Ri cominciare a credere



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Celebrare



«Solo il Signore Dio tuo adorerai» (Lc 4,8)

L’uomo ha bisogno di riti. Una società senza riti, feste, senza celebrazioni e culto sarebbe una società disumana; un formichiere totalmente impegnato nella produzione e nel consumo; una prigione nella quale i giorni scorrerebbero noiosamente gli uni dopo gli altri, in una sequenza indefinitamente simile. Senza ritualità, il cuore della società umana presenterebbe un elettrocardiogramma piatto. La ritualità, infatti, caratterizza l’umanità, è considerata il segno più eloquente dell’emergere dell’umano dal mondo animale. È tramite il rito, la festa e la celebrazione che gli esseri umani sorgono nella loro umanità, la custodiscono, la restaurano, la proteggono, la coltivano; alla lettera: “le rendono culto”.



Ma come funziona il rito? E cosa produce?
Il rito, innanzitutto, riunisce. Segno e strumento di comunione, unisce gli esseri umani e li stabilisce in relazione reciproca. Si presenta dunque come essenzialmente “simbolico” nel senso etimologico del termine: il verbo greco «symballô» significa «mettere insieme», «riunire», «congiungere». Il rito, poi, umanizza il tempo: permette all’uomo di farlo proprio e di dargli un senso e non di subirlo. Nel flusso del tempo, il rito introduce delle cesure e dei rilievi. Conserva la memoria del passato nella gratitudine o nel perdono. Apre il futuro nella fiducia. E, nel presente, permette il conforto nella pena, il piacere di stare insieme e la festa dentro uno spazio di gratuità dove tutto è donato, nello scambio reciproco. Aiuta anche a procedere, a superare delle tappe, a operare dei passaggi: da un’età della vita a un’altra, da un conflitto a una riconciliazione, da un impasse al suo superamento. Il rito è ciò che dà senso o ne aggiunge. Celebrare gli avvenimenti della vita – la nascita, l’amore, il perdono, la morte… - è in qualche modo sollevarli, salvarli dall’appiattimento e donare loro tutta l’importanza che hanno. Il rito raggiunge gli oggetti e i gesti della vita quotidiana per caricarli di un senso che li eleva a simboli dell’esistenza stessa. Possiamo dire, allora, che il rito si presenta nel cuore delle cose e degli avvenimenti della vita come il sale che conferisce loro un supplemento di senso, di profondità e di sapore.
La tradizione cristiana offre un ricco e vario dispositivo di celebrazioni liturgiche e di riti, forgiatosi nel tempo. Molte persone purtroppo se ne sono allontanate perché era diventato il simbolo del potere clericale, trasformato in un dovere mentre esiste per risvegliare il desiderio, imposto come un obbligo mentre testimonia la gratuità di Dio offerta alla libertà umana. Ma oggi, in un mondo che si è fortunatamente emancipato dalla morsa e dalla paura del religioso, il dispositivo rituale cristiano torna ad offrirsi dentro uno spazio di libertà in cui può essere colto nel suo valore. È infatti portatore di un nucleo di significato e di gesti, semplici e forti, in grado di incontrare nuovamente il desiderio di celebrare dei nostri contemporanei. Molte persone che si sono allontanate dalla fede, o che la conoscono poco o nulla, si uniscono volentieri alla liturgia dei cristiani in occasione delle grandi feste, di un battesimo, di un matrimonio, di un funerale. In questo modo la liturgia diventa frequentemente un luogo di incontro non solo dei cristiani, ma anche di persone dalle convinzioni diverse, sovente esitanti nella loro ricerca, che vengono con il loro cuore, le loro passioni, le loro domande e non solo come semplici spettatori passivi. Per questo una sfida maggiore per le comunità cristiane di domani sarà di vivere la liturgia non in un atteggiamento di ripiego di identità, ma come un luogo aperto di proposta, di celebrazione e di sperimentazione della fede nel cuore della vita; fare della liturgia non solo e non tanto il luogo dell’incontro dei cristiani, ma anche uno spazio di evangelizzazione di tutti quelli e quelle che «passano», senza proselitismo, nel rispetto della loro condizione di pellegrini. Come andare in questa direzione ?
Ricordiamo la seconda tentazione di Gesù nel deserto. Il diavolo gli propone il potere sulle nazioni. Il culto reso a Dio che Gesù oppone al culto diabolico consiste nel sottrarsi a un mondo nel quale l’uomo è un lupo per l’uomo. Per Gesù, il vero culto reso a Dio consiste nel lottare contro ogni dominio e vivere nell’unione fraterna come riconoscimento di una comune dignità. E’ solo così che ogni idolatria è superata e Dio stesso viene lodato. La celebrazione cristiana non ha senso se non è vissuta come atto di liberazione, come gesto di elevazione dell’essere umano nella sua vita personale e collettiva. Ogni celebrazione cristiana deve manifestare, con dei gesti simbolici significativi, quanto essa sia legata alla contestazione contro tutto ciò che sminuisce l’uomo, all’azione in favore di quanto lo restituisce alla sua dignità, come pure alla comunione fraterna già sperimentata. Il contenuto della celebrazione cristiana è la stessa vita umana nella sua aspirazione ad una più grande giustizia, fraternità, dignità e felicità. A questo proposito la liturgia cristiana contiene un tesoro di gesti e di significati che il mondo cosiddetto postcristiano può comprendere e condividere.
Dobbiamo dunque vigilare affinché le nostre celebrazioni cristiane, per il loro spessore umano, siano aperte, comprensibili ed accessibili a ogni uomo di buona volontà. Non si tratta di edulcorare il messaggio cristiano e di ridurre le nostre celebrazioni a gesti e propositi umani, per quanto edificanti essi siano. Al contrario. Dal momento che la causa di Dio non è separabile da quella degli uomini, si tratta piuttosto di attingere a tutto ciò che rende umana la vita per farvi risuonare, con altrettanta pertinenza e forza, la Buona Novella di Pasqua. Questa fede pasquale non si aggiunge alla celebrazione della vita; si radica in essa per assumerla ed elevarne il senso. È dunque nella celebrazione stessa dell’umano che il Vangelo di Cristo può esprimersi e la grazia vivificante di Dio offrirsi ed essere sperimentata.
Ciò è particolarmente vero nell’Eucaristia. L’uomo non vive solo di pane. Vive anche della possibilità di condividerlo, di fare del pasto un luogo di parola, di scambio e di convivialità. Proprio questo aspetto è fortemente sottolineato dall’Eucaristia. Il pasto, infatti, diviene il simbolo stesso della vita umana quando non serve solamente a nutrire il corpo, ma anche a intrattenere la relazione, l’amicizia, la fraternità. La piccola quantità di pane e di vino sull’altare indica che lo scopo del pasto non è di soddisfare la fame fisica, ma, attorno a questo pane e vino, di manifestare e riattivare i legami di comunione. Il rito eucaristico mette in atto un gioco complesso di dare/ricevere/restituire. Nel gesto dell’offerta sono rappresentate la comunione, la solidarietà e la condivisione. Con le preghiere di intercessione e la colletta, la solidarietà si allarga all’umanità intera, particolarmente ai più poveri e a coloro che hanno fame. Attorno all’offerta, si stabilisce un va e vieni di doni – offerti, ricevuti, restituiti – tra Dio e l’umanità, degli esseri umani tra di loro. “Benedetto sei tu, Dio dell’universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell’uomo; lo presentiamo a te, perché diventi per noi cibo di vita eterna”. In questo modo, che è semplice celebrazione dell’umano, viene celebrato ciò che costituisce l’umano nella sua realtà profonda: nello “scambio” umano, è Dio stesso che si rende presente e si dona. Una preghiera sulle offerte esprime questo mistero in modo sorprendente: “Accogli i nostri doni, Signore, in questo misterioso incontro tra la nostra povertà e la tua grandezza: noi ti offriamo le cose che ci hai dato, e tu donaci in cambio te stesso” (ventesima domenica del Tempo Ordinario, anno C). Alla Cena, infatti, condividendo il pane e il vino, Gesù offre se stesso, dona la sua vita: “Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue versato per voi”. Ciò che viene donato non è più soltanto del pane e del vino; è il donatore stesso che si dona e invita a fare altrettanto: “Fate questo in memoria di me”. In questo modo l’Eucaristia, in memoria di Cristo, invita all’amore fraterno, nel quale Dio stesso si dona e comunica la vita: “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli” (1Gv 3,14).

Incontro essenziale dei cristiani, l’Eucaristia è dunque anche un luogo di evangelizzazione. Essa invita le donne e gli uomini di passaggio a vivere la Pasqua, a percorrere a loro volta il cammino dell’amore riconoscendovi Dio stesso che si dona e offre la vita.


15.

Rendere bella la vita


«Ecco l’opera del Signore. È una meraviglia ai nostri occhi!» (Mc 12,1)

Il messaggio cristiano è stato da sempre una sorgente inesauribile di creazioni artistiche. Nella pittura, scultura e architettura, nel campo della letteratura, della musica e del canto la fede cristiana ha prodotto un patrimonio artistico considerevole. Da dove viene questa alleanza tra il Vangelo e la ricerca del bello? In che modo l’annuncio del Vangelo è chiamato a dare oggi visibilità a questa alleanza?


Per rispondere a queste domande ci chiediamo prima di tutto qual è il senso della bellezza nella nostra esistenza. Senza voler dare una risposta esaustiva, diremo che nella bellezza è implicata la nostra dignità, la pace tra di noi e la forza del desiderio.
Prima di tutto la dignità. Circondarsi di bellezza, nel modo di vestirsi o nell’ambiente, significa per noi esseri umani esprimere all’esterno la dignità che ci costituisce interiormente. La bellezza che creiamo attorno a noi diviene, in qualche modo, il riflesso e l’espressione della nostra bellezza e dignità. Questa bellezza può essere estremamente semplice; non c’è affatto bisogno di lusso. È per questo che essa, come la dignità, non è per nulla riservata ai ricchi. Basta poco – un equilibrio di forme, una particolare disposizione degli oggetti, qualche tratto di colore – per elevare l’ambiente al livello della nostra dignità. Un semplice fiore nella stanza di un malato esprime il rispetto che gli è dovuto. Una semplice riproduzione artistica nella cella di un carcerato gli ricorda la sua dignità. Questa è la regalità dell’uomo; egli dispone in se stesso della capacità di immaginare, configurare e trasformare il suo ambiente per renderlo bello, come eco della propria dignità, anche in situazioni di povertà e di debolezza. Modellare la materia, ordinare le forme e i colori, disporre gli oggetti per creare il bello non è affatto per l’uomo un’attività secondaria: è, al contrario, mettere in opera la sua dignità originaria.
In seguito, la pace. Se la bellezza ha a che fare con la dignità, essa è ugualmente legata alla pace. La bellezza, infatti, è politica. Rende pacifici, calma le pulsioni aggressive, guarisce le piaghe dei conflitti e delle guerre. Un ambiente estetico, che fa piacere agli occhi, all’udito e al tatto, ci calma e ci rappacifica; ci “stabilisce”, letteralmente, nella pace, interiormente e socialmente. Ciò che è bello disarma. La bellezza avanza sempre disarmata e disarmante. Porta il bene e fa del bene. L’arte, in questo senso, è profondamente terapeutica. Un ambiente grazioso ci invita ad avere dei gesti e dei comportamenti graziosi verso gli altri. Per questo, circondarsi di bellezza significa donarsi la grazia di vivere in pace o, in ogni caso, di desiderarla con tutto il nostro cuore.
Infine, la forza del desiderio. La creazione come l’emozione estetica sono in noi la traccia di un desiderio che, pur appoggiandosi sulle condizioni ordinarie e banali della vita, ci strappa da queste stesse condizioni e ci eleva verso le più alte aspirazioni. Creare qualcosa di bello, fare del nostro ambiente – e forse della nostra stessa vita – un’opera d’arte traduce questa forza, questa potenza del desiderio che va sempre più lontano: un desiderio mai appagato dalle sue realizzazioni, che si lancia continuamente in avanti, senza fissare un confine, verso nuovi orizzonti. L’arte è come una breccia aperta, sempre aperta, che scava il nostro desiderio per rilanciarlo senza tregua. Che sia nella gioia o nel dolore, che sia per esprimere felicità o pianto, l’arte è il segno in noi e nelle cose di una trascendenza misteriosa che ci chiama a sollevare lo sguardo e a desiderare oltre. L’artista, il creatore di bellezza, è sempre un grande “desiderante”.
La fede cristiana stessa ha a che fare con la dignità, la pace e la forza del desiderio. Essere cristiano è avere delle ragioni supplementari per affermare, riconoscere e celebrare la dignità fondamentale di ciascuno: la dignità dei figli e delle figlie di Dio. Il fatto che il Figlio di Dio abbia preso carne nella nostra condizione umana, ci conferisce una dignità insospettata. Il fatto che la nostra condizione carnale sia divenuta il luogo del nostro incontro con Dio ci eleva a una grandezza inimmaginabile. Essere cristiano significa anche invocare sul mondo la pace e impegnarci per essa con tanta più urgenza quanto più ci riconosciamo fratelli e sorelle in Gesù Cristo. “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama” (Lc 2,14), cantano gli angeli nella natività. Il fatto che Dio si manifesti sulla terra con il volto di un uomo disarmato e disarmante è, da parte sua, un gesto incondizionato di pace e un invito a diffondere tra di noi il medesimo stile di nonviolenza e di dolcezza. Il Vangelo ci invita a lasciar cadere le armi; ci spinge a liberare le mani e gli spiriti non più per distruggere, ma per edificare il mondo e per rendere belle le nostre vite. Essere cristiani è nutrire le aspirazioni e le speranze più alte, partendo da ora e al di là dei limiti della stessa nostra vita mortale. Il messaggio di Pasqua, messaggio di resurrezione, eleva infatti il nostro desiderio all’altezza del desiderio stesso di Dio, aprendo così degli orizzonti insperati.

Dignità, pace e alte aspirazioni sono la grazia che ci viene dalla bellezza. Sono anche la grazia che ci viene donata dal messaggio cristiano nella sua bellezza. Il messaggio cristiano, infatti, è bello in se stesso. «Ha fatto bene ogni cosa», proclama la folla (Mc 7,37). «Il Signore ha fatto per noi meraviglie», cantiamo con il salmista (salmo 98). «Come sono belli i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace, che annunzia la salvezza» esclamava già la voce del profeta Isaia (Is 52,7).

Non c’è dunque da meravigliarsi che la vita cristiana sia così profondamente e appassionatamente legata alla ricerca del bello, alla creazione artistica, all’emozione estetica!
Quali conseguenze per l’evangelizzazione? Possiamo individuare almeno tre orientamenti.
Si tratterebbe, prima di tutto, di fare appello al talento artistico del popolo cristiano. Nella pastorale noi pensiamo soprattutto a discorrere e a dibattere della verità. Ci preoccupiamo pure di promuovere il bene tramite il dibattito etico e l’azione per un mondo migliore. Ma siamo meno preoccupati di far nascere espressioni artistiche, originali e nuove, del messaggio cristiano. Eppure il vero, il bene e il bello non sono separabili. Non dovremmo quindi inventare iniziative concrete - laboratori di arte cristiana, concorsi di arte cristiana… - , che fanno appello alle differenti risorse artistiche del popolo cristiano, troppo poco valorizzate? E perché non esporre le opere prodotte nei luoghi di culto, ma anche nei luoghi di vita o di passaggio?
Un secondo orientamento sarebbe di raggiungere la dimensione pellegrinante dei nostri contemporanei offrendo loro percorsi di iniziazione alla fede attraverso il patrimonio artistico cristiano. Si tratterebbe non solo di trasmettere delle conoscenze di ordine culturale o storico, ma di riaprire, tramite la mediazione dell’arte e dell’emozione estetica, gli interrogativi della fede con un linguaggio, uno spirito e un metodo che infondono il desiderio di andare oltre.
Infine, un terzo orientamento per la comunità cristiana sarebbe di promuovere nella società la cultura della bellezza, sottolineando che il frutto di una tale cultura, in nome dell’umanità e a maggior ragione del Vangelo, è proprio la dignità dell’uomo, la pace e la forza del desiderio. Promuovere questa cultura condurrà senz’altro a resistere su molti aspetti alla logica economica centrata sulla competizione, l’efficienza e la produzione. Questo porterà anche i cristiani all’impegno nelle politiche di protezione e custodia dell’ambiente, per il piacere dei sensi, per una migliore qualità di vita a beneficio di tutti, senza privilegi. Promuovere la cultura della bellezza, in nome del Vangelo, significa semplicemente servire l’uomo e, di conseguenza, rendere desiderabile il Vangelo.

16.
Asservire il denaro

«Procuratevi amici con la disonesta ricchezza» (Lc 16,9)

Il nostro mondo, lo sappiamo, è dominato dalla corsa al profitto. Dappertutto conta l’efficienza, la capacità di produzione, la competitività. Le scelte politiche, l’orientamento della ricerca scientifica, il contenuto stesso delle informazioni trasmesse dai media sono in gran parte dettate dalla ricerca di interessi economici. Siamo molto lontani dalle grandi preoccupazioni che la nostra cultura dovrebbe far sue: la cooperazione Nord-Sud, il superamento della povertà e della fame, lo sviluppo durevole, l’equa ripartizione delle ricchezze, la salvaguardia dell’ecosistema, ecc. In questo universo del dio denaro, noi assistiamo ad una vera guerra economica, tanto a livello collettivo che personale. Questa guerra penetra nell’intimo di ciascuno. Lasciato a se stesso, ognuno deve battersi per sopravvivere, per vendersi sul mercato del lavoro e ricavarsi il suo posto al sole. In caso contrario, si viene esclusi. Infatti, denaro e ferocia vanno di pari passo. Così alcuni – e in particolare i popoli del terzo mondo – sono soffocati dai debiti, mentre altri accumulano e dilapidano le ricchezze, con la sensazione di non possedere mai abbastanza per far fronte alla concorrenza e al moltiplicarsi dei bisogni.


Il Vangelo ci avverte: «Non potete servire Dio e il denaro» (Lc 16,13). Questo avvertimento non è una minaccia, né un imperativo morale, ma semplicemente un messaggio per vivere. Ci mette in guardia dall’idolatria del denaro ricordandoci, con la saggezza popolare, che il denaro non rende felici. La felicità, infatti, non è un prodotto che si trova sul mercato. Certo, non possiamo sfuggire al mercato; è normale che le cose si producano, si vendano, si comperino. Ciò che è in gioco non è il denaro in se stesso, ma il rapporto con il denaro, il rapporto che gli uomini stabiliscono tra di loro tramite il denaro. Tutto il problema sta nel servirsene senza esserne schiavi e senza asservire a sé gli altri. Servire il denaro significa ferire l’uomo e allontanarsi dalla felicità e da Dio stesso.
Il Vangelo ci invita a percorrere un’altra strada. Invece di farvi la guerra per il denaro, ci dice, fatevi degli amici con questo stesso denaro. All’interno dei vostri rapporti, servendovi con saggezza e intelligenza del denaro, costruite l’amore e l’amicizia. Perché si trova lì la “parte preziosa” della vostra esistenza. Questa “parte preziosa” che non si compra, non si vende e non ha prezzo, è la ricchezza dei vostri rapporti. Essa non vi sarà mai tolta, neppure nell’ora della vostra morte. Coltivatela. E’ la chiave della felicità e della salvezza. Questo è il messaggio del Vangelo.
Questa ricchezza di relazioni non si acquista nell’economia del calcolo, ma nell’economia del dono. In questa economia, vengono scambiati dei beni e circola del denaro, ma in una logica di dedizione per l’altro e di condivisione con lui. Il risultato immediato del dono è di creare un rapporto, di coltivarlo o, in ogni caso, di proporlo in vista di una libera risposta. L’esempio del regalo è a questo proposito quanto mai significativo. Quando faccio un regalo a qualcuno, non gli offro primariamente un oggetto, ma un rapporto di amore e di amicizia. Il regalo potrà allora avere un valore grande o piccolo, per segnalare appunto che ciò a cui si mira è la relazione, e che questa relazione è preziosa, senza prezzo, non disponibile sul mercato. Infatti quando si offre un regalo si sta attenti a cancellarne il prezzo. L’oggetto offerto diviene allora segno di una relazione. Ci leghiamo al dono e lo apprezziamo non tanto per il valore in sé dell’oggetto, ma per la relazione di cui è segno. E questa relazione è gratificante, perché impregnata di gratuità e di libertà. Il dialogo che in genere si stabilisce in occasione di un regalo è significativo. “Non dovevi”, esclama chi riceve il dono. “Ma non è niente”, risponde chi ha fatto il regalo. Così il dono diviene simbolo di una relazione che non vincola, non pesa, non chiede il contraccambio. Il regalo lega, ma senza incatenare: l’altro potrà rispondere se, come e quando vorrà.
In questa economia del dono, di cui il regalo è un esempio eloquente, le persone trovano certamente il loro “guadagno”, un “beneficio”, ma non di ordine finanziario. Ciò che “ricavano” è la riconoscenza reciproca. Possono “contare” l’uno sull’altro “pagando” ciascuno di persona. Si sentono allora in qualche modo in debito reciproco permanente; un debito che non vogliono né possono estinguere. In questa prospettiva l’amicizia o l’amore possono essere descritti come una situazione nella quale le persone dicono contemporaneamente: “Mi ha tanto donato che non potrò mai restituirgli abbastanza”. Questo rapporto è libero, perché offre una riconoscenza incondizionata fuori da ogni calcolo di equivalenza. Se le persone implicate cominciano a calcolare i servizi resi e a misurare i rispettivi meriti, significa che l’amore è morto e la logica del mercato ha preso il sopravvento.

Noi viviamo questa “parte preziosa” dell’esistenza innanzitutto nelle nostre relazioni “strette”: in famiglia, con gli amici, i vicini, i colleghi di lavoro e del tempo libero. Le nostre relazioni strette sono infatti il luogo nel quale possiamo più facilmente e spontaneamente vivere la gratuità e sfuggire alla logica del mercato. Ma queste relazioni strette che ci fanno vivere sono solo un’isola, una sacca di resistenza in un mondo globalmente vittima della guerra economica nella quale nessuno si fa regali? Bisogna dunque disperare del collettivo e rifugiarsi nel privato? O è possibile credere a un’economia del dono a livello sociale? Il Vangelo ci parla del Regno e il suo invito a “farsi degli amici” non si limita certo alla sfera del privato. Riguarda anche la città degli uomini nel suo insieme.


Certo, a questo livello il dono non può essere vissuto come nei rapporti interpersonali. Sono necessari, inevitabilmente, le mediazioni delle istituzioni, le regole e i contratti improntati alla logica del dono e miranti a una vera politica della generosità. Ci vorranno dei profeti, dei santi in campo sociopolitico, i quali abbiano nella testa l’intelligenza dei fenomeni sociali e, nel cuore, la passione per questa “parte preziosa”. Come pure la passione di convincere e riunire tutti coloro che hanno buona volontà. Bisogna tuttavia essere realisti. Le sfide sono difficili da assumere e, spesso, non si potranno che inserire dei correttivi nelle derive provocate dalla legge del mercato. Come si potrebbe instaurare una politica di generosità e di solidarietà? Le possibilità non mancano. Invece di indennizzare i disoccupati escludendoli dal circuito del lavoro, occorrerebbe creare per loro delle nuove occupazioni di utilità sociale, che non interessano chi cerca il semplice profitto; bisognerebbe tassare il flusso finanziario e investire le risorse ricuperate nello sviluppo delle nazioni più povere; riguardo ai paesi poveri, bisognerebbe non solo cancellare i loro debiti, ma fare in modo che le somme dovute siano investite nello sviluppo di questi stessi paesi. Le idee alternative e i progetti per un mondo più solidale sono tanti. Manca solo il coraggio e la volontà politica, a causa di una non sufficiente pressione dell’opinione pubblica.

In rapporto a queste sfide collettive ciascuno è rinviato alle proprie responsabilità: responsabilità di elettore, che dovrebbe essere in grado di esaminare i programmi politici e decidere di conseguenza in coscienza e con cognizione di causa; responsabilità di cittadino nella sua partecipazione effettiva a organizzazioni e associazioni di solidarietà; responsabilità di influire sull’opinione pubblica nelle conversazioni quotidiane del proprio ambiente.



Farsi degli amici con l’iniqua ricchezza. Il Vangelo ci invita ad un’intelligenza e un’abilità altrettanto astute e scaltre di quelle della gente di affari. In vista di costruire un mondo di solidarietà e di fraternità. Questa è senza dubbio la “parte preziosa”, anche per Dio.

17.
Non sbagliare mira

«Bramate e non riuscite a possedere» (Gc 4,2)
Coniugandosi alla saggezza popolare, un’antica tradizione cristiana4 distingue “sette peccati capitali”. Questi peccati sono detti “capitali” perché considerati, secondo questa tradizione, la fonte di tutti i nostri mali. Questa lista di peccati capitali ci interessa ancora, perché costituisce in qualche modo una lezione magistrale nell’arte di vivere. È infatti in grado di risparmiarci l’infelicità e di tracciare per noi le vie di una vita buona. Da questo punto di vista l’elenco dei sette peccati capitali suona come un avvertimento in vista della nostra felicità: indica le malattie o le ferite del desiderio che, individualmente o collettivamente, possono raggiungerci e trascinarci in strade che l’esperienza rivela deludenti e in ultima analisi mortifere. Il peccato è, in questa prospettiva, la manifestazione di un desiderio che mira alla felicità, ma che in realtà sbaglia strada, manca il suo bersaglio, fallisce il suo oggetto. Esaminiamo ciò che è in gioco in ognuno di questi peccati capitali.
L’invidia, prima di tutto. E’ il desiderio di prendere il posto dell’altro e di stare al posto suo. Consiste nel fatto di affliggersi per quello che l’altro ha, che noi non abbiamo e che vorremmo avere. L’invidia, così, impedisce la felicità e procura anche infelicità. Infatti, come dice il proverbio popolare, si può anche “morire di invidia”. A forza di desiderare quello che l’altro ha, l’invidioso impedisce a se stesso di riconoscere ciò che ha e di goderne. L’invidioso è dunque sempre triste. È un eterno frustrato, perché ha costantemente la sensazione di essere deprivato di quanto l’altro possiede. Alcune volte, quando la delusione lo rode, non ha altra gioia che godere del male altrui. Comprendiamo allora il senso dell’ultima raccomandazione del decalogo: «Non desiderare la moglie del tuo prossimo. Non desiderare la casa del tuo prossimo, né il suo campo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna delle cose che sono del tuo prossimo» (Dt 5,21). Questa raccomandazione ci protegge dall’infelicità; vuole salvaguardarci dallo stato di frustrazione permanente che ci impedisce di gustare la felicità disponibile nel posto in cui ci troviamo, spostandoci indefinitamente a domani, altrove.
La collera, da parte sua, è una reazione violenta a quanto ci resiste, ci delude o ci ferisce. Al contrario della pazienza che sa fare del tempo un alleato, del dialogo che crea relazione e chiede una negoziazione pacifica, la collera vuole tutto, subito, con la forza, senza resistenza. La collera ci fa così “uscire dai gangheri”. Cattiva consigliera, ci fa perdere il controllo di noi stessi, ci conduce alla dismisura verbale o fisica – talvolta fino all’omicidio – perché l’altro si pieghi a ciò che noi siamo, a ciò che vogliamo che egli sia, riducendolo allo stato di oggetto. Per questo la collera ci erge contro tutto e tutti secondo la dialettica impietosa del maestro e dello schiavo, del dominante e del dominato: “O lui o io”. La collera riduce l’uomo a un demonio, un alienato, vale a dire un uomo che non è più se stesso: un uomo ridotto alla forza bruta, che rompe materialmente le cose e spezza le persone. Accanto alle collere calde, ci sono anche, ricordiamolo, le collere fredde, che ruminano vendette.
L’avarizia è senz’altro il più stupido dei peccati capitali. Nell’avarizia infatti si perde tutto nel momento stesso in cui si vuole tutto. L’avaro afferra, trattiene, si aggrappa a quello che possiede. Uomo della fissità, mette le cose fuori circuito. È fuori discussione ogni capacità di condividere. Ma è anche fuori questione spendere qualcosa per se stesso. L’avaro non dona nulla, neppure a se stesso. Non toccando il suo bene, si priva della possibilità di gioirne. Preferisce conservarlo intatto. Aggrappandosi così alle proprie ricchezze, l’avaro è in fin dei conti un povero, un indigente imbecille, seduto su un tesoro del quale non usufruisce e che difende da ogni parte. Perché per lui l’altro non è un amico potenziale, ma prima di tutto una minaccia: la minaccia di dover dare un po’ del suo, del suo denaro come del suo tempo, del suo ascolto come del suo affetto. La disgrazia è che l’avaro in denaro lo è anche nell’affetto.
La lussuria viene alla luce quando la ricerca del piacere si fa tirannica, al punto da non rispettare più ne l’altro né se stesso. È in atto quando il piacere della carne tende a impossessarsi di noi come una pulsione cieca che bisogna assolutamente soddisfare. Si è condotti allora a usare dell’altro, ad abusarne, a strumentalizzarlo, a dividerlo, a ridurlo a pezzi a scapito del rispetto di tutta la sua persona, della sua storia, delle sue relazioni, dei suoi impegni anteriori, delle sue reali condizioni di esistenza.

È per questo che la lussuria è sempre imparentata, in qualche modo, con la violenza: stupro, violenza seduttrice, molestia morale o fisica, ricatto affettivo, rottura della fedeltà. La lussuria può anche essere legata all’interesse o al calcolo, quando si monetizza il proprio fascino - o quello degli altri - per trarne un profitto. In ultima analisi, essendo l’opposto della tenerezza e della comunione, la lussuria è profondamente deludente e triste; lascia nel cuore dei lividi e nel corpo la sensazione di essersi comportati in maniera indegna, come un animale.


La gola è un modo di focalizzare il proprio desiderio sul consumo sfrenato delle cose, senza limiti, senza minimamente tener conto degli altri, dei loro bisogni o desideri. La gola consiste nel prendere, assimilare, ingurgitare il cibo e tutte le altre cose per il proprio interesse, secondo il proprio bisogno, al di fuori di qualsiasi preoccupazione di condivisione, di convivialità e di solidarietà. Il goloso è un orco, un vampiro che non ne ha mai abbastanza. L’altro, con il quale potrebbe condividere, non esiste. Il goloso non fa del pasto un luogo di parola e di incontro: trangugia. Può arrivare a organizzarsi con molta intelligenza per aumentare il suo festino e mangiare nel piatto dell’altro. Può arrivare a togliere all’altro il pane dalla bocca, sfruttando la sua forza lavoro, pagandolo con un salario ingiusto, privandolo del minimo di cui avrebbe bisogno per vivere degnamente. Eppure, come viene detto dalla Scrittura, “L’uomo non vive di solo pane” (Lc 4,4). La posta in gioco, infatti, sta nell’accedere insieme alla dignità dell’uomo.
L’orgoglio consiste nella dismisura di sé. E’ un modo di guardare il mondo chiedendosi chi è il più grande, il più bello, il più ricco, il più intelligente e di collocarsi, più o meno coscientemente, al vertice della piramide. L’orgoglioso ama le gerarchie. Brama gli onori. Non può apprendere nulla dagli altri, perché pensa di sapere tutto. Schiaccia l’altro con la sua potenza e non sa accogliere nulla. Non si considera debitore nei riguardi di nessuno. Il sentimento di riconoscenza gli è estraneo. In questo senso l’orgoglioso si crede all’origine della sua esistenza; agisce come se fosse il padre di se stesso. Egli ignora che la vita è sempre ricevuta da un altro e questo ci deve condurre a un’umiltà di principio, a una gratitudine di fondo.
La pigrizia è la tomba del desiderio. Consiste nel desiderare di non desiderare nulla e nel volere così la morte del desiderio. La pigrizia è il desiderio bloccato, immobile. In questo modo il pigro si rinchiude in una non-storia. Diviene indifferente a tutto, incapace di muoversi e di commuoversi anche di fronte all’appello della sofferenza degli altri. Il pigro non desidera nulla né per sé né per gli altri. Riduce se stesso a un oggetto inerte. È come un morto vivente.
Attraverso i sette peccati capitali noi possiamo riconoscere la totalità dei mali che possono colpirci individualmente o collettivamente. Al di là delle immagini che possono suscitare in noi, ci offrono soprattutto, nella forma di sette grandi simboli, una completa descrizione dei disordini del desiderio umano. Noi possiamo così percepire il ruolo particolare della pigrizia, desiderio inerte, opposto ai sei altri che sono desideri attivi, ma disordinati. In questi ultimi possiamo riconoscere tre perversioni del desiderio. Quello della confusione o dell’assimilazione, in cui l’alterità è cancellata o l’altro è ridotto a se stesso, rispettivamente nella gola e nella lussuria. Viene poi il campo della cattura e dell’impossessamento, in cui si blocca il corso delle cose o delle persone a proprio profitto, come nell’invidia e nell’avarizia. Viene in fine il campo della dismisura o dell’esaltazione di sé, in cui si schiaccia e si domina come nella collera e nell’orgoglio. Ognuna di queste tre coppie di peccati capitali accentua ora il rapporto con le cose, ora il rapporto con le persone: « ingurgitare, tesaurizzare, calpestare» da una parte; « asservire a sé, provare gelosia, abbassare» dall’altra. In tutti questi casi il risultato è lo stesso: la riduzione dell’altro e di se stessi allo stato di oggetto.
Gli esseri umani, oggi come ieri, desiderano vivere felici. I nostri contemporanei non sono meno sensibili che in passato alle condizioni di felicità e alle perversioni che possono allontanarcene. Su questo punto, l’etica cristiana, che si forma sul filo del tempo, potrebbe rivelarsi un tesoro ancora sconosciuto e per larga parte inesplorato. Nella ricerca di felicità e di una migliore qualità di vita il cristianesimo ha ancora dei bei giorni davanti a sé. Forse è solo agli inizi.
18.


Creare


« Ecco, io faccio nuove tutte le cose » (Ap 21,5)
Quando parliamo di creazione del mondo, la nostra immaginazione la colloca di solito nel passato. Pensiamo che la creazione sia il primo momento, il “big bang” iniziale. Ci vengono in mente spontaneamente i racconti biblici della Genesi: la creazione in sette giorni e il giardino dell’Eden. Consideriamo questi racconti come un modo immaginifico e simbolico di parlare delle nostre origini. E tutto avviene nella nostra immaginazione come se la creazione fosse confinata nel primo mattino del mondo.

Ma è corretto questo modo abituale di declinare la creazione al passato? E se fosse invece un serio intralcio per comprendere la fede cristiana e per aderirvi? Infatti, dal momento in cui si situa la creazione nel passato, la prospettiva di una risurrezione futura diventa difficile da pensare. D’altronde per molti nostri contemporanei la speranza cristiana nella risurrezione è semplicemente incredibile; è percepita come una costruzione dell’immaginario, una fuga dal reale, una vana consolazione di fronte alla realtà della nostra condizione mortale. “Che i morti possano risuscitare è assolutamente impossibile”.

E se pensassimo la creazione in modo completamente diverso, dicendo che essa non è solo alle nostre spalle, ma è in atto e ancora di più davanti a noi? Questa prospettiva, che poi è quella biblica, sconvolge profondamente le nostre rappresentazioni abituali. A partire da ciò che siamo già, ci invita a portare lo sguardo e il desiderio verso ciò che deve ancora venire.

Esaminiamo da vicino questa prospettiva, perché è determinante per rendere la fede non solo credibile, ma desiderabile. Cinque passaggi caratterizzano la nostra riflessione.


Partner della creazione. Il primo passo consiste nel dire che se Dio ci ha creati, la creazione è ancora incompiuta. Come dice San Paolo, “tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto” (Rm 8,22). Questo significa che non siamo alla fine della nostra creazione. Essa è sempre a venire, e ci potrebbe riservare molte sorprese. Se la creazione è così incompiuta, è perché Dio ci vuole liberi. Non ci vuole creare senza di noi, senza il nostro concorso, senza la nostra partecipazione. In fondo, creandoci incompiuti, Dio ci rende partner del nostro futuro. La storia umana è allora una continua creazione. Sarà opera di Dio e allo stesso tempo opera dell’uomo, senza confusione né separazione: un’opera di alleanza reciproca, senz’altro difficile e talvolta tumultuosa. La creazione prosegue la sua opera nella storia; è un cammino verso la vita in abbondanza accompagnato in ognuna delle sue tappe dalla potenza creatrice di Dio.
Un Dio a rischio. Ma se Dio ci permette di essere partner della nostra creazione, allora egli necessariamente limita la sua potenza perché noi possiamo divenire liberi. E’ così infatti che viene spesso interpretato il settimo giorno della creazione: Dio si ritira per lasciare spazio alla nostra libertà. Ma va sottolineato che, limitando la sua potenza per lasciare spazio all’umanità, Dio si prende dei rischi. Non vuole essere per noi una forza magica di protezione che ci ripara da ogni pericolo. Come potremmo d’altronde amare un Dio “assicurazione contro ogni rischio”, un Dio che ci impedirebbe di essere liberi e di rischiare la nostra vita? “Speriamo che il mondo regga!”, grida Dio secondo un commento del Talmud biblico. Se la creazione è così a rischio, non è solo per l’umanità, ma per Dio stesso. D’altronde Gesù Cristo non è Dio in persona che ha affrontato il rischio dell’avventura umana fino a morirne?
Creazione e ricreazione. Ma facciamo un passo ulteriore. Nella tradizione cristiana il Dio che crea è il Dio che salva. La potenza creatrice di Dio è la stessa potenza redentrice che accompagna la storia, la rilancia continuamente e le offre orizzonti insperati al di là degli intoppi nei quali possiamo incappare. La creazione non si presenta allora a noi come una linea continua. Prende piuttosto la forma di un incessante ricominciamento: un ricominciamento a spirale che implica un abbandono, una perdita, ma anche un guadagno, l’avanzata verso un avvenire nuovo che sopravanza da ogni parte ciò che è perduto. “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”. In questo movimento di creazione continua, si lascia e si abbandona, ma per avanzare. La morte stessa è inclusa in questo movimento di vita. Così, alla luce del mistero della creazione, noi non siamo degli esseri viventi nell’orizzonte della morte, ma degli esseri mortali nell’orizzonte della vita. Questo movimento di creazione/ricreazione nel quale siamo presi e al quale partecipiamo, ci porta a elevare il nostro desiderio oltre la condizione mortale dell’esistenza verso un futuro che non possiamo immaginare, ma che possiamo comunque sperare. In questo senso non abbiamo quaggiù una città permanente. In transito, noi non siamo alla fine dell’esperienza dei doni che Dio ci riserva; possiamo ancora avere delle sorprese.
Suscitati e risuscitati. Ma facciamo ancora un passo supplementare nella nostra riflessione affrontando la questione della risurrezione. La fede nella risurrezione si iscrive in questa disposizione alla speranza a cui la creazione ci invita. L’abbiamo detto sopra. La risurrezione è difficile da credere per i nostri contemporanei. Eppure, perché la potenza creatrice di Dio che ci ha suscitati dal nulla sarebbe incapace di “ri-suscitarci”, letteralmente di farci nuovamente sorgere come all’alba dei primi tempi, per un mondo nuovo? La potenza che solleva Gesù Cristo dalla morte di croce è questa stessa potenza che ci ha chiamati all’esistenza. Nella risurrezione di Gesù, la potenza generatrice di Dio Padre si rivela oltre ogni nostra attesa. Ci apre, nel solco di Cristo primogenito tra i morti, la speranza nella nostra personale risurrezione. Ecco perché la tradizione cristiana ha interpretato e riespresso la nostra risurrezione nei termini di una nuova creazione. San Paolo ci dice che in Cristo, nuovo Adamo, noi siamo “creature nuove” (Gal 6,15), che gustano già da ora le primizie di un cielo e di una terra nuovi, nei quali non ci sarà più né morte, né lacrime, né pene, perché il mondo vecchio se ne sarà andato (Ap 21,1-4). Troppo bello per essere vero!, si potrebbe obiettare. Ma in nome di quale aspirazione verso il basso dovremmo impedirci i più alti desideri e le più belle speranze? Dal momento in cui sperimentiamo di esistere, di essere stati misteriosamente suscitati dal nulla, dal momento che ci è donata la vita senza che possiamo pretendere di esserne noi l’origine, dentro un universo fantastico che la scienza non smette di farci scoprire, solo un destino straordinario per noi come per l’universo intero ha motivo di essere vero.
Nel segno del dono. “E Dio vide che era cosa buona”. Questa semplice frase, ripetuta come un ritornello nel primo racconto di creazione della Genesi, inserisce la nostra vita personale e collettiva in una bontà assai più originaria del peccato, il quale certo ci può raggiungere, ma dal quale essa ci salva. La creazione, infatti, è prima di tutto e malgrado tutto benevolenza, bontà, dono. “Ecco, io vi dono” (Gen 1,29), dice Dio. Nella tradizione biblica il linguaggio per dire la creazione non è quello della causa e dell’effetto, ma quello del dono, della relazione, dell’alleanza: un’alleanza umano-divina nel segno dell’autolimitazione della sua onnipotenza, della dolcezza, della non dominazione. Senza accorgercene, noi ci lasciamo facilmente prendere dalle insinuazioni del serpente che gettano un sospetto su Dio e ci fanno credere che Egli si riserva dei privilegi, che non è così buono come vorrebbe farci credere e che quindi è meglio difendercene per poter vivere. Ma questa è proprio l’essenza della tentazione primordiale nella quale cadiamo tutte e tutti: credere che se Dio esiste io sono ridotto a vivere sotto la sua ombra.
Il cristianesimo ci invita a credere che Dio non è per nulla un concorrente o una presenza fastidiosa. Andare fino in fondo alla creazione, significa andare verso Dio per divenire se stessi coltivando le più alte speranze.

19.

Credere in un Dio a favore dell’uomo

«E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14)
Nel nostro modo abituale di parlare, noi tendiamo a separare gli esseri umani in due categorie: i credenti delle diverse religioni da una parte, e i non credenti dall’altra. Così dividiamo il mondo in due clan: coloro che conferiscono una dimensione religiosa alla loro esistenza e gli atei, che non concedono alla religione nessuna realtà, se non quella di essere una creazione socio-culturale. Tra questi due gruppi opposti collochiamo ancora, logicamente, gli agnostici, che per principio non vogliono decidere, e coloro che sono dubbiosi.
Ma dividendo in questo modo gli esseri umani tra credenti e non credenti, noi supponiamo che tutti, in qualche modo, condividano una certa immagine fondamentale di Dio e che divergano poi affermandone o negandone l’esistenza. Facciamo come se, posti di fronte a una stessa eventualità, alcuni “ci credessero” ed altri no.
Ma è davvero così che si pone la questione di Dio? C’è veramente una rappresentazione comune di Dio di fronte alla quale ciascuno si deciderebbe? Non ci sono piuttosto differenti idee di Dio, più o meno portatrici di vita, che condizionano le prese di posizione degli uni e degli altri? E se è così, non sarebbe meglio interrogarsi prima di tutto su queste differenti rappresentazioni di Dio, al fine di capire ciò che è veramente in causa quando gli uni e gli altri prendono posizioni divergenti rispetto alla sua esistenza o non esistenza?
Questo modo di porre la questione di Dio la rende senza dubbio più complessa, ma anche più vera. Affrontiamola dall’interno del cristianesimo.
Per cominciare, rivolgiamoci alla Bibbia, e più precisamente al libro della Genesi. Qui si gioca subito una certa rappresentazione di Dio. Vi troviamo il Dio del narratore del racconto. È un Dio che dona. Dona tutto: la vita, la terra in cui vivere e la legge per vivere. E’ un Dio che non si confonde con l’uomo, ma è anche un Dio per l’uomo.
Tuttavia questa presentazione di Dio è subito demolita dal serpente. Per lui, che si rivolge all’uomo, questo Dio non è credibile. Dio, per il serpente, è colui che possiede, prende e si mostra geloso dei suoi privilegi. È colui che teme che l’uomo diventi “come” lui. L’atteggiamento umano che si impone di fronte a un Dio così, non può che essere di diffidenza, paura o rivolta.
Forse troviamo già qui le radici dell’opposizione tra il credente e il non credente: se tu credi, dice il serpente, sarai schiavo; se tu non credi, sarai libero. Il Dio del serpente è un Dio che schiaccia l’uomo. Nella sua presentazione il serpente ha soppiantato la concezione prima di Dio: colui che dona da vivere. Questa concezione di un Dio Salvatore, di un Dio per l’uomo, è quella che il Vangelo ci presenta con forza. Il cristiano crede in questo Dio. E’ invece ateo chi crede nel Dio del serpente.

Dal punto di vista del vangelo essere cristiano non è affatto credere in Dio in modo generale o astratto; è credere in Dio come ne parla Gesù, come si manifesta nella sua persona. Il cristiano crede in Dio secondo la figura originale, sorprendente e radicalmente nuova che si lascia vedere e desiderare nella persona di Gesù Cristo: nel dramma della sua vita, nelle controversie che ha conosciuto con i religiosi del suo tempo, nella testimonianza di parola e di gesti che lo ha impegnato nell’amore fino a morire, nella giustizia che Dio gli ha reso risollevandolo dai morti. Il cristiano crede in questo Dio; un Dio talmente dalla parte dell’uomo da farsi uomo in Gesù Cristo, suo testimone, suo inviato, suo Figlio, per elevarci alla dignità di figli e figlie di Dio. Vivendo tra di noi come un fratello, praticando la fraternità, ci insegna a volgerci a Dio chiamandolo “Padre” e a stare in piedi davanti a Lui, in piena fiducia, rivestiti della dignità dei figli di Dio. Ciò che è in gioco nel mistero dell’incarnazione è questo innalzamento, oltre ogni immaginazione, della dignità umana. Ciò che conferisce alla nostra umanità una dignità senza pari e autorizza le più alte aspirazioni è proprio il fatto che Dio stesso assuma la nostra condizione al punto di divenire uno di noi.


Noi dobbiamo riscoprire oggi la potenza di significato e l’incidenza concreta per la nostra vita del mistero dell’incarnazione. Per comprenderlo più in profondità, potremmo dire che nella persona di Gesù si coniuga un duplice movimento senza confusione né separazione: di Dio verso l’uomo e dell’uomo verso Dio. In Gesù è Dio stesso che ama gli uomini al punto da farsi uno di loro. Al tempo stesso, in Gesù è l’uomo che rende grazie a Dio e trova davanti a lui la sua dignità di figlio. Detto in altre parole, in Gesù Dio si fa prossimo dell’uomo e l’uomo trova il suo compimento in questa stessa prossimità. È così che Gesù è per il cristiano vero Dio e vero uomo, mediatore di un’alleanza nuova tra Dio e l’umanità. È anche mediatore degli uomini tra di loro: è nell’amore dell’altro che Dio stesso è onorato: “Ciò che avete fatto a uno di questi piccoli miei fratelli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). Nella prospettiva dell’incarnazione, quindi, il vero culto reso a Dio è di rendere il mondo più umano e di estendere la fraternità. “La gloria di Dio è l’uomo vivente”, dice sant’Ireneo.

Il cristiano trova in questa affermazione un principio di discernimento critico rispetto a ogni rappresentazione di Dio. Per lui la verità dei discorsi su Dio si discerne, si prova e si verifica a partire dai loro effetti di umanizzazione. Un Dio che falsifica l’uomo è un falso Dio, un idolo.


In questo senso è riduttivo dire, come si fa nel linguaggio comune, che il cristiano “crede in Dio”. È persino fuorviante presentare la fede cristiana come “credenza in Dio”. La fede del cristiano, infatti, è di altro ordine rispetto a una semplice credenza in una trascendenza divina. Alle prese con tutte le sfide e gli interrogativi dell’esistenza, follemente desideroso di vivere, il cristiano in realtà è colui che, facendosi discepolo di Cristo, scopre e prova per lui, in lui e alla sua sequela una maniera di essere pienamente umanizzante, e questo in nome di un Dio che può invocare come Gesù in piena fiducia come “Padre nostro”. Come dice San Paolo, allontanandosi radicalmente dal discorso del serpente, «voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre!» (Rm 8,15).
Al termine di questa riflessione, torniamo alla distinzione iniziale tra credenti e non credenti. Il cristianesimo, come abbiamo visto, soppianta questa opposizione tradizionale. Basandosi sul racconto biblico, il cristiano è un non credente di tutte le rappresentazioni di un Dio che non sia un Dio per l’uomo. Nella prospettiva evangelica dell’incarnazione, egli crede anche che questa prossimità di Dio eleva l’uomo a una incomparabile dignità. Di conseguenza il cristiano è anche un non credente di ogni concezione dell’uomo costruita attraverso l’esclusione di Dio. Così il cristiano può camminare con tutti coloro che affermano una trascendenza divina, nella misura in cui questa trascendenza è conciliabile con la grandezza dell’uomo. Ugualmente il cristiano può andare d’accordo con i “non credenti” preoccupati di impegnarsi per la difesa dell’umanità, ma testimoniando che, per lui, nella grandezza dell’uomo risiede proprio la gloria di Dio.


20.
Evangelizzare

«Non è qui… vi precede in Galilea;

là lo vedrete» (Mt 28,7)
Pensiamo spesso che “evangelizzare” sia portare agli altri ciò che non hanno, ciò di cui sono privi. Avviene come se ci fosse, da una parte, un “pieno” da trasmettere e, dall’altra, un vuoto da riempire. In questa prospettiva, noi ci sforziamo di fare in modo che gli altri cambino, che si convertano alle nostre convinzioni, che divengano come noi e credano come noi. Di conseguenza, il nostro obiettivo è di far passare il messaggio, costi quello che costi, superando ogni ostacolo personale o culturale. Così l’evangelizzazione è intesa come conquista dell’altro, come un espansione della Buona Notizia a partire dalla testimonianza che noi portiamo. Ma è proprio così che si compie l’evangelizzazione?
Le parole dell’angelo, il mattino di Pasqua, ci invitano a tutt’altra prospettiva. “Non è qui, dice l’angelo, voi non lo tenete nelle vostre mani, non lo potete toccare; piuttosto andate, lo troverete altrove, là dove vi precede, in mezzo alla gente”. Questo messaggio continua a sconvolgerci, come è avvenuto per le donne alla tomba. L’evangelizzazione non consiste, come talvolta crediamo, nel trasmettere agli altri una Buona Notizia ben strutturata, di cui noi saremmo i detentori sicuri. Consiste piuttosto nell’andare con speranza verso gli altri per scoprire con loro, nei loro luoghi di vita, nel cuore della loro esistenza, le tracce del Risorto che sempre ci precede, che è già là in incognito. Da questo punto di vista, noi non portiamo agli altri una grazia di cui essi sarebbero privi: la grazia di Dio è già presente, lo Spirito del Risorto è già stato effuso in tutti i cuori. Noi non portiamo nulla di nuovo, ma una parola che invita a scoprire e riconoscere ciò che è già stato segretamente donato a ciascuno. Il cammino di fede non è forse proprio questo: una rilettura dell’esistenza per scoprirvi, in modo nuovo, certamente, ciò che è già stato donato? È quello che dicono coloro che si convertono, quando parlano del loro cammino di fede: stava già operando nella mia vita, io non lo sapevo, ma ora lo riconosco. L’arte dell’evangelizzatore è di favorire questo “riconoscimento”, di discernere e indicare la presenza del Regno nelle persone e nelle situazioni, anche dove non ce lo aspettiamo.
Queste prospettive non tolgono nulla alla forza delle nostre convinzioni, ma invitano all’umiltà quando ci accostiamo agli altri. Noi ci avviciniamo a qualcuno non per guadagnarlo alla nostra causa, non per portargli ciò che gli manca, ma per riconoscere con lui, nella sua vita, la presenza del Risorto in maniera da rimanere noi stessi sorpresi. Ugualmente dobbiamo ricevere da coloro che evangelizziamo la testimonianza dell’agire di Dio in loro. Da questo punto di vista l’evangelizzazione è sempre reciproca; è una testimonianza donata che suscita una testimonianza resa. Non lo ripeteremo mai abbastanza: noi siamo evangelizzati da coloro stessi che evangelizziamo.
Ma come fare concretamente? Come entrare in questo movimento di evangelizzazione reciproca? Possiamo indicare due atteggiamenti pratici: rischiare l’accoglienza nel luogo dell’altro ed entrare nella conversazione in corso. Esaminiamoli brevemente.
Nelle nostre comunità cristiane, noi pensiamo sovente di doverci mostrare accoglienti. Organizziamo di conseguenza delle strutture di accoglienza. Apriamo le nostre porte, sperando che gli altri vengano a cercare da noi quello che non hanno. Ma organizzare l’accoglienza in questo modo, non è prendere una posizione di superiorità e mettere l’altro in posizione di inferiorità? Da un parte i ricchi che danno e dall’altra i poveri che ricevono. Non sarebbe necessario invece, secondo la logica del Vangelo, rovesciare la prospettiva: non tanto accogliere l’altro, ma lasciarsi accogliere dall’altro, fidandoci delle sue capacità di accoglienza, delle sue risorse e possibilità? Il vangelo, infatti, non ci dice: “Siate accoglienti”; ci invita al rischio dell’accoglienza da parte dell’altro, nel luogo dell’altro. Gesù stesso non aveva un luogo ove posare il capo: era ricevuto di villaggio in villaggio nella casa degli altri. Così, quando incontra Zaccheo, Gesù si invita a casa sua. «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua» (Lc 19,5). Allo stesso modo, quando invia i suoi discepoli in missione, li affida all’ospitalità di coloro che incontreranno sulla loro strada: «Entrati in una casa, rimanetevi fino a che ve ne andiate da quel luogo» (Mc 6,10); «Chi accoglie voi accoglie me» (Mt 10,40).

Così, evangelizzare inizia con l’onorare l’altro facendo affidamento alle sue capacità di accoglienza. Il vangelo ci invita anche ad andare verso coloro che appaiono i più lontani dai canoni etici e religiosi. Rischiando l’accoglienza da parte loro noi saremo senza dubbio stupiti, oltre ogni aspettativa, della loro capacità di ascolto ed accoglienza della Buona Novella,. E’ stata questa, d’altronde, l’esperienza di Gesù stesso: «Non ho mai visto una fede così grande in Israele» (Lc 7,9); «Anch’egli è figlio di Abramo» (Lc 19,9); «Le prostitute e i peccatori vi precedono nel Regno di Dio» (Mt 21,31). È evidente che questo invito evangelico a rischiare l’accoglienza da parte dell’altro nulla toglie all’esigenza per le nostre comunità di essere esse stesse accoglienti, ma sarà allora dentro un movimento di accoglienza reciproca. Ogni ospitalità donata chiede, infatti, l’ospitalità resa, ma questa volta senza superiorità né inferiorità, poiché gli uni e gli altri danno e ricevono.


Più concretamente ancora, accettare il rischio di essere accolti nella casa dell’altro significa entrare in una conversazione in corso, sull’esempio di Gesù con i pellegrini di Emmaus: «Di cosa parlavate per strada?» (Lc 24,17). La prima capacità dell’evangelizzatore è di mescolarsi alle conversazioni degli uomini, di interessarsi di quanto li interessa, di poter parlare di cose comuni, di lasciarsi anche interrogare. Non c’è evangelizzazione possibile senza questo atteggiamento di dialogo amichevole con chiunque, a proposito di tutto quello che ha a che fare con la vita stessa. Si dice qualche volta che i nostri contemporanei sono indifferenti al discorso cristiano, ma l’inverso non è altrettanto vero? Non siamo forse indifferenti rispetto a quanto li fa vivere, incapaci di parlare con loro di quanto li appassiona nel concreto della loro esistenza, del loro lavoro, delle loro relazioni? La costituzione Gaudium et Spes del Vaticano II in un’espressione mirabile ci indica il cammino da seguire: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (GS 1). Il messaggio cristiano non si colloca in una sfera spirituale separata dall’esistenza. Ci invita, invece, ad appassionarci per tutto ciò che è umano, a vivere di simpatia e di compassione immersi nella vita, nelle circostanze dolci e in quelle tristi. È nel cuore della vita, in tutto ciò che è oggetto di conversazione, di dibattito e di racconto che le tracce del Signore risorto si lasciano riconoscere. È là che Egli ci precede.




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