Riscoprire IL messaggio evangelico nel mondo attuale



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Roberto Mancini
Riscoprire il messaggio evangelico nel mondo attuale1
Sommario

1. Aderire alla vita; 2. Il senso del messaggio evangelico e la novità di Gesù; 3. Perché ci adattiamo a una società disumana?; 4. La filialità rimossa; 5. La società dell’astrazione; 6. L’esperienza dell’Amore; 7. Testimoni della promessa e servitori del bene comune


***
1. Aderire alla vita
Lo scopo della riflessione che qui propongo è quello di riportare l’attenzione non tanto sul senso del messaggio evangelico in sé, quanto sul rapporto tra questo messaggio e noi tenendo conto del contesto della società attuale e della fase storica in cui ci troviamo.

In tale rapporto sono implicate diverse forme di soggettività, poiché esso abbraccia sia il cammino personale e di coppia, sia quello della Chiesa e della società. Già questa ampiezza indica che il senso del Vangelo non è circoscrivibile a una dimensione particolare, ma investe tutte le sfere della condizione umana, compreso il suo radicamento nella vita del mondo naturale.

Naturalmente non proporrò ricette o indicazioni particolari su che cosa “fare”: è soprattutto essenziale ripensare ai criteri e alle fonti di senso che ci consentono di capire chi siamo, chi stiamo diventano, se la società in cui viviamo è accettabile, in quale direzione possiamo rinnovarci e agire con responsabilità.

In un percorso simile la prima accortezza dev’essere quella di evitare l’abitudine a esaltare i significati custoditi nei testi evangelici e la stessa figura di Gesù, lasciando però in ombra la nostra posizione e le nostre possibilità di avvicinamento a quei significati e a quella figura. Bisogna tenere dentro la visuale della riflessione il rapporto tra il Vangelo e noi; altrimenti, se si procede con un discorso astratto e solo alla fine si giunge a guardare a noi stessi, si finisce immancabilmente per dire “però” a quanto ci è stato rivelato: però è troppo difficile, però la realtà è differente, però non possiamo riuscire a vivere secondo il messaggio evangelico. Quel “però” distrugge la rilevanza concreta del messaggio per le nostre vite e di conseguenza il Vangelo viene rinchiuso entro un momento frammentario della celebrazione eucaristica e viene rimosso dalla “normale” vita quotidiana.

Al posto del “però” può emergere la domanda, più feconda, che chiede “come”: se davvero riconosciamo che il Vangelo schiude una via per vivere umanamente, con giustizia e con pienezza di felicità, allora sentiamo e capiamo che vale la pena di seguire la sua luce e ci interessa fiduciosamente comprendere come lasciare che l’esistenza sia trasformata e liberata. Ci mettiamo in cammino, senza più cedere alla consuetudine di restare fermi dentro la solita vita. Desideriamo invece entrare nella vita accolta e vissuta secondo l’amore che Gesù ha mostrato, rivelando il modo di amare del Padre suo e nostro.

Con ciò iniziamo a renderci conto del fatto che l’amore non deve più essere esclusivamente identificato con un’emozione, un sentimento, un affetto, una passione. Certo, è tutto questo, ma non solo. È molto di più: è la forza creativa che istituisce e alimenta la vita, la forza che la rinnova e la libera anche quando è colpita dal male e dalla morte come distruzione. Anzi, per parlare in maniera più precisa, l’amore è la vita. Non esiste vita, infatti, al di fuori dell’amore vero e gratuito; al di là di esso ci sono solo situazioni e dinamiche di morte, rispetto alle quali la morte fisica è una metafora: morte interiore, civile, sociale, economica.

Nel confronto con il Vangelo - il quale possiede un suo senso, un suo orizzonte e una sua logica - anzitutto è necessario cominciare a riconoscere che la vita non viene dalla vita, non è risolvibile in un fatto biologico, perché viene dall’amore creativo, gratuito, fedele di Dio. La conferma esperienziale di ciò sta nel dato per cui conosciamo persone biologicamente vive che però dentro sono come morte per eccesso di chiusura in se stesse, quando si diventa incapaci non solo di da re amore, ma anche soltanto di riceverlo. D’altro canto conosciamo persone scomparse il cui amore ancora oggi alimenta la nostra vita.

Qui deve sorgere in ciascuno una sana domanda: ma io sono davvero entrato nella vita, oppure no? Esistere soltanto per se stessi, restando individui senza mai diventare persone capaci di dedicarsi agli altri e la bene comune, significa sopravvivere ma non essere ancora pervenuti alla piena adesione alla vita.

Dice Kierkegaard che chi fa così è come il proprietario di una splendida villa con un magnifico parco, che tuttavia consuma tutto il proprio tempo in cantina perché non osa andare oltre lo spazio angusto in cui si è rifugiato. Per vivere bisogna aderire con tutto se stessi alla vita universale fondata dall’amore, ponendosi in una corrente di bene che ci insegna il giusto rapporto con la vita stessa: accoglierla, intensificarla, condividerla.

Da questo punto di vista uscire e trasfigurare sono due azioni essenziali: uscire dal guscio nel quale ci siamo abituati alla “solita vita” e trasfigurare quest’ultima volgendola in comunione, dedizione, servizio alla giustizia, accoglienza sempre rinnovata dell’amore di Dio. Uscire e trasfigurare sono verbi utilizzabili per evocare il senso della risposta adeguata al messaggio evangelico. Si tratta di uscire dal guscio della pre-vita, quando pretendiamo di esistere senza amore o con quel tipo di “amore” che è pieno di egoismo, e di “trasfigurare” noi stessi e il mondo, assumendo la condizione filiale rispetto al Padre e collaborando a fare del mondo stesso il Regno di Dio, secondo una continuità di fondo tra la parte visibile della vita e la parte ulteriore che ancora non conosciamo.

Il senso del Vangelo non sta in una dottrina, in una spiegazione totale della realtà, o nella fondazione di una religione. Il senso del Vangelo è quello di un invito (personale, comunitario e universale) alla vita, alla sua pienezza, dunque alla felicità la cui sostanza è la comunione di tutte le creature con il Creatore. La risposta adeguata è il consenso della libertà espresso con l’integrità della persona, della comunità, dell’umanità e del creato stesso, come hanno mostrato Francesco e Chiara di Assisi.

Ora, il punto spesso rimasto poco chiaro è che l’invito ha la natura di un’azione maieutica, che spinge ciascuno a nascere fino in fondo; la risposta a sua volta ha la natura di una nuova nascita, una nascita “spirituale” che è tale non in quanto sia alternativa alla corporeità, bensì in quanto è una nascita all’amore, nell’amore, per l’amore. È grazie a questa nascita per lo Spirito - cioè per l’amore del Padre materno di Gesù e di Maria nella sua capacità di creare comunione - che noi entriamo veramente nella vita uscendo dalla situazione in cui ci trattenevamo al di qua di essa.

Il nucleo del messaggio del Vangelo, che è ricapitolato e reso vita in Gesù, è che noi siamo figlie e figli di Dio. Possiamo e dobbiamo aderire a questa dignità infinita, imparando a trattare gli altri come sorelle e fratelli. Ciò porta a compimento la nostra creaturalità e la nostra umanità.

Ma proprio questa rivelazione, per molti aspetti e ogni volta di nuovo, è stata respinta o deformata, risultando scandalosa e incomprensibile. La ricezione prevalente del Vangelo ha costruito il cristianesimo come religione, una religione in più, e ha edificato in Occidente la cristianità come sistema di potere sacralizzato.






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