Riforma sociale o rivoluzione? Rosa Luxemburg (1899) parte I



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RIFORMA SOCIALE O RIVOLUZIONE?

Rosa Luxemburg

(1899)
PARTE I1
Il titolo del presente scritto può a tutta prima sorprendere. Riforma sociale o rivoluzione? La socialdemocrazia può dunque essere contro la riforma sociale? O può contrapporre la rivoluzione sociale, il rovesciamento dell'ordine esistente, che costituisce il suo scopo finale, alla riforma sociale? Sicuramente no. Al contrario, per la socialdemocrazia la lotta pratica quotidiana per delle riforme sociali, per il miglioramento della condizione del popolo lavoratore anche sul terreno dell'ordine esistente, per delle istituzioni democratiche, costituisce la sola via per condurre la lotta di classe proletaria e per lavorare in vista dello scopo finale, che è la presa del potere politico e l'abolizione del salariato. Fra riforma sociale e rivoluzione sociale esiste per la socialdemocrazia un nesso indissolubile, in quanto la lotta per le riforme costituisce il mezzo ma lo scopo è la trasformazione della società. Una contrapposizione di questi due momenti del movimento operaio noi troviamo per la prima volta nella teoria di E. Bernstein come egli l'ha esposta nei suoi articoli Problemi del socialismo nella Neue Zeit 1897-98 e particolarmente nel suo libro Presupposti del socialismo. Tutta questa teoria non conclude ad altro che al consiglio di rinunciare alla trasformazione della società, cioè allo scopo finale della socialdemocrazia, e di fare viceversa della riforma sociale lo scopo anziché un mezzo della lotta di classe. Bernstein stesso ha formulato i suoi punti di vista nel modo più preciso e incisivo quando ha scritto: "Lo scopo finale, qualunque esso sia, per me è nulla, il movimento è tutto". Ma poiché lo scopo finale socialista è il solo momento decisivo che distingue il movimento socialdemocratico dalla democrazia e dal radicalismo borghesi e che trasforma tutto il movimento operaio da un'inutile rattoppatura per la salvezza dell'ordine capitalistico in una lotta di classe contro quest'ordine e per la sua abolizione, la domanda "riforma sociale o rivoluzione" nel significato bernsteiniano equivale per la socialdemocrazia alla domanda: essere o non essere? Nella controversia con Bernstein e i suoi seguaci non si tratta in ultima analisi di questo o quel metodo di lotta, di questa o quella tattica, ma dell'intera esistenza del movimento socialdemocratico. Comprendere ciò è doppiamente importante per gli operai, perché qui si tratta proprio di loro e della loro influenza nel movimento, perché è la loro pelle che qui si porta al mercato. L'indirizzo opportunistico nel partito, formulato teoricamente da Bernstein, non è altro che l'inconscia aspirazione ad assicurare il predominio agli elementi piccolo-borghesi affluiti al partito e a rimodellare secondo il loro spirito la prassi e gli scopi del partito. Il problema della riforma sociale e della rivoluzione, dello scopo finale e del movimento è l'altra faccia del problema del carattere piccolo-borghese o proletario del movimento operaio.

1. Il metodo opportunistico

Se le teorie sono immagini dei fenomeni del mondo esterno riflesse nel cervello umano, bisogna in ogni caso aggiungere, quando si tratta della teoria di Eduard Bernstein, che sono sovente immagini capovolte. Una teoria dell'instaurazione del socialismo mediante riforme sociali, dopo che sono state messe definitivamente a dormire le riforme sociali tedesche; del controllo dei sindacati sul processo produttivo, dopo la sconfitta dei, meccanici inglesi2; della maggioranza parlamentare socialdemocratica, dopo la revisione della costituzione sassone e gli attentati al suffragio universale per le elezioni al Reichstag3. Ma il centro di gravità delle argomentazioni di Bernstein non sta, a nostro parere, nelle sue opinioni sui compiti pratici della socialdemocrazia, bensì in ciò che egli dice sul corso dello sviluppo obiettivo della società capitalistica, con cui quelle opinioni sono in strettissimo rapporto. Secondo Bernstein un crollo generale del capitalismo diventa sempre più improbabile a mano a mano che esso si sviluppa, perché da un lato il sistema capitalistico dimostra una sempre maggior capacità di adattamento e dall'altro la produzione si differenzia sempre di più. La capacità di adattamento del capitalismo secondo Bernstein si manifesta in primo luogo nella scomparsa delle crisi generali, grazie allo sviluppo dei sistema creditizio, delle organizzazioni imprenditoriali e delle comunicazioni come pure del servizio di informazioni; in secondo luogo nella tenace sopravvivenza dei ceto medio in seguito alla costante differenziazione delle branche di produzione e all'ascesa di larghi strati del proletariato nel ceto medio; in terzo luogo infine nel miglioramento della situazione economica e politica del proletariato in seguito alla lotta sindacale. Ne deriva, per la lotta pratica della socialdemocrazia, il concetto generale che essa non debba indirizzare la propria attività alla conquista del potere politico, ma al miglioramento della situazione della classe operaia e all'instaurazione del socialismo non attraverso una crisi sociale e politica, bensì estendendo progressivamente il controllo sociale ed attuando gradualmente il principio della cooperazione. Bernstein stesso non vede nulla di nuovo nelle cose che espone, ed anzi pensa che esse concordino tanto con singole asserzioni di Marx ed Engels, quanto con l'indirizzo generale seguito sino ad ora dalla socialdemocrazia. A nostro avviso invece sarebbe difficile negare che la concezione di Bernstein sia in realtà in assoluto contrasto con l'orientamento del socialismo scientifico. Se tutta la revisione di Bernstein si riassumesse nella tesi che il corso dello sviluppo capitalistico è molto più lento di quanto siamo abituati ad ammettere, ciò in realtà significherebbe soltanto un differimento della conquista del potere politico da parte del proletariato rispetto a quanto si prevedeva fino ad ora, e praticamente ne potrebbe derivare tutt'al più un ritmo più calmo della lotta. Ma non si tratta di questo. Ciò che Bernstein ha messo in discussione non è la rapidità dello sviluppo, ma il corso stesso dello sviluppo della società capitalistica e conseguentemente il passaggio all'ordinamento socialista. Se la teoria socialista ha ammesso fino ad ora che il punto di partenza della rivoluzione socialista sarebbe stato una crisi generale distruttrice, bisogna, a nostro modo di vedere, distinguere a questo proposito due cose diverse: l'idea fondamentale che vi è contenuta e la sua forma esteriore. L'idea fondamentale consiste nel ritenere che l'ordinamento capitalistico farà maturare da sé, grazie alle proprie contraddizioni, il momento in cui cadrà in sfacelo, in cui esso diventerà semplicemente impossibile. Che questo momento sia stato concepito sotto forma di una crisi economica generale e catastrofica non è accaduto naturalmente senza buone ragioni, ma nondimeno rimane per l'idea fondamentale un fatto marginale e non essenziale. La base scientifica del socialismo infatti si appoggia notoriamente su tre risultati dello sviluppo capitalistico: anzitutto sulla crescente anarchia della economia capitalistica, che porta inevitabilmente alla sua scomparsa; in secondo luogo sulla progressiva socializzazione del processo produttivo, che crea le condizioni positive del futuro ordine sociale; e in terzo luogo sulla crescente organizzazione e coscienza di classe del proletariato che costituisce il fattore attivo del rivolgimento immanente. E' il primo di questi pilastri del socialismo scientifico che Bernstein elimina. Egli afferma cioè che lo sviluppo capitalistico non andrebbe incontro a un crollo economico generale. Ma con ciò egli non nega semplicemente quella certa forma di rovina del capitalismo, ma il fatto stesso della rovina. Egli dice testualmente: "Si potrebbe obiettare ora che, quando si parla del crollo della società odierna, si ha in mente qualche cosa di più di una crisi economica generalizzata e più grave delle precedenti, cioè un crollo totale del sistema capitalistico per le sue proprie contraddizioni". E a ciò egli risponde: "Un crollo pressoché contemporaneo e totale dell'odierno sistema produttivo, non diviene, con l'evoluzione progressiva della società, più, probabile, ma più improbabile, perché tale evoluzione accresce da un lato la capacità di adattamento e dall'altro, in pari tempo, la differenziazione della industria"4. Ma sorge allora il grave problema: perché e come arriveremo noi in generale alla meta finale dei nostri sforzi? Dal punto di vista del socialismo scientifico la necessità storica della rivoluzione socialista si manifesta anzitutto nell'anarchia crescente del sistema capitalistico, che lo spinge in un vicolo cieco. Se invece si ammette con Bernstein che lo sviluppo capitalistico non va verso la propria rovina, il socialismo cessa di essere obiettivamente necessario. Delle pietre basilari delle sue fondamenta scientifiche rimangono soltanto le due altre conseguenze dell'ordinamento capitalistico: la socializzazione del processo produttivo e la coscienza di classe del proletariato. Bernstein ha presente anche questo quando dice: "La concezione socialista non perde (con l'eliminazione della teoria del crollo) assolutamente nulla della sua forza persuasiva. Perché, che cosa sono, esaminati più da vicino, tutti i fattori da noi annoverati, che hanno contribuito ad eliminare o modificare le vecchie crisi? Fenomeni tutti che rappresentano al tempo stesso premesse, e in parte persino prodromi della socializzazione della produzione e dello scambio"5. Ma basta riflettere un momento per dimostrare che anche questo è un sofisma. In che consiste l'importanza dei fenomeni indicati da Bernstein come mezzi capitalistici di adattamento: i cartelli, il credito, il perfezionamento dei mezzi di comunicazione, l'elevamento della classe operaia, ecc.? Evidentemente nel fatto che essi eliminano o per lo meno attenuano le contraddizioni interne dell'economia capitalistica impedendone lo sviluppo e l'inasprimento. Così la eliminazione delle crisi significa la soppressione del contrasto tra produzione e scambio su ;base capitalistica, il miglioramento della condizione della classe operaia, in parte come tale, in parte in quanto entra a far parte del medio ceto, significa un'attenuazione del contrasto fra capitale e lavoro. Ora, se i cartelli, il credito, i sindacati, ecc. sopprimono le contraddizioni capitalistiche, e quindi salvano dalla rovina il sistema capitalistico, conservano il capitalismo - e perciò appunto Bernstein li chiama "mezzi di adattamento" - come possono rappresentare al tempo stesso "premesse e in parte addirittura prodromi" del socialismo? Evidentemente solo nel senso che essi esprimono più nettamente il carattere sociale della produzione. Ma in quanto la conservano nella sua forma capitalistica, essi al contrario rendono in pari misura vano il passaggio di questa produzione socializzata alla forma socialista. Essi possono quindi rappresentare prodromi e premesse dell'ordinamento socialista in senso soltanto concettuale e non storico, in quanto cioè fenomeni di cui noi sappiamo, sulla base della nostra concezione del socialismo, che gli sono affini, ma che in realtà non solo non portano alla trasformazione socialista, ma anzi la vanificano. Resta dunque unicamente come fondamento del socialismo la coscienza di classe del proletariato. Ma anch'essa è, nel caso specifico, non un semplice riflesso spirituale dei contrasti sempre più acuti dei capitalismo e della sua imminente caduta - la quale sarebbe ormai evitata dai mezzi di adattamento - ma un mero ideale, la cui forza di persuasione riposa unicamente sulla sua supposta perfezione. In una parola ciò che noi otteniamo su questa strada è una motivazione del programma socialista mediante la "conoscenza pura", cioè, in parole più semplici, una motivazione idealistica, mentre viene a cadere la necessità obiettiva, cioè la motivazione basata sul corso dello sviluppo materiale della società. La teoria revisionistica si trova davanti a un dilemma. O la trasformazione socialista continua ad essere la conseguenza delle contraddizioni interne dell'ordinamento capitalistico e allora insieme con quest'ordinamento si sviluppano anche le sue contraddizioni, e un crollo, in questa o in quella forma, ne consegue a un certo momento inevitabilmente, ma in questo caso i "mezzi di adattamento" sono inefficaci e la teoria del crollo è giusta. Oppure i "mezzi di adattamento" sono realmente in grado di impedire un crollo del sistema capitalistico, e quindi di rendere vitale il capitalismo e di eliminare le sue contraddizioni, ma in questo caso il socialismo cessa di essere una necessità storica, e può essere tutto ciò che si vuole, ma non un risultato dello sviluppo materiale della società. Da questo dilemma ne deriva un altro: o il revisionismo ha ragione a proposito dello sviluppo capitalistico, e allora la trasformazione socialista della società non è più che un'utopia, o il socialismo non è un'utopia, ma allora la teoria dei "mezzi di adattamento", non può essere sostenibile. That is the question6, questo è il problema.
 

2. Adattamento del capitalismo

I mezzi più importanti, che secondo Bernstein determinano l'adattamento dell'economia capitalistica, sono il sistema creditizio, il miglioramento dei mezzi di comunicazione e le organizzazioni imprenditoriali. Per cominciare dal credito, esso assolve nell'economia capitalistica molteplici funzioni, ma la più importante consiste notoriamente nell'accrescere la capacità di espansione della produzione e nel mediare e facilitare lo scambio. Perché là dove la tendenza della produzione capitalistica all'espansione illimitata urta contro i limiti della proprietà privata, contro le dimensioni ristrette del capitale privato, il credito si presenta come il mezzo atto a superare questi limiti in forme capitalistiche, a fondere in uno molti capitali privati - società per azioni - e a far sì che un capitalista possa disporre dei capitali altrui - credito industriale. D'altro lato esso accelera, come credito commerciale, lo scambio delle merci, quindi il riflusso del capitale alla produzione, e conseguentemente l'intiero ciclo del processo produttivo. E' facile rendersi conto dell'influenza di queste due principali funzioni del credito sul determinarsi delle crisi. Se le crisi, com'è noto, traggono origine dalla contraddizione tra la capacità e la tendenza espansiva della produzione e la limitata capacità di consumo, il credito. per quanto si è detto, è il mezzo più idoneo a portare tanto più spesso questa contraddizione alla fase critica. Anzitutto esso accresce enormemente la capacità di espansione della produzione e costituisce la forza motrice interna, che la spinge continuamente a oltrepassare i limiti del mercato. Ma esso agisce in due sensi. Dopo avere, come :fattore del processo produttivo, provocato la superproduzione, durante la crisi, nella sua qualità di intermediario dello scambio, dà il colpo di grazia alle forze produttive, che esso medesimo ha risvegliato. Al primo segno di un ristagno, il credito si contrae, pianta in asso lo scambio là dove sarebbe necessario, si dimostra inefficace e senza scopo là dove si offre ancora e riduce così al minimo durante la crisi la capacità di consumo. Oltre questi due risultati più importanti, il credito agisce ancora in diversi altri modi in relazione coi determinarsi delle crisi Non soltanto esso offre il mezzo tecnico per mettere dei capitali altrui a disposizione di un capitalista, ma lo sprona ad impiegare con audacia e senza scrupoli la proprietà degli altri persino in speculazioni arrischiate. Non soltanto acuisce la crisi come mezzo infido di scambio delle merci, ma ne facilita lo scoppio e l'estensione in quanto trasforma tutto lo scambio in un meccanismo artificioso ed estremamente complesso, con una quantità minima di moneta aurea come base reale, e provoca così una perturbazione per ogni minimo motivo. Così il credito, ben lungi dall'essere un mezzo per evitare o anche solamente per attenuare la crisi, è tutt'al contrario un fattore determinante particolarmente importante delle crisi. E dei resto, non potrebbe essere altrimenti. La funzione specifica del credito - esprimendoci in termini generali - non è altro infatti che quella di eliminare da tutti i rapporti capitalistici ciò che ancora rimaneva in fatto di stabilità, di introdurre dovunque il massimo possibile di elasticità e di rendere A massimo grado malleabili, relative e sensibili tutte le forze capitalistiche. Che in tal modo le crisi, le quali non sono altro che il cozzo periodico delle forze reciprocamente contrastanti dell'economia capitalistica, non possano essere che facilitate ed acuite, è cosa che salta agli occhi. Ma queste considerazioni ci portano in pari tempo all'altro problema, cioè come mai il credito in generale possa apparire come un "mezzo di adattamento" del capitalismo. In qualunque condizione e sotto qualunque forma si immagini l'"adattamento" con l'aiuto del credito, l'essenza dì questo adattamento evidentemente può consistere soltanto nel comporre qualche rapporto antagonistico dell'economia capitalistica, nel toglier di mezzo o attenuare alcune delle sue contraddizioni, e nel concedere così in qualche punto libero gioco alle forze che altrimenti sarebbero soffocate. Ma invece, se esiste nella odierna economia capitalistica un mezzo capace di accrescere al massimo le contraddizioni questo è proprio il credito. Esso accresce la contraddizione tra modo di produzione e modo di scambio in quanto tende al massimo la produzione e paralizza per il minimo motivo gli scambi. Accresce la contraddizione tra modo di produzione e modo di appropriazione in quanto separa la produzione dalla proprietà, trasformando nella produzione il capitale in un capitale sociale, e per contro una parte del profitto in interesse del capitale, cioè in tiri mero titolo di proprietà. Aumenta la contraddizione tra i rapporti di proprietà e quelli di produzione riunendo in poche mani, mediante l'espropriazione di molti piccoli capitalisti, enormi forze produttive. Accresce la contraddizione tra il carattere sociale della produzione e la proprietà privata capitalistica, rendendo necessaria l'intromissione dello Stato nella produzione (società per azioni). In una parola il credito riproduce tutte le contraddizioni cardinali del mondo capitalistico, le porta all'acme, accelera il cammino lungo il quale esso va incontro al proprio annientamento, al crollo. Il primo mezzo di adattamento del capitalismo nei riguardi del credito dovrebbe essere dunque quello di abolire il credito, di farlo retrocedere. Così com'è adesso non rappresenta un mezzo di adattamento, ma di annientamento, di valore altamente rivoluzionario. Ma proprio questo carattere rivoluzionario del credito, che trascende lo stesso capitalismo, ha indotto persino a progetti di riforma ispirati al socialismo, ed ha fatto apparire grandi rappresentanti dei credito, come Isaac Péreire in Francia, metà profeti e metà furfanti, secondo l'espressione di Marx.

Fragile del pari si dimostra, osservato più da vicino, anche il secondo "mezzo di adattamento" della produzione capitalistica, le unioni di imprenditori. Secondo Bernstein, esse, regolando la produzione, dovrebbero metter fine all'anarchia e prevenire le crisi. Lo sviluppo dei cartelli e dei trusts è certamente un fenomeno non ancora studiato nei suoi molteplici effetti economici. Esso costituisce anzitutto un problema, che può essere risolto soltanto con la guida della dottrina di Marx. Ad ogni modo è chiaro che si potrebbe mettere in discussione la possibilità di arginare l'anarchia capitalistica per mezzo dei cartelli solo nella misura in cui i cartelli, i trusts, ecc. diventassero una forma di produzione dominante in modo press'a poco generale. Ma proprio questo è escluso dalla natura stessa dei cartelli. Lo scopo economico ultimo e il risultato delle unioni di imprenditori consistono nell'influire, mediante l'abolizione della concorrenza in una determinata branca della produzione, sulla ripartizione della massa dei profitti ottenuti sul mercato in modo da accrescere la quota spettante a tale branca industriale. Ma l'organizzazione può innalzare la quota dei profitti in una branca dell'industria soltanto a spese delle altre, e perciò non può assolutamente assumere carattere generale. Estesa a tutti i più importanti rami della produzione, essa elimina autonomamente la propria efficacia. Ma anche nei limiti della loro applicazione pratica, le unioni di imprenditori agiscono in senso esattamente contrario all'eliminazione dell'anarchia industriale. Generalmente i cartelli ottengono l'aumento suaccennato della quota dei profitti sul mercato interno, in quanto fanno produrre per l'estero, con un tasso di profitto più basso, le porzioni eccedenti di capitale, che non si possono adoperare per il consumo interno, cioè vendono le loro merci all'estero a prezzo molto più basso che nel proprio paese. Ne risulta un'acuita concorrenza all'estero, una maggiore anarchia sul mercato mondiale, e cioè proprio il contrario di ciò che si voleva ottenere. Ne troviamo un esempio nella storia dell'industria internazionale dello zucchero. Infine, come forma fenomenica del modo di produzione capitalistico, le unioni di imprenditori possono essere concepite soltanto come uno stadio transitorio, una fase determinata dell'evoluzione capitalistica, in quanto sono precisamente un mezzo adottato dal modo di produzione capitalistico per arrestare in singole branche della produzione la fatale caduta dei tasso di profitto. Ma qual è il metodo seguìto dal cartelli a questo scopo? Non è altro, in fondo, che lasciare inattiva una parte del capitale accumulato, cioè lo stesso metodo che sotto altra forma si applica nelle crisi. Ma un simile metodo di cura assomiglia alla malattia come si assomigliano due gocce d'acqua e solo fino a un determinato momento può essere considerato il male minore. Non appena il mercato comincia a contrarsi, in quanto il mercato mondiale viene sviluppato al massimo ed esaurito dai paesi capitalistici concorrenti - ed evidentemente non si può negare che un simile momento debba presentarsi presto o tardi - la forzata inattività parziale del capitale assume una tale estensione, che la medicina stessa si converte in malattia ed il capitale già reso sociale in misura sensibile dal l'organizzazione si ritrasforma in capitale privato. Nella diminuita possibilità di trovare un posticino per sé sul mercato, ogni porzione di capitale privato preferisce tentare la fortuna per proprio conto. E allora le organizzazioni devono scoppiare come bolle di sapone e far nuovamente posto a una libera concorrenza, in forma potenziata7. In definitiva dunque anche i cartelli, come già il credito, si manifestano come fasi determinate dell'evoluzione economica, che in ultima analisi non fanno che accrescere l'anarchia del mondo capitalistico e determinare il manifestarsi e il maturare delle sue interne contraddizioni. Essi acuiscono le contraddizioni tra il modo di produzione e lo scambio, portando all'acme il duello tra produttori e consumatori, come possiamo vedere particolarmente negli Stati Uniti d'America. Acuiscono inoltre la contraddizione tra il modo di produzione e n modo di appropriazione, in quanto contrappongono nella forma più brutale alla classe operaia la forza schiacciante del capitale organizzato e così accrescono al massimo l'antagonismo tra capitale e lavoro. Acuiscono infine la contraddizione tra il carattere internazionale dell'economia capitalistica e il carattere nazionale dello Stato capitalistico, in quanto portano con sé, come fenomeno collaterale, una guerra doganale generale e così portano all'estremo gli antagonismi tra i singoli Stati capitalistici. C'è inoltre la funzione diretta, altamente rivoluzionaria, dei cartelli sulla concentrazione della produzione, perfezionamenti tecnici e così via. Così i cartelli e trusts nel loro effetto finale sull'economia capitalistica, non soltanto non ci appaiono come "mezzi di adattamento" che cancellano le sue contraddizioni, ma anzi come uno dei mezzi che essa stessa ha creato per accrescere la propria anarchia, esasperare le proprie interne contraddizioni e affrettare il proprio tramonto. Ma se il credito, i cartelli e simili non eliminano l'anarchia della economia capitalistica, come avviene che da vent'anni - dal 1873 - non abbiamo più avuto una crisi economica generale? Non è questo un segno che il modo di produzione capitalistico si è "adattato" almeno nei fatti principali alle necessità della società e che è superata l'analisi fatta da Marx? La risposta seguì immediatamente alla domanda. Bernstein aveva appena gettato nel 1898 tra i ferri vecchi la teoria marxistica delle crisi, quando nel 1900 scoppiò una violenta crisi generale e sette anni più tardi, nel 1907, una nuova crisi dilagò dagli Stati Uniti sul mercato mondiale. Così con l'eloquenza stessa dei fatti fu distrutta la teoria dell'"adattamento" del capitalismo. E con ciò contemporaneamente si dimostrò che coloro che avevano ripudiato la teoria delle crisi di Marx solo perché essa era mancata a due pretese "scadenze", avevano scambiato il nocciolo di questa teoria con un particolare non essenziale della sua forma esterna - il ciclo decennale. La formula dell'andamento ciclico dell'industria capitalistica moderna come di un periodo decennale non fu per Marx ed Engels negli anni tra il '60 e l'80 altro che una semplice constatazione di fatti, che a loro volta non erano basati su alcuna legge naturale, ma su un complesso di determinate circostanze storiche, che erano in connessione con l'espansione saltuaria della sfera di attività del giovane capitalismo. In realtà la crisi del 1825 fu il risultato dei grandi investimenti in costruzioni di strade, canali ed officine del gas, che avevano avuto luogo nel decennio precedente soprattutto in Inghilterra, come del resto anche la crisi stessa. La crisi successiva del 1836-1839 fu ugualmente conseguenza di imprese colossali per la costruzione di nuovi mezzi di trasporto. La crisi del 1847 fu notoriamente provocata dalle febbrili costruzioni di strade ferrate inglesi (tra il 1844 e il 1847, cioè in tre anni soltanto vennero assegnate dal parlamento concessioni per nuove ferrovie per circa un miliardo e mezzo di talleri!). In tutti e tre i casi furono dunque forme diverse del riassestamento della economia capitalistica, della fondazione di nuove basi per lo sviluppo capitalistico, che produssero come conseguenza le crisi. Nell'anno 1857 è l'improvvisa apertura di nuovi mercati di smercio perle industrie europee in America e in Australia in seguito alla scoperta di miniere d'oro, in Francia particolarmente è la costruzione di strade ferrate, per cui essa marcia sulle orme dell'Inghilterra (tra il 1852 e il 1856 furono costruite nuove ferrovie in Francia per un miliardo e 1/4 di franchi). Infine la grande crisi del 1872 è notoriamente conseguenza diretta della nuova organizzazione, del primo slancio impetuoso della grande industria in Germania ed in Austria, che seguì agli avvenimenti politici del 1866 e 1871. Fu dunque ogni volta l'improvviso estendersi del terreno della economia capitalistica e non il restringersi del suo campo d'azione, non il suo esaurirsi, che finora diede il via alle crisi. Che quelle crisi internazionali si siano ripetute proprio a distanza di dieci anni, è un fenomeno puramente esteriore, casuale. Lo schema marxistico dello sviluppo delle, crisi, come fu descritto da Engels nell'Antidúhring e da Marx nel I e III libro dei Capitale, riguarda tutte le crisi soltanto in quanto mette in luce il loro meccanismo intimo e le loro cause generali profonde. Queste crisi possono ripetersi ogni dieci, ogni cinque, come pure ogni venti od otto anni. Ma ciò che dimostra nel modo più evidente l'inconsistenza della teoria di Bernstein è il fatto che la crisi più recente negli anni 1907-1908 ha infuriato proprio in quel paese dove sono più sviluppati i famosi "mezzi di adattamento" capitalistici: il credito, il servizio di informazioni ed i trusts. La supposizione che la produzione capitalistica possa "adattarsi" al commercio, parte da una di queste due premesse: o che il mercato mondiale aumenti illimitatamente e all'infinito o al contrario che le forze produttive vengano ostacolate nella loro crescita, in modo da non oltrepassare i limiti del mercato. La prima è fisicamente impossibile, all'altra si oppone il fatto che ad ogni passo avvengono trasformazioni tecniche in tutti i campi della produzione le quali svegliano ogni giorno nuove forze produttive. Ancora un fenomeno contraddice secondo Bernstein al corso sopra delineato del capitalismo: la "falange quasi incrollabile" delle medie imprese, sulla quale richiama la nostra attenzione. In ciò egli vede un segno che lo sviluppo della grande industria non produce effetti così rivoluzionari nel senso della concentrazione capitalistica, come ci si sarebbe dovuto aspettare in base alla "teoria del crollo". Ma anche in questo egli è vittima di un malinteso. Sarebbe un comprendere dei tutto falsamente lo sviluppo della grande industria se ci si aspettasse che le medie industrie debbano scomparire gradualmente dalla scena. Nell'andamento generale dell'evoluzione capitalistica, proprio secondo l'assunto di Marx, i piccoli capitali rappresentano la parte dei pionieri della rivoluzione tecnica, da due punti di vista e cioè tanto in rapporto a nuovi metodi di produzione nelle branche antiche e consolidate, ben radicate, quanto in rapporto alla creazione di nuove branche di produzione non ancora sfruttate da grandi capitali. E' completamente falsa l'interpretazione secondo la quale la storia della media impresa capitalistica vada in linea retta verso il suo graduale declino. Il decorso reale dell'evoluzione anche qui è piuttosto dialettico e si muove costantemente tra due opposti. Il medio ceto capitalistico, si trova, proprio come la classe operaia, sotto l'influenza di due opposte tendenze, una che tende ad innalzarlo ed una che tende ad abbassarlo. La seconda è nel caso in questione il costante elevarsi del livello della produzione, che supera periodicamente i limiti dei capitali medi e li esclude sempre da capo dalla concorrenza. La prima è data dal deprezzamento periodico del capitale esistente, che abbassa sempre da capo per un lasso di tempo il livello della produzione a seconda della entità del necessario capitale minimo, come pure dall'estendersi della produzione capitalistica a nuove sfere. Il duello della media azienda col grande capitale non dev'essere immaginato come una battaglia regolare, nella quale la truppa della parte più debole si riduce sempre di più, direttamente e quantitativamente, ma piuttosto come una falciatura periodica dei piccoli capitali, che poi sempre rapidamente ricrescono per essere nuovamente falciati dalla falce della grande industria. Delle due tendenze che giocano a palla con il medio ceto capitalistico, in ultima analisi vince - in opposizione con lo sviluppo della classe operaia - la tendenza depressiva. Ma essa non ha assolutamente bisogno di manifestarsi nell'abolizione numerica assoluta della media azienda, bensì in primo luogo nell'aumento progressivo del capitale minimo, necessario alla sopravvivenza delle imprese nelle vecchie branche, in secondo luogo nel periodo di tempo sempre più breve durante il quale i piccoli capitali possono sfruttare per conto loro le branche nuove. Ne deriva per il piccolo capitale individuale un periodo di vita sempre più breve e un trasformarsi sempre più rapido dei metodi di produzione e dei modi d'impiego, e per la classe nel suo complesso un ricambio sociale sempre più rapido. Quest'ultimo fatto Bernstein lo sa assai bene e lo stabilisce egli stesso. Ma sembra dimenticare invece che in tal modo è stabilita anche la legge medesima del movimento delle medie aziende capitalistiche. Se i piccoli capitali sono le truppe di avanguardia del progresso tecnico, e se il progresso tecnico è il polso vitale dell'economia capitalistica, i piccoli capitali costituiscono evidentemente un fenomeno collaterale inseparabile dallo sviluppo capitalistico, che può scomparire soltanto insieme con quest'ultimo. La scomparsa graduale delle medie aziende - nel senso della statistica assoluta sommaria di cui parla Bernstein - significherebbe non, come Bernstein pensa, il processo di sviluppo rivoluzionario del capitalismo, ma proprio al contrario il suo ristagnare e il suo intorpidirsi."Il saggio del profitto, ossia l'incremento proporzionale di capitale, è particolarmente importante per tutti i capitali di nuova formazione che si raggruppano indipendentemente. E non appena la formazione di capitale diventasse monopolio di pochi grandi capitali già affermatisi ( ... ) si spegnerebbe il fuoco vivificatore della produzione e questa cadrebbe in letargo."8



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