Sabato pomeriggio,20 febbraio 2010



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Sabato pomeriggio,20 febbraio 2010




3° meditazione: IL GIUSTO SENSO DELLA CROCE
Signore Gesù, Tu hai voluto radunarci attorno a Te nel ricordo dei dolori della tua madre in unione alla tua passione e morte. Tu non hai voluto risparmiare a lei la partecipazione dolorosa e drammatica alla tua sofferenza. Ti chiediamo Signore, di renderci capaci di partecipare anche noi in qualche modo a questa Tua sofferenza. Ti chiediamo di riscaldare nel nostro cuore le piaghe del Signore, fa che sentiamo il giusto senso della croce e che questo senso illumini il nostro contatto con le difficoltà e le sofferenze del mondo e di tutti gli uomini. Fa’ che preghiamo con te, Madre di Gesù, in unione con le sofferenze del mondo. Ave Maria”

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Come titolo di questa meditazione vorrei suggerire il seguente: il giusto senso della croce. Anche la grazia da chiedere è questa: che il Signore ci conceda il giusto senso della Croce. Più specificamente vorrei presentarla così: io, Pietro e la sua croce. Per croce intendiamo qui la croce di Gesù, cioè la sua esperienza di fallimento esterno della missione e l’opposizione che lo conduce alla morte. Pietro rappresenta il discepolo eletto, che lo ha seguito nel suo cammino, e nell’avvicinarsi a Lui chiediamo di vedere la croce e di viverla così come Pietro l’ha vissuta. Cerchiamo di vederla dal suo punto di vista, di meditare il dramma di Pietro nel suo coinvolgimento alla croce, per essere aiutati a capire anche il nostro; Pietro e la croce. Egli ci apre qui non solo come il discepolo eletto, ma anche come l’uomo semplice, sincero, senza tante seconde intenzioni, che prende le cose come sono e vi reagisce secondo la propria sensibilità e di sorpresa viene portato avanti. Abbiamo già conosciuto e ci siamo sintonizzati con Pietro come “uomo”, quando in Lc 5,8 ci siamo uniti alla sua confessione: “Signore, allontànati da me perché sono un peccatore”. Lo seguiamo ora nel suo cammino successivo; dove finisce questo cammino, o meglio, qual è il punto culminante di esso? Il punto culminante è il pianto di Pietro nella passione e voglio vedere questo come momento culminante, ma non ultimo, perché sappiamo che il momento finale è nell’annuncio di Lc 24,34 “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!”.

La nostra meditazione parte quindi dagli eventi registrati Lc 9,20 (Pietro che dice: Tu sei “il Cristo di Dio”), fino a giungere a questo annuncio di Lc 24,34, avendo naturalmente come punto chiave il pianto di Pietro. Nel racconto della passione, precisamente Lc 22,62 leggiamo: E uscito fuori, pianse amaramente”; Pietro prova amarezza, dolore, umiliazione.

Chiediamo di partecipare pienamente a questo stato d’animo di Pietro.

Come riferimento degli Esercizi Spirituali di s. Ignazio potremmo prendere il n. 203 che è il preambolo della seconda meditazione della terza settimana “Chiedere ciò che voglio. E ciò che bisogna propriamente chiedere nella passione è il dolore con Cristo addolorato, tormentato con Cristo tormentato, lacrime, piena, intima pena per la grande pena che Cristo soffrì per me”. Possiamo meditare sul pianto amaro di Pietro in questa luce. Vorrei però che tenessimo presente anche il n. 224 che mi pare importante per capire questo itinerario di Pietro; è il quinto della prima contemplazione della quarta settimana: “Osservate il ruolo di consolatore che assume Cristo, paragonandolo a quello degli amici che consolano altri amici”. Unisco questi punti per diversi motivi.

Questo “officium consolandi” non solo è uno dei nostri misteri più importanti ma per s. Ignazio stesso consolare è una delle attività a cui siamo chiamati più spesso. Certe volte siamo portati a radicare l’”officium consolandi” nella terza settimana, mentre invece s. Ignazio lo mette nella quarta. In realtà c’è una stretta connessione tra questo “ufficium” e la partecipazione alla passione di Gesù da cui nasce anche la nostra capacità di compatire, soffrire con gli altri; nella quarta settimana, perciò si radica la nostra capacità, dopo aver compatito, di saper anche consolare: ed ecco un’altra grazia che possiamo chiedere in questa meditazione.

Ci sono infine altri elementi che si potrebbero presentare come introduzione a questa meditazione: S. Ignazio ogni tanto fa delle annotazioni, prima o dopo le meditazioni, che danno il clima, la situazione, l’atmosfera, la problematica, che si muove attorno ad esse. Anche qui mi sentirei inclinato a proporre parecchie annotazioni, perché siamo ad un punto nodale, ad un tema complesso nel quale si incontrano tante realtà: la croce di Cristo, la nostra croce, la croce degli altri, la croce del mondo, il nostro rapporto verso la nostra sofferenza e quella altrui, la consolazione che possiamo dare. Tutto questo confonde insieme e si complica per le sfumature senza fine che questo problema assume per ciascuno di noi, in virtù della nostra esperienza, del nostro partecipare alle sofferenze altrui. Siamo qui davanti ad uno di quegli elementi personalissimi, come la stessa preghiera: come ci sono forme senza fine di preghiera (la nostra preghiera è nostra e di nessun altro), così ci sono forme senza fine di affrontare, sentire, vivere, il problema della croce e ciascuno ha il suo.

Perciò da una parte mi sento disarmato di fronte a questa meditazione, nel parlare di queste cose, e dall’altra sento che non possiamo non esortarci a far emergere, ciascuno nel proprio stato di preghiera, la grazia di affrontare nella verità le proprie e altrui sofferenze: questo sarà il frutto di questa meditazione.

Una delle cose che ci impediscono e bloccano in noi l’emergere della verità di noi stessi, nell’esperienza della croce propria o altrui, credo che siano alcune carenze intellettuali sul tema ideologico della redenzione. Noi sappiamo che questo è uno dei temi più difficili e sul quale la teologia ha elaborato tante visioni che, avvicinate da noi nella riflessione teologica, ci hanno soddisfatto più o meno, non solo a causa del modo in cui le abbiamo recepite, ma forse anche considerate in se stesse. E forse non ci hanno aiutato, come speravamo, a chiarire lo sguardo di fronte a questo mistero; anzi forse ce lo hanno caricato di pesi e di oscurità. Sento quindi tutta la difficoltà di quelle teologie nate non dall’esperienza vissuta della conversione e della croce, ma piuttosto da considerazioni astratte. Credo che dovremmo giungere anche a liberarci, se ce ne fosse bisogno, da certe ipoteche che queste teologie astratte hanno messo in noi riguardo al tema della croce, del sacrificio, della mortificazione, e anche riguardo a tutti i temi connessi: come, per esempio, la vittoria sulla sensualità, lo stesso tema della sessualità. Non dobbiamo buttare a mare niente di ciò che di valido ci è stato consegnato, non possiamo rinnegare nulla di ciò, che di vero, di profondo esiste e viene fatto.

Quando manca un ancoraggio profondo alla conversione, al Vangelo vissuto, ma si prendono le cose in astratto, le conseguenze possono essere deleterie. Questo per dire che ciò che dobbiamo fare, soprattutto, è di sviluppare in noi il senso profondo, vero, vissuto, della nostra conversione evangelica e di metterci di fronte alla realtà della vita cristiana, così come la viviamo, per poi chiedere alla teologia che illumini questa realtà e non viceversa.

La realtà della vita evangelica, che troviamo nella Scrittura, nella vita dei santi, non può essere condizionata da teorie fatte a tavolino e da modi di pensare che non partano da una vita cristiana vissuta, dall’esperienza della quarta settimana degli Esercizi, presi come cammino globale di conversione.

Questo per dire quanto è delicato questo tema che stiamo trattando e quante risonanze ha in tutto quanto il nostro modo di concepire la vita, l’apostolato, l’ascetica, la mortificazione, ecc…

Veniamo dunque, ora a Pietro: io, Pietro e la croce. Di per sé il Vangelo di Luca non è il manuale migliore per meditare su questo cammino di Pietro, perché Luca risparmia molto Pietro (è Marco che presenta il dramma di Pietro e anche i rimproveri di Gesù in modo più forte): non troviamo, per esempio, in Luca il rimprovero che Pietro fa a Gesù dopo la prima meditazione della passione e la parola di Gesù “Satana” rivolta a Pietro.

In Luca Pietro non è messo in evidenza nell’orto del Getzemani, come colui che dorme, colui al quale Gesù si rivolge; anche alla parola: “Rimetti la tua spada nel fodero…, che Giovanni riferisce come detta a Pietro, non è riportata da Luca; in più per mettere in buona luce Pietro, riferisce a lui la frase che troviamo in 22,32: “Io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno”; anche la stessa millanteria di Pietro nell’ultima cena (“Anche se tutti dovessero lasciarti, io non ti lascerò”), è omessa da Luca. Luca quindi risparmia Pietro, lo lascia nell’ombra: per questo mediteremo sulla base di Luca, ma tenendo presente anche Marco e Giovanni. Ecco quindi, i punti che faremo passare:
a) prenderemo qualcosa da Lc 9,20 per vedere come inizia il cammino di Pietro, a proposito della via della croce;

poi passeremo a considerare:

b) Pietro all’ultima cena,

c) Pietro nell’orto del Getzemani,

d) Pietro quando Gesù è in tribunale.
a) Cogliamo qui Pietro (Lc 9,20) in un momento culminante della sua carriera, quando si sente soddisfatto perché ha detto ciò che gli altri non sono stati capaci di dire: Tu “sei il Cristo di Dio”. La fiducia mostratagli da Gesù, fin dal momento della prima chiamata, gli faceva sentire e capire che avrebbe dovuto avere una missione importante; ora è al colmo della gioia e sente che questa missione ce l’ha: Egli ha proclamato “il Cristo di Dio”, ha dato voce a quello che era ancora timido, implicito negli altri, ha avuto coraggio e ha anche messo Gesù in buona luce. Immaginiamo la sofferenza e l’umiliazione quando, subito dopo, Gesù attenua questo entusiasmo e proibisce di parlarne, mentre invece Egli inizia a parlare della Croce. Ascoltiamo ora Mc 8,32: Pietro si sente sconcertato dall’annuncio della passione e sente il dovere di rimproverare Gesù e di dirgli: “No, questo non è per te” e ottiene il solo risultato d’irritare fortemente il Maestro. Proviamo ad immaginare Pietro che ci racconta e chiediamogli cosa gli è successo in quel momento. Credo che Pietro ci direbbe che in quel momento non ha capito più niente: “Io, che avevo esaltato il Signore, non potevo permettere che lui andasse in croce; volevo evitargliela quella croce, perché avevo per lui grande stima, grande affetto; volevo fargli capire che noi peccatori avremmo dovuto essere votati alla sofferenza, ma lui no; e il Signore si è messo a gridare, a inveire contro di me. Non ho capito più niente e mi sono chiuso e mi sono detto: Chi e chi sarà dunque questo Signore?”.

In realtà vediamo come Pietro, nell’episodio immediatamente seguente, quello della trasfigurazione, non ha ancora capito la lezione; è ancora lui che vuole provvedere al Maestro (Lc 9,33) e se ne esce: “Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Luca aggiunge: “Egli non sapeva quello che diceva”. Proviamo a metterci noi nella situazione, con Pietro che si sente colui che deve provvedere al Maestro e agli ospiti; sembra quasi dire: “Ci penso io; adesso, Maestro, stiamo qui”. Notate la sua generosità: le tende sono solo per Gesù, Mosè ed Elia mentre loro, gli apostoli, staranno all’aperto; ma Pietro si sente al centro della situazione, è lui che provvede al Signore e forse ancora con questa fiducia in se stesso Pietro scende dalla montagna. Luca, in 9,40, ci dice che gli apostoli, che erano rimasti sotto, non avevano potuto cacciare il demonio da un ragazzo e penso che Pietro avrà guardato con una certa sufficienza gli apostoliche avevano fallito l’esorcismo e avrà detto fra sé, usando le parole di Gesù: “generazione incredula”. Pietro, dunque, (e la sua psicologia è in fondo anche la nostra: pensiamo a noi in lui) si è sentito investito del Regno, capace veramente di fare qualcosa e capace di provvedere come Gesù e anche un pochino più di Lui. Riflettendo come questo atteggiamento ci penetra rispetto alle nostre opere, rispetto alla Chiesa, quando ci identifichiamo col nostro lavoro e lo facciamo più nostro che del Signore.

Da questa situazione passiamo, senza che ci sia stato molto progresso, (perché Luca dice che gli apostoli, quindi neppure Pietro, non avevano capito niente delle predizioni della passione) passiamo, dicevo, a ciò che succede nell’ultima cena, come ci viene presentato in Luca 22,31.: “Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli”. Pietro gli disse: “Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte”. Gli rispose: “Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi”. Cerchiamo di metterci anche qui nei panni di Pietro, che Gesù interpella così apertamente e amorevolmente: “Simone, Simone”. Luca dunque non ci presenta gli aspetti più negativi della millanteria di Pietro. Pietro è oggetto dell’amoroso rimprovero di Gesù: “Pietro, non stai comprendendo la situazione reale, non sei nel giusto, non capisci che cosa ti sta succedendo intorno: sei così pieno di te, della tua capacità di fare qualcosa per me, che quasi ti consideri tu il mio benefattore, il mio salvatore. Guarda Pietro che io ho pregato per te; sei tu che hai bisogno della mia preghiera. La tua fede è in pericolo. Ho pregato per te perché tu possa poi aiutare gli altri, ma solo quando sarai tornato indietro. E qui c’è un accenno delicatissimo “Guarda, sei nel baratro, sei al limite. Mentre credi di aiutare me a portare la croce, stai per esserne schiacciato tu”. E Pietro che cosa risponde? Delle parole bellissime: “Signore con te sono pronto”. Cosa potremmo pensare di più bello di così? Potremmo dire che l’elezione è fatta. Pietro è pronto, tutto è finito. E invece ciò che conta non è l’elezione materiale, queste parole pur bellissime: “con te”. (Sembra di sentire S. Ignazio: “chi vuole venire con me, deve lavorare con me perché, seguendomi nella sofferenza, mi segua anche nella gloria”).

Ma che cosa c’è sotto? Mi pare che qui Pietro stia addirittura abusando delle parole del Signore; il Signore ha detto: “conferma i tuoi fratelli”, e Pietro invece di ricavare dal precedente “ho pregato per te” il senso della sua povertà e del suo bisogno, ne trae invece la sua sufficienza, la sua capacità. Non ha accolto l’accenno al ritorno, al pericolo per la sua fede, ha accolto solo l’accenno a se stesso di cui il regno di Dio ha bisogno, mentre egli non ha, per così dire, neppure il bisogno della preghiera del Signore, perché anche da solo egli ce la farà. E invece Gesù risponde: “Guarda, Pietro che la catastrofe è imminente”. Ma egli non capisce, non vuole capire, e gli altri apostoli con lui; tanto è vero che subito dopo l’affermazione “sono pronto con te ad andare in prigione e alla morte”, nel v. 38, appena luccicano le spade, queste parole acquistano un altro senso; lo leggiamo dietro il testo, anche se materialmente non c’è scritto: “Ecco qui due spade; siamo pronti alla morte, ma per difenderti, Signore. Vogliamo difendere te, vogliamo farti vedere di cosa siamo capaci per te”. Ecco lo stravolgimento completo del Vangelo, in cui non è più il Signore che ti salva, ma siamo noi che facciamo qualcosa per Lui, noi che facciamo qualcosa per la sua Chiesa; non è più il Vangelo della salvezza da parte di Dio, ma è il Vangelo della nostra capacità a are qualcosa per Dio.

E quindi al luccicare di queste due spade, Pietro ha sentito risalire in sé l’uomo-uomo, cioè l’uomo che vuole fare qualcosa per Dio e non accetta… perché non è mai riuscito ad accettare, Pietro, che Gesù sia in qualche modo più generoso di lui, che Gesù faccia qualcosa per lui, che egli deve lasciarsi condurre. Pietro ha sempre tradotto tutto in propria capacità di salvezza, e quindi non ha capito niente dell’insegnamento di Gesù sul fariseo, il pubblicano, del messaggio di salvezza per i poveri, della parola di conversione del peccatore. Anche quando ha detto: “sono un uomo peccatore”, l’ha detto per riprendersi poi di nuovo la propria potenza, l’illusione della propria capacità.
b) Ed eccoci così al giardino degli ulivi dal v. 39 fino al v. 46.

Come ho detto, qui, Pietro è risparmiato da Luca; dobbiamo quindi riferirci a Marco. Comunque, anche leggendo Luca, vediamo Gesù in agonia, Gesù che prega e che agonizza e che suda sangue e ci chiediamo: “Dov’è Pietro? Perché non è qui?” e lo chiediamo anche a noi, perché avremmo fatto anche noi come lui. Io, personalmente, confesso che avrei avuto paura dell’angoscia di Gesù; non avrei voluto vedere Gesù piangere, Gesù angosciato (è troppo); per questo sarei stato da parte.

Proprio per questo senso di protezione per lui, non avrei potuto sopportare di vederlo angosciato, il vederlo abbattuto.

Così Pietro ha paura dell’angoscia di Gesù e non sa che parole trovare: preferisce restare lontano; preferisce cancellare queste cose che non vuole assorbire e lasciarsi prendere dal sonno della tristezza, di cui parla Luca al cap. 22 v. 45. Pietro non può sopportare la sofferenza di Gesù così come per noi è difficile sopportare la sofferenza di un altro quando questa sofferenza ci fa conoscere l’impotenza di aiutarlo; forse la sopportiamo finché ci sentiamo utili, importanti, possiamo fare qualcosa per l’altro, quasi sostituirci a lui, ma quando questa sofferenza ci rivela la nostra incapacità, preferiamo ritirarci, abbiamo paura: abbiamo paura di essere travolti dalla sofferenza dell’altro che non riusciamo a dominare. E qui Pietro sente che non può dominare la sofferenza di Gesù, perché appunto tutto il suo modo di capire il Vangelo glielo impedisce; in questo momento si rivela tutta l’errata concezione della salvezza che Pietro non è riuscito a dissipare completamente: si sente perduto di fronte alla sofferenza del Signore, e tutta la sua sicurezza comincia a cadere. Pietro avrebbe voluto essere con Gesù fino in prigione, alla croce, ma in una situazione affrontata virilmente, coraggiosamente, con la spada in mano. Ma adesso che invece siamo di fronte alla tentazione di Gesù alla sua umiliazione, come fare? qui per Pietro tutto è sconvolto di nuovo. E lo schiaffo ultimo alla sicurezza di Pietro mi pare che venga dal v. 46: Gesù dice loro – a Pietro secondo Marco, ma qui a tutti, - “Perché dormite, alzatevi e pregate per non entrare in tentazione”. Gesù vede la situazione chiara: vede che questi uomini hanno una fede così debole, così oscura, così confusa, che stanno per essere travolti. Dice loro: “Pregate”; cioè “mettetevi nella vera situazione di un mendicante di Dio; non state a pensare che in questo momento non sapete come esercitare la vostra capacità di reagire, ma mettetevi nella situazione vera. Confessate la verità del momento, quella che Gesù sta confessando col dire: “Padre, io non ce la faccio se tu non mi dai la forza; vorrei non affrontare questa situazione”: Gesù stesso sta pregando e gridando con umiltà la verità della debolezza della natura; questi uomini invece non accettano questa debolezza: non deve essere così.

Preferiscono dormirci sopra, e hanno paura della preghiera, perché la preghiera sarebbe mettere a nudo questa debolezza, riconoscerla e riconoscere che hanno bisogno di essere salvati, non di essere salvatori: essere salvati loro più di Gesù. Per questo entrano in tentazione; la falsità nella quale si sono lasciati avvolgere, ormai li travolge.

Tutto questo emerge nella scena della cattura in Lc 22,47 e seguenti. La scena cambia rapidamente: entra la folla, entra Giuda, c’è il bacio di Giuda e l’emozione sale al colmo.

Pietro cosa fa? Pietro vuole salvare la situazione, ricorre alla spada ed ecco il culmine della verità di se stesso, che ora salta fuori: il maestro non deve morire; noi dobbiamo difenderci da prodi, dobbiamo difendere il Maestro. Chiediamo a Pietro: “Cosa hai voluto fare con questo gesto?”. E Pietro ci rispondere: “Avrei voluto impedire a Gesù di morire, a costo della mia vita; non potevo accettare che Gesù fosse preso; se avessero preso me l’avrei accettato, ma non potevo accettare che prendessero Lui; ho perso la testa e mi sono scagliato per spaccare la testa a uno e meno male che il colpo è andato di fianco ed ho evitato guai peggiori”.

A questo punto Pietro perde tutto il coraggio, perché Gesù dice di non approvare questo gesto. Gesù dice di no e Pietro allora si domanda: “Ma cosa ci sto a fare allora? Cosa vuole da me questo Maestro? Mi sono compromesso fino all’ultimo e mi dice di tornare indietro ed anzi sana questo uomo con misericordia; non capisco più niente; io qui sono diventato inutile”.

Ed ecolo quindi, perché sconfessato da Gesù, umiliato, confuso: è il culmine della tentazione di Pietro. E c’è ancora una parola di Gesù che dà l’ultimo colpo alla sua sicurezza in Lc 22,53, quando Gesù dice: “Questa è l’ora vostra e il potere delle tenebre”.

Mi immagino che Pietro abbia pensato: “Ma se allora Gesù non resiste neanche alla potenza delle tenebre, dove siamo andati a finire? Cosa succede? Gesù accetta su di sé la potenza delle tenebre; ma allora cosa è venuto a fare?”. E per Pietro la delusione è enorme, completa: “Non posso far più niente per Lui e la mia parte non so più quale sia”. Pietro ha perso la sua identità.


c) Però, siccome è uomo buono e sincero, e Gesù ha pregato per lui, non vuole lasciare il Maestro del tutto, e lo segue con amore anche se avvilito; lo segue perché ha sempre in mente: “Cosa sarà di lui? Forse qualcosa posso ancora fare; forse posso essere ancora utile”. In questa situazione, in questo stato d’animo, con affetto, più che con convinzione, segue Gesù. E qui assistiamo all’emergere della verità di Pietro, che già è apparsa, che si è manifestata nella sua povertà nell’Orto; perché qui Pietro va del tutto a fondo: è costretto a riconoscere pubblicamente che la sua situazione è di smarrimento totale.

Nell’orto poteva ancora salvarsela con una certa gloria ma qui è costretto a sentire lui stesso con le sue orecchie a che punto è arrivato. Consideriamo le domande che gli vengono fatte: al versetto 56 la serva che vede Pietro seduto al fuoco e lo guarda, gli dice: “Anche questi era con lui”. Pensiamo a come è bella questa frase “con Lui”. E’ la frase che Pietro ha detto: “con Te”. Ma Pietro nega dicendo: Non lo conosco”. Pensiamo a quanto è vera questa frase; esprime l’amarezza di Pietro, non è quello che pensava: “Quell’uomo mi ha deluso, non riesco a capirlo”. Qui c’è non solo la paura, ma anche la delusione, lo smarrimento: “Non so più cosa dire di Lui”. Al v. 58 la seconda pubblica umiliazione di Pietro: un altro l’accusa: “Anche tu sei di loro!”.

Nel primo intervento si mette in questione il suo rapporto con Gesù, nel secondo il suo rapporto con i discepoli. E anche qui Pietro, pensando ad essi, che sono fuggiti, dice: “Non lo sono!”. Non sa neppure come riferirsi a questi uomini, che forse stima diversi da sé in questo momento, perché non ci sono. Ha perso il senso del rapporto con Gesù e il senso del rapporto con la comunità dei fratelli: nega l’uno, nega gli altri. E qui Luca dice: “Passata circa un’ora”: che terribile ora! L’ora più spaventosa della tua vita: smarrito, mangiato dai rimorsi, dalla paura, dall’incapacità di riprenderti, dal non sapere più che cosa devi fare, chi sei”. Io penso che per Pietro, in quell’ora terribile, siano risuonate come martellate nel cuore le parole che aveva sentito (Lc 12,8-9) “Io vi dico: chiunque mi riconoscere davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscere davanti agli angeli di Dio, ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini, sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio”: ecco, Pietro sconvolto da queste parole che vanno, vengono, turbinano in lui. E poi un’altra parola sempre in questo contesto (Lc 12,11-12): “Quando vi porteranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non preoccupatevi di come o di che cosa discolparvi, o di che cosa dire, perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire”.

Con quale vergogna, invece, Pietro sente che è entrato proprio in quella tentazione, preoccupato e confuso! Preoccupato di sé, del proprio ruolo, di come doveva regolarsi al centro della vicenda, come colui al quale toccava salvare Gesù, ma senza sapere come, quel Gesù che invece non aveva voluto lasciarsi salvare. Ed in questo confusione e umiliazione l’ultima domanda, più insistente: “In verità”, dice uno che lo osserva a fondo “ anche questi era con lui; infatti è Galileo”. Ma Pietro disse “O uomo, non so quello che dici”. Ecco qui, Pietro rivelato al massimo. Viene usata qui da Luca la stessa parola che aveva usata nella trasfigurazione (Lc 9,34), quando Pietro aveva detto “Facciamo tre capanne”: “Egli non sapeva quello che diceva”

Pietro ha lasciato parlare completamente se stesso, ha lasciato venir fuori la propria povertà ed è arrivato al punto che non capisce più; ha perso completamente il senso della situazione; è totalmente smarrito; non sa più che cosa deve fare, chi è, cosa ci si aspetta da lui: allora gli unici sentimenti che emergono sono salvare la pelle, salvare la vita, non compromettersi, e basta perché non c’è più niente che valga la pena di essere fatto.

In questa situazione neppure il canto del gallo che segue subito al verso 60, gli dice qualcosa. Infatti all’improvviso il gallo canta; questo gallo è la denuncia del peccato, ma evidentemente è ancora la denuncia fredda, tagliente, accusatrice e Pietro non sente, non capisce cosa questo gli voglia dire. Ma subito dopo, ecco il verso 61: “Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: “Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte. E, subito fuori, pianse amaramente”. Domandiamo a Pietro cosa ha capito in quel momento e perché lo sguardo di Gesù gli ha aperto gli occhi e gli ha rivelato la verità completa di tutta la situazione. Non so con quali parole Pietro l’abbia detto, ma penso che più o meno saranno state queste: “Lui muore per me, che sono un verme, un vile”. Ecco la situazione chiarita completamente: “Io volevo essere chissà chi, ma adesso Lui sta morendo per me, che sono un pover’uomo, che sono uno smarrito, ridotto a non sapere più chi sono: mi hai vinto, Signore, Tu sei più buono di me, credevo di farcela, di fare qualcosa per Te, ma Tu mi hai sopraffatto con la Tua bontà”.

“Lui va a morire per me, che sono questa persona di cui io stesso mi vergogno”: scoppia qui la penitenza di Pietro, la penitenza della terza settimana. Quella della prima settimana era: “Stai lontano da me, perché sono un uomo peccatore”, in confronto a te; qui invece è al confronto con la carità del Signore: “finalmente capisco che Lui mi ama e vuole che mi lasci amare”. A Pietro, sono cadute le squame dagli occhi, ha visto che aveva sempre rifiutato di lasciarsi amare davvero; aveva sempre rifiutato di lasciarsi salvare pienamente da Gesù, voleva che il Signore non lo amasse del tutto.

Com’è difficile lasciarsi amare davvero! Vorremmo sempre che qualcosa di noi non fosse legato a riconoscenza, mentre invece Pietro impara che deve riconoscersi debitore di tutto. Dio è il primo e mi salva totalmente, con amore. E Pietro dirà a se stesso che in fondo, fino a quel momento, non aveva mai creduto che Cristo volesse morire per lui, non gli era entrata l’idea, forse perché diceva: “Non sono degno di questo, sono io che devo fare qualcosa per Lui”. Ora capisce che tutto si è rovesciato, che la grandezza di Gesù consiste nel morire per lui e che lui deve accettare questo amore, anche se incredibile. E naturalmente questa parola di Gesù a Pietro non si conclude qui, ma nel capitolo 24,34: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone”.

Cerchiamo nella nostra meditazione, di chiedere a Simone che differenza c’è stata tra lo sguardo di Gesù (e quello che aveva suscitato in lui), e l’apparizione di Gesù risorto. In fondo, già nello sguardo di Gesù, Pietro aveva capito tutto, e cioè che era amato infinitamente, e in quello sguardo tutto il resto gli si era chiarito: che Gesù era l’amore, la vita, Dio; che la sua morte era morte per amore e quindi che non poteva essere se non la vita; che perciò la risurrezione era già piena in quello sguardo accettato.

E allora che cosa sente Pietro quando Gesù realmente gli si fa presente? Potrete riflettere voi su questo; io penso che in quel momento Pietro sente una immensa gioia per Gesù. Ormai Gesù è per colui che conta e , quindi, la consolazione di Pietro è la consolazione di Gesù stesso; consolazione che gli viene come rovesciata addosso, da cui è travolto, in cui resta immerso. L’apertura a lasciarsi amare dal Signore è quella che accetta anche senza limiti la consolazione del Signore nella risurrezione; non quella consolazione preoccupata e affaticata che a volte ci sforziamo di raggiungere, ma la consolazione di chi si è ormai lasciato travolgere dal piano di Dio, che ha fatto proprio il piano di Dio, per il quale la gloria di Cristo è la propria gloria.

Chiediamo a Pietro che ci faccia partecipi della sua esperienza e che ci sia il vero senso della croce. Possiamo concludere con questa preghiera:

Signore Gesù, tu che hai permesso che Pietro passasse per tante paure, perché risplendesse in lui la verità del Vangelo che doveva manifestare agli altri, fa’ che anche noi ci lasciamo amare da Te nelle nostre prove. Fa’ che riconosciamo la tua bontà, fa che ci lasciamo andare e conquistare dalla tua croce per poterla conoscere come tu sei, cioè il Dio che ci ama, e per poter con gioia partecipare alla tua gloria e proclamarla agli altri. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen”.



Esercizi per catechisti-animatori Centri di Ascolto - Villa S.Carlo 2010 D. Gianluigi Pigato





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