Ritardata pronuncia di divorzio congiunto, legge Pinto e danno esistenziale



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Ritardata pronuncia di divorzio congiunto, legge Pinto e danno esistenziale.

Giust. civ. 2006, 10, 2061

Roberto Masoni

Sommario:1. Il fatto. - 2. La ragionevole durata del processo presupposto. - 3. L'applicazione della l. n. 89 del 2001 alle procedure di divorzio congiunto. - 4. Il danno esistenziale quale «voce» del danno non patrimoniale. - 5. La prova del pregiudizio esistenziale. - 6. L'istruttoria del procedimento innanzi alla Corte d'appello.

1. Il fatto. - Il ricorrente chiedeva alla Corte d'appello di Milano la condanna del Ministero della giustizia all'equa riparazione del danno (patrimoniale, non patrimoniale ed esistenziale) patito, sotto il profilo della violazione dell'art. 6, § I, Cedu, assumendo la violazione del termine di ragionevole durata del processo (art. 2 l. 24 marzo 2001 n. 89, c.d. «legge Pinto»).

L'intollerabile durata riguardava un giudizio di divorzio congiunto che, introdotto nel luglio 1997, si era concluso oltre quattro anni dopo.

La Corte territoriale, ritenendo che la durata ragionevole di un processo di divorzio ad istanza congiunta andasse stimata in un anno e due mesi, condannava l'amministrazione convenuta al risarcimento del danno non patrimoniale conseguente la violazione del termine ragionevole di cui all'art. 2 l. n. 89, cit.

Il risarcimento è stato liquidato equitativamente con una somma di euro 1000 per ciascuno degli anni (tre) di durata eccedente il detto termine.

Non è stato, invece, liquidato il danno esistenziale, perché ritenuto indimostrato.

La pronuncia della Corte di legittimità si segnala perché ha riconosciuto, seppure solo in astratto, che l'eccessiva durata di un processo può costituire causa di pregiudizio esistenziale per la parte coinvolta, così determinando il sorgere del diritto a una «equa riparazione».

Nel caso di specie, la Corte suprema ha rigettato il ricorso, concordando col giudice di merito sul difetto di prova del pregiudizio esistenziale allegato. Pregiudizio che, a detta del richiedente, consisteva nell'impossibilità di contrarre nuovo matrimonio, a causa dell'eccessivo prolungarsi della procedura di divorzio congiunto. In quanto la convivente, con la quale l'istante intendeva sposarsi, a causa del protrarsi del processo divorzile, aveva deciso di troncare la relazione affettiva.

In tal caso, la lentezza nella pronunzia del divorzio, da parte del sistema giudiziario (1), aveva (in tesi) fatto fallire il divisato progetto matrimoniale (2).



2. La ragionevole durata del processo presupposto. - Nel caso esaminato dall'annotata sentenza, il processo presupposto, che ha suscitato la richiesta indennitaria da parte del ricorrente, era un divorzio a domanda congiunta (introdotto ai sensi dell'art. 4, comma 16, l. n. 898 del 1970).

Questa procedura (inserita innovativamente dall'art. 8 l. n. 74 del 1987, modificativa della l. n. 898, cit.), per sua natura, appare celere e per nulla complessa.

La celerità di svolgimento deriva dalla struttura camerale del giudizio, che, more solito, si articola in una sola udienza, che si svolge innanzi al tribunale in composizione collegiale (ai sensi dell'art. 50-bis, comma 2, c.p.c.).

Sulla presentazione del ricorso congiunto avanzato dai coniugi, che hanno concordato sulla cessazione degli effetti civili o sullo scioglimento del matrimonio, come pure sulle condizioni del divorzio, non residuando contestazioni su an e quomodo, il presidente del tribunale o della sezione fissa l'udienza collegiale camerale, previa trasmissione degli atti al pubblico ministero per le sue conclusioni (art. 70, n. 3, c.p.c.).

All'udienza viene esperito il tentativo di conciliazione e sono «sentiti i coniugi», che normalmente si limitano a confermare il consenso divorzile (con sottoscrizione del verbale d'udienza), essendo ormai «cessata la comunione spirituale e materiale» (art. 1 l. n. 898, cit.). Indi, il collegio si ritira in camera di consiglio e pronunzia sulla domanda.

Come si vede, la procedura «a domanda congiunta» è stata concepita dal legislatore per definire il giudizio divorzile sullo status coniugale, in tempi rigorosamente contingentati, data la sostanziale concordia raggiunta dai coniugi in ordine all'interruzione del vincolo matrimoniale e alle condizioni di tale interruzione.

Il modulo procedimentale in discorso è alternativo rispetto a quello introdotto nelle forme contenziose e che presuppone un contrasto tra le parti, la cui risoluzione richiede lo svolgimento di un processo contenzioso nelle forme della cognizione piena (art. 4 l. n. 898, cit., nonché art. 163 ss. c.p.c.).

Con il procedimento a domanda congiunta, si è seguita una tecnica di semplificazione delle forme procedurali, pur se restano invariati i presupposti sostanziali del divorzio (3). Per quanto il procedimento, data la struttura camerale, possa rammentare le cadenze procedimentali di quello di separazione consensuale, che si conclude con decreto di omologazione (art. 711, comma 3, c.p.c.); diversamente, però, l'art. 14, comma 16, l. n. 898, cit., esige la previa verifica dei presupposti normativi per la pronunzia di divorzio; presupposti che sono identici a quelli richiesti dalla legge per la decisione del divorzio introdotto nelle forme contenziose (4).

È più che evidente che la tecnica legislativa prescelta, consistente nell'adozione della forma camerale, a fronte del consenso dei coniugi in ordine alla dissoluzione del vincolo matrimoniale ed alle condizioni cui questa dissoluzione può concretarsi, è funzionale ad un procedimento agile, di celere definizione, per nulla complesso, per effetto delle concordanti richieste delle parti.

Appare pertanto abnorme la durata quadriennale del processo di divorzio a domanda congiunta che ha dato la stura alla decisione cui è pervenuta l'annotata. Secondo la valutazione compiuta dalla Corte milanese, un siffatto procedimento avrebbe dovuto durare mediamente un anno e due mesi.

Questa valutazione appare, di per sé, discutibile e abnorme, data l'estrema semplicità degli adempimenti procedurali che il tribunale è chiamato a compiere nella procedura in discorso; adempimenti che, come si è ricordato, si compendiano nella fissazione dell'udienza collegiale e nel successivo deposito della decisione.

Ben raro evento, in questo procedimento, è, infatti, l'effettuazione di attività istruttoria.

Meno infrequente, ma comunque non rientrante nella fisiologia del procedimento, potrebbe essere la riconvocazione dei coniugi avanti al tribunale per l'eliminazione dalle condizioni pattuite di clausole affette da nullità, ovvero, per colmare talune lacune di regolamentazione (quali, ad esempio, la mancata previsione o l'insufficienza dell'importo dell'assegno di mantenimento per i figli minori, ovvero, la mancata previsione della clausola di adeguamento Istat dell'assegno stesso ecc.). Entrambe eventualità in grado un poco (ma non molto) di allungare la durata del processo.

Per la determinazione della ragionevole durata del processo presupposto, è necessario riferirsi ai parametri forniti dalla Corte europea dei diritti dell'uomo (5); pur se, a quanto consta, in materia di divorzio congiunto, la Corte non sembra essersi pronunciata.

La Corte di legittimità italiana, a sua volta, ritiene che, nella determinazione della ragionevole durata del processo, non valga riferirsi ad analisi statistiche (6).

Secondo, però, una valutazione prudenziale, scaturente dall'esperienza di tribunale, il tempo medio di durata di siffatto tipo di procedimento non dovrebbe esuberare i sei mesi. Sicché il periodo eccedente tale termine prudenziale dovrebbe conteggiarsi ai sensi dell'art. 2 l. n. 89, cit., ossia agli effetti della liquidazione dell'equa riparazione.

È più che evidente che il procedimento richiede una particolare sollecitudine definitoria da parte del giudice. Quindi, per utilizzare un'espressione riscontrabile nella giurisprudenza europea, una «diligence exceptionelle»; dato che la materia trattata involge uno status personae, quale diritto inviolabile dell'uomo, diritto costituzionalmente garantito (art. 2 cost.), a riacquistare lo stato libero e che esige una soluzione giudiziaria particolarmente sollecita.

3. L'applicazione della l. n. 89 del 2001 alle procedure di divorzio congiunto. - Poiché l'art. 2 l. n. 89, cit., nella specie applicato per indennizzare il richiedente, rimanda al termine ragionevole di cui all'art. 6, § 1, della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, appare giocoforza richiamare l'elaborazione interpretativa fornita dalla Corte europea, cui anche il giudice nazionale deve attenersi (7).

L'art. 6 della Convenzione si applica quando la procedura interna verta su di una «controversia su diritti e doveri di carattere civile» del ricorrente, ovvero sulla «fondatezza di un'accusa» penale rivolta contro di lui.

Si è pacificamente ritenuto che, per l'applicabilità dell'art. 6, è necessario che sussista una «contestazione» su un «diritto»; diritto avente carattere «civile».

La Corte europea ha attribuito all'espressione «contestation» (8) un significato elastico; ravvisandola tutte le volte in cui sia riscontrabile l'opposizione di due pretese contrapposte, ovvero, la discordia tra pretese incompatibili (9). Mentre è stata esclusa l'applicazione dell'art. 6 Cedu quando non esistevano interessi contrapposti, perché una delle parti aveva accettato le pretese dell'altra; ovvero, nei casi di procedure amministrative, il cui solo fine è quello di accertare un dato tecnico, una circostanza di fatto o una qualità personale dell'interessato (10).

Alla stregua di questa giurisprudenza europea, appare significativo che, nella pronuncia in esame, la Corte di legittimità abbia ritenuto (forse inconsapevolmente e, comunque, implicitamente) discostarsi da questo preciso formante interpretativo, che esclude l'applicazione dell'art. 6 quando, nel processo presupposto, manchi qualsivoglia forma di contestazione, ovvero di contrapposizione di interessi tra le parti.

Se è da escludere la qualificazione «consensuale» (11) al procedimento divorzile introdotto ai sensi dell'art. 4, comma 16, l. n. 898, cit., nel quale, in presenza di situazioni indisponibili (in materia di status), la prova del fatto non può scaturire dall'altrui non contestazione (12), resta, però, la pacifica natura non contenziosa del procedimento di divorzio in oggetto.

Appare esatto ritenere che il divorzio a domanda congiunta, data la natura dell'accertamento che il tribunale è chiamato a compiere, «decide(ndo)» la domanda con sentenza, consista appunto in un giudizio, esattamente come il procedimento (di divorzio) contenzioso, e non costituisca esercizio di volontaria giurisdizione, come, ad esempio, avviene per il procedimento di separazione consensuale omologata (13).

Sembra quindi condivisibile la sussunzione (anche) del procedimento a domanda congiunta entro l'alveo applicativo della l. n. 89, cit.

Come dimostra la fattispecie sottoposta all'esame della Corte territoriale, un ritardo irragionevole nello svolgimento del processo, con compromissione di fondamentali valori della persona, e in particolare di quello di riacquisire lo stato libero per contrarre nuove nozze, ben può riscontrarsi anche nella procedura divorzile a domanda congiunta.

Appare, quindi, più che giustificata (ed anzi doverosa) l'applicazione della c.d. «legge Pinto» alla lentezza di processi presupposti involgenti lo status personae. All'evidenza, sono queste situazioni maggiormente dannose per le persone coinvolte, rispetto a quanto è riscontrabile in processi caratterizzati da modesta «posta in gioco»; quali quelli aventi, ad esempio, ad oggetto domande risarcitorie scaturenti da incidenti stradali con danneggiamento di cose, ovvero da infiltrazioni d'acqua in appartamento (14).



4. Il danno esistenziale quale «voce» del danno non patrimoniale. - Come recita l'art. 2 l. n. 89, cit., il «danno» indennizzabile, scaturente dal mancato rispetto del termine di ragionevole durata del processo, può essere tanto quello «patrimoniale» (15) quanto quello «non patrimoniale».

Quest'ultimo può essere riparato, non solo con la dazione di un sostitutivo pecuniario, ma anche attraverso adeguate forme di pubblicità (art. 2, comma 3, lett. b, l. n. 89, cit.) (16).

In sede europea, il danno non patrimoniale (17), sub specie di prolungata ansia, di incertezza e di patema d'animo causato dalla pendenza del processo, è quello più spesso liquidato, ricorrendo a notevoli facilitazioni probatorie.

Dopo alcune pronunce delle sezioni unite della Cassazione (Cass., sez. un., 26 gennaio 2004 n. 1339 e 1340), anche in ambito nazionale, l'onere probatorio, relativo a tale pregiudizio, è stato notevolmente agevolato.

Al riguardo, si è insegnato che appare normale che l'anomala pendenza di un processo produca nella parte che vi è coinvolta un patema d'animo, un'ansia, una sofferenza morale che non occorre provare, sia pure attraverso elementi presuntivi (18).

Con l'ulteriore corollario secondo cui le conseguenze non patrimoniali possono ritenersi presenti secondo l'id quod plerumque accidit, senza bisogno di alcun sostegno probatorio relativo al singolo caso.

Affermando che il danno non patrimoniale si presume, come è stato notato, si ribalta l'onere probatorio gravante sul ricorrente, perché si pone a carico dell'amministrazione convenuta l'onere di provare che, in via eccezionale, il danno non patrimoniale nella specie non si è prodotto a carico del ricorrente (19).

Anche se tali conseguenze normali e negative, scaturenti dalla pendenza processuale, in date situazioni, possono essere escluse.

Questo può verificarsi quando il protrarsi del giudizio risponde ad un interesse della parte, ovvero è, comunque, destinato a produrre conseguenze che la parte percepisce a sé favorevoli; come avviene nel caso del locatario che, durante un giudizio, continui a detenere l'immobile locato, e quindi a beneficiare delle utilità derivanti dalla detenzione del bene, onde la lunghezza del giudizio comporta effetti favorevoli, anziché negativi (20).

Quello di cui si è discorso fino ad ora è il danno non patrimoniale, inteso come danno morale soggettivo, «costituito dalla sofferenza contingente e dal turbamento transeunte dell'animo» (21).

Ma nella nuova, ampia, concezione del danno non patrimoniale che va affermandosi in sede di legittimità, quello indicato è solo una delle possibili «voci» del danno non patrimoniale, come del resto si legge pure nella sentenza in epigrafe.

Ebbene, l'altra «voce» di danno non patrimoniale indennizzabile (22), riconoscibile (anche) in caso di eccessiva durata del processo, è appunto il pregiudizio esistenziale (23), autonomamente risarcibile (24).

Del resto, come è stato autorevolmente affermato (25), che una controversia civile possa rovinare la vita non solo delle parti, ma anche di molte altre persone, è un topos della letteratura ottocentesca e forse anche anteriore.

Né sarebbe corretto limitare il concetto di «danno non patrimoniale» alle sole conseguenze psicologiche del protrarsi del processo sulla parte processuale - sofferenza, disagio, ansia, preoccupazione ecc. - dovendo invece considerarsi tutti i riflessi negativi sull'esistenza della medesima (26).

I pionieri del danno esistenziale hanno evidenziato la rilevanza del «fare non reddituale», compromesso, più scadente, per effetto di una determinata condotta illecita (27), anche scaturente da inadempimento contrattuale e non solo da illecito aquiliano (28).

Accogliendo questi autorevoli insegnamenti dottrinali, la Corte di legittimità nell'annotata sentenza riconosce che la lunghezza del processo è astrattamente idonea a cagionare in chi ne sia parte un danno esistenziale, concretantesi «in una modificazione dell'agire del singolo», riscontrabile quando, ad esempio, vi sia stato un «cambiamento degli usi di vita sociale o delle proprie scelte abituali» (29).

Nel caso di specie, la modificazione dell'agire sociale del singolo, laddove dimostrata, avrebbe potuto riscontrarsi in capo al coniuge divorziando, laddove fosse stata provata l'impossibilità di contrarre nuovo matrimonio con la persona con la quale l'istante era fidanzato, stante la rottura della relazione affettiva; rottura (in tesi) indotta dall'eccessivo protrarsi del processo divorzile.

La pronuncia in esame, come pure il suo antecedente prossimo, ossia Cass. 5 novembre 2002 n. 15449 (30), entrambe rese dalla prima sezione civile della Corte di cassazione, non costituivano ancora orientamento del tutto consolidato in ordine all'autonoma voce risarcitoria del danno esistenziale. Perché un'altra quasi coeva pronunzia resa dalla terza sezione ha negato in radice l'esistenza di una «generica categoria di danno esistenziale dagli incerti e non definiti confini» (31).

La pronunzia (32) è stata variamente accolta in dottrina.

Negativamente da taluni autorevoli studiosi (33); favorevolmente da altri (34).

A fronte del contrasto interpretativo, l'auspicato intervento chiarificatore è giunto da Cass., sez. un., 24 marzo 2006 n. 6572. Nella pronunzia, pur se resa su una specifica tematica, quello del danno risentito dal lavoratore per effetto del demansionamento cui l'ha assoggettato il datore di lavoro, il danno esistenziale, quale autonoma categoria e quale autonoma posta risarcitoria, riceve definitiva consacrazione, senza incertezze e senza ambiguità. Come hanno spiegato le sezioni unite, il danno esistenziale consiste in «ogni pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile) provocato sul fare areddituale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all'espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno» (35).

5. La prova del pregiudizio esistenziale. - Nella pronuncia in commento, la Corte regolatrice, oltre ad ammettere la teorica riconoscibilità del pregiudizio esistenziale, quale effetto dell'eccessiva durata del processo presupposto (36), compie un'altra importante precisazione; questa volta sul versante processuale, e, in particolare, sotto il profilo probatorio.

Diversamente dalla prova del danno morale soggettivo, la cui dimostrazione è agevolata dal ricorso a presunzioni, per il riconoscimento del danno esistenziale, si afferma a chiare lettere la necessità della prova di esso, da parte di chi ne invoca il riconoscimento, con implicita ma chiara adesione all'impostazione «consequenzialistica» del danno.

Perciò, nessun automatismo risarcitorio discende dall'accertamento della violazione del termine di ragionevole durata di cui all'art. 6 Cedu, quanto al ristoro del danno esistenziale.

Nel caso deciso dalla pronuncia in commento, la prova del danno non è stata fornita, dal momento che la semplice produzione della dichiarazione sostitutiva dell'atto di notorietà non dimostra il fatto (ossia, l'interruzione del futuro progetto matrimoniale), ma rappresenta, al più, un semplice indizio di esso.

Secondo uno dei primi commentatori della pronuncia, la Cassazione avrebbe «generalizzato (e in un certo qual modo banalizzato) la questione relativa all'onere probatorio sulla voce del danno esistenziale» (37), avendo disatteso gli approdi raggiunti dalla migliore dottrina specialistica.

Questa dottrina (38) ha individuato due macrocategorie, in cui suddividere le conseguenze esistenziali del fatto lesivo; da una parte, conseguenze normalmente legate a una certa lesione; dall'altra, conseguenze eccezionalmente legate ad una certa lesione, in quanto strettamente connesse alla particolare condizione di vita della vittima. Con l'ulteriore distinzione: rispetto alle conseguenze normalmente discendenti dalla lesione, si potrà ritenere presuntivamente provato il danno. Mentre, con riguardo alle conseguenze connesse alla particolare situazione della vittima, non si potrà procedere ad alcuna liquidazione, mancando la prova del danno da parte di quest'ultima (39).

In verità, pur in assenza di alcun automatismo risarcitorio di tipo c.d. «eventista» (40), rappresenta una scelta di opportunità, da parte del giudice, quella di rendere più o meno rigoroso, per la vittima della lesione, l'onere probatorio.

In materia sembra plausibile il ricorso alla prova indiretta (art. 2729 c.c.), oltre che al notorio (art. 115, comma 2, c.p.c.) (41) e all'id quod plerumque accidit, per la dimostrazione del pregiudizio esistenziale (42).

La prospettiva è condivisibile se solo si rifletta sulle seguenti considerazioni.

Intanto, il pregiudizio alle «capacità realizzatrici della persona» consiste nella lesione di interessi dell'uomo collocati dall'ordinamento al massimo livello di importanza, in quanto di rango costituzionale (art. 2 cost.), attenendo all'esistenza stessa della persona e al modo di esplicazione di essa, nelle sue multiformi manifestazioni (43).

Dal momento che la Carta fondamentale pone al centro dell'ordinamento statuale questi valori, ossia la persona e l'individuo, appare costituzionalmente corretto favorirne, anche in sede processuale, l'esplicazione, laddove gli stessi vengano lesi, con un'adeguata agevolazione probatoria. Pena altrimenti una contraddittorietà tra Costituzione (art. 2 cost.) ed ordinamento giuridico di grado inferiore (art. 2043 e 2059 c.c.); da un lato, promuovendo questi valori personali, a livello teorico e declamatorio, e dall'altro, rendendone non agevole, in sede processuale, la dimostrazione in caso di lesione.

L'utilizzo della prova logica per la dimostrazione del pregiudizio esistenziale si fa apprezzare anche da altro punto di vista. Perché, in tal modo, il regime probatorio del danno non patrimoniale - nelle componenti del danno morale soggettivo e del danno esistenziale - sarebbe omogeneo; per entrambi le voci risarcitorie ammettendosi la facilitazione probatoria costituita dalla prova presuntiva.

Nel caso deciso dall'annotata sentenza, una volta dimostrati gli elementi costituitivi della fattispecie risarcitoria, danno (inteso come interruzione del progetto matrimoniale) e nesso causale (tra il primo, conseguenza del fatto lecito dannoso), sulla scorta del notorio (che non richiede prova; art. 115, comma 2, c.p.c.), avrebbe potuto ritenersi sussistente il pregiudizio esistenziale. Rientrando nella comune esperienza dell'uomo medio l'estrapolazione delle modificazioni esistenziali scaturenti dalla mancata celebrazione del divisato matrimonio (44).

6. L'istruttoria del procedimento innanzi alla Corte d'appello. - Anche da altro punto di vista, la pronuncia in commento appare significativa, sempre sotto il profilo procedurale.

La suprema Corte ammette, infatti, nel procedimento volto all'accertamento dell'irragionevole durata del processo presupposto, avanti la Corte territoriale, che i fatti rilevanti per la decisione possano essere dimostrati con i mezzi di prova utilizzabili nel processo di cognizione, espressamente richiamando, non solo «la prova documentale» (di cui agli art. 2699 ss. c.c.), ma anche i mezzi di prova costituenda (regolati dagli art. 191 ss. c.p.c.), ivi compresa la prova testimoniale.

Alla luce del tenore della disposizione procedurale disciplinante il processo radicato ex legge Pinto, il principio affermato permette di meglio focalizzare le caratteristiche distintive dell'istruzione nella procedura camerale in oggetto.

Il processo di cui alla l. n. 89, cit. è retto dal rito camerale perché «la Corte d'appello provvede ai sensi degli art. 737 ss. c.p.c.» (art. 3, comma 4, l. n. 89, cit.).

Nella procedura camerale, l'art. 738, comma 3, c.p.c., si limita a disporre che «il giudice può assumere informazioni».

Come noto, le «informazioni» di cui il giudice può valersi, sono caratterizzate dall'officiosità, nel senso che l'ammissione prescinde dall'iniziativa di parte, ben potendo le stesse essere autonomamente ammesse dal collegio (45).

L'esercizio del potere di assumere informazioni costituisce facoltà discrezionale, non implicante alcun obbligo a carico del giudice, sicché il mancato esercizio appare incensurabile in cassazione ove sia data esauriente motivazione (46).

Secondo autorevole dottrina, oggetto delle «informazioni» possono essere mezzi di prova (anche) atipici (47).

L'assunzione delle informazioni può essere delegata dal collegio ad uno dei suoi componenti (48).

Quando il giudice ritenga insufficienti le informazioni, può ricorrere alle fonti di prova disciplinate dal codice di rito (49).

I principi esposti sono stati affermati dalla giurisprudenza per i procedimenti di volontaria giurisdizione, retti dagli art. 737 ss. c.p.c.

Tali principi, nei limiti della compatibilità, sembrano applicabili anche alla procedura camerale richiamata dall'art. 3 l. n. 89, cit., con l'eccezione dei mezzi di prova atipici, perché, come si precisa, in questo tipo di procedimento camerale le finalità di accertamento e/o condanna sono analoghe o identiche a quelle della cognizione ordinaria (50). Il richiamo legislativo alla forma camerale è stato dettato da motivi di semplificazione processuale. È questo un caso, sempre più frequente nella recente legislazione, di «procedimento camerale sui diritti», ossia di procedimento incisivo su diritti o status. Alla luce del novellato testo dell'art. 111 cost. (51), la legittimità costituzionale di una siffatta procedura è stata posta in discussione da più parti (52).

Come appare plausibile, la fondamentale (e, di solito, l'unica) attività istruttoria da effettuare nel processo volto ad accertare l'irragionevole durata del processo presupposto si compendia nell'acquisizione degli atti del procedimento (o dei procedimenti) ritenuto eccessivamente lento; ossia, dei processi verbali di causa e dei provvedimenti giurisdizionali pronunciati, onde valutare, in relazione ai criteri indicati dall'art. 2, comma 2, della stessa legge, se il termine di durata ragionevole sia stato in concreto superato (53).

Come si è notato, non è da escludere la necessità di un'istruttoria orale «particolarmente per ciò che riguarda l'entità del danno lamentato» (54).

In effetti, proprio nella fattispecie che ha suscitato la decisione annotata, la prova testimoniale, dell'ex convivente del ricorrente, a conferma della dichiarazione sostitutiva dell'atto di notorietà avente ad oggetto l'interruzione del rapporto affettivo, avrebbe probabilmente potuto condurre la Corte territoriale al riconoscimento del pregiudizio esistenziale.

Il riconoscimento presupponeva che la prova testimoniale, relativa all'interruzione della relazione sentimentale, fosse stata ritualmente dedotta dal ricorrente. Ma tale deduzione è mancata, sicché appare conseguente il rigetto del ricorso.



Note

(1) Insegna la giurisprudenza che, nello schema normativo di cui alla l. n. 89, cit., il riconoscimento dell'equa riparazione non presuppone necessariamente la verifica dell'elemento soggettivo a carico di un agente, essendo invece ancorato all'accertamento di una violazione della Convenzione, cioè di un evento ex se lesivo del diritto della persona alla definizione del suo procedimento in una durata ragionevole (Cass. 26 luglio 2002 n. 11046, in questa Rivista, 2003, I, 696; nonché, Cass. 22 ottobre 2002 n. 14885, in Arch. loc. cond., 2003, 42; Cass. 6 aprile 2004 n. 6775). L'indennizzo in discorso è destinato a porre riparo alle «disfunzioni del sistema».

(2) Pur se appare auspicabile che il progettato matrimonio, meno drammaticamente, sia stato solamente rinviato a tempi migliori, [...] una volta sbollito il disappunto della poco paziente Lucia Mondella.

(3) Così, Tommaseo, La disciplina processuale del divorzio, in Bonilini, Tommaseo, Lo scioglimento del matrimonio, Milano 1997, 360.

(4) Così, Mandrioli, Diritto processuale civile, 17ª ed., III, Torino 2005, 123. Il tribunale verifica l'esistenza dei presupposti per la pronuncia di divorzio (art. 3 l. n. 898, cit.), nonché la «rispondenza delle condizioni (concordate dalle parti) all'interesse dei figli» (minori, ovvero, di quelli maggiorenni, ma non ancora economicamente autosufficienti).

(5) Ebbene, in quella sede, è stato stabilito che i ricorsi concernenti procedimenti aventi durata inferiore a tre anni sono irricevibili. È, però, prevista una soglia più bassa (due anni e sette mesi) per i procedimenti speciali, ossia, quelli in materia di stato delle persone, quelli fallimentari, in materia pensionistica, di diritto del lavoro e in materie analoghe. Il termine di durata ragionevole del processo è stato, poi, ulteriormente abbassato dalla Corte europea in relazione alla «particolare natura della causa» (come, ad esempio, si è ritenuto per i portatori di Aids, in conseguenza di trasfusioni di sangue), che richiede una diligenza eccezionale da parte delle competenti autorità. Ancora, i procedimenti pendenti in Cassazione vengono dichiarati irricevibili se hanno una durata complessiva inferiore ai sei anni e per quelli di rinvio per quelli aventi una durata complessiva inferiore agli otto anni. I riferiti criteri sono stati elaborati per i processi a cognizione piena.

(6) In particolare, si insegna che: «non esiste nell'ordinamento alcuna regola che permetta di stabilire con precisione numerica, in via generale ed astratta, la ragionevole durata di un processo; né tale regola è desumibile da dati medi ricavati da analisi statistiche, le quali possono concorrere a formare il convincimento del giudicante, ferma però restando l'inderogabile necessità, stante l'espresso tenore dell'art. 2» l. n. 89, cit., «di considerare ogni vicenda nelle sue specifiche caratteristiche, e quindi di tener conto della complessità del caso e del comportamento in concreto assunto dal giudice, dalle parti e da chiunque altro sia chiamato a contribuire alla definizione del procedimento» (Cass. 4 febbraio 2003 n. 1600, in Diritto e giustizia, 2003, n. 9, p. 104; nonché, Cass. 10 settembre 2003 n. 13211, anche sulla distinzione tra ragionevole durata del processo non coincidente con la nozione di «tempo strettamente necessario per la trattazione della causa»).

(7) Le sezioni unite della Cassazione hanno affermato che deriva dal principio di sussidiarietà che le giurisdizioni nazionali devono, per quanto possibile, interpretare ed applicare il diritto nazionale conformemente alla Convenzione e, più esattamente, «in modo conforme alla Cedu per come essa vive nella giurisprudenza della Corte europea» (Cass., sez. un., 26 gennaio 2004 n. 1339, in questa Rivista, 2004, I, 907; in Guida al diritto, 2004, n. 6, p. 19; in Giur. it., 2004, 944).

(8) L'espressione «contestation» non trova riscontro nella versione inglese dell'art. 6 Cedu. È noto che la Convenzione fu redatta in inglese e francese, entrambi i testi fanno egualmente fede.

(9) Così, Tamietti, La nozione di diritti e obbligazioni di carattere civile ai sensi dell'art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, in Doc. giust., 2000, 119.

(10) Così, Tamietti, op. cit., 119 s., secondo cui ad analoghe conclusioni dovrebbe pervenirsi per quanto riguarda la volontaria giurisdizione.

(11) Così, Mandrioli, op. cit., 123 s.

(12) In tal senso, Tommaseo, op. cit., 365 nt. 307, secondo cui l'accertamento giudiziale dei fatti posti a fondamento della domanda non può limitarsi a prendere atto delle allegazioni concordemente compiute dalle parti, dovendo la parte darne la relativa prova.

(13) Mandrioli, op. cit., 125.

(14) Al criterio della posta in gioco, criterio elaborato in sede europea per la determinazione della ragionevole durata del processo in relazione al suo particolare oggetto, ed alla sua possibile incidenza sul quantum indennizzabile, si sono richiamate a Cass., sez. un., 26 gennaio 2004 n. 1339, cit. e 1340 (in Guida al diritto, 2004, n. 6, p. 166; in Giur. it., 2004, 944). Entrambe le decisioni hanno ritenuto che l'indennizzo richiesto dalla parte non possa essere escluso dall'esiguità della posta in gioco. Nella prima delle due pronunce si legge, infatti, che «l'indennizzabilità del danno non patrimoniale ai sensi della l. n. 89 del 2001 non può essere esclusa dal rilievo dell'esiguità della posta in gioco nel processo presupposto ove si è verificato il mancato rispetto del termine ragionevole, dato che l'ansia ed il patema d'animo conseguenti alla pendenza del processo si verificano normalmente anche in giudizi in cui sia esigua la posta in gioco, onde tale aspetto può avere un effetto riduttivo dell'entità del riconoscimento, ma non totalmente escludente dallo stesso».

(15) Come è noto, ed è stato più volte affermato in giurisprudenza, il «danno patrimoniale» è soggetto alle ordinarie regole probatorie di cui all'art. 2697 c.c., e pertanto sul ricorrente incombe l'onere probatorio di dimostrare il danno lamentato.

(16) Sulla scorta dei lavori preparatori della legge Pinto, la dottrina ha osservato che la «pubblicazione della decisione», è una forma di riparazione di tipo sussidiario rispetto al ristoro pecuniario, oltre che aggiuntiva ad esso. La previsione sembra acquisire significativa valenza soprattutto per le ipotesi di accuse penali infamanti, che abbiano determinato, nell'arco del processo di durata eccessiva, un danno all'immagine, che in tal modo può essere riparata.

(17) Ci si riferisce al «danno non patrimoniale» inteso come «danno morale soggettivo».

(18) Così, Cass., sez. un., 26 gennaio 2004 n. 1339, cit.; seguita, poi, da Cass. 11 giugno 2004 n. 11087, in Guida al diritto, 2004, n. 29, p. 66.

(19) Il rilievo è di Morozzo della Rocca F., Il danno da ritardata giustizia, in questa Rivista, 2004, suppl., 91. Concorda sull'inversione dell'onere della prova gravante sul Ministero, Cass. 11 giugno 2004 n. 11087, cit.

(20) Così, Cass., sez. un., 26 gennaio 2004 n. 1339, cit.; nonché Cass., sez. un., 26 gennaio 2004 n. 1338; al principio di diritto si è adeguata Cass. 29 marzo 2004 n. 8896, in Guida al diritto, 2004, n. 21, p. 84, che ha escluso il diritto all'indennizzo «in generale quando la parte abbia consapevolezza dell'erroneità delle argomentazioni prospettate»; nonché Cass. 11 giugno 2004 n. 11087, cit.

(21) Così, C. cost. 11 luglio 2003 n. 233.

(22) Come ha precisato Cass. 5 novembre 2002 n. 15449, in Diritto e giustizia, 2002, n. 41, p. 22 ss., il pregiudizio esistenziale costituisce «componente del danno non patrimoniale, il quale è risarcibile al di fuori delle strettoie poste dall'art. 2059 c.c.».

(23) Come precisa Ziviz, Ingiustizia e danno esistenziale, in Persona e danno a cura di Cendon, II, Milano 2004, 1668 s., «il danno esistenziale viene visto quale conseguenza di un illecito configurabile nei termini di lesione del diritto alla libera esplicazione della personalità», ovvero quale «modifica negativa della realtà esistenziale della vittima».

(24) Secondo Cass. 7 giugno 2000 n. 7713, in Foro it., 2001, I, 187, «l'art. 2043 c.c., correlato agli art. 2 ss. cost., va necessariamente esteso fino a ricomprendere il risarcimento non solo dei danni in senso stretto patrimoniali ma di tutti i danni che almeno potenzialmente ostacolano le attività realizzatrici della persona umana». In una prospettiva parzialmente diversa, secondo Cass. 31 maggio 2003 n. 8828, in Diritto e giustizia, 2003, n. 24, p. 26, una lettura costituzionalmente orientata dell'art. 2059 c.c. permette di sussumere entro tale previsione «la lesione di ogni valore inerente alla persona», escludendo il riferimento all'art. 2043 c.c., il cui richiamo resta valido invece per il danno di natura patrimoniale. In quest'ottica, la Suprema Corte ha affermato che il rinvio ai casi in cui la legge consente la riparazione del danno non patrimoniale può essere riferito anche alla lesione di valori costituzionalmente tutelati.

(25) Così Chiarloni, Danno esistenziale e attività giudiziaria, in Riv. trim. dir. proc., 2001, 761, il quale ricorda il romanzo di Charles Dickens, Casa desolata, imperniato sulla causa Jarndyce contro Jarndyce; «una causa che, portando al disastro due famiglie, grazie all'assurda lentezza dei formalismi ed al costo della procedura, fa appunto, rilevare all'autore, che sarebbe arduo dire su quante persone estranee la causa J. c. J. abbia steso la sua sudicia mano per rovinarle e corromperle».

(26) Così, Pasquinelli, La giurisprudenza sul danno esistenziale, in Persona e danno, cit., 2022.

(27) Come è stato autorevolmente notato, da parte di Cendon, Voci del verbo fare, in Persona e danno, cit., 1839, «dicono gli esistenzialisti: il male sta qui nella circostanza che la vittima si trova a non potere più fare le stesse cose di prima; e/o che dovrà da quel momento farne altre, tendenzialmente meno belle. Un'agenda differente di lì in avanti, un peggior interfacciamento col mondo esterno - famiglia, amici, oggetti, scuola, lavoro, abitudini, creatività, tempo libero, ambiente, ecc. La quotidianità alterata di tanto o di poco, una qualità della vita più scarsa. Per qualche tempo, o definitivamente, le attività realizzatrici non saranno più le medesime».

(28) Sul punto, l'ampia rassegna giurisprudenziale di Pasquinelli, op. cit., 1956 ss.

(29) E, già, Cass. 5 novembre 2002 n. 15449, citata supra, nt. 22, redatta dal medesimo estensore della decisione commentata.

(30) Citata supra, nt. 22.

(31) Cfr. Cass. 15 luglio 2005 n. 15022, in Diritto e giustizia, 2005, n. 40, p. 48 ss., con nota adesiva di Rossetti, Danno esistenziale: fine di un incubo. Quella gramigna infestava i tribunali.

(32) Nel travagliato percorso di assestamento della figura del danno esistenziale, la decisione sembra più che altro un incidente di percorso.

(33) Si richiama la severa critica di Cendon, Danno esistenziale, danno biologico: segreti e bugie (in Diritto e giustizia-on line, 22 novembre 2005), il quale definisce «maldestra ed infelice» la pronunzia. Cfr., inoltre, Di Marzio, Danno esistenziale, ancora contrasti nonostante il «conforto» costituzionale (in Diritto e giustizia, 2005, n. 46, p. 16 ss.); Sella, La Cassazione verso il pieno riconoscimento del danno esistenziale [...] ma a piccoli passi (in Resp. civ. prev., 2006) secondo cui «la Cassazione» (Cass. 15 luglio 2005 n. 15022, cit.) «dimostra di non avere ancora le idee chiare riguardo alla categoria del danno esistenziale».

(34) Cfr. Rossetti, op. cit., 43, che, orazianamente, esordisce così: «nunc est bibendum, nunc pede libero pulsanda tellus». Secondo l'autore, con la pronuncia in esame, «la Corte di cassazione spazza d'un colpo dal campo della responsabilità civile la gramigna infestante del danno esistenziale e con essa le incertezze, le aporie e le assurdità che recava seco».

(35) In questa Rivista, 2006, I, 1443 ss., con nota di Terrusi, Brevi note sulla definitiva affermazione del danno esistenziale; in Diritto e giustizia, 2006, n. 17, p. 12, con nota di Cimaglia, Così fu sdoganato il danno esistenziale; in Giur. it., 2006, 1359, con nota adesiva di Bordon, L'imprimatur delle Sezioni Unite al danno esistenziale.

(36) Viene, quindi, accolta una concezione non eventistica del pregiudizio, che è inteso, piuttosto, in chiave «consequenzialistica», in termini di danno-conseguenza - ritardo nella definizione del giudizio, danno, nesso eziologico tra primo e secondo - come proposto dalla dottrina specialistica. L'impostazione consequenzialistica del danno si fa apprezzare sotto il profilo probatorio, consentendo al convenuto di fornire la prova contraria. Viceversa, come sostiene Bilotta, La nascita non programmata di un figlio e il conseguente danno esistenziale, in Resp. civ. prev., 2002, 454, in una concezione eventistica ciò sarebbe assolutamente escluso, «con un risultato che, dal punto di vista della giustizia distributiva, appare assolutamente iniquo».

(37) Così, Sella, op. cit., 10.

(38) Così, Bilotta, op. cit., 455 s.; nonché favorevole all'operatività della prova presuntiva, Pasquinelli, op. cit., 1882 e 1884, secondo cui: «si deve presumere, secondo i parametri della coscienza sociale, che la condotta illecita abbia provocato, dal punto di vista materiale e fenomenologico, un corrispondente pregiudizio alla vittima»; da ultimo, Cassano, In tema di prova e valutazione del danno esistenziale. Una proposta interpretativa: l'equità calibrata, in Giur. it., 2005, 2229 ss., in particolare 2230 s.

(39) Per rendere concreto il discorso, la dottrina richiamata alla precedente nota, ha ricordato il caso della donna che perde in un incidente la mano destra. In tal caso, conseguenza normale della lesione all'integrità fisica, sul piano esistenziale, sarebbe la perdita di avvenenza, il vecchio «danno estetico»; mentre atterrebbe alla sfera «idiosincratica» la richiesta risarcitoria della perdita della possibilità di suonare il pianoforte la domenica pomeriggio. Qualora quest'ultimo danno non venga provato, il risarcimento dovrebbe essere circoscritto alla perdita esistenziale di natura estetica.

(40) Concezione, invece, seguita da Cass. 7 giugno 2000 n. 7713, cit.

(41) Ossia, alle «nozioni di fatto che rientrano nella comune esperienza». Come precisa Comoglio, Le prove civili, Torino 1998, 49, «i fatti notori [...] di per sé non abbisognano di prova, seppur non possano dirsi sottratti all'onere dell'allegazione quando diano luogo a fatti giuridici principali».

(42) Ci si riferisce alle conseguenze sulla vita dell'uomo che sono effetto di una data attività illecita ovvero lecita, per quanto dannosa. In giurisprudenza è pacifico che la responsabilità ex art. 2 l. n. 89, cit. determini un'obbligazione indennitaria a carico dello Stato per l'espletamento di un'attività lecita, consistente nell'amministrazione della giustizia (ad esempio, Cass. 8 agosto 2002 n. 11987, in Foro it., 2003, I, 849).

(43) Come sostiene Bilotta, op. cit., 453: «la rilevanza conferita dall'ordinamento a tali interessi, la loro strumentalità alla realizzazione di un sistema sociale democratico, sono tali da giustificare un minore rigore a carico della vittima, sul piano della prova circa l'alterazione della quotidianità, dell'esistenza spicciola. La norma è stata funzionalmente adottata dal legislatore per migliorare la vita del titolare dell'interesse protetto; perciò la violazione comporterà automaticamente la prova di un peggioramento della sfera giuridica dell'attore».

(44) Questa proposta ricostruttiva, in ordine alla dimostrazione anche per via inferenziale del pregiudizio esistenziale subito, già affermata da Cass., sez. un., 24 marzo 2006 n. 6572, cit., è stata ribadita e sviluppata dalla successiva Cass. 12 giugno 2006 n. 13546 (in Dir. fam., 2007, n. 1, con nota di Masoni, Un'ulteriore tappa per il completamento dell'opera: secondo la Cassazione il danno esistenziale può essere provato per presunzioni) resa in caso di morte di un familiare in conseguenza di sinistro stradale. Al riguardo si è affermato che, «provato il fatto base della sussistenza di un rapporto di coniugio o di filiazione e della convivenza con il congiunto defunto, è da ritenersi che la privazione di tale rapporto presuntivamente determina ripercussioni (anche se non necessariamente per tutta la vita), sia sull'assetto degli stabiliti ed armonici rapporti del nucleo familiare sia sul modo di relazionarsi degli stretti congiunti del defunto anche all'esterno di esso rispetto ai terzi, nei comuni rapporti della vita di relazione».

(45) Tra le tante, da ultimo, Cass. 10 settembre 2004 n. 18241.

(46) Ad esempio, Cass. 8 marzo 1999 n. 1947.

(47) Secondo Arieta, in Montesano, Arieta, Trattato di diritto processuale civile, II, t. 2, Padova 2002, 1202, «le regole di assunzione non sono quelle ordinarie, potendo essere stabilite volta per volta dal giudice, anche in relazione alle esigenze del singolo procedimento».

(48) Così Cass. 19 giugno 1996 n. 5629, in questa Rivista, 1996, I, 2203; Cass. 25 settembre 1999 n. 10615; Cass. 20 ottobre 2000 n. 13892, ivi, 2001, I, 3898, con nota di Finocchiaro M., Pretesa inapplicabilità degli art. 737 ss. c.p.c. nel procedimento di ammissibilità della domanda di dichiarazione giudiziale di paternità o maternità naturale ex art. 274 c.c. La delega è stata esclusa nel solo procedimento avente ad oggetto la dichiarazione di paternità e maternità naturale da parte di Cass. 3 settembre 1994 n. 7629, in Foro it., 1996, I, 1020, con nota critica di Cipriani.

(49) Cass. 28 luglio 2004 n. 14200.

(50) La pronuncia annotata ha cura di precisare che i mezzi atipici possono valere propriamente nella materia della volontaria giurisdizione, non anche in un procedimento, quale quello di cui alla legge Pinto, solo formalmente camerale, perché avente «ad oggetto un conflitto tra posizioni tra le parti, ovvero costituisca l'espediente normativo per dar vita ad una forma processuale semplificata ed alternativa rispetto a quella ordinaria, ma volta a finalità di accertamento e condanna che sono analoghe o identiche».

(51) Il nuovo testo dell'art. 111 cost., novellato dalla l. cost. 23 novembre 1999 n. 2, dispone che «la giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge».

(52) Riassuntivamente, sul punto, anche per i dubbi manifestati dalla dottrina, Mandrioli, op. cit., IV, 307 nt. 8.

(53) Così, Amadei, Note critiche sul procedimento per equa riparazione dei danni da durata irragionevole del processo, in questa Rivista, 2002, I, 33: «l'acquisizione del fascicolo del processo pare davvero il minimo che possa richiedersi per la valutazione della ragionevole durata di esso; come potrà il collegio considerare il comportamento delle parti, del giudice e delle altre autorità, se non leggendo almeno i verbali delle udienze e gli atti processuali?».

(54) Come evidenziato da Morozzo Della Rocca F., op. cit., 83.
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