Rossella ghirelli vr088819



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DIRITTO CIVILE II
a.a. 2012 - 2013

primo semestre
Quale mero strumento di ausilio nello studio individuale dei casi e all’unico scopo di offrire una visione generale dei problemi trattati dal professore nel corso delle lezioni, si pubblicano di seguito alcune delle tracce svolte dagli studenti frequentanti (per ragione di privacy, senza l’indicazione dei rispettivi autori).
N.B. Poiché si tratta di testi non corretti dal docente, gli svolgimenti potrebbero contenere alcuni errori o imprecisioni ovvero non dare conto di tutte le soluzioni possibili. Pertanto, la lettura deve in ogni caso essere integrata con un attento studio individuale.
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CASO n. 1

Leasing finanziario e mancata consegna del bene
Tizio, intenzionato ad acquistare un’autovettura per l’esercizio della propria attività di agente di commercio, si reca dalla concessionaria Alfa S.p.A. dove individua un veicolo di suo gradimento. Informato dal titolare della Alfa S.p.A. circa i benefici fiscali derivanti dal leasing, Tizio si reca allora dalla Beta Leasing S.p.A. per la stipulazione del contratto in questione. Raggiunto l’accordo con Beta Leasing S.p.A. in esso viene stabilito, tra l’altro, che la consegna dell’autovettura avverrà direttamente da Alfa S.p.A. a Tizio, con conseguente esonero da ogni responsabilità in proposito dalla Beta Leasing S.p.A. Inoltre, al termine del pagamento dei canoni, Tizio potrà, con il pagamento di una modesta somma di denaro, acquistare la proprietà dell’autovettura. Viene altresì convenuta una clausola risolutiva espressa per il caso di mancato pagamento anche di uno solo dei canoni di leasing. Subito dopo la stipulazione del contratto la Beta Leasing S.p.A. acquista da Alfa S.p.A. l’autovettura indicata da Tizio pagandone il prezzo; in prossimità del termine convenuto per la consegna a Tizio dell’autovettura la Alfa S.p.A. viene dichiarata fallita e per tale motivo la consegna non avrà luogo. A causa di ciò Tizio comunica alla Beta Leasing S.p.A. di non ritenersi obbligato a pagare i canoni pattuiti perché non ha mai ricevuto l’autovettura. Quid iuris?
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Svolgimento n. 1


  • nozioni preliminari;

Per locazione finanziaria, o leasing, si intende una operazione economica con la quale un soggetto, detto utilizzatore (nel caso di specie Tizio), acquisisce la disponibilità di un determinato bene, contro un compenso definito canone, fornito da una società di leasing (nel caso Beta Leasing S.p.A.), la quale, a sua volta, ne acquista la proprietà da un terzo soggetto, definito fornitore (nello specifico Alfa S.p.A.). In tale operazione la società di leasing ha la funzione del terzo intermediario tra fornitore ed utilizzatore. L’utilizzatore ha poi la possibilità, al termine del periodo di utilizzazione, di acquistare la proprietà del bene (c.d. diritto di riscatto), pagando il prezzo convenuto, generalmente di modesta entità. Il contratto di leasing, da un punto di vista economico, è vantaggioso per l’utilizzatore, in quanto ha la possibilità di acquisire un godimento di un bene senza dover immobilizzare ingenti capitali, cosa che lo rende appetibile soprattutto quando abbia ad oggetto un bene strumentale per l’esercizio dell’attività di impresa, inoltre consente di acquisire beni soggetti a rapida obsolescenza senza acquistarne la proprietà, pertanto l’impresa utilizzatrice può provvedere in tempi rapidi e costi contenuti la loro sostituzione.

  • l’aspetto giuridico del leasing;

Dal punto di vista giuridico l’intera operazione economica si articola in due contratti tra loro indipendenti. Il primo contratto viene stipulato tra la società di leasing ed il fornitore, e consiste in un semplice contratto di compravendita. Tale contratto non presenta profili peculiari se non il fatto che la dazione avverrà, nella maggior parte dei casi (ivi compreso quello della traccia) direttamente nelle mani dell’utilizzatore.

Il secondo contratto è il cuore dell’intera operazione, e consiste in un contratto atipico, intercorrente tra società di leasing ed utilizzatore. In tale contratto, la società di leasing si impegna a fornire la disponibilità di un bene dietro un compenso definito canone. Il contratto in questione presenta due profili su cui pare opportuna una riflessione: il primo riguarda la natura del contratto, il secondo riguarda la natura del canone.



Natura del contratto;

Il contratto, come già accennato, è un contratto atipico, pertanto espressione dell’autonomia contrattuale delle parti (art. 1322 c.c.). L’articolo 1322 c.c. comma 1 consente alle parti di concordare i contenuti che meglio si apprestano a perseguire gli interessi delle parti stesse purchè le clausole, come stabilito dal comma 2 del citato articolo, perseguano “interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico”. La frequenza del contratto di locazione finanziaria nella prassi commerciale non lascia alcun dubbio sulla meritevolezza di tutela degli interessi perseguiti dalle parti, come il parziale riconoscimento del legislatore della locazione finanziaria nella legge fallimentare (l. 267/1942 come ad oggi modificata).

Ai contratti atipici si applica la disciplina generale dei contratti, art. 1321 c.c. e seguenti, nonché, per analogia, tutte le norme applicabili ai contratti analoghi. La giurisprudenza, tuttavia, perviene all’applicazione di norme proprie di altri contratti tipici senza ricorrere all’analogia, ma riconducendo, talvolta anche in modo forzato, la disciplina del contratto atipico in quella dell’accordo tipico: si tratta dei c.d. contratti misti o complessi, ovvero quei contratti (atipici) in cui si fondono gli elementi causali propri di due o più contratti tipici. Al fine di individuare la disciplina applicabile al caso in questione, la giurisprudenza ha elaborato due criteri principali: criterio della prevalenza od assorbimento e criterio della combinazione. Il primo criterio consiste nell’analizzare il contratto in questione ed individuare la tipologia prevalente: oltre alla parte generale, al contratto in questione si applicherà anche la disciplina propria del contratto tipico prevalente. Il secondo criterio, invece, tiene conto dei singoli elementi causali, la cui disciplina, oltre alla già citata parte generale, sarà quella propria di quel singolo elemento tipico. La giurisprudenza tende ad utilizzarli entrambi, considerando il criterio dell’assorbimento come il principale, ma temperando i suoi risultati applicativi con il criterio della combinazione.

Nel caso di specie è possibile individuare due figure contrattuali tipiche analoghe al contratto di leasing: si tratta del contratto di locazione, art. 1571 c.c. e seguenti, ivi compresa la disciplina dell’affitto in caso l’oggetto del contratto sia un bene produttivo (art. 1615 c.c.), e il contratto di vendita con riserva di proprietà, art. 1523 e seguenti c.c.

La locazione, contratto con il quale una parte, definita locatore, garantisce il libero godimento di un bene alla controparte, definita conduttore, contro il pagamento di una somma di denaro periodica definita canone, presenta una peculiare disposizione all’art. 1526 comma 3 c.c., con la quale, ove espressamente convenuto, il conduttore ha la facoltà di acquistare la proprietà al termine della locazione. Apparentemente il leasing non sarebbe altro che una forma del contratto di locazione, tuttavia ciò che distingue i due è la natura finanziaria1 del contratto di leasing.

La vendita con riserva di proprietà consiste nel pagamento rateale di una somma di denaro al fine conseguire la proprietà di un bene al versamento dell’ultima rata. Inoltre i rischi per il deperimento della cosa ricadono sul compratore sin dal momento della consegna (art. 1523 c.c.). Questi due aspetti accomunano il contratto in questione con la locazione finanziaria, tuttavia mentre con il contratto di leasing l’effetto traslativo consegue all’esercizio del diritto di riscatto, che altri non sarebbe che un comune diritto d’opzione (di natura potestativa), nella vendita con riserva di proprietà il citato effetto non è altro che il naturale svolgersi del contratto, infatti non occorre nessuna manifestazione di volontà affinché ciò si realizzi.



Natura del canone di leasing;

Come accennato precedentemente, il contratto di leasing svolge una funzione spiccatamente finanziaria, cosa che lo distingue rispetto alla figura tipica della locazione. Il leasing, infatti, consente all’utilizzatore di utilizzare un bene, generalmente produttivo, senza dover immobilizzare ingenti capitali, grazie all’azione di un terzo intermediario che ne acquista la proprietà. La società di leasing, dunque, svolge una funzione di anticipazione delle somme necessarie per acquistare il bene in questione.

Dalle premesse sopraesposte, ne consegue direttamente che le somme di denaro pagate dall’utilizzatore alla società di leasing non rappresentano solamente il corrispettivo per l’utilizzazione del bene, ma hanno anche una valenza ulteriore. Infatti, il canone pagato tiene conto anche degli interessi per il capitale prestato ed una parte del capitale concesso dalla società di leasing all’utilizzatore, oltre al normale margine di profitto che si riserva l’intermediario per l’attività svolta (cfr: Cass. Civ. Sez. I n. 10265/2000).

In base a questa considerazione l’utilizzatore, con il pagamento del canone, versa una parte di denaro per acquisire non solamente il godimento, ma anche la proprietà del bene. Ne consegue che in caso di risoluzione per inadempimento si potrebbe ipotizzare che l’utilizzatore abbia versato delle somme finalizzate all’acquisto della proprietà e non quali corrispettivo del godimento del bene; la giurisprudenza, per risolvere problemi come quelli appena elencati ed in considerazione del criterio della combinazione è intervenuta per classificare il leasing ed individuare la soluzione più equa.




  • la risoluzione per inadempimento in giurisprudenza;

Precedentemente si è verificato come il contratto di leasing presenti delle caratteristiche del tutto analoghe alla vendita con riserva di proprietà e alla locazione. Queste due tipologie contrattuali, rispetto alla risoluzione per inadempimento, trovano una disciplina differente, come stabilito dall’art. 1458 comma 1 c.c. I contratti ad esecuzione istantanea, come nel caso della vendita con riserva di proprietà, la risoluzione per inadempimento “ha effetto retroattivo”, mentre per i contratti ad esecuzione continuata o periodica, come per la locazione, l’effetto “non si estende alle prestazioni già eseguite”. Nelle due ipotesi, quindi, le somme pagate quali rate per l’acquisto della proprietà dovranno essere restituite,, mentre il locatore potrà ritenere le somme le pagate a titolo di canone di locazione. La disciplina generale, inoltre, consente al venditore di trattenere parte delle somme pagate quale “equo compenso per l’uso della cosa” (art. 1526 c.1 c.c.) ed estende tale disposizione anche quando i contraenti del contratto di locazione abbiano convenuto l’acquisto della proprietà in capo al conduttore al termine del pagamento dei canoni pattuiti (art. 1526 c.3 c.c.).

Individuate le discipline applicabili in caso di risoluzione per inadempimento, il problema ora si sposta su quale elemento causale consenta di qualificare il leasing quale contratto periodico ovvero istantaneo. La giurisprudenza ha raggiunto un orientamento consolidato, distinguendo la locazione finanziaria in base alla prevalenza tra la funzione traslativa o di godimento: si distingue, quindi, tra leasing di godimento e leasing traslativo. Il distinguo si basa sull’oggetto del contratto (cfr: Cass. Civ. Sez. III n. 6369/2002).

Il leasing di godimento ha per oggetto beni che, per loro natura o per la funzione che svolgono nel contesto produttivo dell’utilizzatore, risultano privi di un apprezzabile valore al termine del periodo di godimento (ad esempio perché soggetti ad una forte obsolescenza). Nel contesto descritto prevale la funzione di finanziamento del leasing, in quanto la possibilità di riscatto, ancorché astrattamente configurabile, risulta concretamente soltanto formale e remota. Il leasing di godimento si qualifica, quindi, come un contratto continuativo e si dovrà applicare l’art. 1458 c.c. nella parte in cui nega l’effetto retroattivo della risoluzione per i canoni già versati. Il leasing traslativo, invece, vede l’esercizio del diritto di riscatto come il normale evolversi del contratto, in quanto i beni hanno ancora un apprezzabile valore per l’utilizzatore. Il canone pagato da quest’ultimo comprende anche un’anticipazione del prezzo, pertanto la società di leasing dovrà restituire i canoni ricevuti, ritenendo soltanto l’equo compenso per l’uso della cosa.

Il problema della qualificazione del contratto di leasing trova la sua rilevanza anche in caso di fallimento di uno dei contraenti. L’art. 72/quater del R.D. 267/1942, riformata nel 2006 e 2007, stabilisce che se soggetto al fallimento è l’utilizzatore si applicherà l’art. 72 del medesimo decreto, il quale dispone la sospensione dell’esecuzione del contratto ineseguito o non completamente eseguito fino a che il curatore fallimentare non decida se sciogliersi dal contratto oppure decida di subentrare al fallito dando così esecuzione al contratto. Prima delle citate riforme i canoni di leasing versati subivano la sorte stabilita dalla giurisprudenza, a seconda che si trattasse di leasing di godimento o traslativo, attualmente, il legislatore ha disposto che la società di leasing avesse diritto alla restituzione del bene, ma questa dovrà versare nelle mani del curatore fallimentare la maggiore somma ricavata dalla vendita (o altro contratto di leasing concluso con terzi) a quanto preventivato dal valore normale di mercato. Le somme incassate da questa a titolo di canone di leasing, inoltre, non sono passibili di revocatoria. Il legislatore ha espresso la volontà di dettare una disciplina unitaria a prescindere dalla distinzione giurisprudenziale di leasing traslativo o di godimento ma tenendo conto delle peculiarità del leasing.

Il legislatore, però, non ha dettato una norma specifica per il fallimento del fornitore e non di una delle parti del contratto di leasing.
Aspetti problematici del caso di specie;
Tizio e Beta leasing. S.p.A. stipulano un contratto di leasing contenente due particolari clausole su cui emergono delle criticità in fatto di validità e portata. La prima questione riguarda la clausola di esclusione della responsabilità, mentre la seconda riguarda la clausola risolutiva espressa.


  • la clausola di esclusione della responsabilità;

Come sopra precisato, il contratto di leasing ha una funzione prevalentemente finanziaria. Questa funzione giustifica la clausola, spesso ricorrente nel contratto di leasing, con la quale l’intermediario esclude la propria responsabilità circa i vizi dell’oggetto materiale, ivi compresa la mancata consegna. Nonostante questa affermazione, si può sollevare un dubbio circa la validità e la portata della clausola in questione.

In primo luogo l’art. 1229 comma 1 c.c. sancisce la nullità di “qualsiasi patto che esclude o limita preventivamente la responsabilità per dolo o colpa grave”, restando in vigore soltanto fino alla colpa lieve, purché sussistano le condizioni cui all’art. 1341 c.2 c.c. se inserite all’interno delle c.d. condizioni generali di contratto. In secondo luogo l’art. 33 del codice del consumo (d.lgs. 206/2005), qualifica come vessatorie le clausole che, “malgrado la buona fede, determinano a carico del consumatore un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto”, sanzionandole con la nullità (art. 35 del medesimo decreto), anche se limitate alla mera colpa lieve.

Tali rilievi, però, si prestano a molteplici obiezioni.

Innanzitutto, per quanto concerne l’art. 33 del codice del consumo, esso non risulta applicabile al caso di specie. Infatti il codice del consumo, all’art. 3, definisce quale consumatore “la persona fisica che agisce per scopi estranei all'attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale eventualmente svolta”. Nel caso di specie, invece, Tizio è intenzionato ad acquistare l’autovettura per svolgere la propria attività di agente di commercio, ne consegue che le clausole, ancorché vessatorie, non seguono la disciplina stabilita dal codice di consumo. Tuttavia, in base all’art. 1229 c.c., applicabile in quanto disciplina generale, la clausola di esonero della responsabilità resterebbe valida solamente nella misura in cui esclude la colpa lieve.

Le affermazioni precedenti, tuttavia, partono dalla premessa che la clausola in questione sia qualificabile come clausola di esclusione della responsabilità. Tale premessa, tuttavia, non si esenta da critiche: sorge una responsabilità in capo ad un soggetto ogni qual volta sussista una obbligazione a cui egli sia tenuto all’adempimento. Nel caso di specie si affermerebbe che Beta Leasing S.p.A. abbia assunto l’obbligazione di consegnare e garantire l’esenzione dei vizi della cosa a favore del creditore Tizio. Tuttavia l’adempimento materiale spetta in capo ad Alfa S.p.A., anche se quest’ultima non ha alcun rapporto contrattuale con Tizio. La clausola in questione, dunque, non sarebbe qualificabile come clausola di esenzione della responsabilità ma inciderebbe direttamente sull’esistenza degli obblighi facenti capo Beta Leasing S.p.A. Da questa premessa discende che Beta Leasing S.p.A. non si impegna a consegnare direttamente il bene a Tizio, anzi, non ha alcun interesse ad ottenerne la disponibilità in quanto il suo ruolo di proprietario formale sottintende la funzione di intermediazione e finanziamento.

L’assenza dell’obbligo di consegna, ha sollevato, in passato, alcuni dubbi sulla liceità del contratto, in quanto privo di causa. Infatti parte della dottrina ha contestato la premessa affermando come il contratto miri a soddisfare l’interesse dell’utilizzatore a conseguire la disponibilità del bene, pertanto escludere l’obbligo di consegna in capo alla società di leasing equivarrebbe ad affermare che in un contratto di locazione il locatore non sia tenuto a consegnare il locale al conduttore. Il contratto, quindi, sarebbe nullo per assenza di causa. Tale posizione, tuttavia, non pare condivisibile, in quanto l’obbligazione che sorge in capo a Beta leasing S.p.A. può essere ricostruita in modo differente. Come precedentemente rilevato la società di leasing ha un ruolo di intermediazione tra fornitore ed utilizzatore: l’assunzione dell’obbligo di diretta consegna non sarebbe estraneo all’economia dell’intera operazione, in quanto Beta Leasing S.p.A. non avrebbe alcun interesse ad ottenerne la disponibilità anche solo per un periodo limitato. Beta Leasing S.p.A., piuttosto, sarebbe obbligata nei confronti di Tizio di compiere tutti quegli atti in suo potere al fine di far conseguire alla controparte il godimento del bene in questione. Inoltre la giurisprudenza è pacifica sul punto, pertanto si può tranquillamente affermare che la clausola dibattuta resta valida, purché si tenga conto che essa altro non sarebbe che una mera esplicazione del contenuto del contratto di leasing (cfr: Cass. Civ. Sez. III n. 17767/2005).



il fallimento di Alfa S.p.A.;

Ciò che è stato precedentemente affermato, ossia l’assenza dell’obbligo di consegna gravante su Beta Leasing S.p.A., unitamente al fallimento di Alfa S.p.A. pongono Tizio in una situazione particolarmente gravosa. Occorre precisare che l’art. 72/quater non risulta applicabile al caso di specie, in quanto disciplina le fattispecie in cui è sottoposta alla procedura fallimentare una delle parti contraenti il leasing, ne consegue che trova applicazione la disciplina generale sui rapporti pendenti, prevista dalla stessa legge fallimentare all’art. 72. L’articolo in questione obbliga il curatore fallimentare a dare esecuzione al contratto reale se quest’ultimo ha già prodotto l’effetto reale. Se ciò non si è verificato, il curatore fallimentare potrà optare per l’esecuzione subentrando al fallito, oppure sciogliersi dal contratto medesimo.

La compravendita stipulata tra Alfa S.p.A. e Beta Leasing S.p.A. può facilmente essere inquadrata tra i contratti ad effetti reali. In base all’art. 1376 c.c. vige il c.d. principio consensualistico, in forza del quale l’effetto traslativo si realizza “per effetto del consenso delle parti legittimamente manifestato”. Dunque parrebbe che il curatore fallimentare debba obbligatoriamente dare esecuzione al contratto consegnando l’autovettura a Tizio. Tuttavia si deve tener presente che nella generalità dei casi, l’acquirente ordina l’acquisto di una determinata quantità di beni individuati solo nel genere. In tal caso il legislatore ha dettato il successivo art. 1378 c.c., per il quale “la proprietà si trasmette con l’individuazione”, esso inoltre continua stabilendo “l’individuazione anche avviene mediante consegna al vettore”: nel caso di specie parrebbe quest’ultima l’ipotesi più verosimile. Quest’ultima ricostruzione nega il verificarsi dell’effetto traslativo, lasciando quindi nella discrezionalità del curatore fallimentare la scelta tra esecuzione del contratto o suo scioglimento.

Ipotizzando che il curatore fallimentare intenda sciogliersi dal contratto, ed ipotizzando che la clausola di esclusione della responsabilità sia nulla, Beta Leasing S.p.A. risulterebbe inadempiente, e di ciò dovrà risponderne a Tizio. La società di leasing, dunque, dovrà versare a Tizio il risarcimento del danno, nonché gli eventuali canoni già versati, ma avrà diritto ad ottenere da Alfa S.p.A. la restituzione del prezzo già versato, ma si potrà soddisfare soltanto in moneta fallimentare, che non consente l’integrale restituzione del prezzo.

Al contrario, sempre ipotizzando la nullità della clausola di esclusione della responsabilità, se il curatore fallimentare decidesse di dare esecuzione al contratto di compravendita, il problema non si presenterebbe pertanto Beta Leasing S.p.A. potrebbe agire contro Alfa S.p.A. al fine di ottenere l’esecuzione coattiva od ottenere il risarcimento integrale al di fuori delle procedure fallimentari.

Occorre tenere in considerazione la precedente affermazione circa la natura della presunta clausola esonero dalla responsabilità. Partendo dalle ricostruzioni precedenti, Tizio non potrebbe agire contro Beta leasing S.p.A., poiché su essa non grava alcun obbligo di consegna, e nel contempo quest’ultima, non avendo patito alcun pregiudizio dal momento che ha ricevuto i canoni dall’utilizzatore, non risulta legittimata ad agire contro Alfa S.p.A. Sembra quindi possibile affermare che Tizio non vi sia alcuna via affinché Tizio possa veder soddisfatta la propria pretesa o comunque ottenere una qualche forma di soddisfazione per equivalente.

La giurisprudenza maggioritaria, tuttavia, ha rilevato nel contratto di leasing una sorta di rappresentanza indiretta (cfr. Cass. Civ. Sez. III n. 17767/2005). Infatti la società di leasing, svolgendo una funzione di intermediazione, stipula un contratto con il fornitore al fine di soddisfare l’interesse di un terzo: si tratterebbe, dunque, di un mandato senza rappresentanza, in forza della quale la società di leasing agisce per conto dell’utilizzatore, ma non può spenderne il nome. Alfa S.p.A., nel stipulare un contratto con Beta leasing S.p.A. e al momento dell’inadempimento, fa sorgere in capo a sé stessa una sorta di responsabilità indiretta nei confronti di Tizio: quest’ultimo “sostituendosi al mandatario [Beta leasing S.p.A.] può esercitare i diritti di credito derivanti dall’esecuzione del mandato”, come stabilito dall’art. 1705 comma 2 c.c. L’operazione di sostituzione, però, mette a Tizio nella stessa condizione di un qualunque creditore del fallimento, pertanto egli potrà rivalersi nei confronti di Alfa S.p.A. ottenendo il pagamento in moneta fallimentare.


  • la clausola risolutiva espressa;

Nel contratto intercorrente tra Beta Leasing S.p.A. e Tizio viene convenuto, in favore della prima, un diritto potestativo di risoluzione del contratto, in caso Tizio ometta il pagamento anche di un solo canone: si tratta di una clausola risolutiva espressa, la cui validità, tuttavia, presenta alcuni profili di criticità.

Secondo la disciplina generale, all’art. 1455 c.c., consente la risoluzione per inadempimento solamente se “non di scarsa importanza, avuto riguardo all’interesse del creditore”. L’articolo in questione guida il giudice come criterio per distinguere le situazioni meritevoli di tutela giudiziale dalle risoluzioni pretestuose. La clausola risolutiva espressa, invece, consente alle parti di regolare autonomamente i motivi che possano spingere alla risoluzione, prescindendo dal principio della gravità. Dello stesso avviso risulta anche la giurisprudenza maggioritaria.

Il codice civile, tuttavia, detta una seconda norma per le clausole risolutive espresse, sancendo la nullità di tali clausole nel contratto di compravendita con riserva di proprietà: in base all’art. 1525 c.c. l’inadempimento del compratore deve essere pari almeno ad un ottavo del prezzo. Con questa disposizione il legislatore intende tutelare il legittimo affidamento del compratore a conseguire la proprietà del bene da eventuali abusi della clausola risolutiva espressa da parte del venditore. Specialmente nell’ambito del c.d. leasing traslativo, la situazione dell’utilizzatore è molto simile a quella dell’acquirente con riserva di proprietà: l’utilizzatore, infatti, può conseguire la piena proprietà del bene versando un prezzo minimo se non simbolico.

La giurisprudenza ha una posizione altalenante sull’applicabilità al leasing dell’art. 1525 c.c., ma un orientamento dottrinale tiene conto anche degli interessi dell’utilizzatore. Come precedentemente affermato, la funzione finanziaria del leasing fa si che l’utilizzatore, attraverso il pagamento dei canoni, versi una somma di denaro quale prezzo per l’acquisto della proprietà del bene. Avendo già acquistato la proprietà per gran parte del valore, vi è il rischio che la società intermediaria abusi della clausola risolutiva espressa al fine di ottenere un vantaggio assolutamente indebito. Tale posizione, pur avendo facendo leva solo sul principio dell’equità, conclude affermando l’invalidità della clausola risolutiva espressa per inadempimenti “di scarsa importanza”. Tale dottrina nega a Beta Leasing S.p.A. la possibilità di chiedere la risoluzione per inadempimento.

Ipotizzando invece che la clausola in questione sia valida, la dichiarazione di non voler adempiere di Tizio potrebbe avere qualche effetto. L’art. 1219 comma 2 c.c. esclude la costituzione in mora del debitore se quest’ultimo dichiara, per iscritto, di non voler adempiere. Il riferimento normativo, tuttavia, si riferisce ai casi in cui la dichiarazione del debitore avvenga in un momento successivo al termine per l’adempimento, pertanto il riferimento normativo pare inappropriato. L’art. 1186, comunque, consente al creditore di far decadere dal termine stabilito in favore del debitore se quest’ultimo “è divenuto insolvente od abbia diminuito, per fatto proprio, le garanzie date, o non ha dato le garanzie promesse”: il testo normativo non cita affatto la dichiarazione di non voler adempiere antecedente al termine. Se la dottrina minoritaria è favorevole all’ampliamento dell’art. 1186 anche all’ipotesi citata, la dottrina maggioritaria, invece, resta assolutamente contraria. Seguendo la posizione di quest’ultima, quindi, Beta Leasing S.p.A. potrà chiedere la risoluzione per inadempimento solamente al momento in cui Tizio non paghi un canone.


  • la risoluzione per inadempimento addebitata a Tizio;

Ipotizzando che Beta Leasing S.p.A. eserciti il suo diritto a risolvere il contratto, la sorte del canoni già versati da Tizio risulterà differente a seconda della qualificazione del leasing. Se si tratta di un leasing di godimento, la società di leasing potrà trattenere i canoni e chiedere il risarcimento del danno, calcolato sulla differenza tra prezzo pagato ad Alfa S.p.A. e i canoni già trattenuti. In caso si qualifichi il contratto come leasing traslativo, Beta Leasing S.p.A. è tenuta alla restituzione dei canoni già percepiti, tuttavia potrà chiedere il risarcimento del danno, che consiste, come per l’ipotesi precedente, nel prezzo pagato al fornitore (cfr: Cass. Civ. Sez. I n. 10265/2000). Con l’operare della compensazione, dunque, il risultato che si perverrà sarà sempre quello di vedere Tizio condannato al pagamento della differenza tra prezzo pagato dalla società intermediaria ad Alfa S.p.A. e canoni già pagati. Tizio, comunque, avrà diritto alla tutela giudiziale contro il fallito, ma otterrà ristoro soltanto in moneta fallimentare.

Ipotizzando, invece, che il curatore fallimentare decida di subentrare al fallito, in virtù della rappresentanza indiretta Tizio potrà agire contro Alfa S.p.A. per ottenere l’esecuzione del contratto o il ristoro per equivalente al di fuori delle procedure fallimentari. Egli, dunque, vedrà soddisfatta la propria pretesa con preferenza rispetto ai creditori fallimentari.






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