«ripartire da cristo» per "andare" e portare a tutti la gioia del vangelo nota pastorale



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ERNESTO VECCHIstemma diocesi



Al Popolo di Dio

che vive nella Chiesa di Terni-Narni-Amelia

come un unico corpo

«RIPARTIRE DA CRISTO»

PER “ANDARE” E PORTARE A TUTTI LA GIOIA DEL VANGELO



NOTA PASTORALE

DEL VESCOVO AMMINISTRATORE APOSTOLICO


INDICE

PARTE PRIMA

ORIENTAMENTI DOTTRINALI




PARTE PRIMA

ORIENTAMENTI DOTTRINALI




1. La grazia e le “sorprese” dell’Anno della fede



Al termine dell’«Anno della Fede» (24 novembre 2013), la Chiesa pellegrina in Terni-Narni-Amelia intende dare concretezza – senza troppe pretese di completezza – agli orientamenti dottrinali e pastorali emersi in questo anno di grazia, segnato da un evento epocale: la rinuncia di Benedetto XVI al ministero petrino (11 febbraio 2013) e l’avvento alla guida della Chiesa di Papa Francesco (13 marzo 2013). Questo avvicendamento inatteso stimola la nostra riflessione, perché viene consegnato alla Chiesa come un «segno dei tempi», che esige di essere interpretato e vissuto come “momento favorevole” (Cf. 2Cor 6,1-2), stimolante e provocatorio (Cf. Lorenzo Chiarinelli, “Così antica e così nuova: la Chiesa”, Rieti 2013).
In tale contesto, anche la nostra Chiesa è chiamata a prendere coscienza di sé stessa e a vivere questo momento con grande consapevolezza e maturità ecclesiale. Il Vescovo Amministratore Apostolico fa parte delle “sorprese” dell’Anno della fede, e – giova ripeterlo – non è un commissario e tanto meno un inquisitore. Egli è un Pastore a tutti gli effetti, chiamato da Papa Benedetto a mettere ordine nei “conti economici”, secondo i concreti orientamenti di Papa Francesco, ma soprattutto a custodire e vivacizzare il patrimonio spirituale e pastorale, incrementato dalle grandi figure episcopali che lo hanno preceduto, fino alla venuta – quando Dio vorrà – di un nuovo Pastore.
L’anello di congiunzione tra Francesco e Benedetto è l’Enciclica «Lumen Fidei»: essa consegna ai credenti la “nuova logica” della fede, incentrata su Cristo, rivelatore dell’Amore del Padre e realizzatore della salvezza (Cf. n. 20). Per questo il nostro orizzonte pastorale si apre sul Concilio Vaticano II, in particolare sulla Costituzione liturgica «Sacrosanctum Concilium» (EV 1/1-244), a cinquant’anni dalla sua promulgazione (4 dicembre 1963). È nella Liturgia, infatti – specialmente nel Sacrificio della Messa – che si attua l’opera della nostra redenzione (Cf. n. 2, EV 1/2) e si annuncia la morte del Signore finché egli venga (Cf. 1 Cor 11, 26).
Proprio l’esigenza di un rinnovato annuncio per una nuova evangelizzazione, dentro la realtà complessa del nostro tempo, spinge la missione ecclesiale ad allargare gli orizzonti, per recuperare il rapporto tra la «Sacrosanctum Concilium» e il decreto «Inter mirifica» sui mezzi di comunicazione sociale (EV 1/245-283), anch’esso promulgato cinquant’anni fa, nella stessa seduta conciliare (4 dicembre 1963). Oggi, le nuove tecnologie hanno messo una forte ipoteca sulla natura e la qualità dei rapporti umani, pertanto è necessario entrare in questo “primo areopago del tempo moderno” per integrare il messaggio cristiano nella nuova cultura digitale (Cf. Giovanni Paolo II, Redemptoris missio, n. 37c, EV 12/625). Lo ribadisce anche l’Esortazione Apostolica “Evangelii Gaudium” di Papa Francesco promulgata – come ultima sorpresa – in occasione della chiusura dell’Anno della fede, il 24 novembre 2013 (Cf. n. 87).


2. Evangelii gaudium: l’annuncio del Vangelo nel mondo attuale



L’anno della fede, dunque, ci ha regalato anche l’impronta pastorale che Papa Francesco intende imprimere nella Chiesa e nella sua missione. Prolungando l’insegnamento di Paolo VI nell’Evangelii nuntiandi il Santo Padre con l’Evangelii gaudium pone di nuovo al centro la persona di Gesù Cristo, il primo evangelizzatore (n. 12).
Di fronte alla “tristezza individualista”, che scaturisce dalla ricerca malata di piaceri superficiali, il Papa ripropone un impegno comune per riannunciare al mondo la gioia del Vangelo (nn. 1-2). Non è mai troppo tardi per incontrare Gesù Cristo: nessuno si senta escluso dalla gioia portata dal Signore, perché Dio non si stanca mai di perdonare (n. 3). La società tecnologica ha moltiplicato le occasioni di piacere, ma difficilmente riesce a procurare la gioia (n. 7).
Quando la Chiesa propone l’impegno nell’evangelizzazione, offre a tutti l’opportunità di una piena realizzazione personale. Infatti, la vita cresce e matura nella misura in cui la doniamo: in questo consiste la missione. Ecco perché chi evangelizza non può avere una faccia da funerale, ma deve sempre recuperare il fervore che nasce dalla gioia del Vangelo (n. 10).
E’ un errore intendere l’evangelizzazione come un eroico compito personale, perché non è opera nostra, ma di Cristo, che è il primo e il più grande evangelizzatore: noi siamo collaboratori. E’ questa persuasione che ci permette di conservare la gioia nel compimento di un’opera tanto esigente e irta di difficoltà (n. 12). Ma tutto trova il suo radicamento nell’Eucarestia, memoria quotidiana della Chiesa, che ci innesta sempre più nella Pasqua, senza mai dimenticare le persone che hanno inciso nella nostra vita di fede: «Ricordatevi dei vostri capi» (Eb 13, 7).
Secondo L’Evangelii gaudium, l’attività missionaria rappresenta la massima sfida per la Chiesa e la causa missionaria deve essere la prima. Pertanto è necessario passare da una pastorale di semplice conservazione a una pastorale decisamente missionaria (n. 15).
In tale prospettiva, Papa Francesco dice che non ci si deve aspettare dal magistero papale una parola definitiva e completa su tutte le questioni, perché non intende sostituirsi agli Episcopati locali, nel discernimento di tutte le problematiche che emergono nei loro territori (n. 16).
Nei cinque capitoli dell’Esortazione Apostolica, emergono le sette colonne portanti della nuova evangelizzazione come la intende il Papa: la riforma della Chiesa in uscita missionaria; le tentazioni degli agenti pastorali; la Chiesa intera che evangelizza; l’omelia e la sua preparazione; l’inclusione dei poveri; la pace e il dialogo sociale; il primato delle motivazioni spirituali nella missione pastorale. Il tutto è tenuto insieme dal collante dell’amore misericordioso di Dio verso ogni persona.
Ora, tenendo lo sguardo fisso su questa Magna Charta del magistero pontificio, è opportuno richiamare e chiarire qualche idea sul concetto di “pastorale” nell’oggi della Chiesa. L’ampio e generalizzato uso del termine “pastorale” oscura la sua identità reale e favorisce un approccio non corretto con la complessità della prassi ecclesiale: da un lato, si rischia di cadere nel pragmatismo, dall’altro, di smarrirsi nella pura astrazione intellettualistica, perdendo il senso della realtà.

3. Il Vaticano II ha riscoperto la sacramentalità della Chiesa



Dall’analisi dei testi del Concilio Vaticano II (Cf. Card. Leo Scheffczyk, Il mondo della fede cattolica, verità e forma, Vita e Pensiero, Milano 2007), emerge che l’essenza del rinnovamento conciliare sta nel fatto che la Chiesa ha scoperto di nuovo la sua storicità. Essa si rivolge, con rinnovato interesse, all’uomo nella sua condizione terrena, non solo sul piano pratico, ma anche alla luce della nuova consapevolezza teologica che ha di se stessa. Riemerge così il principio “divino-umano” dell’Incarnazione del Figlio di Dio, come struttura originaria del cattolicesimo. Secondo il disegno divino, infatti, la seconda Persona della SS. Trinità, con l’Incarnazione, ha manifestato il “mistero” del Figlio di Dio – Verbo di Verità (Lògos) – attraverso la natura umana: la realtà di questa natura è divenuta il mezzo significante originario della comunione tra Dio e l’uomo.
Di conseguenza, l’azione pastorale ha identificato in questo principio “divino-umano” il suo cardine, perché è proprio l’essere e l’azione della Chiesa – intesa come “lo sviluppo di Cristo nel tempo” (Möhler) – che assicura “l’Incarnazione continua del Figlio di Dio” nella storia umana. In sostanza, fare pastorale in modo consapevole significa riconoscere che Cristo è il Pastore, in quanto ha fatto della sua natura umana – assunta dalla sua Persona divina – il mezzo storico e reale di comunione personale con tutta l’umanità.
Mediante l’analisi dei testi conciliari, dunque, si è visto come il divino e l’umano, pur distinti, formano un’unità in Cristo, così il divino e l’umano formano un tutto indiviso nella Chiesa. Perciò – come si esprime S. Agostino – nella Chiesa abbiamo la dualità «res et signa», cioè due aspetti della stessa realtà: quello invisibile e quello visibile, che costituiscono la sacramentalità della Chiesa, come dato dogmatico fondamentale. Da questa consapevolezza teologica parte il rinnovamento della pastorale, che trova il suo obiettivo globale nell’edificazione della Chiesa come sacramento universale di salvezza, dentro la storia (Cf. Pastores dabo vobis, n. 57, EV 13/1430).
In tale prospettiva, come afferma la tradizione patristica orientale e occidentale (Ignazio di Antiochia, Origene, Agostino, Leone Magno), “Gesù Cristo è il primo e grande sacramento”, poiché Dio ci ha donato nella sua carne il segno visibile della sua presenza. Pertanto, la realtà di Cristo sacramento lega saldamente la fede al mistero dell’Uomo-Dio e non permette interpretazioni riduttive: Cristo semplice profeta, uomo esemplare, rivoluzionario sociale.
La Chiesa, invece, “è in Cristo come sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (Cf. Lumen gentium, n.1, EV 1/284). Se Cristo è il sacramento primordiale, la Chiesa in Cristo è sacramento universale. Pertanto, la Chiesa, pur non potendosi identificare totalmente con Cristo è però unita a lui in maniera misteriosa, ma reale – e non soltanto morale – con un’unione dinamica ed estremamente profonda, nella sua dimensione di mistero (res), ma anche nella sua visibilità (signa) e consistenza giuridica (Cf. Card. Ruini, Rieducarsi al cristianesimo, Il tempo che stiamo vivendo, Mondadori, Milano 2008).
C’è da osservare, comunque, che nella struttura sacramentale della Chiesa, il suo segno visibile è formato dalla molteplice e variegata componente ministeriale e carismatica, mentre nel sacramento primordiale che è Cristo, il segno visibile è costituito dall’unica sua esistenza umana. Ciò che in Cristo costituiva il segno della sua sacramentalità originaria era la sua natura umana individua. Nella Chiesa, invece, il segno della sua sacramentalità è composto da un organismo formato da una molteplicità di persone, unite dal vincolo della “comunione” trinitaria e interpersonale, secondo carismi diversi, nell’unica missione dentro la storia. Pertanto, quando la comunione vacilla, il segno sacramentale della Chiesa viene oscurato.

4. La Chiesa Popolo di Dio e Corpo di Cristo



Nella Costituzione dogmatica “Lumen gentium”, il Vaticano II ha messo in evidenza la molteplicità delle immagini bibliche riguardanti la Chiesa: ovile, gregge, campo di Dio, edificio di Dio, tempio santo, sposa dell’Agnello ecc. (Cf. n. 6, EV 1/291-295). Ma due sono le immagini fondamentali della Chiesa, messe più in evidenza: Corpo di Cristo (n.7, EV 1/296-303) e Popolo di Dio (Cap. II, EV 1/308-327), le quali sono complementari e non contrapposte.
I concetti di Popolo di Dio e Corpo di Cristo esprimono entrambi sia l’aspetto orizzontale sia l’aspetto verticale della Chiesa, in un’unica comunione. Ciò che integra e compone in unità complementare questi due elementi è proprio il concetto di sacramento. Come abbiamo visto, la sacramentalità ci dice anzitutto che il mistero invisibile della Chiesa si manifesta mediante un segno visibile, composto da uomini vivi all’interno di una comunità viva, animata dalla grazia del Signore Risorto. Nel concetto di sacramento – giova ripeterlo – si esprime il mistero della Chiesa come “Incarnazione continua del Figlio di Dio” e come “sviluppo di Cristo nel tempo”.
La teologia sacramentale riconosce nella Chiesa – che la pastorale è chiamata ad edificare - quella comunità organicamente strutturata che si fa strumento permanente e vitale dell’azione salvifica di Cristo, in conformità al carattere strumentale proprio dei sacramenti in generale. Ma questa strumentalità non è un fatto puramente materiale, senza vita, ma è una strumentalità organica. Di fatto la Chiesa va vista come un organismo vivente composto da una molteplicità di persone, in cui si irradia dinamicamente – in forza dello Spirito Santo – il Corpo trasfigurato di Cristo, vivente alla destra del Padre.
La Chiesa, dunque, è il Popolo di Dio in cammino tra gli uomini come un Corpo «ben compaginato e connesso, che cresce con la collaborazione di ogni giuntura, in modo da edificare se stesso nella carità» (Cf. Ef 4,14). L’immagine del “corpo”, allora, chiarisce come il legame di Cristo con la Chiesa sia l’espressione di un’unità dinamica, strumentale e organica che la rende visibile. Ne consegue che la Chiesa, esprimendosi secondo la dinamica di un corpo sociale, ha bisogno anche di un ordinamento giuridico. Pertanto, il nuovo Codice di Diritto Canonico (1983) – riformato in sintonia con l’ecclesiologia del Vaticano II – è un concreto strumento di verifica della reale comunione ecclesiale.

5. La sacramentalità della Chiesa: filo conduttore della pastorale



L’Esortazione Apostolica “Pastores dabo vobis” (1992) (EV 13/1154-1553), sviluppa il magistero del Vaticano II e, di conseguenza, presenta una identità nuova e originale della teologia pastorale. Giovanni Paolo II la descrive nei seguenti termini: “la teologia pastorale è una riflessione scientifica sulla Chiesa nel suo edificarsi quotidiano, con la forza dello Spirito, dentro la storia; sulla Chiesa, quindi, come «sacramento universale di salvezza», come segno e strumento vivo della salvezza di Gesù Cristo nella Parola, nei Sacramenti e nel servizio della carità. La pastorale non è soltanto un’arte né un complesso di esortazioni, di esperienze, di metodi; possiede una piena dignità teologica, perché riceve dalla fede i principi e i criteri dell’azione pastorale della Chiesa nella storia” (Cf. n. 57, EV 13/1433).
È la prima volta che un documento pontificio ha un approccio di tale portata con la teologia pastorale. Ciò dimostra che essa non è più lasciata in balia del giudizio di ogni singolo operatore o di una qualunque visione teologica. Di conseguenza, la vera pastorale non si accontenta del “fare”, ma si impegna anche a “pensare” a quello che fa, alla luce dei criteri che il magistero della Chiesa – specialmente dal Concilio Vaticano II a Papa Francesco – ha espresso con chiarezza, a tutti i livelli e in tutti i settori della missione ecclesiale, in vista di una comunione che si esprime anche nell’azione.
Nella “Pastores dabo vobis”, in sostanza, viene messa in evidenza la sacramentalità della Chiesa – già presa in considerazione come una felice riscoperta del Vaticano II – come filo conduttore di tutta la programmazione pastorale. Questa sacramentalità si manifesta visibilmente non solo nelle sue espressioni cultuali, ma anche attraverso la vasta gamma di azioni pastorali connesse con le funzioni fondamentali della Chiesa (Parola – Liturgia – Carità pastorale), radicate nel dinamismo della Trinità e alimentate dall’Eucaristia. Ne consegue che il compito dell’azione pastorale concreta, ma “pensata”, consiste nel cercare la via migliore e percorribile, per edificare la Chiesa come realtà significante, cioè come un «segno», che esprime la varietà e la molteplicità dei doni, attorno al Vescovo: principio visibile e fondamento dell’unità (Cf. Lumen gentium, n. 23, EV 1/338-341), condizione indispensabile per la comunione ecclesiale.
Il nostro impegno pastorale, dunque, ha il compito di esprimere un’identità di Chiesa che manifesti la sua natura di sacramento “significativo”, cioè rivelatore di un mistero che realizzi concretamente l’incontro tra Dio e l’uomo, e degli uomini tra loro, in una comunione interpersonale vera, percepibile e luminosa. La comunione, poi, per essere piena deve esprimersi in senso «sincronico», cioè nei confronti della molteplicità dei soggetti viventi e operanti nell’oggi della Chiesa, ma anche in senso «diacronico», cioè lungo l’asse della storia: dobbiamo sentirci parte consapevole di una Tradizione ecclesiale che ci ha generati e ci ha consegnato in eredità un tesoro di santità, di unità, di cultura e di solidarietà.

6. L’Eucaristia: codice genetico dell’identità ecclesiale



La struttura comunitaria della Chiesa come sacramento universale di salvezza, riceve dal rapporto costitutivo con l’Eucaristia la sua caratterizzazione più alta. Il Vaticano II, infatti, così si esprime: “Bisogna che tutti diano la più grande importanza alla vita liturgica della Diocesi intorno al Vescovo, principalmente nella chiesa Cattedrale: convinti che la principale manifestazione della Chiesa si ha nella partecipazione piena e attiva di tutto il Popolo di Dio alle medesime celebrazioni liturgiche, soprattutto alla medesima Eucaristia, presieduta dal Vescovo circondato dal suo presbiterio e dai ministri” (Sacramentum Concilium, n. 41, EV 1/73).
Di fronte alle sfide della postmodernità questa testimonianza di comunione eucaristica del Popolo di Dio, attorno al Vescovo e al suo Presbiterio, deve essere sempre più consolidata. Essa ci aiuta a recuperare una persuasione di fondo, che ha sempre accompagnato il cammino della Chiesa, nelle alterne vicende della sua storia: l’aver ricevuto nell’Eucaristia il codice genetico della sua identità e l’inesauribile sorgente delle sue potenzialità, cioè un dono pieno ed esclusivo che la pone di fronte al mondo come «sacramento universale di salvezza» (Cf. Lumen Gentium, n. 48, EV 1/415-418).
Proprio per questo bisogna fare in modo che il «senso della comunità, cristiana - diocesana, parrocchiale e di ogni altra aggregazione - fiorisca soprattutto attorno alla celebrazione comunitaria della Messa domenicale» (Cf. Sacrosanctum Concilium, n. 42, EV 1/75), dove Cristo morto e risorto sta al centro di tutto, come sorgente inesauribile di grazia, a sostegno della nuova evangelizzazione. In particolare, il rilancio dell’Eucaristia domenicale è necessario per dare concretezza al compito educativo della Chiesa, scelto dai Vescovi italiani come impegno pastorale primario, in questo secondo decennio del XXI secolo (Cfr. Educare alla vita buona del Vangelo, Orientamenti pastorali dell’episcopato italiano per il decennio 2010-2020, ECEI 8/3690-3900).
In tale contesto, assumono un ruolo primario e fondamentale le Parrocchie, organizzate sotto la guida di un pastore: «esse rappresentano in certo modo la Chiesa visibile stabilita su tutta la terra» (Sacrosanctum Concilium, n. 42, EV 1/74).
Proprio l’emergenza educativa richiede che la comunità cristiana sia fondata su solide basi eucaristiche. Infatti, “non è possibile che si formi una comunità cristiana se non avendo come radice e come cardine la celebrazione della Sacra Eucaristia, dalla quale deve, quindi, prendere le mosse qualsiasi educazione tendente alla formazione dello spirito di comunità(Presbyterorum ordinis, n. 6, EV 1/1261).
La stessa ministerialità ecclesiale, a tutti i livelli, fiorisce attorno al mistero eucaristico, perché «tutti i ministeri… e le opere di apostolato sono strettamente uniti all’Eucaristia… nella quale è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa» (Presbyterorum ordinis, n. 5, EV 1/1253). In questo senso si può dire che l’Eucaristia fa “sbocciare” la Chiesa, attraverso tutta la varietà delle azioni ecclesiali, che mirano alla costruzione del cristiano, cioè dell’uomo vero e compiuto, modellato su Cristo: in tutte le sue dimensioni di vita (personale, familiare, sociale); in tutte le sue età (infanzia, giovinezza, maturità, vecchiaia); in tutte le sue espressioni esistenziali (l’amore, il dolore, la gioia, il divertimento, la malattia, il lavoro, la cooperazione, la cultura, la politica). Tutto può essere trasfigurato dal Corpo e dal Sangue di Cristo (Cfr. Card. G. Biffi, Liber Pastoralis Bononiensis, EDB, Bologna 2002, pp. 25-26).

7. La pastorale ordinaria: palestra di santità



Dalla rilettura teologico-pastorale del Concilio Vaticano II l’azione ecclesiale ha trovato nuovo impulso, anche sul piano “pratico”, con risultati in parte soddisfacenti, ma spesso ambigui e fuorvianti. Il mondo della pastorale, infatti, è percorso da spinte contrastanti, in quanto - per natura propria - la pastorale è strettamente legata alla sensibilità degli operatori e alle condizioni ambientali in cui si realizza, condizioni sempre segnate dalla singolarità dei contesti locali. Perciò, l’agire ecclesiale reca sempre una inconfondibile impronta soggettiva, che genera un’accentuata diversificazione dell’iniziativa pastorale, fino al punto da produrre frammentazione e, talvolta, protagonismo e autoreferenzialità.
Per questo, si sente il bisogno di un maggior coordinamento. Lo richiede la necessità di non disperdere le forze e la ragionevolezza stessa dell’agire, che non può fare a meno di una trama minima di riferimenti comuni. Pertanto l’azione ecclesiale, oggi, ha sempre più bisogno di applicare, in qualche modo, anche alla pastorale il “principio di sussidiarietà”: le singole comunità parrocchiali non prendano, da sole, iniziative che competono al Vescovo, alle strutture diocesane, alle Vicarie, le quali, a loro volta, non debbono mortificare quanto le singole comunità sono in grado di fare da sole.
In tale prospettiva, è necessario che le Vicarie si orientino verso una “pastorale integrata”, secondo gli orientamenti della Conferenza Episcopale Italiana, prima negli Orientamenti pastorali per il primo decennio del 2000: “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia” (ECEI 7/139-265) e poi nella Nota pastorale “Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia” (ECEI 7, 1404-1505), in particolare nel n. 11 (ECEI 7, 1483-1490). Di fatto, va superata l’assoluta autosufficienza, per favorire la collaborazione e l’integrazione con le parrocchie vicine (zone pastorali). L’ottica è quella di una comune condivisione della “coscienza missionaria”, in vista di una maggiore corresponsabilità e disponibilità alla collaborazione, come frutto della nostra appartenenza alla Chiesa, unico Corpo di Cristo.
Tale traguardo ha bisogno di recuperare nei soggetti pastorali un’altra forte persuasione: l’“elemento discriminante” di ogni autentica azione ecclesiale, ispirata alla pastoralità di Cristo, risiede nella “santità”, perché i vari interpreti dell’azione di Cristo, Buon Pastore, sono i Santi. Ne consegue che l’anelito alla santità è presupposto per ogni iniziativa pastorale, senza dimenticare che proprio dalla santità deriva quell’ “intelligenza della fede” che orienta le scelte pastorali.
Santità e necessità di organizzare saggiamente l’azione pastorale non possono essere messe in contrapposizione. Tra di esse c’è un nesso inscindibile. La vera storia della pastorale nel corso dei secoli coincide in gran parte con la storia dei Santi, a tutti i livelli e in ogni categoria di persone. È l’orizzonte indicato da Giovanni Paolo II nella Lettera Apostolica “Novo millennio ineunte” (n. 31, EV 20/63-64).

8. Papa Francesco: «Ripartire da Cristo»



Dopo la chiusura della Porta Santa, il 6 gennaio 2001, Giovanni Paolo II ha consegnato alle Chiese particolari di tutto il mondo la Lettera Apostolica Novo millennio ineunte (EV 20/12-122), una specie di “legge quadro”, entro la quale ogni Chiesa particolare deve tracciare il proprio cammino, per investire al meglio la grazia giubilare straordinaria dell’anno 2000, all’inizio del nuovo millennio. Le Chiese particolari furono invitate a fare una verifica del loro «fervore», con l’intento di recuperare nuovo slancio in vista di un rinnovato «impegno spirituale e pastorale» (Cf. Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte (NMI), n. 3, EV 20/14-15).
La parola d’ordine fu quella detta da Gesù a Pietro: «Duc in altum!» (Lc 5, 4) – «Prendi il largo!» – nonostante le difficoltà e gli insuccessi. Non possiamo, infatti, perdere di vista l’essenziale della missione ecclesiale. Pertanto è necessario imprimere un nuovo dinamismo alla pastorale ordinaria, anche se abbiamo l’impressione che non produca i frutti sperati. Non dimentichiamo la promessa di Gesù: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Questa certezza ha accompagnato la Chiesa per due millenni, ed è stata ora ravvivata nei nostri cuori da Papa Francesco, che ha ripetuto ai catechisti (28 settembre 2013) l’orientamento di Giovanni Paolo II: «Ripartire da Cristo». Attingendo al suo magistero, dobbiamo alimentare in noi un nuovo “fervore”, magari rileggendo il n. 80 dell’Esortazione apostolica «Evangelii nuntiandi» (EV 5/1710-1714) di Paolo VI e ora fatta propria da Papa Francesco, che ne ha attualizzato e dilatato i contenuti nell’Evangelii gaudium.
Di fronte alle grandi sfide del nostro tempo – ha scritto Giovanni Paolo II – «non sarà certamente una magica formula pastorale a salvarci, ma una Persona, e la certezza che essa ci infonde: Io sono con voi! Pertanto il nostro programma pastorale c’è già: è quello di sempre, raccolto dal Vangelo e dalla viva Tradizione. Esso si incentra, in ultima analisi, in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste. È un programma che non cambia col variare dei tempi e delle culture, anche se del tempo e della cultura tiene conto per un dialogo vero e una comunicazione efficace. Questo programma di sempre è il nostro per il terzo millennio» (Cf. Novo Millennio Ineunte, n. 29, EV 20/57-58).
Comunque, nel contesto della pastorale ordinaria, va tenuto presente che l’unico programma del Vangelo deve prendere forma nella concretezza di ciascuna realtà ecclesiale. È necessario, pertanto, che esso si traduca in orientamenti pastorali adatti alle condizioni di ciascuna comunità. È nelle Chiese locali che si possono stabilire quei tratti programmatici concreti - obiettivi e metodi di lavoro, formazione e valorizzazione degli operatori, ricerca dei mezzi necessari - che consentono all’annuncio del Vangelo di raggiungere le persone, plasmare le comunità, incidere in profondità mediante una testimonianza coerente.

9. La “barca” di Pietro tra i marosi del mare digitale



«Ogni giorno, attraverso i giornali, la televisione, la radio, il male viene raccontato, ripetuto, amplificato, abituandoci alle cose più orribili, facendoci diventare insensibili. Accanto all’inquinamento dell’aria, c’è l’inquinamento dello spirito, che rende i nostri volti meno sorridenti e più cupi. I mass media tendono ad estraniarci dalla realtà, a renderci tutti spettatori, dentro dinamiche collettive che mostrano le cose in superficie: le persone diventano corpi, e questi corpi perdono l’anima (L’Osservatore Romano, 9 dicembre 2009)».
Queste parole forti di Benedetto XVI mettono in evidenza l’importanza dell’attenzione della Chiesa ai mezzi di comunicazione sociale, già presi in considerazione dal Decreto conciliare «Inter mirifica», promulgato cinquant’anni fa (4 dicembre 1963), - come abbiamo ricordato all’inizio della Nota - nella stessa mattinata in cui fu promulgata la Costituzione «Sacrosanctum Concilium» sulla Liturgia. (Quel giorno a Roma, nella Basilica di San Pietro, ero presente anch’io. sacerdote da pochi mesi, perché accompagnavo il Cardinale Giacomo Lercaro, Arcivescovo di Bologna, uno dei quattro Moderatori del Concilio Vaticano II). Ora, San Paolo dice ai Corinzi: «Ogni volta che mangiate di questo pane e bevete al calice, voi annunziate la morte del Signore, finché egli venga» (1 Cor 11, 26). Proprio in riferimento a questo annuncio, l’abbinamento tra «Sacrosanctum Concilium» e «Inter mirifica» si fa interessante (Cfr. Mons. L.Chiarinelli, “Ri-leggere il Concilio”, Conferenza al Museo diocesano di Terni, 21-10-2013).
In tale prospettiva, Benedetto XVI, nel “Messaggio” del 23 gennaio 2010 (EV 26/1643-1651), ha ribadito la necessità per la Chiesa di promuovere una diaconia della cultura” anche nel “continente digitale”. Pertanto, la pastorale è chiamata a volgere la propria attenzione anche a coloro che non credono o sono sfiduciati, ma hanno nel cuore desideri di assoluto e di verità non caduche, dal momento che i nuovi mezzi consentono di entrare in contatto con ogni categoria di persone (Cf. EV 26/1649).
L’annuncio del Vangelo non comunica solo un messaggio «informativo», ma anche «performativo», cioè una comunicazione che produce frutti e cambia la vita (Cf. Spe salvi, n. 2, EV 24/1440). Per questo, anche le nuove tecnologie possono essere strumento valido di maturazione umana e cristiana, di fronte alla cultura postmoderna. S. Basilio di Cesarea detto il Grande (330-379) – che dovette affrontare la sfida della cultura greca – ci offre un’immagine molto efficace, legata al Profeta Amos, che diceva di se – secondo il testo ebraico - «Io ero uno che tagliava i sicomori» (7, 14). Ora, i frutti del sicomoro, non hanno alcun sapore, ma se vengono incisi per disperderne il succo, maturano in fretta e acquistano un sapore gradevole. Così il Vangelo, tramite la rete digitale, può produrre un “taglio” nelle culture web, per purificarle dalle scorie e far germogliare i “semi del Verbo” che esse contengono. Ciò richiede pazienza, approfondimento e capacità di lavorare insieme, per muoversi nel tempo opportuno e nel modo giusto (Cf. Intervento del Card Ratzinger al Convegno CEI “Parabole mediatiche”, EDB, 2003).
Il compito di ogni credente che opera nei media è quello di spianare la strada a nuovi incontri, assicurando sempre la qualità del contatto umano e l’attenzione alle persone e ai loro veri bisogni spirituali, offrendo agli uomini che vivono questo tempo digitale i «segni» necessari per riconoscere il Signore” (Benedetto XVI, “Messaggio” 2010, EV 26/1648).

10. La comunicazione: “punto fermo” di ogni piano pastorale


Per affrontare con maggiore realismo i nuovi orizzonti che la rete mediatica indica alla pastorale, anche la Chiesa di Terni-Narni-Amelia deve compiere una verifica sui propri mezzi comunicativi, ma soprattutto creare una più motivata sensibilità nei confronti delle molteplici sollecitazioni del Magistero nel campo della pastorale delle comunicazioni, a partire dal Decreto conciliare “Inter mirifica”, che ha istituito la “giornata” annuale diocesana di preghiere e di impegno stabile economico, per il sostegno dei mezzi di comunicazione. A questa giornata sono connessi i “Messaggi” pontifici, sempre molto stimolanti. Per l’Italia, il riferimento principale è costituito dal Direttorio «Comunicazione e missione» sulle comunicazioni sociali della Chiesa (Libreria Editrice Vaticana, 2004, ECEI 7/1506-1723a).
Benedetto XVI, nell’Enciclica “Caritas in veritate”, scrive: “sembra davvero assurda la posizione di coloro che sostengono la neutralità dei media, rivendicandone di conseguenza l’autonomia rispetto alla morale che tocca le persone” (Cf. n. 73, EV 26/786). A tale proposito, nel 1964, lo studioso canadese Herbert Marshall McLuhan (19111980) – convertito dal protestantesimo al cattolicesimo nel 1937 – nelle sue riflessioni, ancora oggi così feconde, intuì, non solo che “il medium è il messaggio”, ma che “il medium è il massaggio”, visto l’impatto sempre più sensoriale e sempre meno razionale che i media hanno sulle persone.
Tuttavia, nonostante l’enorme potenzialità invasiva dei grandi network e la loro crescente subordinazione al calcolo economico, ideologico e politico, rimane la possibilità che il sistema multimediale diventi occasione di umanizzazione”. Ciò richiede la volontà di far crescere la comunione e la “misura alta” della vita personale e sociale (ethos), secondo la logica della carità che riverbera lo splendore della verità (Cf. Caritas in veritate, n. 73, EV 26/786).
Per questo compito la Chiesa dispone di un elemento facilitante dal momento che la struttura della fede ha la stessa struttura della comunicazione (Cf. Michel de Certeaux, Mai senza l’altro. Viaggio nella differenza, Qiqajon, 1993). Infatti, la fede cristiana attinge il suo dinamismo relazionale dalla Trinità e la creatura umana, in quanto natura spirituale, si realizza nelle relazioni interpersonali, cioè in una identità aperta all’“alterità”, in quanto la relazionalità si configura come l’elemento essenziale dell’“humanum(Cf. Caritas in veritate, nn. 5355). Il nesso tra le relazioni trinitarie e le relazioni interpersonali umane è costituito dal fatto che Dio Trinità si rivela e si autocomunica attraverso l’Incarnazione del Verbo (il Logos) e l’azione dello Spirito Santo: Dio entra nella storia umana per agganciarla alla storia della salvezza, mediante l’annuncio e la testimonianza della carità nella verità, attraverso la mediazione salvifica della Chiesa (Cf. Karl Rahner, Premessa teologica e pastorale, in AA.VV., Funzioni della Chiesa. Herder – Morcelliana, Roma 1971).
La pastorale della comunicazione, dunque, si pone come “punto fermo e irrinunciabile” di ogni piano pastorale, specialmente ora che il mondo digitale ha modificato la natura della relazionalità (Benedetto XVI, L’Osservatore Romano, 30 ottobre 2009, EV 26/1258). Oggi i rapporti umani “reali” sono stati introdotti nell’area sconvolgente e affascinante della rete “virtuale”, mettendo in correlazione lo spazio “fisico” (il territorio) e lo spazio “virtuale” (il cyberspazio), con tutti i rischi e le opportunità che questo connubio comporta, in ordine al modo di rapportarsi delle persone con il territorio, anche dal punto di vista socio-politico (Cf. E. Vecchi, Antenna crucis, il passaggio dall’analogica al digitale, EDB, Bologna 2010, p.59).

11. Nella “rete”: nuove prospettive per l’evangelizzazione



Le innumerevoli potenzialità della rete aprono nuove prospettive all’annuncio del Vangelo e rendono ancor più attuale l’esortazione paolina: «Guai a me se non annuncio il Vangelo(1 Cor 9, 16). Infatti – scrive il Papa – il mondo digitale, non solo aumenta la responsabilità dell’annuncio, ma lo colloca anche in un contesto esigente, perché richiede un “impegno più motivato ed efficace”. Non si tratta di occupare comunque un’area del cyberspazio, ma di essere presenti “nella costante fedeltà al Vangelo”. Ciò significa, tra l’altro, far conoscere la vita della Chiesa, come “segno e strumento” della comunione con Dio e tra gli uomini, che si realizza in Gesù Cristo: “incontrato e ascoltato nella preghiera; annunciato con la predicazione e la testimonianza della vita; conosciuto, amato e celebrato nei Sacramenti, soprattutto nella Santissima Eucaristia e nella Riconciliazione” (Cf. Messaggio 2010, EV 26/1650).
Pertanto, tra mondo reale e connessione virtuale non c’è incompatibilità, ma complementarietà, purché entri in gioco una maturità umana dotata di senso critico e volontà di verifica, che scaturiscono da un progetto “integrale” di vita saldamente ancorato alla fede. Qui entra in campo il compito educativo come emergenza primaria a tutti i livelli, emergenza – lo ripetiamo – che la Conferenza Episcopale Italiana ha messo a tema negli “Orientamenti pastorali” per le Chiese in Italia nel decennio 2010-2020: Educare alla vita buona del Vangelo (ECEI 8/3690-3900).
La comunità cristiana guarda ai mezzi di comunicazione e ai loro nuovi linguaggi come ad una componente dell’ambiente vitale umano, dotata di una forte rilevanza per l’educazione. Questi mezzi eliminano le distanze spaziali, ma rischiano di non favorire una vera prossimità tra le persone. Essi – come abbiamo visto – sono “creativi” e giungono a dare forma alla realtà stessa. Da questi media, dipende in buona parte la percezione del mondo, di noi stessi e degli altri e offrono un ampliamento delle nostre potenzialità, perciò vanno considerati come delle risorse da investire.
Come è noto, la “nuova logica digitale” è antropologicamente connessa con le nuove generazioni, perciò la Chiesa, attraverso la grande schiera dei suoi “navigatori crossmediali”, è chiamata ad aggiornare la sua “mappa” educativa, per intercettare la complessità dei flussi relazionali virtuali e convogliarli in un “metodo pedagogico” integrato, ma concreto. A tale scopo può essere utile tradurre in concetti accessibili al popolo della rete (prevalentemente giovane) le cinque “parole chiave” lasciate in eredità dal Convegno CEI - tenuto a Roma, dal 22 al 24 aprile 2010 - “Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell’era crossmediale”: anima, discernimento, partecipazione, relazione, responsabilità (www.testimonidigitali.it/home_convegno/programma/00000472_Programma.html). Tuttavia, non bisogna dimenticare che nell’universo mediatico, i messaggi, e i linguaggi, sono ambivalenti: possono contribuire al nostro bene o possono farci del male. Su questo deve concentrarsi l’attenzione educativa, per sviluppare un atteggiamento critico verso l’uso delle nuove tecnologie, che possiedono una notevole forza seduttiva e possono aprire “varchi” in chi non ha difese sufficienti.
Ciò comporta l’acquisizione di un progetto educativo capace, non solo di sviluppare un atteggiamento difensivo nei confronti di questi mezzi, ma soprattutto di far leva sulla capacità di autocontrollo, sul “dominio di sé” come dono dello Spirito (Cf. Gal 5, 23), per contrastare il possibile influsso disumanizzante. L’impresa educativa in questo settore, tanto vasto e complesso, richiede lo sforzo di “educare insieme”, mediante un’alleanza solidale, specialmente tra le famiglie, in sinergia con le scuole e le altre “agenzie” educative.
Un grande aiuto viene anche dai media promossi dalla comunità cristiana, che – a tale scopo – vanno sostenuti con più convinzione e con azioni concrete per la loro diffusione. Inoltre, gli itinerari formativi offerti nelle comunità cristiane, non possono ignorare che gli Apostoli, per annunciare il Vangelo, hanno affrontato le insidie dei mari in burrasca. Noi, per evangelizzare tra le turbolenze del mondo d’oggi, dobbiamo imparare a navigare “a vela” (cioè con prudenza) anche tra i marosi del cyberspazio, pur ricorrendo, talvolta, alle astuzie del surfista. Solo così la cultura del mondo nuovo non verrà divorata dai “tecnici”, ma salvata dallo “splendore della verità”.




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