Rigorismo geometrico e astrazione della rappresentazione è la dicotomia in cui si muove Mariangela Levita con “Lo sguardo sospeso”, l’intervento sullo spazio interno del Padiglione Palermo dell’ospedale Cardarelli di Napoli



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29.11.2017
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Testo critico
Di RENATA CARAGLIANO

“Le mie unità plastiche: i cerchi multicolori, i quadrati, sono la controparte delle stelle, degli atomi, delle cellule e delle molecole, ma anche dei granelli di sabbia, dei ciottoli, dei fiori e delle foglie...”



Victor Vasarely
IL DNA DELLA PITTURA
Cellule, corpuscoli, organismi acquatici e strutture molecolari che disegnano forme e texture labirintiche rappresentano lo spazio pittorico di Giorgio Milano (Napoli, 1974), inserendosi così nella scia della grande famiglia dell’astrattismo fino ad arrivare a interagire con la Op Art. La grande tradizione della pittura astratta è sempre partita dalla materia, che alla fine del processo artistico, viene elevata alle sfere più alte della conoscenza, ritrovando un’armonia tra ordine e caos. “Codes” (codici), il titolo della personale alla galleria The Apartment di Napoli, suggerisce una chiave di lettura per il lavoro di questo giovane artista, vincitore del “Premio Arte 2010” nella sezione “Pittura”. L’attenzione di Giorgio Milano si concentra da tempo sull’analisi estetica delle forme organiche e inorganiche, creando sulle tele dipinte a tempera acrilica, sempre di formato quadrato, una microfigurazione, che come un codice, si ripete all’infinito. L’effetto finale è una sorta di trama reticolare astratta dall’effetto ipnotico e cinetico. Un “codice” genetico dell’arte che sembra elaborato sotto la lente di un microscopio, ingrandendo o rimpicciolendo dettagli, raggiungendo così un perfetto connubio tra arte e scienza, sogno e realtà. I quadri di Giorgio Milano invitano a essere guardati più e più volte. Svelano e nascondono, allo stesso tempo, inaspettate visioni che dall’interno vanno verso l’esterno e viceversa. Una lettura che prevede la percezione di un continuo ribaltarsi tra primo piano e sfondo, chiari e scuri, buio e luce. La bidimensionalità della superficie pittorica a tratti apre degli squarci su cui agisce un movimento centrifugo e centripeto. L’artista li definisce “buchi neri” del suo cosmo visivo. Rigorismo geometrico, astrazione e movimento sono gli elementi che caratterizzano il lavoro di Giorgio Milano. Usa molteplici combinazioni di forma e colore non per decorare ma quasi per definire intervalli nello spazio pittorico. Dipinge come se stesse suonando i tasti di un piano, ma mentre la musica è essenzialmente intervalli di tempo, la sua pittura è invece fatta da intervalli di spazio e di tempo. La tela di formato quadrato, in genere 100 x 100 cm, elemento ricorrente nella sua pratica, diventa un ulteriore codice. Una griglia che, come scrive la critica americana Rosalind Krauss, è una forma paradigmatica del modernismo astrattista di cui l’artista fa uso per offrire una chiave di accesso allo/nello spazio. Dalla griglia-finestra dipende il rapporto tra interno ed esterno del quadro e le ulteriori modalità con cui la figurazione si adatta e dispone. Quello dell’artista è quasi un tentativo di catturare il vuoto. E l’illusione del vuoto altro non è che il vuoto al quadrato. Vuoto come campo di attenzione dove tutto può fluttuare. E’ un vuoto prodigiosamente pieno. “Il vuoto può essere un’idea cosmica d’infinito e corrispondere a una forma aperta; ma trova una sua necessaria cornice (…) quando è la sospensione di un’idea, la testimonianza di un limite o invece attesa di un pieno” (1).

Due degli ultimi quadri di Milano, “Quantum State” e “GFA_J_1 Lake Mono”, declinano nel viola abbinato al turchese o al verde, dopo la serie dei bianchi e neri, rossi e blu, confermando una scelta dei colori estremamente rigorosa e calibrata, secondo una ritmicità quasi matematica. La luce s’insinua nel gioco quasi caleidoscopico della scelta cromatica, creando più livelli di profondità e galleggiando sulla pelle della pittura. Al centro del quadrato della tela l’artista ha disegnato una forma circolare, che come un’apertura, taglia e interrompe l’integrità della trama figurativa reticolare. Si raggiunge un effetto ottico di profondità che sembra come determinato da uno specchio convesso così come quello inserito nel celebre ritratto dei coniugi Arnolfini di Jan Van Eyck. Nel quadro dell’artista fiammingo l’uso dello specchio amplifica l’interno della scena raffigurata, come un obiettivo fish-eye, attirando nello spazio illusivo della pittura la realtà che sta all’esterno del dipinto e espandendo così le possibilità della visione. Non è un caso il riferimento allo specchio che è anche un attributo della “Scienza” e strumento magico della “Prospettiva” nell’iconografia antica. Così in questi due lavori del 2011 di Giorgio Milano la pittura riflette se stessa e sembra anche dialogare a distanza con le esperienze della pittura percettiva e tridimensionale della serie “Vega” di Victor Vasarely, uno dei maestri dell’arte cinetica. Con questo altro artista Giorgio Milano condivide probabilmente una forma di astrattismo saldamente collegato alla scienza e una attenzione alla geometria pura che determina composizioni dalla precisa impaginazione costruttiva, tridimensionale e di impostazione quasi architettonica, nelle quali si inserisce una terza dimensione, il movimento.



Un movimento che prevede il coinvolgimento diretto dell’osservatore che si vede trascinare in una sorta di viaggio onirico dove ognuno è chiamato a interpretare come in un’altra dimensione il proprio codice visivo.


1 M. Calvesi, La metafisica schiarita, Milano1982



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