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22.05.2018
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Gino Roncaglia

Il futuro del libro
Intervento all’incontro “Il libro fra presente e futuro”, organizzato dal Senato della Repubblica il 23 aprile 2004 in occasione dela Giornata mondiale del libro.

Devo innanzitutto ringraziare per l’invito, così come devo ringraziare il professor Puglisi per l’affettuoso ricordo di mio padre. Credo avrebbe trovato interessante questo dibattito: mi interrogava spesso sulle ‘diavolerie elettroniche’ di cui mi occupavo, leggeva quel che scrivevo a proposito di Internet… anche nell’ultimo periodo, quando era più stanco e affaticato, era rimasto estremamente curioso, pur mantenendo sempre verso i computer, accanto alla curiosità, una divertita diffidenza. E naturalmente era soprattutto l’evoluzione del libro a interessarlo.

Il mio compito è in questa sede proprio quello di parlare del futuro del libro, e per parlarne occorre interrogarsi su ruolo e natura di un gran numero di oggetti testuali nuovi, prevalentemente digitali. Testi elettronici, libri elettronici, ipertesti, strumenti multimediali: oggetti non sempre facili da definire, e spesso visti con qualche preoccupazione da chi difende – come tutti qui desideriamo fare – l’eredità preziosa e le prospettive future della cultura del libro.

Queste preoccupazioni hanno una doppia veste. A volte si ha l’impressione, non sempre infondata, che ci possa essere una qualche forma di concorrenza fra nuovi media e cultura del libro. A volte invece si ritiene – sia fra chi teorizza la natura rivoluzionaria dei media digitali, sia fra chi difende l’eredità dei media a stampa – che fra gli strumenti tradizionali e quelli digitali vi sia una totale alterità, una differenza irriducibile, e che sia dunque necessario scegliere uno dei due ‘campi’, o considerarli rigidamente separati.

Personalmente ritengo che – soprattutto se adottate nella loro forma più estrema – queste posizioni siano in qualche misura fuorvianti: credo infatti che i nuovi media abbiano un bisogno estremo della cultura del libro, sia per non perdere il contatto con le proprie radici storiche, sia per trovarvi valori, contenuti, indicazioni da utilizzare nel cammino futuro. Così come credo che la cultura del libro abbia a sua volta bisogno delle nuove tecnologie, sia per rivolgersi alle giovani generazioni, sia per riconoscere e sfruttare prospettive e possibilità nuove.

I giovani vivono, è stato ricordato anche negli interventi che mi hanno preceduto, in un mondo caratterizzato dall’enorme diffusione delle nuove tecnologie della comunicazione, delle reti, di strumenti e linguaggi nuovi. Ma se in questo mondo non incontrano anche il libro, se presentiamo loro il libro solo come qualcosa di altro, di completamente diverso, di totalmente estraneo rispetto a strumenti informativi che vedono (magari a torto) come più immediati, più ‘facili’, più moderni, andiamo incontro a un rischio enorme: quello di far percepire il libro (e la cultura del libro) come qualcosa di vecchio, di superato, di inutile. Sappiamo che non è così: ma la consapevolezza teorica non basta, occorre aiutare i giovani a incontrare il libro all’interno del loro mondo esperenziale. Il libro è in grado di compiere questo passo: la capacità di rinnovarsi fa parte del suo genoma. Purtroppo, alcuni fra i suoi difensori sembrano non accorgersene.

Per meglio comprendere la necessità dell’incontro fra cultura del libro e nuovi media pensiamo anche a un altro problema, quello legato alle forme della testualità. Sappiamo bene che il libro è in qualche modo l’incarnazione di una forma di ragionamento dialogico che ha bisogno dei propri spazi e dei propri tempi. Pensiamo al saggio: una forma di ragionamento esteso, strutturalmente complesso, che va seguito da parte del lettore con una certa calma e con una certa disponibilità di tempo. Ebbene, questo tipo di costruzione argomentativa rischia di venir meno almeno in alcune fra le forme di testualità tipiche del mondo dei nuovi media, legate ad una comunicazione – anche questo è stato ricordato negli interventi che mi hanno preceduto – immediata, sintetica, semplificata. L’ipertesto, il world wide web, di per sé potrebbero consentire una notevole complessità di articolazione: una complessità per certi versi maggiore di quella possibile attraverso testi lineari. Ma si tratta di una complessità che il lettore – e lo stesso autore – fatica spesso a dominare. Una fatica naturale, legata a nuove forme di organizzazione dell’informazione, ma anche una fatica culturale, legata a una crescente disaffezione per il ragionamento argomentativo. Anche per questo c’è bisogno di riassorbire la cultura del libro all’interno del mondo delle reti e delle nuove tecnologie: abbiamo bisogno dei suoi strumenti concettuali per affrontare la sfida posta dagli ipertesti (dal punto di vista formale gli ipertesti corrispondono a grafi, così come corrispondono a grafi molte delle nostre argomentazioni logiche. Eppure, la capacità di costruire ipertesti con funzione argomentativa sembra totalmente assente in molti siti web, che pure di un po’ di struttura logica avrebbero disperato bisogno), la sfida posta dall’integrazione di codici comunicativi resa possibile dalla multimedialità, la sfida posta dalla descrizione e conservazione nel tempo dell’informazione in formato digitale. Certo, si tratta di problemi nuovi, ma sono problemi che possiamo affrontare solo se ricordiamo le molte lezioni che ci vengono dalla cultura del libro: l’uso della scrittura con funzione argomentativa, l’abitudine a pensare e classificare, la capacità di costruire strutture complesse, la comprensione dell’importanza di conservare e rendere accessibile la memoria del passato (anche quando questo passato è, come comincia ad essere, digitale).

C’è dunque bisogno del libro e della sua cultura anche nel mondo dei nuovi media. Ma questo incontro diventa difficile se si considerano i due mondi, il mondo della carta stampata e quello del digitale, come radicalmente estranei e indipendenti. Una tesi che nasconde in alcuni casi, a mio avviso, veri e propri errori cognitivi.

Consideriamo un esempio particolarmente importante, quello della lettura di testi elettronici. C’è qui un luogo comune che viene spesso richiamato: testo a stampa e testo elettronico sono inconciliabili, giacché un testo elettronico deve essere obbligatoriamente letto sullo schermo di un computer, assai più scomodo e stancante di un buon libro. Considerazione non di rado accompagnata da un sospiro di sollievo: il libro è salvo. Ma è davvero solo dalla comodità d’uso che dipende la salvezza del libro? Se fosse così, saremmo nei guai.

Proviamo infatti a considerare la situazione un po’ più da vicino: davvero la lettura di un testo elettronico è scomoda? La realtà è ben diversa: forse non ce ne rendiamo ben conto, ma noi oggi leggiamo quasi esclusivamente testi elettronici. Quando leggiamo un libro, un giornale, una rivista stampati negli ultimi dieci o vent’anni, il testo che abbiamo sotto gli occhi è il risultato di un processo di stampa che parte da un testo elettronico: le procedure di redazione, correzione, fotocomposizione del testo avvengono ormai di norma in ambiente digitale. Solo che questo testo elettronico è ‘appoggiato’ su una pagina di carta, anziché sullo schermo di un computer. Non è il testo elettronico, che è scomodo da leggere: è lo schermo del computer. Il testo elettronico è un oggetto almeno in parte astratto, disincarnato: il problema della maggiore o minore comodità riguarda in primo luogo le interfacce di lettura, non il testo elettronico in sé.

Ora, non vi è alcun dubbio che lo schermo di un computer sia assai più scomodo da leggere di un buon libro a stampa. Ma questa scomodità è legata a una tecnologia ancora giovane e in evoluzione assai rapida: basti pensare all’enorme salto fatto in pochi anni dai vecchi monitor a fosfori verdi ai monitor piatti a cristalli liquidi dei computer di oggi. Certo, anche questi monitor restano scomodi. Ma continuano ad evolversi, e proprio negli ultimissimi anni si sono affacciati sul mercato dispositivi di lettura dalle caratteristiche assai più amichevoli: schermi ultrasottili, incorporati in dispositivi di lettura leggeri e portatili, non a caso assai simili ad un libro, tranquillamente utilizzabili in poltrona o in viaggio. E la ‘carta elettronica’ – fogli sottili e pieghevoli, abbastanza simili a fogli di carta ma in grado di scaricare testi elettronici dalla rete o da una scheda di memoria e di visualizzarli con grande chiarezza – non è troppo lontana. Le interfacce di lettura per testi elettronici, insomma, si avvicineranno con il tempo alla comodità della carta: si tratta di un processo che – a saper osservare – è già cominciato.

Se a difendere l’eredità culturale del libro fosse solo la comodità di lettura dei volumi a stampa – per quanto essenziale questa caratteristica si sia dimostrata nel corso del tempo – il libro sarebbe dunque davvero in pericolo: la capacità che potremmo definire ‘mimetica’ dei dispositivi elettronici, capaci di recuperare ed assorbire molte fra le caratteristiche funzionali ed ergonomiche ‘di successo’ proprie dei media non digitali, e di aggiungerne di nuove, potrebbe effettivamente averne ragione nel volgere di qualche decennio.

Ma nel libro noi non cerchiamo solo comodità di lettura: cerchiamo un modello di organizzazione testuale che ci è familiare e che si è rivelato capace di veicolare efficacemente strutture narrative e argomentative, cerchiamo una parte della nostra storia e della nostra cultura. Del libro che teniamo in mano non è importante la colla, il tipo di inchiostro, la composizione della carta: è importante che sia un buon libro, che lo si possa leggere comodamente, che duri nel tempo. Un libro con queste caratteristiche ci sembrerà anche un ‘bel’ libro.

Non ci sono ragioni di principio (anche se ci sono parecchi problemi tecnologici da risolvere) perché queste caratteristiche non si possano trovare anche in un libro elettronico. Ed è bene che questa ricerca prosegua, perché – come ho cercato di mostrare in apertura – anche nell’ambiente elettronico abbiamo bisogno di quelle strutture testuali, narrative e argomentative che fanno parte della preziosa eredità della cultura del libro. Sicuramente ci saranno anche forme testuali nuove, ci saranno ibridazioni tra codici comunicativi diversi: testo, suoni, immagini, video. Ma ci saranno anche, perché ne abbiamo bisogno, i nostri libri, i libri a cui siamo legati e affezionati dall’infanzia.

Certo, la ricerca di una integrazione fra nuovi media e cultura del libro, al posto di una più semplicistica (e miope) contrapposizione, pone anche problemi. Alcuni li abbiamo già incontrati, e si sono affacciati anche negli interventi che mi hanno preceduto. Problemi di gestione dei diritti, ad esempio. O di cambiamenti – non sempre indolori – nei circuiti e nei meccanismi di distribuzione e di vendita. Questi problemi vanno affrontati con apertura mentale e capacità di innovazione: la pura difesa di posizioni di rendita, per quanto comprensibile, non aiuta a risolverli.

Vorrei toccare qui brevemente, giacché se ne è accennato in interventi precedenti e giacché ho in questa sede anche l’onore e la responsabilità di parlare per conto dell’AIB, l’Associazione Italiana Biblioteche, uno di questi problemi: il rapporto fra tutela del diritto d’autore e promozione della libera circolazione della cultura. Non vi è dubbio che la disponibilità degli strumenti che potremmo chiamare di ‘riproduzione personale’ dei testi (prima analogica, sotto forma di fotocopie, e ora anche digitale) crei una tensione fra queste due esigenze, entrambe importanti e legittime. E certo le biblioteche si vengono a trovare in una posizione cruciale, insieme osservatorio privilegiato e ‘luogo’ (sia fisico, sia istituzionale) in cui alcune di queste tensioni si manifestano. Le biblioteche raccolgono, descrivono, conservano, mettono a disposizione testi, e aiutano l’utente nel loro reperimento e nella loro fruizione. Ma, normalmente, le biblioteche non vendono testi. La disponibilità delle nuove tecnologie di riproduzione personale ha fatto sì che alcune fra le funzioni istituzionali della biblioteca vengano oggi guardate con sospetto – e talvolta, purtroppo, con una certa ostilità – da parte di chi produce, distribuisce, vende libri. La biblioteca non rischia, nel mondo della riproducibilità tecnologica e ancor più in quello della riproducibilità digitale dei testi, di trasformarsi in un canale di più o meno scoperta ‘pirateria testuale’?

Sarebbe ipocrita negare l’esistenza di questo pericolo, e sarebbe probabilmente velleitario pensare che esso possa essere affrontato senza qualche forma di intervento normativo. Ma devo dire, in tutta sincerità, che – soprattutto in un paese come il nostro, in cui purtroppo si legge meno di quanto non si faccia in molti altri paesi europei, e in cui la promozione della lettura rappresenta dunque una priorità fondamentale per la crescita dello stesso mercato culturale e librario – la strada di una forma di ‘tassazione’, diretta o indiretta, dell’uso delle biblioteche o del prestito di libri mi sembra del tutto sbagliata.

Credo infatti sia assolutamente fuorviante presentare la biblioteca come un canale concorrenziale rispetto al mercato librario (sia quello attuale, prevalentemente fisico, sia quello futuro, almeno in parte anche digitale). La biblioteca è infatti un fenomenale strumento di promozione culturale. Dove c’è un sistema bibliotecario che funziona ci sono più lettori, e ci sono più librerie. I lettori si formano anche e forse soprattutto in biblioteca; tutti noi ‘lettori forti’ ci siamo formati in biblioteca.

L’idea che si debba guardare con una certa preoccupazione all’uso delle biblioteche da parte dei lettori è dunque a mio avviso non solo un’idea sbagliata dal punto di vista culturale, ma anche un’idea assolutamente miope dal punto di vista commerciale. Per rafforzare il mercato editoriale abbiamo tante strade, ma una delle più importanti è sicuramente quella di rafforzare il sistema bibliotecario e l’abitudine ad usare le biblioteche: penalizzare o tassare quest’uso va nella direzione opposta.

Certo le nuove tecnologie pongono problemi nuovi, e rendono difficili certe forme di ‘rendita di posizione’ sulle quali il mercato editoriale ha fatto in passato forse eccessivo affidamento. Ma offrono anche nuove opportunità. E certo non è con una difesa normativa sempre più rigida di queste rendite di posizione, non è solo con tassazioni e divieti che risolveremo i nostri problemi. Occorre piuttosto scegliere la via dell’innovazione, affiancare ai contenuti tradizionali anche il valore aggiunto di ‘intelligenza digitale’ reso possibile dalle nuove tecnologie (aggiornamenti, materiali integrativi in rete…), individuare forme di licenza e di protezione dei contenuti che possano far crescere, e non ingabbiare, la circolazione della cultura. Giacché la crescita nella circolazione dei testi e della cultura è condizione fondamentale – e non già ostacolo – per la crescita anche economica del mercato culturale e del mercato librario.







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