra di questo sostrato fecondato dallo spirito del passato, dell’agguerrita Enciclopedia, che dette il colpo di grazia, in meno di un secolo, al cadente edificio del medio evo politico e religioso.
“…Anche nell’istruzione e nei libri proposti alle nuove generazioni la mitologia prendeva il sopravvento sul Vangelo. Quintus Aucler non fa dunque altro, col suo pensiero, che completare e regolare un movimento divenuto irresistibile. E’ questo l’unico modo col quale si può spiegare un pensiero che oggi sembra sfiorare la follia e che non si può comprendere interamente se non investigando anche tutti i più piccoli corollari contenuti in un libro che impone rispetto, sia per l’onestà dei propositi che per la sincerità della fede. E’ come se si fosse trattato dell’ultimo scritto delle apologie platoniche di Porfirio o di Plotino sopravvissuto ai secoli e che, nel tempo in cui riapparve, non trovò nemmeno un Padre della Chiesa che gli potesse rispondere dalle rovine abbandonate dell’edificio cristiano. Se si fosse creduto all’influsso dei pianeti – testimoniato ancora dai nomi e dagli attributi degli antichi Dei, anche durante tutto il cristianesimo – sarebbe stato naturale che in mancanza di una religione positiva, si ritornasse al loro antico culto. …Molti filosofi contemporanei seguirono Quintus Aucler in questa renovatio delle idee della scuola di Alessandria. Nello stesso periodo infatti, Dupont de Nemour pubblicò la sua Filosofia dell’Universo, basata sui medesimi elementi di adorazione verso le intelligenze planetarie.”
In realtà, come abbiamo già detto, il paganesimo di Aucler non è poi così pagano come scrive De Nerval e come pretende lo stesso autore. La posizione ideologica di Aucler rappresenta un tipo ben definito di paganesimo, quello della religione romana classica, la quale spesso e volentieri è in netto contrasto con altre forme di religiosità pagana. La “religione di Roma”, non a caso, si è continuata, in qualche modo, nel successivo Cattolicesimo, il quale ha mutuato e, vorremmo aggiungere, “preso il testimone” dal precedente culto di moltissimi elementi. Non è difficile notare che in campo morale, per esempio, le due religioni collimano negli aspetti più importanti, aspetti che Aucler ha inserito pesantemente lungo tutta la sua trattazione. E’ la stessa osservazione che si può fare nei confronti di Giuliano l’Apostata: il suo tentativo di restaurazione pagana fu compiuto con una attitudine dello spirito viziata dalla sua educazione cristiana. Non vogliamo comunque avvallare con ciò quanto ebbe a scrivere un moderno neo-pagano, Arturo Reghini, convito avversario del cristianesimo, con queste sue parole: E’ poi una curiosa illusione pretendere di svolgere un’azione anticlericale, cominciando col fare tanto di cappello al profeta di Nazareth, e proseguendo poi con l’accettare supinamente le convenzioni della morale cristiana. Non si combatte il papato proclamando che Gesù era un grande iniziato; lo si combatte efficacemente col minarne le basi, riducendo Gesù alle sue vere modeste proporzioni spirituali. Si tratta evidentemente di una strategia politica che Aucler non aveva in mente e che, quindi, gli permise, più nobilmente, di descrivere Gesù con i tratti che forse erano quelli originari: un simbolo dell’iniziazione misterica.
Le ipotesi interpretative di De Nerval non sono affatto le uniche che permettano di spiegare il “fenomeno” Aucler. Anzi non lo spiegano affatto e ne impediscono la comprensione. A prescindere dal fatto che il revival del paganesimo dell’epoca attingeva moltissimo alla grecità, mentre Aucler si ispira alla romanità, possiamo però addurre elementi che comprovano quanto l’autore fosse collegato idealmente al mondo antico. Aucler professa infatti una vera e propria astrolatria, proprio come nell’antico paganesimo. Egli dichiara a chiare lettere che gli astri sono delle Intelligenze, rivestite di un corpo materiale, così come noi siamo intelligenze in un corpo umano. Con questo egli non nega l’esistenza di esseri più metafisici e totalmente disincarnati ma ritenendoli troppo lontani dall’umana comprensione preferisce soffermarsi sugli astri del cielo e sul culto ovvero idolatria che gli uomini gli devono rendere affinchè la vera religione possa esplicarsi in tutta la sua pienezza ed efficacia. Il calendario con le sue ricorrenze è il viatico, lo strumento ideale per adempiere questo culto.
Una prova che questa dottrina non è semplice escogitazione di Aucler o di qualche superstizioso idolatra, l’abbiamo nelle parole di un deciso avversario del politeismo e del paganesimo, il celeberrimo Mosè Maimonide, il Tommaso d’Aquino della religione giudaica durante l’alto medioevo,4 che cita L’agricoltura Nabatea, un testo del X secolo, di incerta origine, ma che attinge a documenti antichissimi e racchiude le principali dottrine pagane sotto la forma di un trattato di agricoltura:
essi [i pagani] dichiarano espressamente che gli astri sono ciò che costituisce la divinità, e che il Sole è il Dio supremo. Tutti e sette i pianeti, dicono ancora, sono Dei; ma i due luminari (Sole e Luna) sono i più importanti. Potrai leggere che scrivono chiaramente che è il Sole che governa il mondo superiore e quello inferiore; è ciò che asseriscono testualmente. (…) Il grado più elevato cui sia arrivata la speculazione dei filosofi pagani, fu quello di concepire Dio come lo spirito della sfera celeste e gli astri il suo corpo… ecco perché i pagani ammettono l’eternità del mondo; perché, secondo loro, il cielo è Dio. (…) Quello che dicono di Adamo e tutto ciò che gli attribuiscono non ha altro scopo che fortificare la loro opinione riguardo l’eternità del mondo, per ricavarne la conclusione che gli astri e la sfera celeste sono la divinità. Conformemente a queste credenze pagane, essi innalzarono statue ai pianeti, statue d’oro al Sole e statue d’argento alla Luna, e assegnarono i metalli e i climi ai pianeti, affermando che il tale pianeta è il Dio del tale clima ecc. Edificarono templi in cui posero statue, pretendendo che le forze dei pianeti si riversassero su queste, in modo che parlassero, capissero, pensassero, ispirassero gli uomini facendogli sapere ciò che gli era utile”.
Annotando il suo lavoro - nota che estrapoliamo e riportiamo solo in questa premessa -, Aucler scriveva che la Thréicia

è il culto rivolto a quegli dèi che derivano il nome dai Misteri di Samotracia e da cui i Greci avevano tratto il verbo threskeuo, che significa religiose colere, onorare religiosamente gli dèi. E’ ciò che San Paolo nella sua Seconda Lettera ai Colossesi definisce come Elementi e prime istruzioni del mondo, da cui dice che non bisogna lasciarsi sedurre. Questi Misteri sono quelli che erano presieduti dagli ierofanti o Cabiri nell’isola di Samotracia. Quando Dardano si recò a Samotracia dall’Italia per farsi purificare dell’involontario assassinio del fratello, sposò la figlia del re del paese, che gli recò in dote la conoscenza di questi Misteri, gli Dei Cabiri o Grandi Dèi e il Palladio. Dardano li portò a Troia, li depose nel tempio di Vesta, nella rocca, e affidò la cura di questi Misteri e la custodia del Palladio a Sycas, altrimenti detto Nautes, nome generico di tutti gli ierofanti, che l’aveva seguito da Samotracia. Dopo la conquista di Troia, Nautes, al seguito di Enea, li portò in Italia: Nautes sovrintendeva a tutte le manovre della flotta di Enea e in Virgilio leggiamo a riguardo:


Allora l’anziano Nautes, l’unico che Pallade Tritonia

aveva istruito e reso ragguardevole per profondità di scienza,

rendeva questi responsi: sia che li suggerisse la grande collera

degli Dei o che lo richiedesse lo svolgersi dei fati

(Eneide V, 704)
E’ così che Virgilio raffigura Enea mentre solca i mari assieme ai Penati di Troia e ai Grandi Dei, cioè agli Dèi di Samotracia: cum Penatibus et magnis Diis.
Quando Enea ebbe edificato in Italia Lavinio, Nautes vi portò i Misteri, e quando Ascanio, figlio di Enea, costruì in seguito Alba, i discendenti di Nautes, che vennero poi chiamati a Roma Nautii e che Cicerone chiama Eumolpidi romani, in analogia con quelli di Eleusi, fecero altrettanto. Quando Ascanio abdicò alla regalità riservandosi la dignità di Pontefice Massimo, non volle associare al suo supremo sacerdozio la custodia dei Misteri, poiché non apparteneva alla famiglia degli ierofanti. Quando poi i Romani conquistarono Alba, una parte della gens Nautia si stabilì a Roma recandovi i Misteri; questi vennero deposti assieme al Palladio, che Diomede aveva – come altri dicono – restituito ad Enea in Italia e che Enea aveva trasmesso a Nautes, che ne aveva la custodia per diritto di nascita, o che Nautes aveva portato da Troia. Secondo altri ancora, Ulisse e Diomede avevano sottratto solo un falso Palladio dal tempio di Vesta, in un santuario particolare dove i soli Nautii avevano diritto di entrare e di vedere i Misteri, e dove non era neanche permesso informarsi su cosa custodissero in tale santuario.
Tuttavia la gens Nautia non era l’unica stirpe ierofantica a Roma; ce n’erano ancora altre due, i Potizi e i Pinari, consacrati al culto di Ercole, che compivano i propri sacrifici sull’Ara Massima: Ara Maxima et maxima semper. Avete visto chi fosse Ercole; ma i Potizi distratti da cose mondane, ne trascurarono il culto affidando questo sacro Mistero a dei liberti. Otto rami di questa gens che aveva dato trenta individui adulti,perirono tutti in un annoi, mentre il censore Appio che aveva consigliato di affidarsi ai liberti, divenne cieco. Questi fatti non succedono più ai nostri giorni nemmeno agli animali che hanno morso il loro padrone; ciò infatti deve sembrare davvero incredibile e più simile ad una favola. Ci sono ancora altre schiatte di ierofanti diffuse nel mondo, in America e in India. Ci sono ancora nelle montagne della Scozia i discendenti degli antichi Druidi, uno dei quali predisse allo sfortunato Carlo I che ci sarebbe stato per i popoli e per i re un terribile castigo.
Se la Provvidenza ha avuto delle precauzioni per tramandare fra gli uomini questi Misteri, lo stesso hanno fatto gli umani. Si legge nelle Antichità Giudaiche di Flavio Giuseppe (libro I, cap.3) che i figli di Seth, il cui nome, come si è visto, significa “dottrina”, sapendo che la terra avrebbe dovuto sopportare un diluvio ed un incendio, incisero su due colonne, una di pietra e l’altra di mattoni, il loro sapere misterico e astrologico. Tutte quante le piramidi non vennero costruite, come si crede, per fungere da tombe regali ma come tombe di Osiride. Lo attestano i geroglifici di cui sono rivestite e che simbolizzano tutti quei riti misterici. Se si rinvengono due tombe è per significare con questo numero di confusione, che Osiride è stato smembrato o che se sono – come anche si dice – le tombe di un re e di una regina, sono quelle di Iside e di Osiride. E’ certo che queste tombe furono soltanto dei cenotafi: sono senza coperchio, aperte, non contengono alcunchè né si deve credere che dei resti umani ne siano stati estratti facilmente da un passaggio di meno di due piedi di diametro. E a che scopo?
Gli uomini, prevedendo che l’erompere delle acque del diluvio avrebbe rovesciato le colonne e le piramidi, disperdendo le testimonianze delle loro conoscenze e della loro dottrina, hanno scavato sottoterra, fatto che è chiamato “le siringi nella terra siriadica” (Pausania l.I e Ammiano Marcellino 33). Essi pensarono che in quei sotterranei l’acqua stagnante non avrebbe danneggiato le loro testimonianze. Ma questi sistemi sono in disuso e l’unico sistema adottato dalla Provvidenza è la scelta di stirpi di custodi che possono solo conservarli, perché il significato dei geroglifici, delle piramidi e delle caverne si può perdere, come in effetti si è perso”.
Ora, a volersi riferire a questa lunga nota che l’Autore riprese anche nel testo, verso la fine, si legge un chiaro messaggio: Noi siamo i continuatori, i Custodi, degli antichi Misteri di Samotracia, quelli stessi che vennero continuati dai Romani attraverso un apposito collegio sacerdotale e unico ad essersi perpetuato, a differenza di tutti gli altri perché si sono legati alla mondanità. In un passo del libro l’autore de La Thréicie rivendica all’interno della sua stessa famiglia, gli Aucler, il seguire la religione romana attraverso le ricorrenze del suo calendario, precisando che l’origine di questa famiglia risale “a stirpi di ierofanti”, e lui stesso si definisce “ierofante di Cerere” aggiungendo che i suoi discendenti hanno attraversato i secoli senza mescolarsi alle famiglie profane grazie agli Dei che li hanno preservati per poter perpetuare un culto oppresso da così gran tempo; culto che la moglie e il figlio di Aucler stessi osservavano e il cui mandato, ricevuto al tempo della conversione al cristianesimo del franco Clodoveo, il figlio avrebbe trasmesso in futuro5.
Parlando dei divieti alimentari imposti alla classe sacerdotale pagana, Aucler scrisse infatti una cosa che se non è fantasia è certamente una voluta mistificazione: “L’astinenza da tali cibi dev’essere integrale, ed è ciò che io e la mia famiglia facciamo da sempre. E’ con la massima soddisfazione che vedo la mia cara sposa, che non è affatto sottomessa, assoggettarsi scrupolosamente di sua volontà assieme ai miei figli a questa regola, e vedere ancora che il penultimo di essi, di soli quattro anni di età, che qualche volta mettiamo in tentazione apposta, resiste a tutte le tentazioni e le promesse che gli si offrono mentre al suo cospetto la domestica e gli estranei mangiano carni vietate, senza che la tentazione ferisca la sua sensibilità. Questo fanciullo, così già precocemente formato dalla forza di resistere alle privazioni, spero che un giorno sarà degno dei suoi antenati e della Tradizione che ci è stata affidata6. In un documento inedito7, il più stretto collaboratore di Renè Guénon, il cristiano Jean Reyor (pseudonimo di Marcel Clavelle), scrisse acriticamente infatti che non tutto nell’opera di Quintus Aucler fu semplice “ricostruzione” ma che dovette esserci una specie di sopravvivenza e trasmissione del retaggio pagano.

Comunque, senza l’avvento al potere di Napoleone (che coincise proprio con l’anno, il 1799, in cui apparve La Thréicie), che fu l’artefice del lento ritorno della Francia al cattolicesimo, questo retaggio pagano, se avesse avuto solide basi, avrebbe potuto vivere una nuova primavera, per quanto, come sanno coloro che hanno studiato il fenomeno rivoluzionario, il governo francese non ebbe mai in vista un ideale pagano ma semplicemente laico; le sporadiche manifestazioni di religiosità rivoluzionaria non furono altro che mere ipostasi di concetti razionalisti, messi lì solo per stornare l’attenzione del popolo dal culto cattolico. Sta di fatto che qualcuno, anche dopo la morte di Aucler avvenuta nel 1814, se ne fece continuatore, come riferì De Nerval: “La scuola particolare di Quintus Aucler sopravviveva ancora nel 1821, se si considera un’opera intitolata La Dottrina Celeste, di un certo Lenain, che sembra abbia continuato oscuramente il culto degli Dei nella città di Amiens8. Curiosamente, un anno dopo la morte di Aucler, anche il filosofo antihegeliano tedesco Schelling si occupò dei Misteri di Samotracia, pubblicando il volumetto Le Divinità di Samotracia. Caso o ricorso della storia? Segnaliamo infine, a titolo di curiosità, che anche in Italia, al seguito di movimenti massonici di frangia, c’è ancora chi si professa continuatore di una schola italica che avrebbe in…Dardano il suo fondatore eponimo. I nostri dubbi, quindi, sulla completa paganità di Aucler e dei suoi continuatori, ci paiono più che fondati.


Leggendo comunque con attenzione la Threicia non si può fare a meno di notare la profonda dottrina di Quintus Aucler, dottrina non solo nozionistica ma anche ideologica. Scrisse infatti il celebre Stanislas de Guaita: “è sorprendente che l’abate Constant [Eliphas Levi] non sia stato affatto colpito da tutte le bellezze e le verità esoteriche che contiene la Thréicia, sotto forma pagana e con uno strano arcaismo. Gli amanti della Scienza, così spesso calunniata col nome di Magia, troveranno in questo libro delle prospettive infinitamente preziose e veramente difficili da trovare altrove”.
Nella sua Chiave della Magia Nera, il de Guaita cita un lungo paragrafo dell’opera di Aucler (p.228-30 dell’ed. or.) scrivendo dello “ierofante pagano della Threicia, in una pagina meravigliosa, in cui sfiora il grande problema della biologia siderale”, aggiunge che “se quest’opera non fosse scritta con uno stile incolto e in certi punti così spigoloso da essere insopportabile, meriterebbe senz’altro l’onore di venire ristampata (…) il brano che qui riportiamo è tra quelli scritti meno male ma del quale abbiamo dovuto comunque rivedere la punteggiatura. Eliphas (La Scienza degli Spiriti p.242) ha avuto il torto di ridicolizzare Quantius [sic] Aucler. La Threicia costituisce, così com’è, un trattato di paganesimo occulto, del tutto unico nel suo genere, di cui non si saprebbe raccomandarne abbastanza la lettura agli amanti del misticismo. Questi vi troverebbero dei dettagli curiosi e, ciò che è meglio, delle indicazioni infinitamente preziose, che con difficoltà riuscirebbero a trovare altrove. La dottrina esoterica vi è esposta in forma politeista, con un arcaismo strano ma sapido. L’opera è tanto unica quanto notevole (…) La Threicia fu uno dei libri preferiti dal nobile poeta di “Chimere” [Gerard de Nerval]”.
In un passo successivo de Guaita lo chiama “tardivo interprete di una antica tradizione pitagorica” e, in un frammento di corrispondenza indirizzata a Joséphine Péladan, considera la prosa di Aucler addirittura “sublime”. Tutto ciò non ci consente comunque di intravedere, dietro le apparenze di un singolo eccentrico coraggioso individuo, la figura enigmatica di un antico ierofante emerso inaspettato (e non gradito) dal passato.9

VITTORIO FINCATI




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