Resistenza n



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Resistenza n. 11/12-14
Dobbiamo fare come gli operai fecero in Russia

97 anni fa, la rivoluzione russa aprì le porte al futuro dell’umanità

Altro che padroni, ricchi, privilegiati: un lavoro utile e dignitoso per tutti, chi non lavora non mangia!
Incalzati dalla crisi generale del loro sistema, in Italia e nel mondo la borghesia imperialista e il clero stanno distruggendo le conquiste di civiltà e di benessere che le masse popolari avevano strappato nel corso della prima ondata della rivoluzione proletaria messa in moto dalla Rivoluzione d’Ottobre nel 1917, quasi cento anni fa.

Cento anni sono tanti per chi ne vive in media 80 o giù di lì, è più di una vita intera. Ma nella storia delle generazioni degli uomini sono pochi e sono una briciola a confronto con la storia dell’umanità, lunga migliaia di anni. Cento anni nella storia dell’umanità equivalgono grossomodo ad alcune settimane di vita nella storia di un essere umano. A nessuno, eccezion fatta per gli oltranzisti cattolici che credono nel peccato originale, verrebbe in mente di giudicare l’esistenza di un essere umano per quanto ha fatto nelle prime settimane di vita.

Eppure di fronte a ciò che è stato il movimento comunista per la storia dell’umanità, l’atteggiamento che va per la maggiore nella cultura dominante è quello di considerare il movimento comunista, a soli 166 anni dalla sua nascita (è nel 1848 che Marx ed Engels pubblicarono il Manifesto del partito comunista), come se fosse qualcosa di vecchio e retrivo, superato dai tempi: un fallimento seppellito dalla storia per i denigratori e una utopia di altri tempi, fallita e irrealizzabile, per i suoi estimatori. In verità quei 166 anni equivalgono per la storia dell’umanità alle poche settimane di vita di un neonato che si affaccia al mondo. Giudicare la sua esistenza principalmente sulla base di quelle poche settimane di vita non solo è poco serio, ma è ridicolo. Ugualmente lo è giudicare il movimento comunista sulla base del suo momentaneo arretramento. Che lo facciano gli scribacchini e gli opinionisti della classe dominante è per certi versi normale: loro già dichiaravano morto il comunismo prima della Rivoluzione d’Ottobre, di fronte alla repressione della Comune di Parigi. Il loro era il sospiro di sollievo per lo “scampato pericolo” e propaganda di guerra per sradicare nei proletari l’ambizione di scalzare lo stato borghese e costruire uno stato di nuovo tipo. Che il comunismo sia considerato oggi vecchio, stantio, irrealizzabile da una parte di operai, lavoratori, giovani e donne delle masse popolari è il frutto dell’influenza della propaganda della classe dominante e della debolezza attuale del movimento comunista.

Introduciamo questo numero di Resistenza partendo dall’anniversario, 97 anni, della vittoria della Rivoluzione d’Ottobre, la rivoluzione russa, la rivoluzione sovietica. Senza nostalgie e senza retorica, senza celebrazioni e con una certezza: stiamo parlando del nuovo, del futuro, del possibile, del necessario. Stiamo parlando di qualcosa che non solo interessa oggi i milioni che per vivere devono lavorare, ma di qualcosa che 100 anni fa li ha elevati a protagonisti della storia, li ha spinti a squarciare i limiti della società per come era data fino a quel punto dello sviluppo umano e a scorgere il futuro possibile. Più precisamente, a scorgere il futuro. Illuso, oggi, non è chi quel futuro lo indica e dedica la vita per costruirlo, illuso è chi crede che gli uomini possano regolare la propria vita, ogni aspetto della propria vita secondo le leggi e le abitudini proprie del capitalismo: ogni azienda deve dare profitti altrimenti chiude; ogni attività, ogni produzione di beni, ogni servizio si inizia con un investimento di denaro, solo se ci sono prospettive che sia redditizio di denaro e dura finché rende denaro; ogni prodotto e servizio è una merce, è fatto per essere venduto; la forza lavoro stessa è una merce. Che siano le questioni economiche, lavorative, famigliari, le relazioni personali e affettive, che sia il rapporto fra individuo e società, che siano le relazioni fra individui e gruppi sociali, l’esistenza della bottega sotto casa, il rispetto dei diritti universali o il programma scolastico dei figli… tutto è travolto dal movimento della società che sta cambiando: o quel movimento riprende la marcia in avanti (va verso uno stato superiore) o va verso una regressione, un imbarbarimento. Di fronte a questo bivio la contrapposizione fra vecchio e nuovo, fra passato e futuro, fra morto e sepolto e florido e radioso è la contrapposizione di ogni aspetto della vostra, della nostra vita. Il salto nel buio non è il salto in avanti. Ma la caduta verticale, della terra che manca sotto i piedi, di chi pensa che si possa tornare indietro, a quando le cose “andavano meglio” e la situazione e il paese erano “normali”. O che il nuovo di cui c’è bisogno possa essere quello che Renzi twitta a destra e a manca. Il “nuovo” che la borghesia propone e può proporre alle masse popolari è il ritorno al vecchio peggiorato: in una situazione che è cambiata, infatti, gli istituti del passato che la borghesia cerca di restaurare sono ancora più distruttivi di quanto lo fossero in passato. Il ritorno alla libertà di licenziare ad arbitrio e al lavoro precario, ad esempio, però in una situazione in cui non esiste quasi più l’economia di sussistenza, di vicinato, ecc. con cui arrangiarsi e compensare.



Il comunismo è roba del passato, adesso il mondo è tutto diverso”. E’ vero, oggi il mondo è molto diverso da quello di cento anni fa. Però sono ancora i padroni che comandano, che dirigono la società e quindi anche la nostra vita, perché le aziende, le banche, le autostrade, le reti telefoniche, le ferrovie, ecc. sono dei capitalisti e funzionano se e quando i capitalisti ne ricavano profitti, perché viviamo ancora in un ordinamento sociale borghese: questo non è cambiato. Ed è questo che ci sta mandando in rovina.
L’Unione Sovietica e gli altri paesi socialisti sono crollati, lì la gente sta peggio di noi”. E’ vero, ma perché una parte dei comunisti e dei lavoratori non sapevano come avanzare oltre il punto in cui erano arrivati e hanno fatto degli errori: il risultato è che i partiti comunisti, gli organismi statali e produttivi sono stati presi in mano da chi sosteneva che l’importante non era sviluppare e rafforzare sempre più la direzione dei lavoratori e delle masse in ogni campo, ma solo produrre di più e meglio, diventare una grande potenza, più forte dei paesi imperialisti. Lì sono iniziati i guai per le masse dei paesi socialisti, è così che i borghesi vecchi e nuovi hanno ripreso via via potere e libertà, è così che hanno iniziato a restaurare gradualmente il capitalismo. E gli orrori sono arrivati quando i criminali e i nuovi zar alla Eltsin e alla Putin, degni compari dei potenti nostrani e del mondo, hanno iniziato a imporre su grande scala e con ogni mezzo le “delizie” del capitalismo. La lezione è che dobbiamo imparare dai nostri errori per fare meglio, per andare più avanti! E’ il modo in cui gli uomini sono passati dalle caverne a viaggiare nello spazio: se di fronte ai fallimenti dei primi tentativi di fondere i metalli avessimo concluso che era impossibile usare il metallo saremmo ancora all’età della pietra. E’ il modo in cui arriveremo anche a mettere fine una volta per tutte allo sfruttamento economico, all’oppressione politica e all’arretratezza culturale!
La Rivoluzione d’Ottobre è roba di cento anni fa e di un paese arretrato, noi siamo in un paese sviluppato”. Cento anni fa in Russia le masse hanno dovuto costruire scuole, ospedali, fabbriche, strade, ferrovie, reti elettriche perché erano in un paese arretrato: sono riuscite a farlo proprio perché erano i lavoratori e le masse a comandare. Noi oggi queste cose ce le abbiamo già, non dobbiamo costruirle. Ma dobbiamo farle funzionare come va bene a noi, in modo che servano alle nostre esigenze, ai nostri interessi, alla salvaguardia dell’ambiente anziché per il profitto di padroni, speculatori e parassiti: questo vuol dire da noi instaurare il socialismo!
La Rivoluzione d’Ottobre, i “dieci giorni che sconvolsero il mondo”, è stata la fase conclusiva di un percorso durato decine di anni: la rivoluzione socialista non scoppia, sono i comunisti che la costruiscono con una serie di operazioni concatenate, iniziative, formazione ed educazione, organizzando la classe operaia, costruendo il nuovo potere attorno al partito comunista, guidando la classe operaia e le masse popolari ad assumere la direzione di parti crescenti della società che il potere zarista non controllava più (costruzione, consolidamento ed evoluzione dei Soviet, dei Consigli). Questo è un primo insegnamento che non ha nulla a che vedere con le questioni astratte e accademiche: dire “rivoluzione qui e ora” significa prima di tutto dire come la si costruisce, quali sono i passi concreti per costruirla, quali le tappe essenziali per avanzare in quella direzione.
La produzione di beni e servizi. La Rivoluzione d’Ottobre è stata l’avvio di quel percorso di transizione dal capitalismo al comunismo, quel percorso di costruzione del socialismo, il cui punto centrale e fondamentale era il passaggio (nelle forme e con i tempi adeguati alle condizioni concrete) dalla produzione fatta in aziende capitaliste e in piccole aziende individuali e familiari alla produzione fatta in agenzie pubbliche che lavorano secondo un piano stabilito e approvato dalle masse popolari organizzate secondo procedure e tramite istituzioni create a questo scopo. Questo è il nucleo: le forme e i contenuti della produzione e riproduzione delle condizioni materiali dell’esistenza. Cosa si produce, come, perché, come si distribuiscono i prodotti e con quali criteri.
La partecipazione alla gestione della società. L’inizio della costruzione del socialismo in Russia è stata la prima, così vasta e radicale, sperimentazione di partecipazione della massa della popolazione alle attività specificamente umane, in particolare alla gestione, alla direzione e alla progettazione della vita sociale, delle relazioni che compongono gli individui in società. La partecipazione popolare alla costruzione di un ordine nuovo non fu (e non sarà) spontanea e naturale: il motore del processo furono quella parte della classe operaia e delle masse popolari organizzate nel partito comunista, quelli che il percorso di trasformazione lo hanno ideato, pensato, costruito e si sono trasformati essi stessi, collettivamente e individualmente, mentre trasformavano la società, per essere adeguati ad assumere il ruolo di dirigenti del processo. In seconda battuta, la partecipazione alla costruzione del socialismo si è allargata a quei settori delle masse popolari che erano rimasti principalmente passivi di fronte alla rivoluzione: il movimento comunista li ha mobilitati, diretti, sono diventati essi stessi parte del processo, oggetto e soggetto del processo di costruzione della società nuova. Parliamo della maggioranza della popolazione, di milioni di persone (i “senza partito” come li definisce Lenin). La terza parte della società era composta da chi si opponeva strenuamente alla costruzione del socialismo. Una componente di essa è stata educata (anche attraverso quegli strumenti che tanto vengono condannati da chi concepisce “pene esemplari” per i ladri di galline nel capitalismo: i campi di lavoro). Un’altra componente, minoritaria, ma agguerrita, irriducibile, sabotatrice e mercenaria è stata combattuta, repressa. Chi si concentra sulle sorti di questa ultima parte rientra a pieno titolo fra i denigratori del movimento comunista, fissa il dito, sbraita, ma non vede o non vuol vedere la luna: milioni di persone, alla scuola del movimento comunista, hanno imparato a gestire collettivamente un paese, a costruire una società, a dirigerla. Sono diventati, a ondate di coscienza collettiva, dirigenti di se stessi e della loro vita associata.
In questo modo, pur semplificando estremamente il discorso, la parola rivoluzione si riempie di significati. Si riempie di significati per quei milioni di persone che per vivere devono lavorare e che da sottomessi, ricattati, umiliati, sempre più precari, sempre più spremuti, sempre più bestie da soma diventano la classe dirigente del paese. Si riempie di significati per i giovani, che da “malati anagrafici” (la borghesia ha ridotto la confusione degli adolescenti, alle prese con la sopravvivenza in una società di merda a una malattia psicologica generazionale, il “mistero” dell’adolescenza) diventano protagonisti della costruzione della società, da appendici disadattate diventano l’ossigeno che rinnova e spinge il mondo a progredire ancora. Si riempie di significato per le donne che da animali da procreazione o da piacere sessuale diventano esseri umani che decidono di loro e degli altri, collettivamente. Si riempie di significati per gli anziani che non devono arrivare agli ultimi giorni della loro vita sentendosi un peso morto, un’escrescenza inutile, un esubero che ruba cibo, spazio, aria e acqua a chi ha forza e lucidità per continuare a lavorare ed essere sfruttato.
Potremmo fare un elenco di quelle che sono state le conquiste dirette, concrete, “spicce” delle masse popolari russe che avanzavano nella costruzione del socialismo. Ma la comprensione che la società borghese deve lasciare il posto alla società socialista non deriva dalle conquiste realizzate in Unione Sovietica e negli altri paesi socialisti. Per dirla con Lenin, il socialismo è la trasformazione della società capitalista secondo la linea di sviluppo che le è propria. Detto più terra terra, le relazioni pratiche che già ci sono, funzionerebbero meglio, con meno problemi, con migliori risultati, senza gli inconvenienti che ora presentano, con una proprietà pubblica di un potere basato su organizzazioni di lavoratori e di masse popolari.
La costruzione del socialismo in un paese imperialista è necessaria. “Il socialismo è inconcepibile senza la tecnica del grande capitalismo, costruita secondo l’ultima parola della scienza moderna, senza una organizzazione statale pianificata, che subordina decine di milioni di persone all’osservanza più rigorosa di un’unica norma nella produzione e nella distribuzione dei prodotti. Noi marxisti questo lo abbiamo sempre detto; ma con gente che non ha capito neppure questo (gli anarchici e una buona metà dei socialisti-rivoluzionari di sinistra) è inutile perdere nemmeno due secondi a discutere.

Il socialismo è egualmente inconcepibile senza il dominio del proletariato nello Stato: anche questo è elementare. E la storia (dalla quale nessuno, tranne forse gli alti papaveri menscevichi, si attendeva che senza intoppi, in tutta tranquillità, ci desse facilmente e semplicemente il socialismo “bell’e fatto”) ha seguito un cammino così originale che ha generato nel 1918 le due metà separate del socialismo, l’una accanto all’altra, proprio come due futuri pulcini sotto l’unica chioccia dell’imperialismo internazionale. La Germania e la Russia incarnano nel 1918, nel modo più evidente, la realizzazione materiale, da una parte, delle condizioni economiche, produttive e sociali, e dall’altra, delle condizioni politiche del socialismo.

Una rivoluzione proletaria vittoriosa in Germania spezzerebbe subito, con enorme facilità, il guscio dell’imperialismo (fatto, purtroppo, del migliore acciaio e perciò capace di resistere agli sforzi di un pulcino qualsiasi), assicurerebbe senz’altro, senza difficoltà oppure con difficoltà insignificanti, la vittoria del socialismo a livello mondiale, a condizione naturalmente che la misura delle “difficoltà” sia presa su scala storica mondiale e non secondo il criterio di un gruppetto di benpensanti”. Lenin – Sull’imposta in natura - maggio 1921. Opere vol. 32 – pagg. 309 – 344
Fare dell’Italia un nuovo paese socialista. Le condizioni materiali spingono tutte verso questa trasformazione.

La rete di relazioni industriali che copre l’intero paese (e gran parte del mondo), funziona ormai principalmente, se non esclusivamente, sulla base di conoscenze, esperienze e professionalità dei lavoratori. I padroni non solo non sono necessari, ma il profitto individuale è il principale freno allo sviluppo dell’umanità.

La stessa rete garantisce non solo un livello di produzione di beni e servizi adeguato a soddisfare le esigenze e i bisogni della popolazione, ma ne permette una sovrapproduzione, al punto che molti prodotti devono essere distrutti per non saturare il mercato rispetto alla domanda (ricordi le arance del sud Italia distrutte dai trattori? Conosci i parcheggi immensi di automobili invendute e invendibili per non abbattere i prezzi sul mercato? Ricordi le leggi europee che regolavano la produzione di latte e che si estendono a ogni tipo di produzione agroalimentare?).

Nei campi in cui la rete di relazioni industriali non garantisce una produzione di beni e servizi quantitativamente sufficiente a soddisfare i bisogni della popolazione, esistono conoscenze scientifiche e tecniche per svilupparla, l’unico vero impedimento è il fatto che tale sviluppo, oggi, non è conveniente per i padroni (l’utilizzo di energie alternative, ad esempio, o le scoperte mediche che già potrebbero guarire malattie che invece vengono non solo tollerate, ma alimentate dai padroni delle industrie farmaceutiche).


A ciò dobbiamo aggiungere un elemento: nel periodo in cui il movimento comunista internazionale era forte ed era forte anche quello italiano (benché già sotto la direzione dei revisionisti e dei riformisti), nel periodo del capitalismo dal volto umano, sulla spinta dell’organizzazione e della mobilitazione, le masse popolari imposero ai capitalisti misure e conquiste di civiltà e benessere. Per smussare la conflittualità, i capitalisti furono disposti (costretti) a introdurre istituti che funzionavano contro le leggi della società capitalista: servizi pubblici e il complesso dello stato sociale rientrano tutti in questa sfera. Oggi la crisi generale impone ai capitalisti di riprendersi quello che gli abbiamo strappato, complice la debolezza del movimento comunista e il collaborazionismo delle grandi organizzazioni sindacali. Il processo che ne consegue ha a che vedere per certi aspetti con il peggioramento generale delle condizioni di vita di milioni di persone, per altri aspetti ha a che vedere con l’impossibilità di governare il paese per come si era sviluppato dal dopoguerra ad oggi. Un esempio di ciò è il Sistema Sanitario Nazionale: la trasformazione della sanità in merce (in un servizio che deve generare profitto) non peggiora solo le condizioni di vita delle masse popolari che non possono pagarsela, ma mina la convivenza sociale, la salute pubblica, la coesistenza dell’intera società. Se questo ragionamento lo estendiamo ai campi che i capitalisti stanno saccheggiando (privatizzazioni, liberalizzazioni) è evidente che insieme alle condizioni di vita e di lavoro della maggioranza della popolazione, i capitalisti stanno mandando all’aria il funzionamento del paese che pretendono di governare, stanno sgretolando la società che pretendono di dirigere.
Il potere in mano alle masse popolari organizzate. Come nella Russia le condizioni politiche (la vittoria della rivoluzione e l’instaurazione della dittatura del proletariato) hanno permesso di riorganizzare in una forma nuova la produzione e la distribuzione di beni e servizi (in un paese arretrato, martoriato dalla guerra, dai sabotaggi, la produzione di beni e servizi è stata messa al servizio della collettività anziché al servizio del profitto dei capitalisti), allo stesso modo oggi in Italia (un paese altamente industrializzato, inserito a pieno titolo nei circuiti del capitalismo mondiale) la produzione di beni e servizi può e deve essere riorganizzata in forme superiori. Il centro della questione è il potere in mano alle masse popolari organizzate e in primo luogo alla classe operaia organizzata attorno al partito comunista.

Attorno a questo centro si sviluppano i ragionamenti (la tattica, la strategia, la politica rivoluzionaria) per definire i passi concreti per costruire il socialismo nel nostro paese, alle specifiche condizioni storiche, economiche, sociali e alle condizioni morali e intellettuali del complesso delle masse popolari italiane. Ecco: che c’è di vecchio, superato e stantio, se non le forze della conservazione, la loro morale decadente e la loro cultura primitiva?


Questo numero di Resistenza è rivolto principalmente a chi, leggendo fino a qua, ritrova in ciò che abbiamo scritto sia l’entusiasmo per ciò che il movimento comunista è stato capace di costruire con il coraggio, la generosità e la creatività di milioni di uomini e donne che hanno dato alla storia una spinta da cui non si torna più indietro, hanno aperto la via al futuro, sia la consapevolezza che tante sono le cose che i comunisti devono imparare a fare. Proveremo a entrare nel concreto, soprattutto, di cosa significa costruire la rivoluzione socialista in Italia, consapevoli di quanta strada, quanta esperienza dobbiamo ancora fare e quanto abbiamo ancora da imparare. Siamo nel pieno dell’autunno caldo, sembra che l’inverno della barbarie del capitalismo non debba finire mai. Ma siamo consapevoli che il crollo dei primi paesi socialisti e la fase di restaurazione del capitalismo è una parentesi come lo è il lasso di tempo fra la rondine che non fa primavera e la primavera. Non basta non mollare mai. Dobbiamo vincere, vogliamo farlo.

Per approfondire

Lavoratori di Magnitogorsk (Urali) – In un anno e mezzo divenne una città operaia di 180mila abitanti in cui il 60% dei lavoratori non aveva ancora raggiunto i 24 anni. Tredici scuole, un istituto tecnico e due facoltà universitarie per la specializzazione in ingegneria meccanica e in edilizia. Nel secondo anno di vita i pionieri di Magnitogorsk avevano già il loro teatro comunale e cinque o sei cinematografi. Deve la sua nascita agli sforzi congiunti dei lavoratori di tutta l'URSS: le giovani leve operaie introducevano nuovi sistemi produttivi, imparavano a ridurre i tempi di lavorazione sulla spinta dell'emulazione di quanto accadeva nel resto dell'Unione Sovietica.

Da L'era di Stalin di A. L. Strong - Pagg 138 – 10 euro.

Ordinalo con un versamento sul CC Postale n. 60973856 intestato a M. Maj via Tanaro 7 – 20128 Milano info: resistenza@carc.it / 02.26.30.64.54
Colonia Gorki, Istituto per la rieducazione di minori responsabili di attività criminose

“Lo studio nella nostra scuola riusciva molto utile ai ragazzi e aveva approfondito notevolmente la loro maturità politica. Essi riconoscevano ormai con orgoglio di essere dei proletari e comprendevano alla perfezione la differenza tra il loro stato e quello dei giovani dei villaggi. L'intenso e spesso pesante lavoro agricolo non impediva loro di convincersi che in futuro li attendeva un'attività diversa” (...)

“Forse la differenza principale tra il nostro sistema di educazione e quello borghese consiste nel fatto che da noi un collettivo di ragazzi deve necessariamente crescere e arricchirsi, vedere davanti a sé un domani migliore e avanzare verso di esso in un gioioso sforzo comune, in un sogno tenace e allegro. Forse proprio in questo consiste la vera dialettica pedagogica”.

Da Poema pedagogico di A. S. Makarenko

Vol. 1 pagg 360 – 12 euro

Vol. 2 pagg 296 – 12 euro

Ordinalo con un versamento sul CC Postale n. 60973856 intestato a M. Maj via Tanaro 7 – 20128 Milano info: resistenza@carc.it / 02.26.30.64.54

La classe dominante, frammentata e debole
E’ importante che impariamo a tener conto in modo giusto nella nostra attività generale e in ogni nostra iniziativa particolare delle contraddizioni che si sviluppano in campo nemico, sia nel nostro paese in ogni ambito della vita sociale, sia nel mondo nel campo delle relazioni internazionali. Dobbiamo infatti evitare due errori correnti nelle file degli individui e dei gruppi soggettivamente (cioè quanto alle loro aspirazioni) rivoluzionari. Per intenderci, concentriamoci su cinque contraddizioni esemplari:

1. tra comunità internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti e il resto dei gruppi imperialisti (cinesi, russi, BRICS, ecc.),

2. tra gruppi imperialisti americani e sionisti da una parte e gruppi imperialisti tedeschi (europei) dall’altra,

3. tra lo schieramento delle larghe intese-Corte Pontificia-Napolitano-Renzi-Berlusconi da una parte e il variopinto circo della sinistra borghese dall’altra,

4. nei vertici della Repubblica Pontificia, tra via europea (accomodamento alla borghesia imperialista tedesca nell’UE) e via americana (soggezione alla borghesia imperialista USA),

5. nel movimento sindacale italiano, tra Landini, la FIOM, Cremaschi e il sindacalismo alternativo e di base da una parte e la Camusso e gli altri “nipotini di Craxi” dall’altra.

Uno dei due errori consiste nel trascurare quelle contraddizioni, come se non ci riguardassero, visto che contrappongono l’una all’altra tutte forze nemiche della nostra causa (costituzione di un governo di emergenza popolare e rivoluzione socialista). Gli estremisti di sinistra si fanno addirittura vanto di non occuparsi, loro, di beghe interborghesi.

L’altro errore (speculare al primo) consiste nel mettersi al seguito di quello dei gruppi o personaggi borghesi contendenti che in un dato momento o contesto è meno ostile alle masse popolari, almeno nel campo che riguarda il contrasto particolare. E’ l’errore in cui incorrono di solito gli opportunisti (la destra del nostro campo)., cioè persone e organismi che hanno poca fiducia nella nostra causa, sono oppressi e resi incerti dai limiti ed errori delle nostre forze e appena trovano in campo nemico un personaggio o gruppo autorevole che per qualche suo motivo dice qualcosa che ci va bene (anche se a volte, ma non sempre, si tratta di qualcosa che ha solo una qualche assonanza con le nostre parole d’ordine e con i nostri obiettivi) si affidano alla sua direzione.

Oggi i seguaci e i fautori di questa seconda deviazione sono più forti e numerosi di quelli della prima deviazione, perché la lotta di noi comunisti inizia con masse popolari sottomesse alle classi dominanti, che subiscono il prestigio di personaggi e organismi della borghesia o del clero (basta pensare alle speranze in Bergoglio), abituate a obbedire e pensare secondo la scuola e la propaganda del padrone: situazione che dopo l’esaurimento della prima ondata della rivoluzione proletaria è di nuovo diventata predominante in tutti i paesi imperialisti. Proprio questo fatto rafforza e in un certo senso giustifica la deviazione opposta: opporre un muro, non voler avere niente a che fare con gruppi e personaggi della classe dominante, una reazione di difesa contro l’influenza che questi esercitano nel nostro campo, se Landini o addirittura la Camusso chiamano a scendere in piazza contro il governo delle larghe intese, chiudersi in uno sdegnoso ritiro.
Per essere all’altezza dei nostri compiti, dobbiamo imparare:

1. a essere autonomi, nella conoscenza della situazione e nell’attività, dall’influenza delle classi dominanti: qualunque cosa facciano e dicano, loro perseguono obiettivi contrastanti o comunque incompatibili con i nostri. Nella nostra marcia l’importanza di un passo sta principalmente nell’essere la premessa del passo successivo, quindi deve dirigere chi vuole farlo;

2. a sfruttare i contrasti che si sviluppano nel loro campo per rafforzare le nostre file e per indebolire il nemico in quel momento più forte.

Il primo passo è conoscere e riconoscere i contrasti che si sviluppano nelle file dei nostri nemici. Qui di seguito trattiamo di questo. Vediamo alcuni fatti e alcuni principi.

La borghesia e il clero sono vincolati dal sistema di relazioni sociali borghesi e dalla sua crisi generale. E’ fuori strada chi parla di un “piano del capitale”, chi vede la crisi attuale come un’invenzione o un errore della borghesia, chi non colloca le contraddizioni politiche e le manovre per quanto contraddittorie, scomposte e criminali dei gruppi borghesi nell’ambito delle leggi che il capitalismo e la sua crisi generale impongono loro. I capitalisti e i loro amministratori e portavoce sono attanagliati dal loro ruolo, sono vincolati dalla necessità di valorizzare il capitale: chi si rivolge ai governi dei paesi imperialisti o alle loro istituzioni come se potessero fare qualsiasi politica economica a loro scelta, senza rispettare vincoli imposti dalle leggi proprie del capitalismo, è nel campo dell’utopia, parla di un mondo che non esiste. La politica è un’espressione concentrata dell’economia, nel senso che le migliaia di contrasti che contrappongono tra loro gli attori della vita economica della società capitalista, si riassumono in ogni paese in campo internazionale in alcuni pochi contrasti tra schieramenti politici.

La comunità internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti ha ereditato dalla storia il dominio del mondo. Con il declino del movimento comunista ha ripreso in mano il controllo del mondo nell’ambito delle leggi “naturali” del suo sistema sociale. Stante la crisi generale, ogni capitale per espandersi deve togliere terreno e affari ad altri capitali e la comunità internazionale non può tollerare che i nuovi gruppi imperialisti (cinesi, russi, BRICS, ecc.), nati dalla distruzione del vecchio sistema coloniale ad opera della prima ondata della rivoluzione proletaria, le sottraggano terreno. A livello mondiale questo si esprime nella lotta della comunità internazionale per sottomettere i nuovi gruppi imperialisti e per sovvertire e spezzare i paesi da cui attingono forza quelli che resistono. Oggi la comunità internazionale in una forma o nell’altra porta la guerra in tutto il mondo. Dove non opera apertamente, fomenta la sovversione sfruttando cinicamente le contraddizioni che trova sul posto. Tipica è l’attività della comunità internazionale contro la Cina (paese solo per metà rientrato nel sistema imperialista mondiale) e contro la Russia (paese rientrato per intero nel sistema imperialista mondiale, ma che la comunità internazionale non è in grado di inglobare tal quale nel suo campo di sfruttamento).



Ma questa è la lotta con cui la comunità internazionale difende dai nuovi venuti quello che già ha. All’interno della stessa comunità internazionale invece cresce sempre più forte il contrasto tra i gruppi imperialisti americani e sionisti da una parte e dall’atra i gruppi imperialisti tedeschi che hanno coalizzato attorno a sé altra gruppi imperialisti nell’Unione Europea con le sue istituzioni sovranazionali (CE, BCE, ecc.). La guerra perché l’euro prenda il posto del dollaro negli scambi commerciali, come moneta di riserva delle banche degli altri paesi e sul mercato finanziario, insomma come moneta internazionale e quindi la borghesia tedesca ed europea diventi la signora del mondo, è la via per fare le scarpe ai gruppi imperialisti americani. Questo costringe la borghesia tedesca e il suo governo a imporre ai loro alleati la politica del rigore finanziario: devono dare fiducia al capitale finanziario e speculativo di tutto il mondo. La borghesia imperialista tedesca esita ancora a lanciarsi nella lotta per la supremazia mondiale, ma non ha alternativa: ha già imposto (all’inizio del secolo con il governo del socialdemocratico Schroder) una dura disciplina alle masse popolari tedesche e per accumulare capitale deve contendere il dominio del mondo ai gruppi imperialisti americani. Deve quindi indurre i gruppi imperialisti europei ad associarsi nell’impresa. Oggi nel sistema imperialista mondiale vi sono due centri principali e non possono che lottare tra loro per la supremazia mondiale. “Siamo in guerra”, come dice Marchionne. Chi invoca la fine dell’austerità, chi invoca la conservazione di tutte o di parte delle conquiste strappate dalle masse popolari europee durante la prima ondata della rivoluzione proletaria, chi invoca che si proceda più lentamente nell’attuazione del “programma comune” della borghesia imperialista (in breve, la sinistra borghese), conduce una guerra già persa, ma di cui noi possiamo giovarci perché denuncia il sistema e mobilita anche la parte arretrata delle masse popolari. Ma la realtà è che i gruppi imperialisti europei o si espandono a spese di quelli americani o sottostanno e cedono a questi anche il terreno di cui già dispongono (i fautori della “uscita dall’euro nel capitalismo”, lo sappiano o meno, lavorano a questo risultato). I gruppi imperialisti europei fanno leva sull’alleanza con i gruppi imperialisti russi, cinesi, ecc. a cui promettono la partecipazione alla spartizione del terreno ora occupato da quelli USA. A loro volta i gruppi imperialisti USA fanno leva sugli ostacoli che quelli tedeschi incontrano a imporre in Europa l’austerità che finora hanno imposto in Germania. Chi crede che i gruppi imperialisti europei possano prendere forza da una “nuova politica di investimenti pubblici”, da una “nuova politica di ripresa ed espansione” (per capirci, tipi alla Luciano Gallino e alla Mario Pianta, ecc., insomma le teste d’uovo della sinistra borghese) crede anche (o finge di credere, se mai si è posto il problema) che la crisi generale del capitalismo sia nata dalla mancanza di domanda di beni e servizi, che nel secolo scorso la prima crisi generale del capitalismo sia finita grazie al New Deal di Roosevelt, che negli ultimi decenni il rigonfiamento del capitale finanziario, lo spostamento di reddito a favore del capitale e danno dei lavoratori, la globalizzazione e la mondializzazione siano un effetto della cultura neoliberista (che per miracolo divino avrebbe ottenebrato le menti di Reagan e della Thatcher e di gran parte degli esponenti pensanti della società borghese). Siamo nel campo dell’idealismo sfrenato!

In periodo di crisi è la destra borghese a tracciare la strada che tutta la borghesia deve seguire, la sinistra borghese si trascina al suo seguito lamentandosi e supplicando. La rivoluzione socialista è l’unica alternativa reale al corso delle cose imposto dalla borghesia. La triste e pietosa strada dei Bersani e del resto della “sinistra PD”, di SEL, del PRC e affini lo mostra chiaramente giorno dopo giorno: perdono seguito e clientela a ogni mossa della destra, ma devono sottostarle.


“La borghesia imperialista e il suo clero non possono niente contro la crisi del loro sistema sociale. L’unico risultato reale delle loro operazioni sono tentativi di guadagnare tempo spremendo le masse popolari, mettendo una parte delle masse popolari contro l’altra, un popolo contro l’altro, portando rovine e distruzioni in altri paesi, montando uno sulle spalle degli altri.

Il nuovo presidente della Commissione Europea (CE), Jean-Claude Juncker ha promesso entro Natale un piano della CE per promuovere 300 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi in 3 anni e Renzi se ne fa un gran vanto, come di un risultato del suo semestre di presidenza dell’UE. Ma se anche Juncker mantenesse fede alla sua promessa e la CE mettesse davvero in moto 100 miliardi di più all’anno, sarebbero 100 miliardi che alimenterebbero l’economia capitalista dell’UE che oggi è un meccanismo di produzione e compra-vendite di circa 10 mila miliardi di euro l’anno. Nel migliore dei casi i 100 miliardi di Juncker sono un rivolo dell’1% che si aggiunge a un fiume in piena che già stravolge e travolge la vita di circa 500 milioni di europei, tra cui più di 30 milioni di adulti senza lavoro. In sostanza Renzi predica che bisogna sperare in dio: che l’1% di soldi in più iniettati dalla CE di Juncker nel fiume dell’economia capitalista cambieranno il corso disastroso del fiume! L’economia reale italiana va male principalmente perché l’economia reale europea va male e l’economia reale europea va male perché l’economia reale di tutto il sistema imperialista va male e nel malandare generale i gruppi imperialisti americani cercano di mantenere l’ordine nel paese base del loro potere, gli USA, scaricando il peso maggiore della crisi sui gruppi imperialisti e sulle masse popolari degli altri paesi. I soldi iniettati dalla CE di Juncker nell’economia reale europea non basteranno neanche a compensare i danni provocati all’economia reale dell’UE dalle sanzioni che la NATO ha imposto di infliggere alla Russia.

Solo gli esponenti della sinistra borghese, accecati dal loro anticomunismo, possono credere che è possibile evitare gli effetti della crisi del capitalismo e migliorare a vantaggio delle masse popolari la distribuzione del reddito (la distribuzione del prodotto) pur lasciando la produzione nelle mani dei capitalisti. L’esperienza che abbiamo vissuto lungo tutto il secolo scorso ha confermato quello che la teoria marxista aveva illustrato: se la produzione resta nelle mani dei capitalisti le masse popolari riescono a spostare la distribuzione del reddito a loro favore solo entro margini ristretti e solo se il movimento comunista è tanto forte da far pesare sulla borghesia imperialista e sul clero la minaccia di perdere tutto. Solo con un ordinamento socialista della società le masse popolari hanno la sicurezza di una vita dignitosa e di progresso, perché il potere politico è nelle mani dei lavoratori organizzati, la produzione è fatta non da aziende capitaliste ma da agenzie pubbliche che lavorano secondo un piano elaborato dalle pubbliche autorità e l’ordinamento sociale assicura una partecipazione crescente di tutta la popolazione alla vita politica, alla conoscenza e alle altre attività specificamente umane. Solo instaurando il socialismo porremo fine alla crisi del capitalismo perché porremo fine al capitalismo” (dal Comunicato del (n)PCI n. 32- 23.10.14).




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