Rosso, ancora rosso



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14.11.2018
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Introduzione
Questa volta Umberto Esposito si presenta sotto altra veste. Non vuole essere capito per non lasciare scoperta la delicata sensibilità e sfrutta la sua versatilità poliedrica come un mezzo di “copertura”, come strumento atto a ricercare le sue ragioni di esistere in tante forme filosofiche che hanno come solo maestro di conoscenza la fantasia, la capacità di sognare vivendo fra gli “altri”.Dai films di Jodorovsky e Kurosava ai fumetti di Dylan Dog è stato dimostrato più volte che la scienza dell’assurdo è possibile, se non altro, perché fin troppo vicina a noi. Forse dentro di noi.Il Jekyll di Stevenson non è solo un romanzo dell’orrore ma un raffigurazione fotografica dello spirito umano che l’austriaco Messmer farà diventare scienza mediatica intorno al 1700 (e non è anche il secolo del Principe di Sansevero?).E che dire dei sogni trascritti dal nostro Buzzati, dal misterioso Tolkien, dal sottile Lovencraft?I messaggi subliminali che Esposito Umberto lancia, a volte senza accorgersene neppure, rendendo noi stessi protagonisti indiscussi delle sue storie, riempiendo con i nostri rumori il suo silenzio e facendo dei nostri movimenti l’esistenza del tempo.Ma resta il gioco sottile, voluto furbescamente ove noi, povere marionette, ci accontentiamo di essere dentro la logica comune.Topolini in cerca d’autore. Secondo voi Umberto Esposito avrà letto Pirandello o Kafka?Noi ci accontentiamo di considerarlo “Non inquinato” da altra letteratura e ottimo scrutatore di se stesso in quell’armonia che non è data conoscere perché non è mai morta non essendo mai nata. Una luce che si perde nella notte dei secoli alla ricerca di quanto ci fu donato per far sì che si combattessero vane battaglie per sottrarlo agli altri. L’uomo non pago si appoggia a se stesso e comincia a riflettere. Il sapere ci abbraccia e ci canta del mondo attraverso sogni mai cercati.

Ciro Angelo Scognamiglio


L’angelo delle fogne

di Esposito Umberto
Rosso, ancora rosso. Un colore intenso, caldo ed inquietante come la cravatta indossata in quella mattina. Alberto sembrava non capire da dove venisse tutto quel sangue; sentiva solo che il nodo della cravatta gli si stringeva in gola come in una morsa mentre una rosa purpurea sbocciava sulla pelle bianca del suo collo, poco più sopra della camicia perlacea. La pioggia ora cadeva, fredda ed appuntita, sul suo viso, nei suoi occhi. Occhi che Alberto rivolse verso l'asfalto su cui giaceva per osservarlo, inghiottito dal fluire lento ed inesorabile di tutto quel liquido fastidiosamente rosso.

Pensare che il rosso era, da sempre, il suo colore preferito. Intanto, dalla pozzetta di sangue, morbidi e silenziosi tentacoli si facevano strada fino alle scarpe delle persone che gli stavano intorno. Dio! cosa c'era negli occhi di quella gente ora che, con la loro morbosa ed inutile curiosità, gli negavano anche l'ultimo, banalissimo grigio squarcio di cielo?

C'era la morte, lui lo sapeva. Conosceva a memoria l’insopportabile ed idiota luce che essa accendeva negli occhi di coloro che, al sicuro, l'osservavano di là dall’abisso. Stavolta nell'abisso c'era lui, stavolta era la sua morte che stavano guardando. Qualcuno, come di solito capita in queste occasioni, avrebbe detto che Alberto era faccia a faccia con lei. Alberto, invece, che con la morte aveva una certa familiarità, sapeva che la fine di un uomo possiede una propria essenza duttile e morbida come la plastilina con cui giocano i bambini. E, come la plastilina, si trasforma a seconda della persona con cui vuole giocare; assume, allora, le forme dei nostri peggiori incubi e, per i più fortunati, si trasforma in deliziose immagini.

Per Alberto, che non era tra i più fortunati, la morte aveva assunto la forma di un grazioso topolino; un topolino che lo fissava attraverso gli sguardi di quei noiosi individui che continuavano, ostinatamente, a toccarlo ed a spalancargli i loro orrendi occhi sul viso.

Elena ... Alberto, in una disperata e sarcastica mezza risata, pensò: “Bene! Adesso ci siamo proprio tutti. Io, Elena e il mio topolino...”

Quell’ultimo ed assurdo pensiero fu, all'improvviso, trascinato via dalla corrente della morte, in un vortice di ricordi ...

Quella mattina faceva freddo, come spesso accade anche a Napoli e, al solito, c'era folla davanti la banca ricolma dei loro soldi, difesi dalle guardie all'ingresso, con i mitra. Ogni volta che passava innanzi a questi ultimi, un sorriso di cortese saluto nascondeva un improvviso ed irrefrenabile pensiero: “Se solo sapessero!”

Alberto aveva un sorriso affascinante, reso ancora più accattivante dalla curata linea della barba che gli ombreggiava il viso, schietto ed estroverso.

Quaranta anni, alto ed asciutto nel fisico; una qualità, questa, che lo inorgogliva e gli faceva prestare particolare attenzione al proprio vestire. Nel suo guardaroba, tra i perfetti completi tinta unita o spezzati, spiccavano una moltitudine di cravatte rosse in tutte le possibili sfumature che questo colore può assumere. La moglie, Elena, non riusciva a capire. Passi la passione per le cravatte ma quel colore, sempre e solo quel colore.

Avevano due bambini che sembravano, per uno strano scherzo del destino, non assomigliare affatto ad Alberto. Biondi, un po’ piccoli di statura per la loro età e tanto introversi, come la loro silenziosa e riflessiva madre. Sapevano quanto il lavoro del papà era impegnativo e stressante e, quindi, la sera dovevano evitare di stancarlo troppo. Alberto era davvero uno dei migliori impiegati di banca, di quelli che ogni Direttore vorrebbe ai suoi sportelli.

Sempre elegante, distinto e zelante. Mai un particolare fuori posto, una parola superflua o un sorriso mancato; le donne tutte, impiegate e clienti, n’erano innamorate. I suoi colleghi lo stimavano e sapevano di poter contare sempre su di lui. Ma Alberto non era solo questo, per cui sarà meglio andare indietro di qualche anno ...

Quella mattina Alberto, scese alle sette e trenta, non per andare in banca. Non sarebbe passato accanto ai suoi amici poliziotti, né avrebbe sorriso alla solita sequenza di volti che gli si paravano davanti allo sportello. Quella era una mattina particolare, una di quelle che da anni inseriva fra le pagine della sua agenda sotto la voce "Rosso".

Aveva chiesto, ovviamente all’insaputa della moglie, un permesso al suo amico Cristiano, il direttore della banca che, naturalmente, glielo aveva concesso accompagnandolo con un complice sorriso. Complice, ma di cosa? Aveva la più vaga idea? Secondo lui sì ed Alberto meritava, di tanto in tanto, un po’ di libertà.

Guidò fino ad un certo punto, si fermò in una certa piazza e continuò a piedi. Passeggiava, si fermava, ricominciava a camminare. Pause, attese e passi lenti. Tutto sotto controllo: il viso, le gambe, la strada e le auto ... tutto! Senza rendersene apparentemente conto, distratto dalle vetrine e da un vestito che gli ondeggiava accanto, arrivò sotto un palazzo. Strana costruzione, imponente, antica e con strane forme che s’intrecciavano assumendo, ai lati del grande portone, la figura rubata di qualche fogliolina o della coda di qualche strano animale. Era lì che abitava la donna di quella interminabile mattina, la sua donna giovane, forse sui trenta, ragazza normale, con un marito, un bambino, un amante.

L'aveva cercata ed incontrata tanti anni prima. La ricordava così bene che, sicuramente, l'avrebbe riconosciuta subito. Il volto sarebbe stato un altro ma, grazie alle occhiate furtive lanciatele giorni prima, non avrebbe avuto dubbi.

Cominciò così per Alberto, l'infernale giostra dei ricordi ...

I genitori di Alberto avevano divorziato quando lui era piccolo.

Aveva appena sei anni. Nato in una famiglia borghese, aveva trascorso la sua infanzia in un collegio con le solite suore. La madre aveva deciso che non avrebbe avuto tempo di badare a quel piccolo ragazzino che faceva tante domande. Lei era giovane, troppo giovane, e non voleva sacrificare la propria libertà.

La libertà! Giovanna aveva dato un significato molto preciso a quella parola. La inseguiva, la cercava spasmodicamente, una ricerca che si tramutava in una frenetica voglia di sesso. Sesso inutile, fine a se stesso, ogni volta più deludente e noioso. Quando Giovanna andava a prendere Alberto in collegio per una materna giornata col suo piccolo, in realtà il piccolo veniva lasciato sui gradini di un edificio, di una villa, o fuori di una porta chiusa ad aspettare. Aspettare che la madre trovasse la sua mezz'ora di libertà nel letto del suo partner di turno. Perché proprio in quei giorni? Alberto non lo sapeva allora e non l'avrebbe capito neanche dopo. Forse non riusciva a sostenere il pensiero che, per una giornata o per una sola ora, la presenza del piccolo potesse ricordarle che un pezzo della sua vita le era stato rubato per sempre.

Beninteso, lei non lo odiava né lo aveva mai rinnegato; aveva solo bisogno di ricordare a se stessa di essere la Giovanna di sempre, ribelle e libera.

L’attesa avveniva sotto il sole o sotto la pioggia. Freddo o caldo che fosse, Alberto aspettava paziente, silenzioso, un po’ camminava, un po’ si fermava, qualche volta giocava e raramente piangeva ... forse.

Dopo lunghe attese la cara mamma scendeva e ed il bimbo era felice di vederla ... sarebbe presto ritornato in collegio!

Il ragazzo era felice, felice di tornare in quel luogo dove c'era ad aspettarlo l'unico suo amico. Un amico così importante da fargli riscoprire le dolci gioie di una coccola, di una carezza, dei rapporti con il prossimo. L'amico di Alberto era davvero un piccolo tesoro, piccolo più di lui. L'aveva incontrato una notte, così, per caso. Una di quelle notti che durano tanto da far dimenticare la luce del sole.

Quella notte il piccolo scese dal suo lettino e si diresse, con i piedini che appena sfioravano le mattonelle bianche e rosse del dormitorio, verso la credenza al piano inferiore dell'edificio. Le grandi stanze erano chiuse e silenziose, le vetrate che s'affacciavano sul corridoio sembravano dei grandi occhi spalancati, immersi nel buio, pronti a seguirlo passo dopo passo. Il piccolo non aveva paura anzi, si sentiva libero di andare dove voleva, di trasgredire alle ferree regole imposte dalle suore e, ogni tanto, si divertiva pure a fare le boccacce a quei grandi e oscuri quadrati di vetro.

Arrivato nella cucina, Alberto cercò di arrampicarsi alla meno peggio fin su le ante della credenza. Sarebbe andato tutto liscio se non fosse stato per il tonfo di una serie di pacchi di biscotti seguiti a ruota da varie altre scatole e scatoloni ... il finimondo! Il bambino rimase un attimo immobile e confuso, avvolto nella penombra. Poi, comprese quello che stava per succedere; capì che, di lì a poco, sarebbero arrivati i lunghi mantelli neri, per vedere cosa fosse successo. Scappò via nascondendosi in uno degli armadi a muro che si trovavano lungo il corridoio.

Aveva sentito già i passi pesanti delle suore riempire di un suono stridente le sale superiori.

Nascosto nell'armadio pregava di avere almeno il tempo di ritornare nel suo letto senza che nessuno avesse il tempo di notare la sua assenza. Improvvisamente qualcosa nel buio gli annusò la mano che ancora stringeva il pacco di biscotti.

Il piccolo abbassò lo sguardo istintivamente in direzione di ciò che gli aveva sfiorato le dita. Era piccolo, grigio, con due vispi ed intelligenti occhietti neri. "Che cavolo vuoi?”.

Il bambino, spaventatissimo, all'inizio non capì chi avesse parlato essendo già molto turbato dal piccolo ospite.

"Vuoi dividere i tuoi biscotti con me?”

Ancora! Ma chi era che parlava? C'era solo lui e ...

Ad Alberto passò subito la paura. Era proprio lo strano compagno di quella marachella che gli stava parlando. Quant'era simpatico! Gli piaceva tanto che si presentò subito al piccolo roditore senza stupirsi troppo che un topino parlasse. Anzi, non se ne stupì per niente. I bambini, a quell'età, non si stupiscono mai. Le loro menti sono spazi infiniti. Cicli di pensieri immensi e mari profondi dove c'è posto per tutto e tutti, dove la parola “impossibile” non esiste. Per Alberto, poi, che non amava i suoi compagni ritenuti fortunati rispetto a lui, era come un sogno che si avverava.

"Guarda, io i biscotti li vorrei mangiare con te …” disse Alberto “ … ma tra poco avremo tanti di quei guai ... altro che biscotti!”

Il topino lo guardò e gli disse: “Aspetta! Aprimi la porta che al resto penso io. Appena sentirai urlare scappa nel letto ed io ti raggiungerò dopo!”

Alberto non si divertì mai come in quella sera anche se non poté godersi la scena che accadeva in cucina. Una volta nella camerata fu visitato, qualche minuto dopo, dalla luce di una torcia che passava in rassegna uno ad uno i lettini. Messosi sotto le coperte si trovò a faccia a faccia con il batuffolino grigio incontrato poco prima. Il topolino gli disse, tra il serio e il divertito: “Questa volta c’è andata bene, ma, ti prego, non cacciarti più nei guai così!"

Tutte le notti il topolino faceva sentire la propria presenza solleticando i piedini del bambino il quale si limitava a sorridere in silenzio per non svegliare gli altri. Da quella divertente serata in poi Alberto e il topino trascorsero ore ed ore a parlare.

Ad Alberto piacevano tanto gli occhi del piccolo e grigio amico; occhi schietti, occhi pieni d’amore e voglia di vivere. Uno sguardo in cui il piccolo ritrovava la sua dolcezza di bimbo, la sua voglia di coccole, la sua fiducia nella vita. Da quando aveva come amico quel piccolo essere a quattro zampine era diventato più disponibile e più estroverso anche con gli altri. Amava persino la mamma di più ... nonostante tutto! Il bambino era felice di tornare in collegio perché avrebbe raccontato alla bestiola la sua giornata con la mamma. Avrebbe detto di essere andato allo zoo, al ristorante, al parco giochi ed il topino gli avrebbe dolcemente sorriso con gli occhietti rivolti verso di lui, accoccolato tra le sue mani. Un sorriso che conosceva la triste verità di quei racconti inventati e che, silenziosamente, gli sussurrava: "Sta tranquillo! Anche se non e vero può diventarlo nel momento in cui lo racconti a me ed io ti credo. E' una magia, una magia che realizza i tuoi sogni e dà un calcio alla realtà ed alla distratta cattiveria del tuo piccolo mondo”.

Alberto ritrovava, grazie al suo amico, la fiducia nel prossimo.

Fu durante uno di quei giorni passati senza la mamma fuori una porta che il piccolo avvertì i primi brividi di freddo. Più aspettava e più aveva freddo; più il freddo aumentava e più si sentiva male. La notte era davvero gelida. Quando finalmente fu riaccompagnato in collegio con i vestiti fradici, messosi a letto la febbre salì in modo terribile e quando il topolino gli si avvicinò per solleticare come al solito il piedino s'accorse che il bambino scottava tanto da far paura. Il piccolo animale avrebbe voluto attirare l'attenzione delle suore per aiutare Alberto, ma quest'ultimo non volle; non doveva, per nessuna ragione al mondo, mettere in pericolo la vita di quel prezioso compagno. Durante la notte, fece la pipì a letto e per questo si beccò anche una punizione corporale, fatta di bacchettate ed un’ora nell’angolo in ginocchio. L'episodio della pipì a letto si ripetè per diverse notti ancora, così come le punizioni corporali. Nessuno si rese conto della gravità del problema, nemmeno quando Alberto cominciò ad urinare sangue.

”Semplice infezione urinaria!” disse una suora.

Fu a quel punto che il topino, non sopportando l'idea di veder soffrire il suo amico, uscì allo scoperto gettando l'intera camerata nello scompiglio. Bambini che urlavano, suore che fuggivano. Il topo squittiva disperatamente convinto di essere compreso, così come accadeva con lo sfortunato compagno di giochi. Ma solo Alberto lo capiva; per tutti gli altri era solo un brutto topo, sporco e schifoso. Fu colpito violentemente da una pietra lanciata da una suora. La testa fu schiacciata dall'impatto violento...il topino era morto!

Finalmente, avvicinandosi al piccolo Alberto, quelle distratte tuniche si accorsero della tragedia che stava per compiersi. Alberto lanciò un urlo di dolore alla vista del topino ucciso, un urlo disperato. Tentò di avvicinarsi al corpo del suo fedele compagno, ormai rosso, rosso di sangue che scorreva ovunque. Il piccolo non aveva ancora perso i sensi. Trasferito in ospedale, dopo svariate indagine mediche, si scoprì che aveva un rene malato, che gli doveva essere asportato, immediatamente.

Gli anni che seguirono, furono segnati dal crescere dell'odio di Alberto nei riguardi di sua madre. Scoprì la sua vera natura e non c'era più la magia attivata dal suo amico topo, capace di trasformare la disperazione delle sue illusioni in una dolcissima e bellissima realtà. Giovanna, la sua cara mamma, aveva ucciso per sempre il piccolo Alberto e la sua capacità d'amare. Un omicidio compiutosi materialmente con la morte dell'unico essere che veramente l'avesse amato: il suo prezioso topolino. Tutta l'umanità e la dolcezza di Alberto si erano disperse sul pavimento a scacchi rossi di quel dormitorio. Il topolino le aveva portate con sé, insieme alla sua preziosissima piccola vita. Che cosa restava, ora, a quel bambino? Cosa sarebbe restato all’adolescente di qualche anno dopo? Un pavimento a scacchi rossi ed una grande nostalgia, una malinconia ogni giorno più cattiva, più soffocante. Dov'era finita la vita, dov'era ora la sua piccola coscienza? Dove?

Gli anni trascorsero veloci e cupi: il liceo, l'università e la laurea in Economia e Commercio. Tutti episodi insignificanti, pezzi della sua vita che, meccanicamente, Alberto metteva ordinatamente in successione. Il lavoro in banca ed il matrimonio con Elena chiusero il circolo vizioso, del quale lui aveva bisogno per sopravvivere.

Elena, la ragazza incontrata ad un concorso, gli era piaciuta subito. Non tanto perché carina. Era una bellezza discreta, fredda per molti aspetti, con occhi intelligenti e capaci di affondare nel buio della sua anima. Era una donna che amava i silenzi, le lunghe passeggiate per la città deserta nell’afoso agosto. Proprio grazie all'apparente discrezione della moglie, Alberto aveva potuto frequentare determinati ambienti "molto particolari", in cui i professionisti dell'imprevisto e della morte, l'avevano introdotto. Grazie ad essi, riusciva a dare sfogo all'immenso e silenzioso dolore che si portava dentro da anni. Ormai la doppia vita era diventata parte integrante del suo quotidiano esistere.

E’ a causa di quella ordinaria follia che quella mattina si ritrovò sotto il portone antico ed imponente di un vecchio palazzo ad aspettare la sua donna, in quella strana mattina di Ottobre. Ormai erano più di venti minuti che aspettava, venti minuti passati tra ricordi e ... eccola! La vetrina gli rimandò l'immagine della donna che si avviava alla sua macchina con passo svelto.

“Ora!” Alberto pensò.

Si staccò dalla vetrina, girò su se stesso velocemente, senza guardarsi intorno. Non c'era tempo. Si diresse verso di lei. Contemporaneamente la mano s’insinuò nella tasca dei pantaloni, le dita gli si chiusero intorno a ciò che non aveva avuto bisogno di cercare. Si avvicinò ancora di più alla donna, estrasse lentamente la pistola, regolarmente registrata. Il respiro ora era frenetico come le sue gambe, le sue braccia che, tuttavia, erano ferme: il braccio sinistro distrattamente piegato e la mano coperta dal bordo destro del leggero soprabito. La donna lo guardò; scrutava quel viso, chiedendosi cosa volessero quegli occhi così freddi così vuoti ... le sembrò di rivedere in quelle pupille il volto di suo ...

Poi un’esplosione dentro e fuori di lei; anche gli occhi dello sconosciuto esplosero. La testa della donna ebbe uno strano sobbalzo per poi spingersi, violentemente, all’indietro quasi a staccarsi da quel corpo che si accartocciò come un fantoccio senz’ossa.

Era finita. Anche quella volta era finita. Alberto si allontanò in silenzio. L'esplosione era stata, come sempre, silenziosa. Un affare privato di pochi secondi tra il carnefice e la propria vittima di turno. Si allontanò da quel groviglio di strade non tanto per paura ma perché aveva un appuntamento importante di cui sentiva il bisogno ogni qualvolta si dedicava alle sue attività extrabancarie.

Alberto non era il solito psicopatico dalla doppia vita. Lui era un killer professionista, "regolarmente" appartenente ad un’organizzazione specializzata in quest’attività. Le vittime di cui lui, come dire, si occupava erano persone normali, banali, uomini e donne. Ciò che li accomunava era la presenza, nella loro vita, di eventuali relazioni extraconiugali, di legami contrari al "comune senso del pudore”.

I mandanti erano, di solito, i parenti dei malcapitati.

Il problema, semplice in apparenza, era il motivo per il quale Alberto lo facesse. Anzi, la cosa sembrava eccitarlo tanto da accontentarsi, in occasioni speciali, anche di pochi milioni. Era un pazzo? Forse, ma non il solito malato in preda d’improvvisi raptus omicidi. Un giustiziere? Nemmeno. Sia le persone che ammazzava che la loro vita gli erano totalmente indifferenti. Alberto si annoiava. Si annoiava come quando aspettava la madre da piccolo o come quando aspettava Elena. Una noia micidiale, un pericoloso cocktail d’amarezze, solitudine e senso d’inutilità.

Fare il killer era ormai il modo più diretto e violento di rompere quella noia. Avrebbe potuto avere un amante, inventarsi un hobby ... non sarebbe stata la stessa cosa. C’era una sensazione che avvertiva dentro di sé ogni qualvolta assolveva a quel tipo di compito; un’emozione devastante cui non sapeva rinunciare. Sembrava, per un attimo, capace di uscire dalla sua vita ed entrare in un’altra dimensione. Non si sentiva felice ma libero; la sua libertà era in grado di realizzarsi solo attraverso il male.

Come sua madre quando lo prelevava dal collegio e gli lasciava la sua anima fuori dalla porta. La coscienza? Di lì a poco Alberto sarebbe andato a trovarla. Quello era l’importante appuntamento che doveva assolutamente rispettare.

Dopo aver svoltato l'ennesimo angolo di strada si guardò intorno e, approfittando del momentaneo deserto di quel pezzo di città, aprì un tombino e, velocemente, vi s’infilò.

Finalmente a casa!

Cominciò a camminare con estrema disinvoltura, sicuro del cunicolo in cui entrare, deciso su quello da evitare. Conosceva così bene quei luoghi e riusciva a muoversi con una dolce tranquillità. Una quiete triste che, nonostante tutto, gli piaceva e che non riusciva a raggiungere quando stava di sopra.

Dopo circa trecento metri arrivò al suo piccolo angolo di relax; di lì a poco avrebbe ritrovato il suo più fidato amico, fidato quanto il compagno di giochi della sua infanzia.

Si sdraiò su una poltrona che da tanti anni era lì. Una poltrona tra i cunicoli della città nascosta? Certo, cosa c'è di strano! Spesso le cose che ci appartengono possono trovarsi o perdersi nei posti più strani come, ad esempio, le caverne che volgarmente si definiscono fogne e che, per Alberto, rappresentavano dei luoghi familiari. Luoghi che gli procuravano sensazioni contrastanti ... ma è inutile parlarne ora, capirete più avanti.

Dopo pochi minuti, arrivò Angelo.

Angelo era un topo!

Avete capito bene, un altro topo. Assurdo il topo, assurdo il nome, in fondo tutta la storia è drammaticamente assurda. Alberto era stato proprio fortunato. Un giorno era con Elena al solito chalet di Via Caracciolo a fare l’innamorato premuroso che porgeva alla sua bella una piacevole granita di caffè. Improvvisamente fissò la sua attenzione su di un gruppo di ragazzini che si accalcavano l'uno addosso all'altro. Sembrava il tipico capannello delle americanissime partite di foot ball. Alberto, per quest’associazione d’idee, si aspettava veder saltare fuori una palla ovale ed appuntita. Ciò che balzò in aria, invece, era una strana cosina grigia a quattro zampe con una specie di filo che gli si attorcigliava addosso.

Era proprio un topo!

Alberto si diresse, senza esitazione e con una rabbia addosso, verso la banda di giocatori in erba e li spaventò a tal punto che i ragazzi, in pochi secondi, sparirono inghiottiti dagli alberi circostanti. Voleva vendicare la morte del suo topolino dolce e romantico oppure era un banale flash back a sfondo psicologico? No! Semplicemente non sopportava la violenza di quei “mostriciattoli” che si riversavano, come indemoniati, su quell'essere che non apparteneva al loro mondo, al mondo "di sopra".




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