Riccardo Cepach



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12.11.2018
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Riccardo Cepach

Gli Indipendenti.

I romanzi “a otto colonne” di Svevo, Cesari e Benco
Cominciamo con una citazione, anzi due:
La stanza di redazione era buia, tetra, quasi che sentisse la gravità del giornale. Nessuna eleganza: tappezzerie vecchie, mobili vecchi, arredi vecchi: una desolazione. Attorno, sotto alle pareti oscure, dalla tinta cupa, quattro scrivanie sonnecchiavano avvilite da un velo di polvere rotto qua e là da un pietoso colpo di manica. E sopra, alla rinfusa, giornali di tutta Italia; qualcuno a brandelli, per i colpi di forbice del redattore-capo, altri ancora intatti, ancora piegati, ancora umidi sotto la fascia colorata.
In redazione si lavora pochissimo: si discute, si chiacchiera e tra una boccata di fumo e un paradosso buttato all’aria con grande sprezzo del buon senso, si taglia ai giornali di cambio qualche entrefilets, qualche notizia di varietà, o si fondono due tre notizie, per formarne una corrispondenza particolare. Non si va più in là. [...] Fuori di là: l’attività delle braccia; dentro: quella dei cervelli; fuori: la preoccupazione materiale del lavoratore alla affaticata danza delle destre sulla cassa dei caratteri grigi, sporchi di lisciva e di inchiostro; […]. Dentro, la monotonia era grave, penosa; (Cesari 1892, 1; 36)
Sono due passaggi del romanzo Vigliaccherie femminili, opera d’esordio (destinata a rimanere unica sua opera narrativa di un certo peso1) del giornalista triestino Giulio Cesari, che descrivono l’atmosfera della redazione del quotidiano triestino “L’Indipendente”, storico organo dell’irredentismo triestino. Per un lettore contemporaneo è un po’ difficile mettere insieme la “monotonia grave e penosa” che ci descrive Cesari con la storia così travagliata di quel giornale: il totale di 484 processi e 1016 sequestri, (Veronese 1932, 30; 99) oltre naturalmente all’enorme numero di multe e perquisizioni collezionate in 37 anni di attività mal si adatta all’immagine sonnolenta e polverosa che ci viene offerta. In realtà la redazione dell’“Indipendente” era una ben oliata macchina da guerra2 al cui interno si incontrarono e strinsero vincoli di collaborazione e amicizia diversi giovani intellettuali accomunati dall’orientamento irredentista e dalla passione letteraria: Alberto Boccardi, Riccardo Pitteri, Alberto Gentilli, Camillo de Franceschi, Giulio Ventura, Silvio Benco. Vi si incontrarono e vi si legarono di amicizia duratura, in particolare, il giovane Ettore Schmitz, il già ricordato Giulio Cesari e il poeta Cesare Rossi.3 E se per quanto riguarda il primo le attestazioni di un lungo rapporto di collaborazione non mancano, visto il suo ruolo nella compilazione del celebre Profilo autobiografico di Svevo nel 19284, per quanto riguarda il secondo c’è almeno una carta inedita che attesta la prosecuzione del loro rapporto anche molti anni dopo la conclusione dell’esperienza all’“Indipendente”; si tratta di un biglietto di Svevo a Rossi datato “Trieste li 26 gennaio 1921”:
Carissimo Cesare,

Oggi ricevo dal mio amico di Londra ch’egli a Londra è ritornato ma che smarrì la mia lettera contenente l’indirizzo consaputo. Saresti così buono di darmelo una seconda volta? Così potresti avere l’informazione che t’importa. Io ricordo esattamente tutto quanto mi dicesti e non mi occorre che il puro e semplice indirizzo e il nome della signora.

Salutandoti caramente, tuo aff.

Ettore.5


Il messaggio di Svevo è destinato, io temo, a rimanere inaccessibile nella sua voluta enigmaticità, ma testimonia appunto del perdurare di quei rapporti che si instaurano in quella redazione – polverosa e sonnolenta o meno che fosse – in cui, se seguiamo la suggestione di Vigliaccherie femminili, molto si discuteva d’arte, di letteratura e, soprattutto, di donne e di amori. L’ipotesi che avanzo, suggerita appunto dall’ambientazione del romanzo di Cesari è che quell’ambiente abbia funzionato quindi da incubatrice per alcune opere narrative che intorno a esso sono sorte: in particolare per i romanzi di esordio di Giulio Cesari e dello stesso Svevo cui, per certi aspetti che dirò, sarà utile accostare La fiamma fredda, la prima opera narrativa di Silvio Benco, che alla redazione dell’“Indipendente” si era accostato nel 1890 incrociando per la prima volta i percorsi dei due.6

In quell’anno 1892, come si è detto, vedono dunque la luce a Trieste due opere prime, Una vita, firmato dall’esordiente pseudonimo Italo Svevo e Vigliaccherie femminili di Giulio Cesari che invece accosta (ma soltanto in subordine e fra parentesi) al suo nome proprio lo pseudonimo “Bonhomo” con cui probabilmente aveva già firmato prose e articoli per diversi quotidiani.7 Il romanzo di Cesari è un’opera che ha qualche ambizione, scritto in uno stile abbastanza convenzionale ma scorrevole, con una ricerca di effetti e di modernità8. L’autore ambisce da subito a dimostrare dimestichezza con la grande tradizione letteraria inscenando la finzione del ritrovamento, in un cassetto della redazione, di un manoscritto firmato da tale Giorgio Venturini – nome che non apparteneva ad alcun giornalista presente o passato per quella redazione – di cui Cesari avrebbe assunto la “gerenza responsabile” dandolo alle stampe9. Subito nella autopresentazione del personaggio che dice “io” è dato riconoscere molti lemmi e temi cari alla penna di Svevo, malattia, lotta, sogno:10 Giorgio Venturini è un letterato velleitario che ambisce a riversare sulla pagina i dolori della sua ancor giovane esistenza ma lotta con una musa indocile e una qualche atavica inettitudine. Un giorno però, a un tratto, si riscuote:


E volli pensare, sì, ancora, con la consueta voluttà, con la dolcezza consueta; ma pensare lavorando, pensare, seguire l’idea, creare, soffrire, battagliare, vincere, ma non più con la mente soltanto, ma con la forza volente dei nervi, volendo che quel pensiero mio si fermasse finalmente sulla carta, come sbocciava, come scattava dalle cellule cerebrali. Volli! Allora venne la lotta nova del lavoro: l’uragano della volontà, e la disperata resistenza del pensiero, che si intralciava, che si rifiutava di presentarsi con l’usata limpidezza, con la vittoriosa freschezza della sua originalità”. (Cesari 1892, 8-9)
La parola “volendo” è un corsivo d’autore che ha una sua decisiva importanza, come vedremo. Anche questa battaglia si risolve tuttavia in un fallimento: di tutto ciò che ha riversato a così alto prezzo sulla pagina, dopo attenta e feroce revisione non resta che un unico, striminzito capitolo da cui “scaturì un articolo di giornale!” contenente “una chiamata solenne: a lei, all’ignota anima sua” (Cesari 1892, 14, corsivi dell’autore), alla donna ideale. A questo punto l’autore introduce i personaggi dei colleghi di Venturini, Ricci e Mandelli, entrambi sofferenti d’amore e diversamente delusi dalla vigliaccheria del gentil sesso11. All’inseguimento del suo “ideale” Giorgio li compiange ma procede per la sua strada e pubblica l’articolo: la chiamata ottiene una risposta; una giovane ragazza – che dapprima si firma “Melisenda” salvo poi rivelarsi per “Serafina” - inizia una affettuosa corrispondenza col giornalista che a lungo rifiuta di incontrare finendo poi per dargli, su pressante richiesta, un appuntamento. A tale incontro, tuttavia, Serafina non si presenta e fa invece recapitare a Giorgio un biglietto:
....cinque colpi di stile s’infissero nel mio cuore che gemette sotto alla implacata maledizione misteriosa che pareva raggiungerlo; cinque parole: cinque colpi di fulmine; cinque imprecazioni d’inferno; e una immensa pietà e un turbinoso e delirante amore per la diletta, che trionfava e s’imponeva ineluttabilmente, per sempre! Sottolineate, quasi luminose, sinistramente luminose, simili ad una demolitrice ironia, balzavano dalla candida carta le cinque parole, il dramma della sua e della mia vita: “la tua Serafina è zoppa!”. (Cesari 1892, 103)
Giorgio accusa il terribile colpo ma il sentimento è in lui già troppo forte e i due si fidanzano. Serafina però ha anche un altro amore: la letteratura. È una scrittrice che, più concludente di Giorgio, ha appena pubblicato un suo romanzo intitolato Senza speranza! Rapidamente: dopo una serie di vicissitudine intrecciate ai filosofici commenti dei colleghi sulla natura della donna e dell’amore, Serafina, sedotta dal successo letterario che improvvisamente le arride abbandona il povero (nel senso di squattrinato) giornalista e sposa un ricco avvocato. Giorgio sprofonda nel dolore e nella disillusione. In chiusura, nel corso di un ultimo incontro fra i due alla sede del giornale, richiesto da Serafina che vuole la restituzione delle sue lettere compromettenti, la donna si offre al giornalista che rifiuta sdegnosamente avviandosi a un destino di solitudine e covando, in cuor suo, l’idea del suicidio.

Di vigliaccherie femminili si è occupata anche Cristina Benussi, che ne ha scritto nella sua Introduzione a una recente edizione di Senilità (Benussi 2009), argomentando efficacemente che il romanzo di Cesari possa aver avuto un ruolo nella gestazione del secondo romanzo sveviano. A partire da una precedente proposta di identificazione che coglieva possibili somiglianze fra uno dei personaggi di Cesari, il giornalista Mandelli, e la figura storica di Svevo (Oreste 2006, 77-79), Benussi evidenzia una serie di possibili agganci biografici e di consonanze tematiche12 cui si aggiunge l’eco di verosimili riflessioni poetiche condivise. Le vicende e le figure rappresentate tanto in Vigliaccherie femminili che in Senilità affonderebbero le radici nelle rispettive esperienze dei loro autori, esperienze note a entrambi data l’amicizia, la familiarità e l’assidua frequentazione alla redazione dell’“Indipendente” 13.

Un capitolo a parte merita, in questo quadro, la relazione epistolare che Cesari, che si firmava Giorgio Venturini come il protagonista del suo romanzo, nel marzo di quello stesso 1892, aveva avviato con la giovane Grazia Deledda14 di cui qualcosa riusciamo a sapere attraverso il resoconto che la scrittrice sarda ne fa in alcune lettere ad Epaminonda Provaglio15 (Deledda 1964, 980-990). Si tratta infatti di una relazione interessante dal punto di vista del romanzo perché se l’ipotesi più suggestiva, quella che Grazia Deledda possa aver rappresentato un modello per Serafina, deve essere immediatamente rigettata per ragioni cronologiche,16 restano tuttavia diversi motivi di interesse: dalla recensione al romanzo che la stessa Deledda pubblica sul quindicinale “Vita Sarda” (Deledda 1892),17 all’ambiguo giudizio che essa esprime circa le relazioni amorose epistolari in cui da un lato si getta con passione e che dall’altro satireggia,18 fino alla sorta di interessante prefigurazione che, ostando le date, si finisce per riconoscere al romanzo di Cesari rispetto alla sua – ed altre – relazione con Grazia Deledda. La quale parlando nuovamente di Cesari, ancora nella lettera del 17 aprile, scrive a Provaglio:
Mi ha scritto tutta la sua vita: se è vero tutto ciò che esso mi scrive ha molto, ma molto sofferto: è quasi ancora un fanciullo; ha molte illusioni che io, io stessa, non ho, eppure ha sofferto tanto, quanto uomo - bada bene, umanamente e non fantasticamente, – può soffrire! Non so; io diffido di tutto e di tutti, eppure quando ho letto la lettera in cui quel poverino mi ha raccontato la sua triste esistenza, ho pianto, così, come l’ultima delle signorine sentimentali, io che non piango mai, mai! – Del resto, però, non gli ho dato alcuna speranza perché... non sono ancora convertita, e perché c’è un altro perché, volgarissimo, ma che nelle realtà della vita, è spesso arbitro delle sorti umane. Il mio lontano innamorato è povero! Ha la sua posizione, ha molte speranze nell’avvenire, molto ingegno, coraggio e volontà; ma la mia famiglia pretende avvocati o dottori o ingegneri piuttosto che romanzieri o poeti o giornalisti... tanto più che sa, per mezzo mio stesso, che la letteratura non rende nulla. (Deledda 1964, 989-990).
Se poi il termine “prefigurazione” suonasse un po’ rozzo in questo contesto si potrebbe forse ricorrere ad altre, meno screditate categorie, quali quelle della memoria, che non deve essere per forza tutta involontaria, quando non si volesse parlare addirittura di richiami, di riproposizioni. Non ricorda un po’ il drammatico biglietto di Serafina (“La tua Serafina è zoppa!”) quel lapidario “il mio lontano innamorato è povero!”? Se è vero quanto dichiara in apertura della sua recensione, e cioè che “qualche giorno dopo aver letto questo bizzarro romanzo [aveva] veduto il ritratto dell’autore” (Deledda 1892, 6), quando scrive quelle parole a Provaglio Grazia Deledda ha già letto il libro19 e certamente lo ha letto e recensito (ma non dimenticato) un anno e mezzo più tardi quando la situazione si ripresenta uguale con un altro amore lontano, il giovane Andrea Pirodda afflitto dal medesimo problema di scarsezza di risorse economiche e incerta posizione e con una sorte

ugualmente segnata. Da notare che, nel rivendicare la sua scelta di fronte al solito Provaglio, Deledda non ricorre più allo schermo della volontà famigliare per giustificarsi ma si affida a parole che ricordano da vicino quella della Serafina di Cesari:


Io dunque non ho più alcuna speranza. Mi sono convinta che egli non potrà mantenere le sue promesse: sicché non potrò neppure io mantenere le mie. Egli potrà benissimo diventar professore, ma sai come? fra cinque od otto o dieci anni. Ed io in tutto questo tempo posso bene consumare la mia esistenza nel silenzio e nell’attesa, e morire prima ch’egli abbia una posizione come la richiede la mia famiglia e come lo pretende anche la mia ragione. [...] Egli non sarà mai altro che un povero insegnante, - e capirai bene che per me ci vuol altro, perché io, nella mia carriera, ho bisogno di esser sorretta da un uomo forte, ho bisogno di appoggio, di ajuto e di consiglio ed anche di una relativa agiatezza. [...] Nell’abbandonarlo, ora, che corre un periodo triste, è forse una vigliaccheria, - ma cosa devo fare, cosa? Tutte le promesse che può dare una innamorata io gliele ho fatte; egli avrà ragione di dirmi sleale e di confondermi con tutte le altre donne, ma, ripeto, cosa devo fare? Sempre la colpa ricade sulla donna, nella rottura di un amore, - ma in realtà la colpa è sempre degli uomini. Se essi non promettessero cose false, se non ci illudessero, inducendoci ad amarli per la forza della speranza e dell’illusione, se essi stessi ci dessero sin da principio l’esempio della lealtà e della sincerità, nessun disastro d’amore accadrebbe. (Deledda 1964, 1052-1053)20.
È vero: tutto questo ha più rilievo nella riflessione critica sull’opera deleddiana che in quella sul romanzo d’esordio di Svevo o sulla stessa opera di Cesari, eppure io ritengo che, fatta salva – e forse rafforzata – l’ipotesi che Vigliaccherie femminili possa aver avuto un ruolo nella gestazione di Senilità, certe caratteristiche di Una vita si inquadrino meglio se le si pone in un contesto ambientale in cui l’autore aveva occasione di discutere con l’amico Giulio Cesari di certe argomenti. Serafina ha molte più caratteristiche in comune con Annetta Maller di Una vita che con l’Angiolina di Senilità.21 La figura storica di Grazia Deledda non ha sicuramente dato niente al personaggio di Serafina (da cui potrebbe semmai aver attinto qualcosa che poi riversa nel suo epistolario) e quasi sicuramente neppure ad Annetta (benché, quando si consuma la breve relazione epistolare fra Deledda e Cesari, nella primavera del 1892, Svevo fosse verosimilmente ancora al lavoro sul romanzo) ma i temi salienti di quella relazione – per quanto la si possa ricostruire mancando il carteggio diretto fra i due – sono tanto palesemente presenti nei romanzi di Cesari e Svevo che ignorarli sarebbe un errore. Proprio perché qui non si va alla ricerca di ipotesi di filiazione o di influssi diretti, ma si tenta la ricostruzione di un contesto discorsivo in cui entrano, si accumulano e si sovrappongono esperienze personali, idee filosofiche e riflessioni di poetica. Un contesto discorsivo, un’“incubatrice”, come si è detto, cui a questo punto conviene che io ammetta anche il terzo autore citato in premessa, il Silvio Benco de La fiamma fredda, pubblicato dieci anni dopo, nel 1903. L’accostamento con i primi due romanzi è ulteriormente rischioso, per il lungo iato temporale, per le caratteristiche formali, per gli influssi (d’annunziani in primo luogo) e gli esiti diversi che esso mostra (ma lo stesso accostamento fra Una vita e l’opera di Cesari risulterebbe inopportuno, fuori dai rispetti che mi propongo). Spero tuttavia che l’evidente riproposizione di caratteri simili, snodi tematici identici e, spesso, svolgimenti analoghi valga a sostenere la mia ipotesi.

Veniamo ora, molto brevemente, alla trama dell’opera di Benco: protagonista indiscussa del romanzo è Arsinoe Benazar, figura di donna capace e volitiva (fin troppo) malauguratamente afflitta anch’essa da un grave handicap, in questo caso sociale: Arsinoe è… brutta, di una bruttezza inappellabile e indegna di attenuanti di fronte all’intransigente tribunale della sua lucida intelligenza.22 Per breve tratto questa sua “patologia invalidante” sembra poter essere curata attraverso la tradizionale medicina che il suo cospicuo patrimonio familiare le consente23: un matrimonio di reciproco interesse con un conte decaduto causa deboscia24 e un figlio. Ma l’illusione del riscatto per mezzo del supremo ideale femminile di moglie e madre è di breve durata: la spietata lucidità di Arsinoe – contro ogni retorica del cieco amor materno – le mostra come il bambino, lungi dall’essere un roseo tripudio di salute e bellezza, sia in realtà pallido, malaticcio e… brutto. Di fronte a tale – come diremo? Riattivazione del trauma? – la personalità della donna evolve e sviluppa la sua qualità più perspicua: la volontà. Arsinoe vuole il suo trionfo sociale ed è disposta a tutto per ottenerlo. Seduce il noto poeta Mariano Ruda25 per mezzo di una provocazione intellettuale per lui irresistibile: i suoi versi che celebrano la bellezza così come la sua dedizione alla piacente e fresca vedovella sua amante sono indegni di lui! Se il suo intelletto e la sua arte non sanno cogliere il vero, il nobile, l’eccelso – e quindi il bello autentico – lì dove gli altri uomini non osano e non sanno guardare – ossia nella bruttezza di Arsinoe – quale mai sarebbe la loro eccezionalità? Riesce quindi a catturarlo nel suo gioco perverso di paradossale femme fatale e se ne fa un passaporto per il bel mondo in cui trionfa passando da “brutta” a “interessante” su su fino ad “affascinante ed enigmatica” e collezionando ben tre spasimanti (al poeta si aggiungono il giovane pittore Vansal e il maturo fanfarone generale Mentier) che la conducono alle soglie di una compromessa immortalità come favorita del Re, mentre il suo malaticcio bambino, sommessa catarsi finale, muore senza neppure il conforto di poterla riabbracciare.

Ora che li abbiamo brevemente ripercorsi (tutti tranne Una vita di cui, in questo contesto risparmio al lettore e mi risparmio ogni tentativo di riassunto, per altro irto di difficoltà) possiamo chiederci: di che cosa parlano Una vita, Vigliaccherie femminili e La fiamma fredda? Di molte cose, d’accordo, ma parlano anche con piena evidenza di rapporti amorosi fra giovani uomini e giovani donne dedicando una particolare attenzione a queste ultime. Il tema della donna nel contesto della società capitalistica in evoluzione, se non è il principale argomento di queste opere né è certo uno dei più significativi. Un tema sviluppato in almeno quattro direzioni riconoscibili.

Innanzitutto isolerei la dicotomica suddivisione della donna fra ideale e natura, dal momento che molto esplicitamente e, direi, programmaticamente i protagonisti maschili di queste opere vanno alla ricerca del loro ideale femminino,26 raramente disgiunto da un richiamo all’immagine materna (edipico ante litteram)27 e sempre si scontrano, riportandone danni e prognosi piuttosto severe, con la realtà della donna nella sua natura, fatta di sensualità, egoismo, ambizioni, sconcertante autonomia di giudizio e – il dato nuovo – maggiore libertà di scelta e d’azione.

Da questo tema generale discende direttamente la duplice visione di quello che è il tradizionale terreno d’esercizio delle muliebri virtù (e dei nuovi muliebri vizi): l’amore. Che è di volta in volta il principale strumento di elevazione spirituale e, appunto, di incontro con l’ideale e, sul versante opposto, un semplice travestimento di un banale bisogno animale (“Una funzione materiale!” secondo Mandelli in Cesari 1892, 24) nell’uomo e di inconfessabili appetiti sociali, ansie di promozione e desiderio di cose materiali nella donna.28

Più semplice benché molto articolato è invece il tema della donna in rapporto alla spiritualità e all’arte, nuovo e inaspettato terreno di esercizio della femminilità e, quindi, di scontro fra i sessi. Tutti tre i romanzi mettono esplicitamente in scena (per mezzo di un comprimario, portavoce di un diffuso sentire) l’opinione secondo cui la donna non è fatta per l’arte, per la filosofia, per la cultura. In Una vita è Macario a ironizzare sulla vocazione letteraria di Annetto;29 gli fa eco ne La fiamma fredda di Benco la riflessioni del poeta Ruda30 e in Vigliaccherie femminili la tirata di Mandelli che, ancora una volta, appare più scoperta ed esplicita nell’attribuire alla cultura e all’arte – secondo una tradizionale visione misogina – un ruolo pervertitore delle naturali buone inclinazioni della donna.31 Il romanzo di Cesari indica apertamente anche la fonti di tale opinione evocando il nome di Cesare Lombroso, “gran mago moderno”,32 tuttavia è stato già dimostrato (Curti 2011)33 quanto tali opinioni circolassero nella cultura dell’epoca: prima di Lombroso e ben prima della pubblicazione del sempre citato Sesso e carattere di Weininger, in Schopenhauer si ritrovano con piena evidenza le fonti delle citate dichiarazioni di Macario in Una vita:
si potrebbe chiamare il sesso femminile il sesso non estetico. Né per la musica, né per la poesia, né per le arti figurative le donne, in verità, hanno realmente comprensione e sensibilità; ma è una mera scimmiottatura, ai fini della loro civetteria, se esse fingono e pretendono di averle. (Schopenhauer 1983, 839)34.
L’attenta discussione nei tre romanzi di tematiche così note e diffuse negli ambienti intellettuali dell’epoca ci interessa perché fa maggiormente risaltare la singolarità dell’ultima, difforme caratteristica comune: l’attribuzione a questa screditata figura di donna – non più angelo, non più madre, non più ideale – della facoltà cardine della volontà. A questa si contrappone la caratteristica tipica dei personaggi maschili, cui è attribuita giurisdizione nella sfera del desiderio, una sorta di volontà attenuata, di grado minore, che necessità di assistenza e di reciprocità per condursi a effetto. In Vigliaccherie femminili “l’uragano della volontà” che per breve tratto possiede Giorgio si spegne ben presto e il giovane rimane chiaramente soggetto passivo di fronte alla volontà di affermazione personale di Serafina – benché a questa vengano attribuite le peggiori connotazioni dal punto di vista morale – che alla fine rimprovera esplicitamente a Giorgio la sua debolezza.35 La stessa cosa si verifica in modo esemplare ne La fiamma fredda in cui va in scena proprio il confronto fra la “fredda”, incrollabile determinazione della protagonista femminile e la passiva inettitudine di tutti i personaggi maschili, dal padre di Arsinoe, Daniele Benazar, al marito Consalvo Vanderra, proseguendo con i tre amanti già citati per arrivare alla stessa patetica figura del Re e dei suoi dignitari. Non a caso un “morboso e indeciso desiderio” è la caratteristica distintiva del poeta Mariano Ruda, “fatto artista dalla sua accidia” (Benco 1903, 87), che li rappresenta tutti nel colloquio con la donna:


  • Molti sogni, futuri e passati, questi più vani di quelli: e la realtà accostata, non tocca, sempre in apparenza d’una cosa lontana... Ciò avviene forse perché non s’è liberamente voluto...

  • Io ho sempre voluto fermamente e liberamente, - ella affermò compiacendosi, e attestò con un batter di ciglio la voluttà interna di potersi esprimere così....

  • Avete voluto poco?...

  • Assai...

  • E allora noi siamo due creature diverse! (Benco 1903, 72).


Lo stesso peculiare punto di vista è in Una vita dove ad Annetta vengono esplicitamente attribuiti caratteri maschili: “Non era una donna quando parlava di letteratura. Era un uomo nella lotta per la vita, moralmente un essere muscoloso” (Svevo 2004a, 124) – e, soprattutto, una superiore capacità di esercizio della volontà. Tanto da riuscire a piegare addirittura la volontà del padre, il banchiere Maller, il quale acconsente ad accompagnare la figlia a Parigi seppure in piena stagione degli affari: “Capisco che non ne sia lieto, – disse Annetta. – Quando però qui si vuole, – e si toccò coll'indice la fronte, – basta” (Svevo 2004a, 37). Serve dire che quella medesima volontà, quella del signor Maller, per Alfonso è semplicemente indiscutibile? Nella scena del confronto finale fra i due, là dove ad Alfonso per la prima e ultima volta sarebbe possibile affermarsi (seppure col mezzo indegno del ricatto), egli marca più esplicitamente e definitivamente la sua diversità, con quello che mi appare un chiarissimo segnale semantico:


  • Insomma ella vuole?

  • Maller s'era tranquillato all'aspetto spaventato di Alfonso e non appena tranquillo s'era affrettato ad aggredire.

  • La domanda irritò Alfonso; era forse già un rifiuto?

  • Io non voglio, - disse con stizza. Io desidero, io prego di venir rimandato alla corrispondenza.(Svevo 2004a, 385, corsivo mio)


In termini strettamente sveviani l’attribuzione quasi esclusiva della facoltà volitiva al mondo femminile risulta, una volta enunciata, quasi ovvia, e congrua all’intero arco di sviluppo della narrativa sveviana. Da Annetta alla tabaccaia Felicita de Il mio ozio è sempre chiaro nella narrativa sveviana chi è che vuole e ottiene e chi è che desidera e sogna. È tuttavia opportuno osservare che si tratta di una partizione storicamente perdente dal punto di vista della critica letteraria, annientata dall’attenzione privilegiata per la suddivisione “antropologica” fra personaggi (maschili) lottatori da una parte e sognatori dall’altra, con linee di demarcazione di volta in volta generazionali (i padri versus i figli), fisiche (gli sportsman versus gli oziosi), mediche (i sani versus i malati), patrimoniali (i ricchi versus i poveri) e professionali (gli uomini d’affari versus i poeti).

Dal punto di vista della ricercata intertestualità dei romanzi di esordio di Cesari, Benco e Svevo, è un caratteristica estremamente interessante, proprio perché le sue ascendenze immediate non sono così ovvie e presenti nel coevo dibattito sulla donna36 e quindi, secondo la mia ipotesi, mostrano con maggiore chiarezza l’appartenenza di queste opere a un ambito discorsivo comune dal quale si sviluppano in modo, certo, autonomo ma non indipendente.


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1932, L’Indipendente. Storia di un giornale, Trieste, Spazzal.


1 La copertina della terza edizione del romanzo, di cui dirò, ricorda una precedente opera di Cesari intitolata “Ricordanze” appunti e note, pubblicata fuori commercio ed “esaurita” a Trieste nel 1889 e ne annuncia una successiva, il romanzo Suggestione, che non risulta aver mai visto la luce. Altrove (Deledda 1964, 981 n. 1) si apprende che Cesari, prima del suo romanzo, aveva pubblicato almeno un’altra novella intitolata Acque morte, apparsa nella “Tribuna Illustrata” l’8 maggio 1891.

2 In questo senso varrebbe la pena di rivedere almeno in parte la storia dell’“Indipendente” che è stata scritta prevalentemente con intenti agiografici e celebrativi in tempi sospetti, ossia in epoca fascista (Veronese 1932 e Coceani 1932) e negli anni in cui la travagliata questione nazionale triestina non si era ancora risolta politicamente (Pagnini 1956; 1959); una prospettiva storica più moderna e ampia potrebbe portare a una miglior definizione del ruolo del giornale come strumento di lotta e a un giudizio più equilibrato sulla travagliata guerra che la redazione combatté con la censura austriaca. Addossare tutte le colpe alla vessatoria autorità asburgica (al netto dei durissimi provvedimenti carcerari che vennero presi) non rende giustizia al lavoro della redazione che si impegnava perché l’ufficio censura avesse quotidianamente modo di occuparsi del giornale.

3 Significativo, a questo proposito, è il confronto fra due esemplari della prima edizione di Una vita (Svevo [1892]) conservati al Museo Sveviano di Trieste dedicate rispettivamente “all’amico Giulio Cesari” e “al mio buon, ottimo Cesare [Rossi] | Nunc et semper” entrambe siglate “Ettore Schmitz” ed entrambe datate “Trieste 12 novembre 1892”. Come è noto, infatti, il romanzo era stato stampato nello scorcio di quell’anno ma gli era stata impressa la data dell’anno successivo, il 1893. È anzi possibile che quella medesima data su due dediche ad amici che probabilmente incontrava, a quell’epoca, quotidianamente alla redazione del giornale, segnali il giorno esatto della consegna delle prime copie all’autore (e committente).

4 Per la complessa questione autoriale circa il Profilo rimando alla scheda di Clotilde Bertoni in Svevo 2004b, 1451-1453

5 Il biglietto fa parte del fondo della corrispondenza di Cesare Rossi conservata alla Biblioteca Civica di Trieste. Si tratta di un foglio dattiloscritto (cm. 17 x 11) in inchiostro violetto (tranne la data topica “Trieste” che è in inchiostro rosso); le parole “e il nome della signora” sono manoscritte a inchiostro nero, come la firma. Assieme a questo dattiloscritto è conservato anche un biglietto da visita di “Ettore Schmitz” in cui il nome “Ettore” è cancellato da un tratto di penna e sostituito da “Letizia”, manoscritto in inchiostro nero; seguono le parole manoscritte “annunzia al compare la propria nascita”, si tratta pertanto della partecipazione al “compare” Cesare Rossi della nascita della figlia di Svevo, Letizia, nata il 20 settembre 1897.

6 È opportuno ricordare che, dopo l’incontro all’“Indipendente”, i nomi di Svevo, Cesari e Benco si ritrovano nuovamente uniti nel 1918 come fondatori del nuovo periodico triestino “La Nazione” che viene ricordata nel succitato Profilo autobiografico di Svevo: “E venne la redenzione. Dalle adunanze che prepararono l’accoglienza alle truppe italiane fu anche decisa la creazione di un giornale veramente italiano: “La Nazione”. A direttore di tale giornale fu designato Giulio Cesari, un antico intimo amico dello Svevo. Veramente un amico letterario, un autodidatta che a forza di studii implicanti veri sacrifici s’era elevato dal posto di tipografo (lui ch’è uno dei pochi cui scorra nelle vene il sangue di nobili antichi triestini) a quello di giornalista. Nell’entusiasmo dell’ora lo Svevo promise la propria collaborazione.” (Svevo 2004b, 811).

7 La nota biografica più completa che sono riuscito a trovare su Giulio Cesari (1869-1943) è quella contenuta nella sezione dedicata alla figlia, Aurelia Reina Cesari, autrice di un tardivo memoriale della guerra ’15-’18, in Curci – Ziani 1993, 244: “Da principio corrispondente triestino di giornali quali il “Secolo XIX”, il “Fieramosca”, la “Gazzetta dell’Emilia”, Cesari entrò all’ “Indipendente” nel giugno 1889, quando i redattori del quotidiano irredentista vennero arrestati in massa. Vi rimase fino al 1892, subendo molte noie e alcuni arresti per reati di stampa, ma riuscendo anche a pubblicare un romanzo non insignificante, Vigliaccherie femminili. Divenne poi redattore capo del “Cittadino” e, infine, dal 1895 fu per vent’anni redattore del “Piccolo”. Dopo l’incendio del giornale ad opera degli austriacanti entrò – nolente, come altri giornalisti triestini – nella redazione dell’organo socialista “Il Lavoratore”; ma il 20 giugno del ’16 non poté sottrarsi alla morsa crescente dei provvedimenti di confino, e venne internato a Linz. Rientrato alla vigilia della liberazione, fondò e diresse con Benco “La Nazione”, uscito dal primo novembre del ’18 al 1922, col preciso intento di far sentire (assente ancora “Il Piccolo”, che riprese le pubblicazioni nel novembre del ’19) una voce genuinamente italiana nel momento del grande trapasso.”.

8 Mi riferisco in particolare alla descrizione insisitita e articolata della stamperia del giornale, con un’attenzione al funzionamento dei macchinari, ampio uso di termine tecnici e specialistici e la ricerca di un effetto d’insieme “concertistico” che, non nella sintassi ma nella concezione, anticipa di molto alcune pagine dei futuristi: “ le macchine [che] rumoreggiavano in cadenza, mosse dalla forza del gas. I carri delle macchine correvano sulle rotaie opache, ubbriache d’olio, con un monotono fremito di ruote pesanti, con piccoli cigolii rauchi di vite, e acri gracidamenti degli ingranaggi, e violenti scossoni di volante, e affannosi brontolii dell’ampio e pesante tamburo, che girava impassibile a baciare la forma stesa supina sulla piastra del carro.” (Cesari 1892, 38).

9 La finzione del manoscritto ritrovato viene abbandonata, tuttavia, nella terza edizione del romanzo (della seconda non mi è stato possibile trovare traccia), pubblicata dallo stampatore triestino Ettore Vram (lo stesso di Una vita e Senilitàdi Svevo) nel 1895. Al testo del romanzo, che ha stampa identica alla prima edizione risultando evidentemente dal riutilizzo dei medesimi piombi (secondo l’economico procedimento che verrà usato da Vram anche per Senilità per il quale riutilizza le righe composte per la stampa a puntate sull’“Indipendente”), Cesari antepone una nota in cui rivela che, a differenza delle due edizioni del 1892, “in breve esaurite”, ha deciso di eliminare dalla terza la prefazione e la dedica che vi aveva premesso “per giustificare con una vecchia finzione il soggettivismo voluto della storia” (Cesari, 1895).

10 Una breve antologia di citazioni, ricche di parole-chiave, sarà sufficiente a darne un’idea; afferma Venturini: “era in me la febbre dell’arte; una malattia atroce, che minava con lentezza, con terribile lentezza la mia anima” (Cesari 1892, 5) e poco dopo precisa “Noi tutti abbiamo dentro di noi qualche cosa: pensiero, idea, parola, malattia, non so: che ci tormenta [...]”(Cesari 1892, 6); quindi aggiunge: “La stanchezza intellettuale del riposo mi dava delle irritazioni profonde: avevo bisogno di lotta, di lavoro, di attività. E mi recavo in redazione a lavorare di cervello, senza toccare la penna, producendo in fantasia lavori splendidi; soffrendo, godendo, estasiandomi nella persecuzione del sogno d’oro. Così, ogni lavoro fantastico era una battaglia e un disastro, da cui uscivo con lunghe stasi di pensiero; quasi concessioni, quasi riposi accordati. Poi mi buttavo nuovamente in quella lotta, con un gran desiderio di vittoria, e anche con un gran desiderio di pace! Lo sa la vecchia scrivania, quanto ho sofferto in quelle ore perdute; lo sa la muta scrivania quanto lavorai senza produrre nulla mai, nulla, nulla!” (Cesari 1892, 7-8). Pur rimarcando la differente tonalità della prosa di Cesari rispetto a quella dell’amico, è difficile, leggendo questo passo, sottrarsi all’eco delle parole che Svevo aveva scritto, il 17 novembre 1890, nel suo saggio Il fumo, pubblicato sull’ “Indipendente”, riguardo la sproporzione fra desideri e atti nella vita del “sognatore: “I sogni saranno arditi e geniali, ma lasceranno una traccia sproporzionatamente piccola in confronto al loro volume; sarà stato sognato un mondo e tracciata una nube, sognato una tragedia o un’epopea e fissato un verso. Il sognatore non è mai conseguente a se stesso perché il sogno porta lontano e non in linea retta mentre la persona conseguente a se stessa si move in uno spazio più ristretto e simetrico [sic]” (ora in Svevo 2004c, 1088).

11“Ah, la vigliaccheria femminile! – scattò Mandelli con una contrazione ironica del ben visino dipinto di sangue come quello di un pupattolo di porcellana. – Anche tu? – gli chiesi con interesse. – È naturale! Non vi sono eccezioni, o sono... molto rare!” (Cesari 1892, 25).

12 Al confine fra le prime e le seconde si situa lo spunto sui nomi delle rispettive protagoniste femminili, l’Angiolina di Senilità che richiamerebbe palesemente la Serafina di Vigliaccherie femminili per la quale ultima Benussi propone una serie di possibili modelli fra le donne letterate che frequentavano la redazione dell’“Indipendente”: Elda Giannelli, Ida Finzi (in arte Haydée) e Nella Doria Cambon (Benussi 2009, 22-23), cui varrebbe la pena di accostare anche i nome di Adele e Argelia Butti, scrittrice la prima, pittrice la seconda, intellettuali di ardente fede irredentista (Curci – Ziani 1993, 59-73), vicine a Cesare Rossi e quindi alla redazione del giornale, cui forse Cesari intende accennare quando dà il nome, neppure allora comune, di “villa Argelia” alla dimora patrizia presso cui Serafina risiede in veste di istitutrice.

13 Di ciò è forse lecito leggere una conferma, più che una smentita nella citata premessa di Cesari alla terza edizione del suo libro, visto che l’autore si preoccupa di “correggere un po’ l’opinione” che di lui si erano fatti molti che avevano dato credito ai giudizi “di taluni critici della nostra regione e del vicino Regno sul carattere intimo di questo romanzo”. Interessante, in questo breve assunto, lo spazio dedicato al “soggettivismo” della narrazione (di cui il precedente espediente del manoscritto ritrovato sarebbe stato una giustificazione) di una storia che secondo i critici, sarebbe narrata “con troppo sentimento per non essere reale: una affermazione questa – commenta Cesari – che sembra negare le prerogative dell’arte” (Cesari 1895) Se lo si ammette per altri riguardi, è difficile negare che anche queste riflessioni sull’autonomia della letteratura e sul canone dell’oggettività sembrano riecheggiare discussioni di redazione.

14 Solo un cenno alla vicenda è in nota in Benussi (2009, 18).

15 Provaglio era allora redattore delle riviste dell’editore romano Perino, con cui Grazia Deledda collaborava, sicché a lui Cesari aveva indirizzato la sua lettera per la giovane scrittrice con preghiera di inoltro.

16 La prima lettera di Deledda a Provaglio in cui si fa cenno a Cesari è del 28 marzo 1892, quando Vigliaccherie femminili, se non è già uscito, è probabilmente in corso di stampa (gli estremi della stampa si collocano fra la data in esergo alla citata introduzione in Cesari (1895): gennaio 1892, e la recensione su “Vita Sarda”, di cui alla nota seguente, che esce il 12 giugno di quell’anno.

17 La recensione è preceduta dall’avviso: “La seguente rassegna è il primo saggio critico che esce dalla penna della nostra assidua collaboratrice, e i lettori ci sapranno grado della primizia”. L’analisi di Deledda, che loda ampiamente il romanzo, lo ascrive “un po’, forse inconsciamente” [alla] scuola psicologica del Bourget” e aggiunge che “v’è pure il soffio della spirituale del Fogazzaro e si sente che l’autore ha già studiato un po’ di tutto, il verismo francese e la letteratura sociale russa, arte e filosofia, e che comprende lo scopo del romanzo moderno” (Deledda 1892, 7). Alla sua prima prova la giovane letterata sarda mostra un’ampiezza di riferimenti e una sensibilità critica considerevoli, soprattutto se messi a confronto, per fare un esempio, con l’opinione che un altro recensore, l’insegnante irredentista spretato Paolo Tedeschi, pubblica in settembre su “La Provincia dell’Istria”, in cui affianca senz’altro Cesari “alla scuola dei realisti”, benché “con una certa tendenza a passare armi e bagaglio tra i Simbolisti” (Tedeschi 1892, 133).

18 Se infatti nella lettera datata “Nuoro, 28 marzo [1892]” Deledda esprime il suo entusiasmo di corrispondere “a quella lettera da romanzo” che le ha mandato Cesari a costo di sfidare “le ridicole esigenze sociali” secondo cui “una signorina ammodo non dovrebbe lanciarsi così, in fantastiche amicizie con giovinotti... d’oltre mare” (Deledda 1964, 981), in quella successiva, del 17 aprile, mentre confessa di essere “gia alla terza lettera” e di essersi gia “scambiato il ritratto” con colui che ancora chiama Giorgio Venturini, ricorda anche un suo recente “bozzetto” scritto “con l’idea sottile di mettere un po’ in derisione gli amori alla Jaufré o Godefroy o Goffredo Rudel, gli amori lontani che son ritornati di moda assieme al fantastico cavaliere provenzale e alla bella Melisenda di Tripoli.” (Deledda 1964, 988-9). Si ricorderà che “Melisenda” è lo pseudonimo che anche Serafina sceglie per celare la sua identità a Giorgio nel romanzo di Cesari e “chi più ignora la dolce e commovente istoria di Rudel e della Contessa di Tripoli?” si chiede Deledda nella sua recensione (Deledda 1892, 7). L’amore del trovatore provenzale Jaufré Rudel per la contessa di Tripoli Melisenda, da lui mai incontrata, era stato rievocato in prosa e in versi in Carducci 1888 e di lì a poco sarebbe stato al centro della pièce La princesse lointaine di Rostand.

19 Perché appunto, come si è detto, nella medesima lettera dichiara di aver già avuto il ritratto di Cesari.

20 Ho riportato lungamente le parole di questa lettera dell’11 novembre 1893 perché il riecheggiamento del romanzo mi appare davvero evidente, al di là dell’utilizzo, di per sé rivelatore, del sintagma “vigliaccheria”. Nei capitoli centrali del romanzo a più riprese Serafina – che si sente nata per l’arte, giova ricordarlo, e ambisce alla gloria letteraria che le si dischiude innanzi – rinfaccia a Giorgio la sua povertà e la sua misera posizione di giornalista squattrinato: “– Capirai: l’ambizione sale. Sono molto cangiata!... È vero. Ma tu.... – Io?... Ah! Io sono sempre uguale... Sono rimasto immutato... – Appunto: immutato: la medesima posizione: lo stesso grado di... miseria, scusami: è la verità; con molte speranze e molte illusioni... Andiamo assai male!” (Cesari 1892, 157). In particolare Serafina rinfaccia a Giorgio la sua impossibilità di esserle di sostegno nella carriera e, anzi, di opporsi espressamente ad essa come a cosa inadatta a una fidanzata: “Quando si hanno di queste idee pel capo non si sposa un’artista. O pure le si offre una vita agiata: la ricchezza... Se tu fossi in grado di sposarmi subito!... ma quanti anni dovrò aspettare!...” (Cesari 1892, 150), circostanza che le fa preferire quello che secondo le parole di Grazia Deledda definiremmo “un uomo forte”, fonte di “una relativa agiatezza” e di libertà: “ - Ma come siete bambino, Giorgio! Voi credete ancora che si si sposi per amore! Mano, ma no, ma no! Ho sposato l’avvocato Veronesi perché egli mi voleva, perché era un “buon partito”, perché mi lasciava intera libertà per ogni manifestazione artistica” (Cesari 1892, 195). Una soluzione pratica suggerita a Serafina (come a Grazia Deledda) dalla stessa “Ragione”: “- Sì – continuò ella senza accorgersi della mia commozione – la Ragione: il nostro matrimonio è impossibile. Sei troppo povero, Giorgio: non voglio offenderti, ma pensa anche tu: non vorrai mica rendermi infelice!” (Cesari 1892, 158).

21 Lo rimarca la stessa Cristina Benussi che, pur muovendo in direzione contraria, riflette: “Non possiamo non ricordare che Annetta Maller, che avrebbe voluto diventare autrice di best sellers, sceglie di sposare un uomo del suo ambiente, avvocato anche lui. Entrambe sono donne dal basso sentire, calcolatrici piuttosto che fautrici di un’elevazione verso le zone alte del sentimento. Che Svevo abbia tratto ispirazione anche da qualche vicenda occorsa al collega?” (Benussi 2009, 18-19).

22 “Lo studio del proprio corpo assumeva in lei l’austerità d’un esame di coscienza, allontanate com’erano da una mente ardita e sveglia tutte le premesse illusorie. – Io sono brutta. – Perché brutta? Perché è brutta una donna? Perché le linee della sua forma carnale non sanno combaciare con quanto l’uomo si va poetando nelle immaginazioni che gli fomentano il desiderio? – Le linee d’Arsinoe, nel corpo e nel volto non combaciavano per fermo coi tipi dell’eterno femminino a cui la fantasia s’innamora. […]– Brutta! – In una inflessione nuova, decisiva, la parola tornava in cospetto al suo corpo come un cenno del fato. – Brutta.” (Benco 1903, 12-13).

23 Sulla dubbia origine delle fortune della famiglia Benazar Benco dissemina lungo il romanzo indizi che si assommano a quelli sulla loro origine ebraica, caratterizzata secondo i più vieti stereotipi della propaganda antisemita dell’epoca; si veda in particolare: “L’adunca e servile natura dei Benazar, prostrata nelle promiscuità secolari dei bugigattoli e spelatasi nell’acri [sic] fumosità della Borsa e nella meccanica mentale dei calcoli” (Benco 1903, 74) e i successivi richiami allo “sciaguratissimo errore della razza” (Benco 1903, 103), alla “lussuria della razza orientale” di Arsinoe (Benco 1903, 147) fino all’esplicito richiamo al prestito a strozzo cui la famiglia doveva la sua prosperità: “Non sono trent’anni che prestavano a usura sui gioielli” (Benco 1903, 247).

24“Bello, giovine, nobile, il Vanderra: e anche sciupato e smunto dalla più oziosa gioventù che mai fosse trascorsa fra guidare cavalli e allentar borse d’imprestito a tavolini da giuoco” (Benco 1903, 22).

25 Interessante figura di letterato che, ad onta del successo mondano che incarna, fa mostra di molte caratteristiche dei personaggi sveviani: è astratto, sognatore, inetto e, come vedremo subito, facilmente soggiogabile.

26 Si ricorderà che Alfonso porta con sé dal paese natale un ingenuo ideale d’amore in base al quale intende “serbarsi puro per porre ai piedi di una dea tutto se stesso”; un ideale cui solo apparentemente rinuncia per evitare il sarcasmo della smaliziata filosofia cittadina, “così che Miceni a torto si vantava di aver operato una conversione” (Svevo 2004a, 72). Più determinato Giorgio difende il suo analogo ideale contro il cinismo di cui Mandelli dà prova dopo la delusione patita a causa della “vigliaccheria” della “bionda Iddia” cui si era prostrato (Cesari 1892, 30). Significativamente poi, entrambi i giovani protagonisti interpretano la loro ricerca dell’ideale non come un’attività cui ci si debba in qualche modo dedicare ma come attesa che “l’ideale venga a loro” (cfr. Svevo 2004a, 73; Cesari 1892, 32-33), secondo una teoria dell’attesa che Deledda riconduce a Spinoza (Deledda 1892, 7). Più ambigua e interessante perché fuori dalle secche del vittimismo – tanto che il personaggio rimane l’unico carattere maschile de La fiamma fredda non destinato a una disfatta morale senza appello – l’evoluzione/involuzione del pittore Vansal rispetto ai suoi ideali di gioventù, come la si ricava da una conversazione con Ruda: “Sono molto mutato da allora! – sospirò Vansal alle nuvole, terminando il sospiro ne’ begli occhi d’una passante che lo ricondussero in terra. – Quello che tu richiami dal passato era una mia forma apocrifa. Quello che vedi adesso, è una creatura più miserabile della polvere e della muffa; ma genuina, vedi, genuina come il succo dell’uva che spremi fra le dita. Io ero marcio d’illusione. Me ne sono poscia guarito sopra l’unica via, sopra la via del piacere” (Benco 1903, 291). citazioni

27 Il tema, ben presente in Una vita, ancorché soltanto suggerito, è esplicitamente dichiarato nel romanzo di Cesari in cui Mandelli declina come segue l’ideale femminile: “L’avevamo posta al disopra di tutto: fanciulla, sposa, madre: era l’ideale.” (Cesari 1892, 183) e potentemente evocato in quello di Benco in cui la scena della seduzione del poeta Mariano Ruda è intessuta di “lente carezze imperiose per le quali si ridesta nell’uomo il brivido di certi smarrimenti infantili rifugiatisi a un grembo” e ad Arsione vengono attribuite qualità “materne”; Benco 1903, 116. citazioni

28 Non servirà aggiungere molto a quanto detto per quanto riguarda i personaggi di Serafina e di Arsinoe; per quanto attiene a Una vita si ricorderà per lo meno, a questo proposito, la figura della signorina Francesca, governante e amante del signor Maller e, ambiguamente centrale, la vicenda di Lucia Lanucci.

29 “- La vedrà! È bellissima così. Passa mezza giornata a tavolino. Ecco almeno una vocazione che non inquieta nessuno; fra qualche mese non ne parlerà più. Credo le abbia turbata la mente la fama conquistata in Italia da altre donne. Queste donne! Una comincia e le altre seguono come le oche. L'esempio degli uomini non conta per esse. Imitano questa, imitano quella, e mai s'accorgono d'imitare, perché i loro cervellini ne sanno tanto di originalità da ritenerla equivalente ad esattezza, esattezza nella copia. L'originale fra loro è quella che per la prima imita gli uomini.” (Svevo 2004a, 98).con le riflessioni del poeta ne La fiamma fredda («Non era ignota a Mariano Ruda la presunzione dell’ingegno femminile d’impersonarsi in ogni più vasto argomento e talvolta, nell’ipocrisia di un detto garbato, aveva occulto malamente il disgusto per le sofisticatrici pettegole. Della donna filosofante aveva scritto molto male nei suoi libri di prosa.», cit., p. 41) e accostare entrambi alla riflessione ancor più netta, circostanziata e misogina di Mandelli in Vigliaccherie femminili che riconduce direttamente

30 “Non era ignota a Mariano Ruda la presunzione dell’ingegno femminile d’impersonarsi in ogni più vasto argomento e talvolta, nell’ipocrisia di un detto garbato, aveva occulto malamente il disgusto per le sofisticatrici pettegole. Della donna filosofante aveva scritto molto male nei suoi libri di prosa.” (Benco 1903, 41).

31 “Bada: l’idea del tradimento entra nel cervello della donna con l’acuirsi della sua educazione intellettiva. Dove vi è alta cultura vi è pervertimento profondo. Una donna artisticamente colta cade con maggior facilità di un’altra.” (Cesari 1892, 181).

32 “Ah! non è questione di trasformazione. Non è ne pur questione di esaurimento, di insensibilità, di deficienza di nervi o di anemia di pensiero. Lombroso, il gran mago moderno, ha dimostrato che la donna è meno sensibile dell’uomo, che è falsa idea il credere una donna un essere dotato di eccezionale sensibilità...” (Cesari 1892, 183-184).

33 Mi rifaccio al recente intervento di Luca Curti al XV Congresso Nazionale dell’Associazione degli Italianisti Italiani (ADI) svoltosi a Torino fra il 14 e il 17 settembre 2011, gentilmente messomi a disposizione dall’autore.

34 Citato da Curti (2011).

35 “ Dovevate imporvi! La donna è assai debole. Bisogna che l’uomo da lei amato non sia più debole di lei. Se no: addio amore, addio affetti, addio doveri: siete stato debole Giorgio!...” (Cesari 1982, 193).

36 Faccio solo un cenno alla possibilità che, abbandonando il terreno filosofico comune a Cesari e Svevo (Schopenhauer, Lombroso) ci si debba indirizzare al mondo del teatro teatrale, che lega piuttosto Svevo e Benco, negli anni successivi al dibattito su Ibsen.






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