Ricordo di P. Pio Parisi a un anno dall’ascesa al Padre



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29.03.2019
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Alberto La Porta
C’è un approccio mistico di suor Chiara, e Pio aveva trovato sostegno in questa amicizia spirituale che riguarda tutti noi. Siamo stati già due volte ad Urbino e abbiamo preso l’impegno con lei di continuare una conversazione, una raccolta di idee a partire dal suo impegno.
Laura Marini
Suor Chiara Patrizia continua a mandarci dei “frammenti-poesie-preghiere” che stiamo cercando di raccogliere per fare un secondo libretto (il primo è già stato pubblicato).
Laura Marini

Padre Pio da Pietralata, così amava chiamarsi scherzosamente. L’ho conosciuto nel lontano 1975 quando approdò alle Acli. Aldo De Matteo, mio marito, si occupava della formazione e Pio era una delle poche persone che avevano ingresso libero a casa nostra. All’inizio, inspiegabilmente, mi metteva soggezione, un sentimento che è durato a lungo e che si è risolto solo qualche anno dopo quando ho iniziato a frequentare gli incontri che si tenevano a S. Roberto Bellarmino.

Avevo lasciato il lavoro appena sposata, mi prendevo cura della mia famiglia, ma tutto questo non mi bastava e lui se ne accorse. Mi tirò fuori da quell’isolamento e mi “invitò” a frequentare via degli Ortaggi. Un impegno che, cominciato in sordina, piano piano si è trasformato col tempo in un vero e proprio lavoro, che mi prendeva mente e cuore, fonte sempre di cose nuove inseguendo, con tutte le mie limitazioni, la sua fede limpida e il trasparente messaggio di speranza che cercava, cerca, di comunicare a quanta più gente possibile, convinto che dall’amicizia spirituale nascono frutti graditi al Padre e necessari, indispensabili alla sua Chiesa.

Lavorando per lui e con lui mi ha portato un vento nuovo e antico, eco di giorni lontani e altre persone straordinarie che avevo conosciuto quando anch’io avevo lavorato alle Acli. Ivan Cornioli e Luisito Bianchi; poi Pino Stancari e Pio: le “pietre d’inciampo” che il Signore ha messo sulla mia strada e che hanno cambiato la mia vita.

Sono per natura un po’ pasticciona e poco costante, ma lui riusciva a portarmi più in là delle mie debolezze, a farmi sentire che collaboravo a qualcosa di più grande di me e anche di lui.

“La signora Laura” mi chiamava quando mi presentava persone o parlava di me ad altri. E questo mi faceva sorridere; se ci penso sorrido ancora…

Andavo a via degli Ortaggi due, tre volte a settimana; poi c’erano gli incontri che programmava con meticolosità e preparava accuratamente giorni e settimane prima. Non sempre comprendevo i suoi scritti, che trascrivevo e lui pazientemente correggeva senza mai farmi pesare un errore o una dimenticanza. Mi chiedeva spesso cosa ne pensavo e a volte mi spiazzava perché faticavo a comprendere quelle parole così dense e ricche. Forse ci capisco più oggi quando mano a mano mi vengono in mente e mi ritrovo spesso a pensare: Pio diceva che… o avrebbe fatto così; e ancora mi aiuta a capire, ad allargare lo sguardo alle cose del mondo. Ecco, forse quello che rimane ora più forte è proprio il fatto di riuscire ad alzare lo sguardo, ad allontanarlo dal mio piccolo io per aprirlo a tutto il mondo, a tutte le persone, uomini e donne sofferenti in ogni angolo della terra. Se oggi riesco a guardare alla mia condizione con il necessario distacco e ad inserirla nella corrente dell’umanità sofferente lo devo a lui; se oggi riesco a non preoccuparmi del “mio” domani, se cerco di avere un occhio attento a quanto succede tutto intorno lo devo a lui. Al funerale di Aldo ricordò la strage di Beslan e molti si chiesero “che c’entra?”… Lui sapeva che c’entrava… Ne parlava spesso e lo scrisse poi nella “Messa sul mondo”, uno degli ultimi scritti.

Arrivavo la mattina, scambiavamo due chiacchiere sulle nostre vite e su quanto succedeva intorno, scambiavamo qualche confidenza sulle nostre debolezze e sofferenze (ricordo le lunghe notti insonni che lo tormentavano); diceva di aver bisogno di meno medicine e tanta vitamina P dove la “p” stava per pazienza, mentre i suoi problemi di salute si facevano pesanti e la sua sensibilità era messa a dura prova; sentiva che le forze venivano a mancare, ma preferiva non parlarne: “faccio di tutto per non pensarci e voi me lo ricordate sempre…”, con la consueta ironia, ma anche un po’ di amarezza. Negli ultimi anni poi gli piaceva raccontarmi storie della sua infanzia, della sua famiglia, il tempo della guerra, degli studi, l’affetto che lo legava ai fratelli e alla sorella, il suo amore per la montagna (“vedi – diceva – aver fatto roccia oggi mi aiuta: ho imparato ad usare le dita delle mani come appigli”...). Solo un occhio attento però poteva cogliere la sofferenza, per esempio, dopo la morte del fratello Luigi: il pudore per i sentimenti era forte.

Mi faceva sentire capita anche se ascoltava in silenzio; solo raramente mi “stoppava”, a volte bruscamente, se esageravo in autocommiserazione o eccessivi sensi di colpa.

Gli raccontavo qualche mia disgrazia o dispiacere. La sua capacità di ascolto era enorme, ascoltava tutto e tutti con pazienza certosina e reale partecipazione e com-passione. Raramente ci metteva del “suo” perché convinto che il solo fatto di poter raccontare fatti, sentimenti, esperienze era di per sé lenitivo di sofferenze. E solo su precise e insistenti richieste interveniva ma sempre partendo dalla Parola e dall’esperienza del Mistero: brevi frasi che portavo con me e rimuginavo poi in silenzio. Ci rimugino molto ancora.

Poi mi faceva leggere quanto aveva pensato e scritto e ragionavamo insieme su come era meglio comunicarlo. La sintonia era/è forte: il suo amore per la Chiesa, tutta la Chiesa, insieme alla sofferenza per le ambiguità della gerarchia e per quelle della Compagnia erano la sua forza e spesso la sua pena. Soffriva molto per le incomprensioni all’interno della Compagnia e per le debolezze della gerarchia che vedeva compromessa nelle pieghe del potere e del denaro. Scriveva spesso a vescovi, alti prelati, anche al papa e ai suoi confratelli ricevendo puntualmente qualche umiliazione in risposte generiche, anche se affettuose, o in non risposte.

Maggiore consolazione riceveva da persone più modeste, i “piccoli” come li chiamava citando spesso il vangelo di Luca. E tanti “piccoli” bussavano alla sua porta. Ha sempre cercato di farsi lui stesso “piccolo”, col suo metro e novanta di altezza, vivendo e morendo in quel piccolo appartamento condiviso sempre con gli studenti.



Grazie Pio, io non ti ricordo, io sento che vivi, mi accompagni e mi accompagnerai ancora per il tratto di strada che è rimasto.
Alberto: la mia esperienza di lavoro e di impegno è nata nelle Acli, in Gioventù Aclista e lì conobbi Laura. La provvidenza ha voluto che, attraverso me – io non ho nessun merito – Pio conoscesse le Acli, se ne interessasse nel suo itinerario fino ad arrivare ad esserne l’accompagnatore spirituale. Quindi esperienze nella Compagnia di Gesù, nella Cappella universitaria, nelle Acli, appartamenti per studenti fuori sede, rapporti con gruppi a Cosenza, Parma, Napoli, Roma e la vita nel quartiere di Pietralata: una miniera, un mosaico che in lui si unificano.



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