Riusare le aree industriali IL caso di Torino tra memoria e speculazione Dalla città fabbrica alla città degli eventi



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22.11.2017
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Guido Montanari

Riusare le aree industriali. il caso di Torino tra memoria e speculazione

Dalla città fabbrica alla città degli eventi

Torino città fabbrica può essere ricordata pensando alla vita della città negli anni Settanta del secolo scorso quando intorno alle sei del mattino, alle due del pomeriggio e alle dieci di sera si registrava l’affollamento di mezzi e di persone in corrispondenza dei grandi stabilimenti1. Erano gli ingressi e le uscite dalla fabbriche dei tre turni nei quali erano inquadrati i circa centocinquantamila operai dell’industria automobilistica che copriva l’80% delle attività industriali, coinvolgendo più di due terzi della popolazione attiva2. Un'altra testimonianza del ruolo della fabbrica al tempo emerge dal processo penale avviato nel 1971 contro la direzione della Fiat, accusata di aver schedato i dipendenti in base alle loro scelte politiche, morali, sindacali3. Durante il dibattimento si scopre l’esistenza di più di 350.000 schede informative raccolte dalla direzione sui propri lavoratori: un numero corrispondente a poco meno di un terzo dell’intera popolazione della città! L’usurata definizione di “città fabbrica” o di “one company town” non ha quindi nulla di astratto per il caso di Torino e trovava un riscontro fisico nella distribuzione e nella quantità di superficie occupata dagli stabilimenti industriali, per quasi la metà del suo territorio4. Torino appariva ai suoi abitanti, e nell’immaginario collettivo nazionale, come un città grigia, inquinata, deturpata dalle fabbriche e dai quartieri di edilizia popolare segregati, con un centro storico fatiscente e affollato di immigrati.

Una prima incrinatura di questa immagine si verifica con le celebrazioni del Centenario dell’Unità d’Italia. Le architetture di “Italia ‘61”, realizzate su un’area periferica dopo aver sgomberato alcune migliaia di abitanti insediati in rifugi di fortuna, apparivano come costruzioni avveniristiche, caratterizzate dalla volte strabilianti di Palazzo vela, dalle soluzioni tecnologiche del Palazzo del lavoro e dalla fantascientifica “monorotaia” che, con la funicolare, permetteva ai visitatori di osservare i nuovi padiglioni espositivi da una prospettiva aerea e in movimento. L’Esposizione, visitata da 6 milioni di spettatori, celebrata in riviste e cataloghi, reclamizzata in manifesti, trasmissioni radiofoniche e cinegiornali della nascente televisione, iniziava ad affermare l’immagine di Torino come città dello sviluppo economico e dell’efficienza tecnologica, enfatizzata anche dal cinema5.

Negli anni Settanta le lotte operaie per migliori condizioni di vita e di lavoro, hanno un fulcro importante a Torino e si riflettono nelle giunte di sinistra (1975-1985), guidate da Diego Novelli. E’ il periodo del tentativo di sostituire il Piano regolatore vigente (Annibale Rigotti, 1959) con un nuovo strumento urbanistico incentrato sul riequilibrio territoriale a scala regionale, sul raggiungimento degli standard urbanistici, sul rispetto della struttura storica urbana e sul controllo della rendita fondiaria6. L’esaurimento di questa fase si annuncia con gli “anni di piombo” e con la sconfitta sindacale dello sciopero dei 35 giorni alla Fiat (1980), che segnano l’inizio di una metamorfosi economica e sociale epocale: frammentazione dell’apparato produttivo, smantellamento delle grandi concentrazioni operaie, chiusura di fabbriche, riorganizzazione e delocalizzazione della produzione nella cintura urbana e all’estero. La fine dell’attività produttiva del Lingotto (1982) e il famoso concorso a inviti della Fiat per il riutilizzo dei suoi 181.000 mq7, sanciscono il tramonto della “città-fabbrica”, ma anche l’esaurimento dell’urbanistica dei piani e dei progetti pubblici e l’inizio dell’urbanistica “contrattata” 8, direttamente guidata dai capitali privati, nella completa indifferenza del controllo democratico della trasformazione urbana.



Il riuso dei “vuoti industriali”

Con la chiusura di decine di fabbriche, l’attuazione da parte della Fiat di un massiccio piano di licenziamenti, di prepensionamenti e di cassa integrazione, Torino si presenta a fine anni Ottanta come una città in grave crisi, in bilico tra il rischio di una esplosione sociale dai risvolti imprevedibili e le opportunità di una nuova riscossa, a partire dal rinnovamento urbano di circa 10 milioni di metri quadri di aree industriali dismesse.

In una stagione politica improntata dall’ideologia neoliberista, Torino adotta il nuovo Piano regolatore (Vittorio Gregotti e Augusto Cagnardi, 1995) che si focalizza su tre obiettivi principali: lo sviluppo del terziario, la valorizzazione della produzione edilizia, il marketing urbano internazionale. Il piano individua tra i principali settori della trasformazione urbana la “Spina centrale”, come collegamento dei “vuoti industriali”, l’asse di corso Marche, come una nuova possibilità infrastrutturale e di espansione urbana, e l’asta fluviale del Po, come luogo di loisir e di sport. Di queste tre ipotesi soltanto la Spina centrale, avrà una completa attuazione, incentrata sul nuovo boulevard realizzato sull’asse nord sud, attraverso la copertura della trincea ferroviaria.

La vincente candidatura ai Giochi olimpici invernali del 2006 e le significative opere infrastrutturali del nuovo passante ferroviario e della metropolitana, sono tra i principali inneschi del nuovo Piano regolatore. Sull’onda della frenesia olimpica, nel decennio 2000-2010 le due amministrazioni di Sergio Chiamparino portano a termine la ricostruzione di circa 6 milioni di metri quadri di aree un tempo industriali, attraverso più di 250 varianti del Piano che autorizzano notevoli densità edilizie per le “nuove centralità” e assumono la contestata decisione di realizzare “edifici alti”9.

La Spina infrastruttura gli interventi più significativi da un punto di vista quantitativo, organizzati in quattro comprensori10. Spina 1, collocata tra corso Rosselli e corso Peschiera, dove un tempo sorgeva la ex Materferro, vede la realizzazione di residenze ed un centro commerciale, con la conservazione della sola facciata dei capannoni storici. Sulla copertura della ferrovia le fontane con le sculture di Mario Merz cercano di contrastare la sensazione di abbandono e di freddezza che suscita il disegno degli spazi pubblici, limitati ad una deserta piazza anfiteatro e ad un breve viale pedonale, entrambi privi di verde. A marcare l’inizio della Spina è in progetto “Porta Europa”, composta da due torri asimmetriche, incongruamente disassate rispetto all’asse del boulevard.

Compresa tra corso Peschiera e corso Vittorio Emanuele II, Spina 2 doveva caratterizzarsi come un nuovo polo culturale della città, incentrato sul raddoppio del Politecnico, sulla nuova biblioteca di Mario Bellini e sul riuso a strutture espositive delle notevoli architetture ottocentesche delle carceri e delle Officine Grandi Riparazioni delle ferrovie. Sono però state completate soltanto le nuove residenze sull’area ex Nebbiolo ed ex Westinghouse, fabbriche storiche completamente demolite, tranne la palazzina uffici, in stato di abbandono. L’espansione del Politecnico si è sviluppata secondo un piano frammentario e poco aperto alla città, mentre i progetti della biblioteca e della destinazione delle nuove aree espositive sono sospesi per mancanza di risorse. Lascito positivo della stagione olimpica è l’ex villaggio media di via Boggio, destinato a residenze universitarie, estremamente necessarie in una città che ha individuato nella “conoscenza” uno dei principali settori di sviluppo.

Proseguendo verso nord un’altra importante area di trasformazione è quella della stazione di Porta Susa, riprogettata come nodo di interscambio modale su tre livelli e destinata a soppiantare la storica stazione di testa di Porta Nuova. Nelle vicinanze è in costruzione il grattacielo di Renzo Piano, che svetterà per circa 180 metri a ridosso dei quartieri ottocenteschi della città storica, mentre la gara per l’assegnazione del vicino grattacielo gemello è per ora andata deserta.

Ancora a nord, oltre la Dora, si trova Spina 3, l’area più significativa di tutta la trasformazione postindustriale che comprende le ex Acciaierie Vitali, la ex Michelin, la ex Savigliano, per circa un milione di metri quadrati11. Vi sono realizzate residenze per circa 15.000 abitanti, attività commerciali, direzionali e di ricerca, ma non sono previsti asili, scuole, ambulatori, luoghi di ritrovo. Il parco di 450.000 mq disegnato da Peter Latz, rivela un’affascinante sedimentazione di ruderi industriali, contestata dai cittadini per la scarsa presenza di verde12. Altro spazio pubblico importante è la chiesa del Santo Volto di Mario Botta, confinata però in una zona a margine che non riesce a porsi come fulcro del quartiere, sostituito dalla “piazza” del centro commerciale e della multisala cinematografica.

Più a nord, lungo l’asse di via Cigna, è in costruzione Spina 4, i cui primi esiti confermano la visione urbana fin qui descritta: nuovi edifici dissonanti dal contesto per tipologie costruttive e distributive, che non riescono a operare la ricucitura di un tessuto urbano piuttosto incerto con spazi pubblici di qualità.

La nuova amministrazione guidata dal sindaco Piero Fassino ha nel suo programma la continuazione di questa attività di “valorizzazione” immobiliare e sta continuando la trasformazione di altri 4 milioni di aree industriali tra cui spiccano, per dimensioni e per impegno progettuale, il Polo universitario delle Facoltà umanistiche progettato da Norman Foster sull’area Italgas, la nuova sede della Regione Piemonte, con il grattacielo di Massimiliano Fuksas, sull’area ex Fiat Avio, le Manifatture Tabacchi e la Fiat Mirafiori13.


Quale bilancio del riuso delle aree industriali a Torino?

Il “modello Torino” è stato propagandato dai mezzi di informazione e da buona parte della pubblicistica specializzata come un esempio di trasformazione positiva e di gestione oculata del territorio14, ma nel dibattito non sono stati tenuti in conto temi quali paesaggio, beni comuni, partecipazione, sostenibilità sociale e ambientale. I Giochi olimpici e una serie di altri eventi accortamente proposti in sequenza, dal Congresso mondiale degli architetti alla nomina a Word Design Capital, dai Campionati mondiali di scherma, alle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità, hanno avuto un’ampia eco mediatica che è riuscita a promuovere a scala internazionale e nazionale una nuova immagine di Torino come città dell’arte, della ricerca scientifica, del divertimento e dello sport15. In effetti il turista trova un centro storico riqualificato, alcune aree pedonali, una buona presenza di verde, di musei e di monumenti, in gran parte resi attrattivi da significativi interventi di restauro e di ammodernamento16.

Tuttavia questa visione consolatoria di una città che ha saputo far fronte alla più grave crisi della sua storia contemporanea, evitando drammatici conflitti sociali e reinventandosi come luogo degli “eventi” e del turismo, manifesta alcune crepe17. Ad una analisi più attenta, che si rivolga alla città nel suo complesso, e non soltanto alla sua parte aulica, emerge che il disegno delle nuove edificazioni non riesce a rilanciare il carattere storico e sociale di una città storicamente fortemente normata, le cui architetture sono state sempre sottomesse alla qualità dello spazio pubblico, incardinate sul disegno delle piazze, delle strade, dei portici, delle prospettive aperte sullo straordinario ambiente naturale costituito dall’arco alpino, dalla collina e dal fiume18.

Pur in presenza di qualche significativa eccezione19, l’indifferenza alle suggestioni che potevano venire dal patrimonio industriale, dalla struttura viaria, dal rapporto con le visuali paesaggistiche, dal dialogo con i contesti consolidati, ha disatteso una lunga tradizione di studi di storia urbana20. Si è affermata, invece, una visione dell’urbanistica, sottomessa alle proposte di investitori e di proprietari privati attratti da notevoli profitti, come risorsa per fronteggiare la crisi del bilancio comunale, dovuta ai tagli dei governi centrali alla finanza locale e agli investimenti infrastrutturali e olimpici.

Il ricorso alle numerose varianti che progressivamente hanno ridotto le aree per verde e per servizi aumentando le cubature e le altezze, secondo la regola della “monetizzazione” del territorio e della posticipazione della realizzazione dei servizi pubblici, si è rivelato una continua, inutile rincorsa alle esigenze del bilancio21 e non ha risolto problemi di fondo legati all’abitare che si fanno anzi sempre più pressanti.

Nonostante la presenza di un patrimonio di 35.000-50.000 alloggi sfitti22, le circa 10.000 famiglie in cerca di casa23 non riescono ad accedere ad affitti calmierati e si moltiplicano le situazioni di sfratto e di crisi abitativa. Ampie porzioni di territorio, come le sponde della Stura, oppure l’area a nord del parco della Pellerina, sono utilizzate per edificazioni abusive o di emergenza, prive anche dei servizi urbani primari, in parte realizzate da popolazioni nomadi e da irregolari.

L’Amministrazione pubblica non è riuscita a controllare lo sviluppo urbano in senso sociale, ad avviare processi di aggiornamento tecnologico, di innovazione produttiva, di attenzione agli aspetti ambientali ed energetici, in grado di incrementare la qualità architettonica e urbana dei nuovi quartieri24. La fragilità di un’edilizia basata prevalentemente sulle quantità realizzate evidenzia sempre più i suoi limiti, sia come volano dell’economia sia come reale valorizzazione delle aree25.

La capitolazione dell’Amministrazione nei confronti delle grandi banche e dei grandi investitori, a fronte delle difficoltà del bilancio, si traduce in una debole difesa dei servizi sociali, dei beni comuni, delle scelte di sostenibilità ambientale e per una mobilità sostenibile che sono alla base della difficoltà di dialogo tra i cittadini e amministratori26.

Torino, una città non più fordista nella sua organizzazione del lavoro ha continuato a imporre i processi decisionali tipici della città fabbrica, autoritari e burocratici, consolidando nei ruoli decisionali una ristretta élite dirigente, eterogenea per composizione, ma molto compatta per metodi e obiettivi, che comprende alcuni vertici della grande industria e della finanza, quadri del vecchio Partito comunista e rappresentanti del “terzo settore”27.

Riusare in modo virtuoso il territorio impone un confronto pubblico che coinvolga i cittadini, i comitati, le associazioni, le università, per ripensare la trasformazione tenendo conto degli aspetti sociali, culturali e ambientali. Perché il necessario riuso della aree dismesse non diventi solo un’immagine per riviste patinate e per pieghevoli turistici, ma inneschi reali processi di partecipazione democratica, è necessaria una nuova visione progettuale basata su concetti di sviluppo sostenibile e di decrescita, finalizzati alla costruzione di territori e di città rispettosi del paesaggio e dei diritti dei cittadini28.



1 Il testo che segue è stato rielaborato dall’autore a partire da un contributo recentemente pubblicato. G. Montanari, Torino nuovi paesaggi urbani e sociali nella ex città fabbrica in E. Manzo (a cura di), La città che si rinnova. Architettura e scienze umane tra storia e attualità: prospettive e analisi a confronto, Franco Angeli, Milano 2012, pp. 142-151.

2 S. Musso, Lo sviluppo e le sue immagini. Un’analisi quantitativa, in F. Levi, B. Maida (a cura di), La città e lo sviluppo. Crescita e disordine a Torino 1945-1970, Franco Angeli, Milano 2002.

3 B. Guidetti Serra, Le schedature Fiat. Cronaca di un processo e altre cronache, Rosenberg e Selliers,Torino1984.

4 E. Dansero, Dentro ai vuoti, Cortina, Torino 1993.

5 Ricordo in particolare: Omicron (1963) di Ugo Gregoretti e The Italian job (1969) di Peter Collinson.

6 R. Radicioni, P. G. Lucco Borlera Torino invisibile, Alinea, Firenze 2009.

7 Venti progetti per il futuro del Lingotto, Etas Libri, Milano 1984

8 E. Salzano, Fondamenti di urbanistica. La storia e la norma, Laterza, Roma-Bari 1999.

9 Quello che non fu mai un vero dibattito democratico sulla scelta di costruire in altezza è rintracciabile in Torino verticale “Atti e Rassegna Tecnica della Società degli Ingegneri e degli Architetti in Torino”, n. 3, dicembre 2010. Cfr. anche il sito web: www.nongrattiamoilcielo.org.

10 Gli indici di edificazione, tra 0,6 e 0,7 mq di superficie lorda di pavimento (SLP) per mq di superficie territoriale, hanno generato sulle Spine circa 600.000 mq di SLP, ovvero quasi 2 milioni di metri cubi.

11 Fondazione Vera Nocentini, Torino che cambia. Dalle Ferriere alla Spina 3. Una difficile transizione, Angolo Manzoni, Torino 2009.

12 E. Boero, La spina 3 di Torino. Trasformazioni e partecipazione: il Comitato Dora Spina Tre, Impremix Edizioni, Torino 2011.

13 Tra le altre aree industriali i cui progetti sono allo studio o in corso: Lavazza, Alenia, Ghia, Gondrand, Lancia, Isvor Fiat e Officine Grandi Motori.

14 Emblematico di questo approccio: G. Durbiano, A. Derossi, Torino 1980-2011. La trasformazione e le sue immagini, Allemandi, Torino 2006.

15 M. Bottero (a cura di), L’eredità di un grande evento, Celid, Torino 2007.

16 Tra questi si segnalano il restauro della Venaria Reale e la riqualificazione di Villa della Regina, del Museo Egizio, del Museo dell’Automobile, del Museo di Arte e Ammobigliamento della Palazzina di caccia di Stupinigi.

17 C. Bianchetti, Urbanistica e sfera pubblica, Donzelli, Roma 2008.

18 G. Faraggiana, In fondo alle vie di Torino, la città e le alpi, Editris, Torino 2005.

19 Per esempio il quartiere dell’ex Mercato Ortofrutticolo Ingrosso di Pietro Derossi e altri, che riesce a dialogare con il contesto e il Cineporto, ex Lanificio Colongo dello Studio Baietto Battiato Bianco, corretto recupero di un manufatto industriale. C. Ronchetta, M. Trisciuoglio (a cura di), Progettare per il patrimonio industriale, Celid, Torino 2008; L. Gibello (a cura di), ll cineporto della Film Commission Torino Piemonte, Celid, Torino 2009.

20 Politecnico di Torino, Dipartimento Casa-città, Beni culturali ambientali nella citta di Torino, Torino 1984.

21 G. Montanari, Il più grande sacco dai tempi di Mussolini, in “Carta”, n. 8, ottobre 2007, pp. 18-20.

22 Il dato è di difficile reperimento qui si fa riferimento sia ai censimenti Istat (2001) sia a fonti di agenzia.

23 Il dato viene dalla Direzione dell’Azienda Territoriale della Casa di Torino.

24 S. Crivello, L. Davico (a cura di), Qualità dell’architettura torinese. La parola ai protagonisti, Celid Torino 2007.

25 Preoccupazioni in tal senso sono state espresse in numerosi convegni e prese di posizione sia da parte di associazioni dei costruttori, sia di sindacati dei lavoratori del comparto edilizio.

26 Questa difficoltà ha riscontro nei tanti Comitati di cittadini nati a difesa della qualità urbana e trova testimonianze nei convegni di Italia Nostra, di Pronatura, di “Cittàbella” e nei dibattiti organizzati dall’Unione Culturale Franco Antonicelli (2009-2013).

27 S. Belligni, S. Ravazzi, R. Salerno, L’élite che governa Torino, in “Teoria Politica”, n. 1, Torino 2008. M. Pagliassotti, Chi comanda Torino, Castelvecchi, Roma 2012

28 Le riflessioni di questo articolo sono scaturite anche nell’ampio confronto sviluppato nel tempo con numerosi colleghi ed amici. Per la loro competenza e disponibilità ringrazio, tra altri: Silvano Belligni, Paolo Berdini, Franco Berlanda, Enrico Bettini, Fiorenzo Ferlaino, Elisabetta Forni, Roberto Gambino, Roberto Gnavi, Pier Giorgio Lucco Borlera, Claudio Malacrino, Agostino Magnaghi, Andreina Milan, Fabio Minucci, Manfredo Montagnana, Raffaele Radicioni, Matteo Robiglio, Maria Teresa Roli, Emilio Soave, Maria Teresa Silvestrini, Antonella Visentin.




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