Roma fronte dell’arte



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14.11.2018
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ROMA FRONTE DELL’ARTE

Estratto dall’intervento di Francesca Romana Morelli


Questa mostra è stata ideata per il Ministero degli Affari Esteri e per il pubblico dei Paesi dell’Est, che per la prima volta potrà vedere una rassegna di Scuola romana. Si è pensato pertanto a una mostra antologica, che rendesse conto dei suoi migliori artisti, sulla base di tre temi che meglio restituiscono questo momento centrale della cultura italiana della prima metà del ‘900: il volto dell’artista, tra autoritratti e ritratti, l’immagine visionaria della città e il corpo, nella sua fisicità e nei traslati metaforici. Sono esposti veri e propri capolavori, come per Cagli, Donghi, Melli, Trombadori, Guttuso, Afro e opere inedite, come il Nudo di Capogrossi, l’Interno con natura morta di Riccardo Francalancia e le vedute tiberine di Socrate, o raramente esposte, come quelle di Janni, Pirandello, Oppo, Mafai e Pasquarosa.
Gli anni ‘20

Il clima artistico che caratterizza la fine della guerra è carico di nuovi fermenti e di radicali e programmatiche prese di posizione, che hanno come teatro i luoghi deputati degli artisti. I loro studi spaziano da Villa Strohl-fern a via Margutta, dal nuovo quartiere Prati, di là dal Tevere, alla zona archeologica, fino all’Aventino. Gli artisti rinnovano il legame con la tradizione antica studiando nelle sale della Galleria Corsini e del Museo Borghese. La roccaforte di questi pittori è il Caffè Aragno in via del Corso. Nel dopoguerra gli artisti tentano di definire un fronte dell’arte, fatto di nuove alleanze e posizioni programmatiche, che vogliono prendere le distanze dai due movimenti d’avanguardia del decennio precedente: il Futurismo e la Metafisica. A segnare questo particolare momento dell’arte a Roma è soprattutto l’esperienza di “Valori Plastici”, attraverso l’omonima rivista e il manipolo scelto d’artisti raggruppato intorno a essa. Sarà questa sorta di movimento a costituire le radici della Scuola romana e a segnarne l’orientamento di fondo. Il suo fondatore è Mario Broglio, un impresario culturale con le idee molto chiare fin dall’inizio, che, per entrare attivamente nel cuore del dibattito europeo, sceglie unicamente artisti “vitali” e di statura internazionale, quali Carrà, De Chirico, Morandi, Soffici, Martini, e vi aggrega collaboratori come Melli, Savinio, Severini. È con la grande esposizione a Berlino (1921), che Broglio coinvolge nell’avventura di “Valori Plastici” anche artisti operanti a Roma, come Francalancia, Spadini, Bartoli, Socrate e Oppo. Si può parlare per tutti questi artisti di un comune campo di ricerca nel segno del realismo magico, una pittura che tanto più sembra coincidere con la realtà fisica, tanto più ne diverge per la sua essenza profondamente astratta e concettuale.

Bisogna attendere la Biennale romana del 1923 per assistere al primo vero momento di coagulo di un gruppo romano, grazie a una iniziativa di Cipriano Efisio Oppo, pittore e organizzatore artistico aperto ed equilibrato, destinato a diventare in poco tempo il deus ex-machina dell’arte romana (e più in generale italiana). Oppo allestisce due salette dove colloca un nucleo di dipinti di pittori che la critica raccoglie sotto l’etichetta di “neoclassici”, per la presenza dei nudi di Donghi, di Bertoletti e di Socrate e dello stesso Oppo, un Ritratto di signorina di Trombadori e un Paesaggio di Virgilio Guidi. Sono tutti lavori che si rifanno a modelli più o meno antichi, da Giorgione nel caso di Bertoletti a Manet in quello di Oppo, dove l’idea di “classicità” permette di sperimentare nuovi e imprevedibili itinerari. Seguendo il filo rosso del “realismo magico” i nostri artisti hanno modo di esibire i loro lavori in appuntamenti all’estero: la Biennale di Venezia del 1924, la mostra d’arte

italiana a New York nel ’26. Nella seconda metà degli anni ’20 il dibattito intorno allo stile “neoclassicista” viene rinfocolato dalla nascita di “Novecento Italiano” manovrato dall’ambiziosa critica d’arte milanese Margherita Sarfatti, la quale tenta di creare un movimento nazionale da porre sotto l’egida di Mussolini. Dietro le quinte dell’ esposizione del ’26 a Milano si consuma la lotta cruciale tra la Sarfatti e Oppo per accaparrarsi la personale fiducia di Mussolini e quindi la leadership nel campo dell’arte italiana negli anni a venire.


La Scuola di Via Cavour

Su “L’Italia Letteraria” del 7 aprile 1929 Roberto Longhi, autorevole studioso che ama prendere posizione a favore del contemporaneo, entra nel vivo della situazione artistica romana individuando, oltre alla ormai stabilizzata schiera dei “neoclassici” (Bartoli, Socrate, Oppo, Trombadori, Donghi), un manipolo di “irrealisti”, la cui pittura è caratterizzata da aspetti arcaici e visionari (Ceracchini, Francalancia, Di Cocco) e un piccolo gruppo di “espressionisti” dai quali sono da attendersi le “misture più esplosive”. Si tratta di Mario Mafai, della sua compagna Antonietta Raphäel e di Scipione, per i quali il critico conia l’etichetta “Scuola di Via Cavour”. Questo sodalizio inizia nel 1924 quando Mario Mafai conosce Scipione e giunge a Roma Antonietta Raphäel, un’ebrea lituana che ha a lungo studiato musica e arte a Londra e poi ha soggiornato a Parigi. Nel novembre 1927 la famiglia Mafai va ad abitare nella zona archeologica, in una casa in stile umbertino a via Cavour, con loro lavorano Scipione e Mazzacurati. Per Scipione e Mafai si tratta di riallacciare i fili con le migliori ricerche italiane del dopoguerra e di proiettarsi in una dimensione europea.

Il 3 gennaio 1931, Mussolini in persona inaugura con successo la Quadriennale, summa del nuovo inquadramento statale dell’arte e porta d’accesso alla Biennale di Venezia. La rassegna determina il definitivo spostamento dell’ago della bilancia dell’arte italiana su Roma e sulla sua compagine artistica. Scipione e Mazzacurati avviano il progetto di una rivista di arte e letteratura, il “Fronte”, che avvalendosi di un corpo sceltissimo e internazionale di letterati intende promuovere una cultura senza confini nazionalistici, bilanciata tra il fascino dell’antico e gli impulsi dell’avanguardia. In realtà le cose non andranno come vorrebbero questi artisti, costretti a fare i conti con certe chiusure della politica culturale fascista. Scipione si rende conto, già in occasione della Quadriennale, che il suo stile così fortemente espressionista e surreale non potrà mai essere accettato dalla critica ufficiale; Antonietta Raphaël subirà duramente la sua condizione di donna, e per di più ebrea, con una totale esclusione dalle grandi rassegne pubbliche, sia come pittrice sia come scultrice. Già nel 1931 si può dire conclusa l’avventura della Scuola di Via Cavour.
Il tonalismo

Nella prima metà degli anni ’30 sale alla ribalta una nuova generazione artistica, che ha tra i suoi più interessanti esponenti Fausto Pirandello, Corrado Cagli, Giuseppe Capogrossi, Emanuele Cavalli. Tra i più giovani, Ziveri, Fazzini, Afro, Mirko, Guttuso, Gentilini e Guglielmo Janni. A differenza di Parigi, Roma però fatica a costruire un sistema dell’arte in grado di sostenere il lavoro dei suoi artisti e dei pochi galleristi di qualità che vi operano. Dalla fine degli anni ’20, quando comincia a girare il potente motore del sistema sindacale, che regola la vita artistica italiana, le gallerie romane cercano di lavorare d’intesa con esso, funzionando da “vivaio” per le nuove generazioni, mentre le grandi rassegne istituzionali, quali la Quadriennale romana e la Biennale di Venezia permettono un confronto sul piano nazionale e internazionale e creano un primo orientamento per i collezionisti. Altro punto d’incontro e di scambio di idee sono alcune riviste straordinarie, in particolare l’organo letterario dell’architettura razionalista italiana, “Quadrante”, diretto da Bardi e da Bontempelli. Su questo periodico Cagli invoca la collaborazione di tutte le diverse forme della produzione artistica, pittura, scultura, architettura e ingegneria, una sorta di “umanistico” progetto a sfondo sociale, in un momento in cui il Regime appare ancora agli occhi degli artisti come una forza innovativa e rivoluzionaria. L’indirizzo prevalente nella pittura romana di questi anni è il “tonalismo”, che si discosta dalle atmosfere pesanti e monumentali di certo “Novecento” e tecnicamente si traduce in larghe stesure cromatiche, che irradiano luce dall’interno. Tale ricerca affonda le radici nell’arte di Piero della Francesca, un artista del quale Longhi ha pubblicato un ampio studio nella collana di “Valori Plastici” nel ‘27, diventato una sorta di “Via di Damasco” per molti pittori. Nella primavera del 1932, per stimolare un confronto tra le nuove generazioni, Bardi lancia una sfida cruciale tra cinque pittori romani e cinque milanesi che, per la prima volta, mette a diretto contatto i due gruppi artistici più interessanti al momento in Italia: la formazione romana è composta da Pirandello, Capogrossi, Cagli, Paladini, Cavalli, mentre tra i milanesi scendono in campo Ghiringhelli, Bogliardi, Birolli, Soldati, Sassu.


1935, un anno cruciale per gli artisti romani

Gli esponenti del tonalismo fanno la parte del leone nella II Quadriennale del 1935 in concomitanza della quale apre i battenti la Galleria della Cometa con una cinquantina di disegni di Cagli, consacrato artista di punta della nuova generazione artistica. La nascita di questo spazio si deve alla contessa Anna Laetitia Pecci Blunt che da qualche tempo svolge un’azione di sostegno e valorizzazione della cultura italiana. Alle personali di artisti già consacrati, rese più incisive da particolari tagli tematici (disegni di de Chirico, affreschi e mosaici di Severini), si alternano mostre ampie e accurate per i giovani. Nel maggio 1937, con un vero atto di coraggio, viene allestita la mostra dell’antifascista Carlo Levi, all’epoca al confino in Lucania. Alla fine del ’37, sempre grazie alla contessa Pecci Blunt, nasce la prima galleria di arte italiana a New York. Artisti presenti nella rassegna sono Savinio, Severini, Afro, Campigli, Capogrossi, Melli, Mafai, Guttuso, Pirandello. Purtroppo dall’Italia non sono risparmiati attacchi da parte della stampa reazionaria reazionaria: “Il Tevere” e “Quadrivio” accusano la Pecci Blunt di esportare all’estero artisti ebrei e causano la chiusura definitiva della galleria. Nella prima metà degli anni ‘30, la propaganda culturale diventa per il Regime uno strumento sempre più prezioso e di conseguenza vengono realizzate prestigiose mostre di arte italiana in Europa e negli Stati Uniti, che forse raggiungono la massima concentrazione proprio nel 1935. In gennaio viene varata quella itinerante nei musei californiani, in febbraio una selezione di opere esposte alla Biennale di Venezia viene presentata dal segretario generale Maraini a Cracovia e poi fatta proseguire in altre città dell’Europa dell’Est. In maggio a Parigi è allestita una notevole rassegna allo Jeu de Paume, a novembre a Vienna nel Padiglione della Secessione si tiene una rassegna di scultura.


Realismo

L’opera di sostegno a quella parte della cultura artistica in pieno fermento culturale e politico è portata avanti da Bottai, il quale nel 1940 istituisce presso il Ministero dell’Educazione Nazionale l’Ufficio per l’Arte Contemporanea (U.A.C.). Da una costola del tonalismo nasce la corrente realista-espressionista con Ziveri, Guttuso e i più anziani Pirandello e Mafai. Nel 1938 alla Biennale di Venezia, Mafai espone opere come La comparsa, in cui appare alla ricerca grottesca di un’identità più consona ai tempi di guerra che si preparano. Il pittore divide la sala con Ziveri, che in questa occasione compie il suo esordio realista. A orientarsi in direzione del realismo è anche Guttuso, che nel suo studio lavora a opere come Cristo deriso, Fucilazione di campagna, Fuga dall’Etna. Come era già avvenuto nella prima metà degli anni ’30, quando si erano incrociate le vicende artistiche dei gruppi romani e milanesi, anche ora le due avanguardie tornano a unire le loro forze sotto il segno di “Corrente”, la rivista fondata da alcuni giovanissimi a Milano e diretta da Ernesto Treccani. Il tramite tra il gruppo romano e quello milanese è soprattutto Guttuso. A definire lo schieramento della nuova generazione a Roma è tuttavia la collettiva che si inaugura nel gennaio 1940 alla Galleria di Roma, e vede allineati Guttuso, Guzzi, Montanarini, Tamburi, Ziveri e Fazzini. Una mostra che afferma ufficialmente la nuova linea realista che si ricollega a un “romanticismo classico”, rigetto ideologico di tutta un’epoca storica, che brucia sui campi di battaglia del secondo conflitto mondiale. A inaugurare la collettiva è il Ministro dell’Educazione Nazionale Giuseppe Bottai. Con la guerra si chiude il lungo capitolo della Scuola romana, ma l’avventura per molti artisti prosegue. Capogrossi e Afro compiono una naturale evoluzione verso l’arte informale, sembrano cambiare pelle, ma in realtà scelgono soltanto la libertà di esprimere il nucleo concettuale della loro precedente ricerca. Fausto Pirandello tenta la strada della scomposizione dei corpi. In una Roma massificata e chiassosa, Trombadori colloca la sua città nel mondo dell’arte “alta”, dove la misura classica si coniuga con l’assenza metafisica dell’uomo. Infine, Ziveri continua a camminare solitario sulla strada di un realismo coerente con alcuni aspetti del precedente linguaggio tonale.



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