Riccardo massa



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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI MILANO - BICOCCA DIPARTIMENTO DI SCIENZE UMANE PER LA FORMAZIONE “RICCARDO MASSA”
DOTTORATO DI RICERCA IN ANTROPOLOGIA DELLA CONTEMPORANEITÀ:

ETNOGRAFIA DELLE DIVERSITÀ E DELLE CONVERGENZE CULTURALI

Politiche della genitorialità nel Post-Welfare.

Il caso dei genitori di bambini con ADHD a Detroit e New York (USA)

Coordinatore Dottorato: Chiar.mo Prof. Ugo Fabietti Relatore: Chiar.mo Prof. Roberto Malighetti


Candidata: Francesca Nicola


XXV CICLO


Such a parent, in this view, shares body with the child twice over. First is the body of genetic inheritance, a given, a matter regarded colloquially as being of common blood or common substance.

Second is the body that is a sign of the parent’s devotion, or neglet, and in the middle class milieu it is above all through the application of knowledge that the parent’s efforts make this body.

Marilyn Strathern



Kinship, Law and the Unexpected: Realtives are Always a Surprise.

INDICE




Introduzione


La genitorialità intensiva negli Stati Uniti 7

Genitorialità intensiva e ADHD 10

Gli studi antropologici sull’ADHD 13

I Parenting Culture Studies e l’antropologia della parentela 15

Il contesto della ricerca: un’antropologia del centro 18

La raccolta dei dati 23

Il bagaglio epistemologico e il mio posizionamento 25

Alcune notazioni editoriali 27

I capitoli 28



  1. Who Run the World? Girls”.

Genitorialità intensiva, razza e classe sociale

La doppia anima di Bed-Stuy 32

Una diagnosi ambigua 36

Stili genitoriali e classe sociale nelle scienze sociali 41

Beyoncé e la maternità nera 44

Il womanismo 47

Womanismo e “nuovo mammismo” 50

Maternità intensiva e riforma del Welfare 52

Nuovo mammismo e neoliberismo 55


  1. Some mothers bring it to the CEO level”.

La maternità intensiva fra competizione e riproduzione sociale

Una famiglia isolata 60

La professionalizzazione della genitorialità: il party 65

Genitori elicottero 71

La sorveglianza fra madri 78


  1. Only you can rewire your kid’s brain”. Genitorialità intensiva e determinismo neurologico

Angela e Peter 84

A game change” 88

Una de-colpevolizzazione parziale 95

La genitorialità come azione affermativa 97

Una cattiva IDEA 100

La “neuro-genitorialità” 103

Un’economia politica della speranza 109



  1. We parents are ambassadors of love”.

Genitorialità intensiva e determinismo emotivo

Le abitudini del cuore 112

L’ADHD come disturbo delle emozioni 115

Gestire le emozioni 120

Io, Judy e le nostre emozioni 123

Il modello del genitore terapeuta 130

Censurare la rabbia 133

La cattiva madre disconnessa 136



  1. Stay Cool, Calm and Connected”

Genitorialità positiva e costruzione della mascolinità

Power Struggles 141

Tough love 146

La genitorialità positiva 152



Power Struggles e mascolinità 157

Indulgenza materna e costruzione della mascolinità 162



  1. Detroit hustles harder”

La genitorialità intensiva in uno stato di eccezione

Teresa e la sua famiglia 167

ADHD, razza e identità culturale 170

Due città, una storia 175

Istruire i genitori 182

La genitorialità intensiva come ideologia del capitalismo 184



Conclusioni 187

Bibliografia 199


Introduzione

Il presente lavoro, basato su una ricerca di campo condotta tra il 2011 e il 2013, esplora le ideologie e le pratiche di genitorialità intensiva attraverso il caso specifico dei genitori di bambini cui è stata diagnosticata l’ADHD (Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder) nelle aree di Detroit e di New York (Stati Uniti). Si colloca all’interno dei Parenting Culture Studies 1, ossia delle riflessioni prodotte da un gruppo di ricerca interdisciplinare che dal 2008 ha coagulato attorno a sé studiosi provenendo da ambiti diversi (la sociologia e l’antropologia della famiglia, i New Kinship Studies, l’antropologia medica e i Social Policy Studies) per ragionare attorno ai costi sociali e individuali di quella che, riprendendo la sociologa Sharon Hays (1996), hanno definito “ge- nitorialità intensiva”, ossia estremamente impegnativa in termini economici, emotivi e di tempo (Arendell, 2000; Bell, 2004; Douglas e Michaels, 2004; Freely, 2000; Hochschild, 2003; Maher e Saugeres, 2007; Ramaekers e Suis- sa, 2012; Umansky, 1996; Warner, 2005; Faircloth, Hoffman, e Layne, 2013;

Rizzo, Schiffrin, e Liss, 2013; Riggs e Shaw, 2008; Wall, 2010; Kukla, 2005)

Al di là delle loro differenti concettualizzazioni (alcuni assumono come lente teorica la razza, altri l’identità, altri ancora il potere della relatedness), gli studiosi dei Parenting Culture Studies concordano nel sostenere che la genitorialità oggi sia contraddistinta da una posizione paradossale. Da un lato essa appare sempre più privata e individualizzata (vedi anche Giddens, 1992; Solinas, 2004; Viazzo, 2002)2, dall’altra è resa iper-visibile, moralizzata e sempre più





  1. Il Center for Parenting Culture Studies (CPCS) ha sede presso la School of Sociology, So- cial Policy and Social Research della University of Kent. Le tappe fondamentali che hanno portato al coagularsi di studiosi attorno a questo centro sono stati due panel dell’American Anthropological Association: il primo, nel 2008, dal titolo Imagined Futures and Limited Presents: Engaging Parenting and Inequality in Contemporary North America; il secondo, nel 2010, intitolato What is New about Parenting? Kinship, Politics and Identity.

  2. La ricerca antropologica ha manifestato da tempo l’allontanamento progressivo dal model- lo nucleare-coniugale, basato sulla coppia eterosessuale, sposata e con figli, espressione della sintesi fra biologico, sociale e giuridico. Le forme familiari contemporanee esprimono una più accentuata scelta personale e l’assunzione di una maggior responsabilità individuale nella cura e negli affetti. Le famiglie di oggi sono spesso esito di pratiche relazionali complesse

oggetto di strategie educative e di politiche sociali, sia a livello locale che globale (Bristow, 2009; Gillies, 2006; Hardyment, 2007; Freely, 2000).

La letteratura antropologica, e in particolare l’antropologia post-colonia- le dell’infanzia da tempo ha messo in luce come l’infanzia in tutto il mondo costituisca un importante sito di ideologie politiche e di modelli educativi contrastanti (ad esempio Scheper-Hughes e Sargent, 1998; Stephens, 1995). I Parenting Culture Studies, in maniera simile ma spostando il focus dell’anali- si sui genitori, si concentrano sui processi attraverso i quali le idee sviluppati in contesti specifici su come crescere i figli si intersechino con le tendenze all’intensificazione, alla professionalizzazione e alla moralizzazione delle genitoriali-tà messe in atto delle agende politiche nazionali e internazionali e ben sinte-tizzate dal termine “parenting”. Diane Hoffman e Frank Furedi hanno esplorato a fondo come l’uso di questo termine, declinato nella sua forma verbale, a sottolinearne l’operatività, in luogo del sostantivo “parent”, costituisca un fenomeno relativamente recente nelle società angloamericana. Esso è stato infatti introdotto negli anni Cinquanta dagli psicologi, dai sociologi e della letteratura del self-help per indicare uno scarto rispetto a una genitorialità intesa come evento ordinario nel normale ciclo vitale. Di fatto esso si traduce nell’introduzione di pratiche di cura e di allevamento dei figli da assumersi come funzioni pianificate, deliberate e consapevoli e basate su competenze specifiche tratte dalle scienze dello sviluppo infantile (Furedi, 2002, 2009, 2011; Hoffman, 2003, 2013).

L’idea che l’investimento genitoriale sia cruciale per il futuro sviluppo dei figli, affermatosi in seguito alla nascita della pedagogia moderna e basato sull’idea illuminista per cui l’uomo diventa tale attraverso l’educazione, si è rafforzato in seguito a specifici mutamenti sociali. La nascita di nuovi ceti e della legge di mercato all’interno della società industriale fra il XVIII e il XIX

che riflettono le spinte dei singoli individui verso forme di valorizzazione soggettiva e per- corsi di vita più individualizzati. La visione critica di queste prospettive ha prosperato anche grazie alla letteratura di matrice anglosassone, che ha sottolineato come i cambiamenti in atto non siano riconducibili semplicemente a scelte individuali ma in modo più complesso ai modi in cui le persone fanno i conti con i cambiamenti delle condizioni relazionali, strutturali e culturali in cui si trovano a vivere. Altri, di matrice italiana (Solinas, 2004; Viazzo, 2002, 2008; Rosina e Viazzo, 2008; Grilli e Zanotelli, 2011) hanno messo in luce gli effetti della “seconda transizione demografica” sull’etica dei rapporti fra generi e fra generazioni, contri- buendo al dibattito antropologico sulle nuove modalità di costruzione sociale e biogenetica del legame di filiazione, considerato alla luce delle recenti trasformazioni demografiche e strutturali (denatalità, rarefazione dei sistemi parentali, instabilità coniugale, ecc.).

secolo ha reso le posizioni sociali non più ereditate ma frutto di capacità e di conoscenze acquisibili attraverso l’educazione. Esso si affermò quindi nella borghesia come strumento di scalata sociale o come assicurazione contro la retrocessione sociale. In parallelo all’idea di investimento educativo, nel XVIII e XIX secolo si è anche affermato il concetto di “dovere genitoriale” ad assicurare la salute dei bambini. Furono elaborate regole per una corretta igiene e nutrizione infantili, secondo un processo di civilizzazione che, partito dalle famiglie borghesi nella seconda metà del XIX secolo, si estese anche a quelle operaie (Frevert, 1984). Con gli sviluppi della medicina, della pedagogia e della psicologia, il dovere alla salute dei figli acquisì un peso acnora maggiore nella seconda metà del XX secolo. La diminuzione della natalità e l’aumento dei salari resero le nuove generazioni una risorsa scarsa, la cui prosperità doveva necessariamente essere assicurata. Fiorirono in quel periodo pratiche di correzione dei difetti medici (strabismo, balbuzie, enuresi notturna) e di rinforzo delle predisposizioni individuali dei singoli bambini. Prosperò al contempo l’industria dei consulenti per genitori, caratterizzata da un’istanza comune: la crescita del bambino era definita come compito privato e come una responsabilità personale dei ge-nitori e in particolare della madre.

A rendere l’idea di investimento genitoriale ancora più forte contribuì in- fine la psicologia, che vide l’affermarsi dell’idea dell’importanza cruciale dei primi tre anni di vita e degli effetti a lungo termine deleteri della deprivazione materna. Furedi (2011) ha descritto il lascito culturale di queste concezioni come “the burden of bonding”, il peso del legame, mostrando come le teorie dell’attaccamento di Freud, Bowlby ed Erikson, nella loro versione semplifi- cata e banalizzata, si siano sedimentate culturalmente in molti Paesi europei e negli Stati Uniti, sino a ridursi all’idea che la genitorialità nella prima infanzia sia la maggiore variabile in grado di influenzare il destino di un bambino” (Furedi, 2001, p. 33).

Parallelamente all’idea di investimento genitoriale, sostengono gli stu- diosi dei Parenting Culture Studies, si è andata consolidando anche una propensione socio-culturale a percepire la genitorialità come una sfera molto importante e problematica della vita sociale, molto spesso come fonte primaria di un’ampia serie di problemi sociali (Freely, 2000). Il modo in cui i genitori nutrono i loro figli, quando li hanno messi a letto, ciò che leggono loro, come li disciplinano, come giocano con loro a casa e come li fanno svagare all’aperto sono diventate oggi questioni contestate. Le routine educative sono state a lungo oggetto di dibattito, ma è evidente che tale dibattito è diventato particolarmente intenso negli ultimi.

anni (Bristow, 2009; Gillies, 2006; Hardyment, 2007).

Il rischio, sottolinea Furedi, è che risulti egemonico un certo “determini- smo educativo”, ovvero la tendenza a considerare tutti i problemi della società come il risultato di una cattiva genitorialità, trascurando le responsabilità po- litiche e collettive del disagio sociale. È dello stesso avviso Jerome Kagan, che ha definito il determinismo nella prima infanzia una delle “Tre idee che ci hanno sedotto” (Kagan, 2001), sottolineando che molte società occidentali (e in particolare quella statunitense) sono attraversate da una volgarizzazione a-problematica delle teorie dell’attaccamento, ridotte alla convinzione che le esperienze dei primi anni di vita, in primo luogo le cure materne e il gioco interattivo della diade madre-figlio, rappresentino la forza più potente nel pla- smare la vita.

Più in particolare, i Parenting Culture Studies rilevano come la politi- cizzazione della genitorialità oggi avvenga facendo leva sui concetti morali di rischio e di colpa. In comune hanno il fatto di partire da situazioni margi- nali (sia dal punto di vista statistico che ideologico) per allargare lo sguardo sul tema più ampio della genitorialità. Si va dallo studio delle donne che in gravidanza consumano alcool (Lee e Lowe, 2010)3 a quello degli insegnanti inglesi ingiustamente accusati di molestie (Piper e Sikes, 2010)4, dalle madri inglesi adolescenti (Macvarish, 2010)5 alle donne che allattano a lungo termi-




  1. Ellie Lee e Palm Lowe (2010) analizzano come, in Gran Bretagna, il Foetal Alcohol Spectrum Disorder (FASD), pur essendo un raggruppamento di sintomi controverso, sia eti- chettato dai media come “disturbo” che rischia di compromettere lo sviluppo fetale. Le due studiose sostengono che, a dispetto della mancanza di evidenza scientifica sugli effetti di un uso moderato di alcool in gravidanza, il clima di allarmismo che i media e le politiche pubbli- che hanno creato, riflette e riproduce le ingiunzioni culturali sulla maternità ideale. In questo senso forniscono una genealogia dell’ansia culturale, mostrando come l’evidenza clinica ha poco peso sulla percezione pubblica; piuttosto è una questione epidemiologica su come gli stereotipi assumano velocità sociale nelle vite private e nei discorsi pubblici.

  2. Heather Piper e Pat Sikes (2010) mostrano come il contatto fra bambini e professionisti in loco parentis sia divenuto un terreno privilegiato per osservare le retoriche e le politiche del rischio. Prendendo le mosse dall’osservazione che nella cultura genitoriale il bambino sia sempre più rappresentato come vulnerabile, innocente, bisognoso di protezione e anche inca- pace di mentire documentano nel dettaglio il devastante percorso professionale e personale di maestri falsamente accusati di abusi su minori. Il loro lavoro esamina criticamente il difficile equilibrio fra il bisogno di protezione di cui l’infanzia necessità e il rischio e gli effetti colla- terali di una visione paranoide dell’infanzia come categoria a rischio, che finendo per minare l’autorevolezza sociale degli insegnanti produce danni altrettanto gravi.

  3. Jan Macvarish (2010) mette in luce come la figura della madre adolescente incarni perfetta-

ne (Faicloth, 2013)6.





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