Rivista n2 ottobre 2002



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Letture

a cura di Simonetta Della Scala
Simone Cattaneo: Nome e soprannome, Borgomenero (No), edizioni Atelier, 2001.
...... ed aspetta

che la passione sia matura

prima di saziare il midollo di guerra

...............................................

affinché tu possa dire

di aver razionato l’orizzonte

senza alcuna misericordia.
Nel chiuso di un silente bagno fatto di ombre filiformi e ragni magri alle pareti, ci si imbatte nell’apparente calma di sospensione di cui Cattaneo ci trafigge con il primo testo del suo libro (pag 7). Una serafica e dolorosa accettazione della contingenza, come il lasciarsi trasportare da un flusso più potente e impersonale, e il presagire anche, insieme ad esso, l’ineliminabile prossimità del mondo onirico, forse in assedio non padroneggiato al reale (“donne amate da anni e non incontrate mai”).

Una toilette di rapida memoria magrelliana (“Domani mattina mi farò una doccia”1), situazione topica di luce forse, bianco calce, di vapori morbidi d’attesa, un deserto dei tartari urbano, lo smarrimento kafkiano fra le proprie pareti. Gesti d’abitudine, tempo irrisorio, senza cronologia, non un prima, e forse, tutto sommato, neanche un dopo, solo l’hic et nunc di una straneata realtà riflettente nel confronto mobile con se stessi.

Nel secondo testo (pag 8) si ha una discesa agli inferi nello sfumato della quotidianità. Una lectio sempre più dura si intarsia nella carne dell’io. Il dolore è nelle membra: solido e fisico. Si materializza nei granelli polverosi, forse inalati fra i singhiozzi, che l’auctor getta come sabbia sopra il pianto. E il vuoto, l’azzeramento della disperazione silente è una superficie che sfugge: “la domanda liscia della fame”. Una sagoma indefinita bracca l’io per verificarne la presenza - assenza (pag. 9) mentre incandescenti elementi naturali riflettono l’inseguimento a collante che genera un filamentoso ed instabile urto con l’Altro. Serafica ammissione dell’impossibilità di non aderire con pathos ai grandi nuclei tematici della realtà che una volta assunti su di sé non possono che coinvolgere completamente ogni fibra dell’essente (pag 10). L’unica requie compare sotto gnominca forma di un assioma filosofico di Carmelo il tabaccaio, velina della quotidianità con gancio dimensionale verso un approdo più intenso, ed è una riflessione fallacemente tautologica. La sola tregua consisterebbe in un a priori che smembrasse il flusso, la speranza come moto primigenio, e, si legge in filigrana, inalienabile in fondo (“spero di non sperare”). Ma il flash sulla routine di questo strano Merlino urbano squarcia in un’istantanea semi irreale una luce ed un punctum degni dei noti ritratti di Roland Barthes ne “La camera chiara”. Un gioco di carte “altro” (pag 11) muove arredi urbani e oggetti di consuetudine quali oniriche visioni nei “campi di grano a sud di Solaro”. Si postula l’inutilità del sacrificio; la memoria storica ed emotiva “del sangue” non conduce a nuovi inizi ma si cancella indefinita in un cristallo temporale. Cattaneo visita il mondo onirico donandogli un caratteristico statuto ontologico (pag 12). Le sue possibilità sognate, immaginate, si danno continue tra baluginio e fermo immagine. Si ha la sensazione che forse, il tempo storico sia bloccato ma all’io paralizzato dalle resine, tocca un ambivalente supplizio: continuare a percepire, intensamente, il bagaglio dell’immaginario o forse dell’inconscio.

Così la masochistica chiusura all’interno del baule di un’auto non è che il controcanto della fissità ora postulata.

Il consuntivo dei rapporti nei quali fra l’altro Cattaneo assume a simbolo della relazione il sangue, è fallimentare (pag 13). L’eco del mottetto montaliano “Non chiederci la parola”, ove si poteva solo riportare con relativa certezza ciò che non si voleva e in cui l’assertorietà era condannata e azzerata in partenza, snoda qui la perifrasi: “è andato tutto come non avrei mai voluto” in anafora tra il penultimo e l’ultimo verso.

L’alba topica e primigenia delimita una sottrazione violenta (pag 14). Un’immagine di sradicamento si compie nel vuoto pneumatico dell’utero aspirato da una “pompa di bicicletta”. E in crepitante dissonanza, lo zuccherino “vaso di marmellata” conterrà i resti d’embrione. Anche gli elementi naturali risentono del caos e della lotta fra humus vitale, liquidi ancestrali e tensione di un’arsura indotta, di un repentino prosciugarsi.

La negata comunicazione nelle parole dell’auctor: “non mi manchi, non mi piaci” ,in realtà già smentita dal dialogo stesso, sebbene oppositivo, che la veicola (pag 15) e contiene il diniego, conduce ad un disagio ed a un conflitto. Ogni sostanza della terra partecipa di questa assenza di pacificazione:”guardo/ le nuvole infilarmi il setto nasale nel cervello”.

Desiderio di un altrove mitico che si materializza nella resa visiva dal notevole impatto cromatico, di ragazze rubino fissate nel loro lieve sfilare (pag 18). Come rispondendo al dubbio incredulo di un tu remoto o solo all’interloquire del proprio alter ego, l’auctor desidera e sa varcare i confini (“puoi giurarci che andrò a Francoforte”). Ma oltre le dogane spaziali resteranno però gli onnipresenti quesiti della coscienza, i dubbi, le domande. E l’assenza di risposte possibili schiera una beffarda “aria calda che suona come un pianoforte a coda capovolto” sul derma bruciante dell’io. Il non detto, l’inconoscibile, assediano comunque come aspirazione il fenomenico di Cattaneo: “Di tutto ciò che non so vorrei solo un bisbiglio” (pag 19). Il lenzuolo custode della fragilità e in fondo della spoglia natura dell’umano, cela la scoperta della produttività del dolore: “ho scovato la formula per estrarre dal sudore l’oro già intarsiato”.

La passione (pag 22) muove Cattaneo in un’attesa gravida di scatto e movimento. Ed è il preludio di un vitalistico “baratro di guerra”, non servono indugi o tempi in esubero, il pathos compiuto in sé sa e deve “razionare l’orizzonte senza alcuna misericordia”. E questo vale come summa esperienziale. Sensuale sguardo sul contatto nel testo successivo (pag 23): pelle, fluidi, il corpo che si tende in morbidi sussulti e l’incorporeo turchino dell’etere partecipa in un’armoniosa “curva rosa” all’effluvio dei sensi.

Luce schermata dalla pelle che filtra una protezione sulle cornee infisse nel fuori (pag 24). Le mani che si appoggiano al viso determinano un cambio dimensionale e questa trasmigrazione mesce elementi carnali e cerebrali in sinestesie di notevole impatto percettivo: “sentire il sole bruciare sulle costole delle mie parole” . Ancora un’alba filigranata di ologrammi che rigetta “figure intere” (pag 26). Policromo e polisemico contrasto fra il porpora dell’aria e l’aridità che vibra sui filamenti del volto. Desiderio di evasione stagliata su facoltà straordinarie :”Vorrei avere la stessa maestria dei grandi giocatori di biliardo” (pag 29). Come se una forza inebriante e degustativa potesse comprendere in un baluginio sensoriale attimi di una densità irripetibile. Il peso delle parole negato con estrema forza in un incipit deciso (pag 30), rivela in realtà la greve fatica dell’espressione: esile “compromesso fra pietre e nubi”, forse, per iperbole allora, troppo granitica per inseguire le mobili molecole dell’etere e dello spirito.

Folta sensualità in due testi contigui (pag 32 e 33), ma qualcosa sul corpo di lei e di lui, unico perno su cui si incide il tempo, come la memoria ancestrale nei cerchi concentrici degli alberi, cela una ineliminabile fragilità e il solco di un dolente passato: “le tue scapole fiorite di tagli”, “vulnerabile in difesa”.

Splendido movimento delle fitte acque screziate di un rovescio (pag 36): “la pioggia con coda cromata splende dritta per poi rannicchiarsi tutta”. Ed è come se la fiacca prostrazione della natura umana si perdesse in un liquido raccolto e nella trasparenza di quest’ultimo restituisse senza veli o inganni tutta la sua friabile corruttibilità.

L’ascolto è possibile in una violenta sete di instillare nell’altro le sfumature dolorose del proprio mondo interiore, e si rende docile nello scremare i sentimenti: “parlami di ciò che vuoi, mio non amore”(pag 38).

Il mistero si dà nella fresca magia dell’ urto amoroso, unica visione ciclicamente inesauribile ed in grado di trasportare l’innocenza e l’ingenuità di uno spettacolo da prestigiatore (pag 40).

E’ lacerante ma necessario ammettere che si ha bisogno “d’abbracciarsi ancora un poco”, e di combattere contro la rigida staticità in agguato come afasia o semplice non curanza (pag 41).

Un suggestivo e lungo testo di chiusa imprime al termine del libro una densa patina esistenziale ove elementi mitici e cromatismi vivaci lasciano sull’io i segni della lotta quotidiana con se stesso e con ciò che gli è alieno (dentro e fuori dalla propria griglia percettiva) scontro che raschia nel profondo ma a cui si è predestinati: “sono solo un torsolo di sangue a cui è negata la polpa” (pag 42-43).


SDS.




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