Sac. Pietro ricaldone don bosco educatore



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3) Come Don Bosco amava i suoi giovani.


Don Bosco era il primo a dare, con l’esempio, l’idea del come bisogna amare i giovani. Il suo metodo di educazione era la carità, ossia la bontà adattata sapientemente e soavemente all’età dei giovani (143).

Fin da piccolo si era persuaso del bisogno che la gioventù ha di un sostegno amorevole, e che essa si lascia piegare come si vuole, purché siavi chi se ne prenda cura. Egli allora provava in se stesso tale necessità e, come abbiamo visto, si rammaricava del contegno riservato del suo Prevosto verso di lui.

Cresciuto negli anni, e divenuto chierico, si diportava coi piccoli proprio così come aveva sognato da piccolo. Il Sig. Brosio attestò: « Mi ricordo, essendo io ancor giovanetto a Chieri, che Don Bosco, allora chierico, era caro a tutti perchè amantissimo della gioventù. Si poteva dire che egli viveva per i fanciulli» (144). Ed i giovani sapevano di essere da lui praticamente a-mati, e « lo attorniavano, come figli il proprio padre » (145).

Diventato sacerdote, continuò a fare lo stesso coi giovani dell’Oratorio (146). Don Rua, parlando di quando Don Bosco l’aveva accolto a Valdocco, dopo molti anni narrava tutto commosso la cura materna che si era presa, di lui e di tutti gli altri, sopportando le fanciullesche vivacità di molti ed ottenendo amorevolmente silenzio ed attenzione nei tempi designati (147). Don Giacomelli, che per due anni convisse con Don Bosco all’Oratorio e fu sempre suo intimo, attestò che « i giovani, di mano in mano che si avvicinavano a Don Bosco, diventavano migliori e laboriosi, ed egli accompagnava costantemente con la carità ogni comando, avviso o correzione, cosicché, da tutto il suo modo di fare, appariva evidente non cercare egli altro che il loro bene. Prevenendo le mancanze, non era costretto a por mano ai castighi. I giovani, di contraccambio, lo amavano tanto, e tanta stima e rispetto avevano per lui, da bastare che esternasse un desiderio per venir subito ascoltato... Nella loro obbedienza non vi era alcun timore servile, ma un affetto veramente filiale. Taluni si guardavano dal cadere in certe mancanze quasi più per riguardo a lui che per riguardo all’offesa di Dio; ma egli, accorgendosene, tosto li rimproverava seriamente » (148). Voleva che fossero buoni, non per piacere a lui, ma a Dio.

Il Prof. Francesco Maranzana, che nella sua infanzia, e poi per lunghi anni ancora, era stato testimonio delle meraviglie operate da Don Bosco, scrisse: « L’amore ardente e sincero che Don Bosco portava ai giovani traspariva dal suo sguardo e dalle sue parole in un modo così evidente che tutti lo sentivano... e provavano una gioia arcana nel trovarsi innanzi a lui : il quale affetto, congiunto con quella dolce e mite autorità che... gli circondava il capo come un’aureola celeste, faceva sì che ogni suo detto fosse ascoltato attentamente; e quando Don Bosco parlava, si credeva che parlasse Dio stesso » (149).

« Una delle qualità caratteristiche di Don Bosco — disse il Teologo Ballesio — fu quella di guadagnarsi l’affezione dei giovani » (150).

Quanti giovani conobbero che cosa fosse amor li padre solo quando si incontrarono con Don Bosco! Ed egli si intratteneva sempre volentieri con essi per indirizzar loro una buona parola. In questa guisa, mentre educava il loro cuore, ne migliorava la condotta. Sebbene gran parte di essi fossero poveri orfanelli, nondimeno a tutti pareva di trovarsi tra le gioie della famiglia. Egli trattava tutti senz’ombra di parzialità, con le medesime dimostrazioni di benevolenza, e, per evitare fra di loro ogni disputa e gelosia, li rassicurava di tratto in tratto della sua uguaglianza di affetto (151).

Ciò non impediva tuttavia che egli dimostrasse speciale benevolenza verso gli orfanelli più bisognosi ed abbandonati, maggiormente esposti ai pericoli e agli scandali delle famiglie o dei cattivi compagni. Diceva un giorno tutto commosso e colle lacrime agli occhi: « Per questi giovani farò qualunque sacrificio; anche il mio sangue * darei volentieri per salvarli ». E raccomandava ai suoi coadiutori la stessa compassione (152).

Egli esigeva, come manifestazione di carità pratica, rinunce, sacrifici (155), e dedizione completa. Nulla voleva per sè: il suo amore sempre soprannaturale e casto (154) era fatto di sopportazione e di tolleranza, a volte eroica. « Con la pazienza — diceva -— si accomodano tante cose » (155).

Non fanno meraviglia quindi le grandi ed entusiastiche manifestazioni di affetto e di riconoscenza degli antichi Allievi dell’Oratorio per Don Bosco. Ne ricorderemo una sola.

Il Teol. Berrone, parlando nella grande accademia per l’onomastico di Don Bosco nel 1885, a nome degli Ex-Allievi diceva: «Tu pure, Don Bosco, puoi a ragione vantarti di padroneggiare i cuori. Permetti che te lo dica e te lo ripeta: Tu sei un ladro, e un ladro incorreggibile, perchè hai sempre rubato e continui a rubare i cuori di tutti quelli che ti conoscono. Questo furto però, intendiamoci bene, non si compie invito domino, cioè contro la volontà del padrone, tutt’altro; quelli che ti amano vanno anzi superbi di amarti e di essere da te riamati » (156).

E questo amore per i giovani Don Bosco lasciò come testamento spirituale ai suoi figli nelle Costituzioni, dove dice che essi dovranno esercitare ogni opera di carità spirituale e corporale verso i giovani, specialmente i più poveri (Costit1). Egli non mette limiti alla molteplicità delle sue opere, ma vuole che se ne conservi l’indole e la caratteristica: i Salesiani devono amare i giovani, tutti i giovani, e con preferenza i più poveri. Il Santo espresse ripetutamente a voce, per iscritto, e soprattutto con la pratica costante il suo affetto per la gioventù. « Il Signore mi ha mandato per i giovani — diceva; — perciò bisogna che mi risparmi nelle altre cose estranee e conservi la mia salute per loro » (157).

Nelle prime pagine del Giovane Provveduto Don Bosco, fin dal 1847, scrisse: « Miei cari, io vi amo tutti di cuore, e mi basta sapere che voi siete ancora in tenera età perchè io vi ami assai; e vi posso accertare che troverete libri propostivi da persone di gran lunga più virtuose e più dotte di me, ma difficilmente potrete trovare chi più di me vi ami in Gesù Cristo e chi più desideri la vostra felicità. La ragione di questo mio affetto si è che nel vostro cuore voi conservate il tesoro della virtù » (158).

L’amore che Don Bosco aveva per i giovani era immenso e soprannaturale: egli non si peritava di chiamarsi il più grande amico dei giovani, fondandosi, non solamente sui sentimenti del suo gran cuore, ma sulla prova dei fatti, vale a dire sugli innumerevoli ed eroici sacrifici da lui compiuti per fondare l’opera sua a vantaggio della gioventù. Non era l’uomo, ma il sacerdote, che domandava ai giovani il loro cuore per darlo a Dio (159).

Nel fatidico primo sogno, ripetutosi poi in forme diverse pur svolgendosi sempre nella cornice del concetto principale, era stato indicato questo campo della sua mirabile attività, ed egli seguì docilmente, ardentemente, costantemente le direttive ricevute dall’Alto. La sua vita fu spesa tutta e prevalentemente per il bene e la salvezza dei giovani. Ai Becchi, a Chieri, a Torino, ovunque Don Bosco sarà sempre l’apostolo della gioventù, da lui chiamata « la porzione più delicata e la più preziosa dell’umana società» (160). Dei giovani egli conosce, anzi intuisce i bisogni, ne scusa le manchevolezze: sull’esempio del Salvatore, vuole egli pure raccogliere e salvare i figli dispersi (161). La sua vita, come educatore, come scrittore, come conferenziere, nei suoi Oratori, nei suoi Ospizi, nei suoi Collegi, nelle sue Scuole Professionali ed Agricole, sempre e ovunque, egli la spese tutta, con prodigalità e senza misura, per i giovani.

E perchè l opera sua di carità e di dedizione si perpetuasse, creò due famiglie religiose e una Pia Unione di Cooperatori con il compito di continuare nel corso dei secoli il suo apostolato, tenendo viva la fiamma dell’amore per la gioventù, amore fatto di lavoro, di sacrificio, di eroismo. E a taluno che gli fece notare che i suoi figli lavoravano eccessivamente, il nostro Padre rispose: « Quando avverrà che un Salesiano cessi di vivere lavorando per le anime, allora direte che la Congregazione ha riportato un grande trionfo, e sopra di essa discenderanno copiose le benedizioni del cielo » (162).

Don Bosco imparò ad amare i giovani avvicinandoli. Cosi egli conobbe quante deficienze vi fossero nelle famiglie e nei loro elementi basilari, il padre e la madre; quante deficienze si trovassero altresì nella scuola, dalla quale si era voluto togliere l’istruzione religiosa e persino il Crocifisso: quante deficienze ancora venissero causate dai nemici di Dio, i quali ostacolavano in tutti i modi il lavoro dei sacerdoti e dei religiosi; e tali deficienze erano accresciute da una stampa procace, dal malcostume dilagante e da mezzi di propaganda empia e sfacciata, senza ritegno di sorta. A contatto con i giovani, egli vide quanta fosse la loro ignoranza in Religione e i pericoli che ne derivavano.

A quella vista il suo cuore, fatto ardito da un amore irresistibile, si lanciò con entusiasmo a risanare la società mediante la loro redenzione. Fu chiamato padre degli orfani, Orphanorum Pater, per indicare che l’amor suo per i giovani era stato particolarmente diretto ai più poveri ed abbandonati, anzi alla società stessa rimasta orfana, allontanandosi da Dio e dalla Religione.



4) La lettera del 1884 da Roma.


Don Bosco, il 10 maggio 1884, scriveva, da Roma, ai suoi cari figliuoli dell’Oratorio, una lettera di importanza del tutto straordinaria. Ci sforzeremo di riassumerla in breve.

Don Bosco vide in un sogno che nel suo caro Oratorio si passava un momento di crisi. Molti dei giovani di quegli anni non corrispondevano più ai gloriosi esemplari di Domenico Savio, Michele Magone, Francesco Besucco, ed altri. Vi era una svogliatezza, nelle ricreazioni e nell’adempimento dei doveri, che impressionava, mentre il termometro della pietà era in grande ribasso. Ed egli domandò alla guida del sogno come si potessero richiamare quei cari giovani, acciocché riprendessero l’antica vivacità, allegrezza, espansione. Gli fu risposto:

— Colla carità!

— Colla carità? Ma, i miei giovani non sono amati abbastanza?! Tu lo sai se io li amo! Tu sai quanto per essi ho sofferto e tollerato nel corso di ben 40 anni, e quanto tollero e soffro ancora adesso! Quanti stenti, quante umiliazioni quante opposizioni, quante preoccupazioni, per dar ad essi pane, casa, maestri, e specialmente per procurare la salute delle loro anime! Ho fatto quanto ho potuto e saputo per coloro che formano l’affetto di tutta la mia vita!

— Non parlo di lei — disse la guida,

— Di chi adunque? Di coloro che fanno le mie veci? Dei Direttori, dei Prefetti, Maestri, Assistenti? Non vedi come sono martiri dello studio e del lavoro?! come consumano i loro anni giovanili per coloro che ad essi affidò la Divina Provvidenza?!

— Vedo, conosco. Ma ciò non basta: ci manca il meglio.

— Che cosa manca adunque?

— Che i giovani, non solo siano amati, ma che essi conoscano di essere amati.

— Ma non hanno gli occhi in fronte? Non hanno il lume dell’intelligenza, non vedono che quanto si fa per essi è tutto per loro amore?

— No, ciò non basta!

— Che cosa ci vuole adunque?

— Che, essendo amati in quelle cose che loro piacciono, col partecipare alle loro ricreazioni infantili, imparino a vedere l’amore in quelle cose che naturalmente loro piacciono poco, quali sono la disciplina, lo studio, la mortificazione di se stessi, e queste cose imparino a fare con slancio ed amore.

— Spiègati meglio.

— Osservi i giovani in ricreazione!

Osservai e: — Che cosa c’è di speciale da vedere?

— Son tanti anni che va educando i giovani e non capisce? Guardi meglio! Dove sono i nostri Salesiani?

« Osservai — scrive Don Bosco — e vidi che ben pochi preti e chierici si mescolavano fra i giovani, ed ancor più pochi prendevano parte ai loro divertimenti. I Superiori non erano più l’anima della ricreazione, la maggior parte di essi passeggiavano fra di loro parlando, senza badare che cosa facessero gli allievi; altri sorvegliavano così alla lontana, senza avvertire chi commettesse qualche mancanza. Qualcuno poi avvertiva, ma in atto minaccioso, e ciò raramente. Vi era qualche Salesiano che avrebbe desiderato intromettersi in qualche gruppo di giovani, ma vidi che questi studiosamente cercavano di allontanarsi dai Maestri e dai Superiori ».

E qui la guida, dopo aver fatto notare a Don Bosco alcune manchevolezze nell’assistenza da parte dei Superiori, e aver ricordato i tempi antichi dell’Oratorio, quando tutto era un tripudio di Paradiso perchè l’affetto era ciò che a tutti serviva di regola, aggiungeva:

— La causa del presente cambiamento è che un numero di giovani non ha confidenza nei Superiori. Anticamente i cuori erano tutti aperti ai Superiori, che i giovani amavano ed obbedivano prontamente. Ma ora i Superiori sono considerati come Superiori e non più come padri, fratelli ed amici: quindi son temuti e poco amati. Perciò, se si vuol fare un cuor solo ed un’anima sola, bisogna che si rompa quella fatale barriera della diffidenza, e sottentri a questa la confidenza cordiale. Quando l’ubbidienza guidi l’allievo come la madre il suo fanciullo, allora regnerà nell’Oratorio la pace e l’allegrezza antica.

— Come adunque fare per rompere questa barriera?

— Familiarità con i giovani, specialmente in ricreazione. Senza familiarità non si dimostra l’affetto, e senza questa dimostrazione non vi può essere confidenza. Chi vuol essere amato bisogna che faccia vedere che ama. Gesù si fece piccolo e portò le nostre infermità. Ecco il Maestro della familiarità. Il Maestro, visto solo in cattedra, è maestro e non più; ma se va in ricreazione con i giovani, diventa come fratello. Se uno è visto solo predicare dal pulpito, si dirà che fa nè più nè meno il proprio dovere; ma, se dice una parola in ricreazione, è la parola di uno che ama. Quante conversioni non cagionarono alcune sue parole fatte risuonare all’improvviso all’orecchio di un giovane mentre si divertiva! Chi sa d’essere amato, ama, e chi è amato ottiene tutto, specialmente dai giovani. Questa confidenza mette una corrente elettrica tra i giovani e i Superiori. I cuori s’aprono e fanno conoscere i loro bisogni, e palesano i loro difetti. Quest’amore fa sopportare ai Superiori le fatiche, le noie, le ingratitudini, i disturbi, le mancanze, le negligenze dei giovanetti. Gesù Cristo non spezzò la canna già fessa, nè spense il lucignolo che fumigava. Ecco il vostro Modello. Allora non si vedrà più chi lavorerà per fine di vanagloria; chi punirà solamente per vendicare l’amor proprio offeso; chi si ritirerà dal campo della sorveglianza per gelosia di una preponderanza altrui; chi mormorerà degli altri volendo essere amato e stimato dai giovani, esclusi tutti gli altri Superiori; chi per amore dei propri comodi tenga in non cale il dovere strettissimo della sorveglianza; chi per vano rispetto umano si astenga dall’ammonire colui che deve essere ammonito. Se ci sarà questo vero amore, non si cercherà altro che la gloria di Dio e la Sedute delle anime. Quando illanguidisce quest’amore, le cose non vanno più bene.

— Perchè — continuava la guida — si vuol sostituire alla carità la freddezza di un Regolamento? Perchè i Superiori si allontanano dall’osservanza di quelle regole di educazione che Don Bosco ha loro dettate? Perchè al sistema di prevenire con la vigilanza e premurosamente i disordini, si va sostituendo a poco a poco metodi meno pesanti e più spicci per chi comanda, quelli cioè di bandire leggi,, che si sostengono con i castighi, accendono odii e fruttano dispiaceri, se invece si trascura di farle osservare, fruttano disprezzo per i Superiori e son causa di disordini gravissimi? E ciò accade necessariamente, se manca la familiarità. Se adunque si vuol che l’Oratorio ritorni all’antica felicità, si rimetta in vigore l’antico sistema: il Superiore sia tutto a tutti, pronto ad ascoltare sempre ogni dubbio o lamentanza dei giovani, tutt’occhio a sorvegliare paternamente la loro condotta, tutto cuore per cercare il bene spirituale e temporale di coloro che la Provvidenza gli ha affidati.

— Allora — concludeva la guida — i cuori non saranno più chiusi e non regneranno più certi segretumi che uccidono. Solo in caso d’immoralità i Superiori siano inesorabili; è meglio correre il pericolo di cacciare dalla Casa un innocente che ritenere uno scandaloso. Gli assistenti si facciano uno strettissimo dovere di coscienza di riferire ai Superiori tutte quelle cose che conoscono in qualsiasi modo essere offesa di Dio.

Don Bosco interrogò la guida per sapere quale fosse il mezzo precipuo per far trionfare la familiarità, l’amore e la confidenza inculcata. Gli tu risposto:

— L’osservanza esatta delle regole della Casa.

— E null’altro?

— Il piatto migliore in un pranzo, è quello della buona cera — fu la risposta.

Nella stessa lettera Don Bosco riferì, come frutto d’alta illustrazione speciale, ciò che era stato raccomandato riguardo ai giovani: — Che essi riconoscano quanto i Superiori, i Maestri, gli Assistenti, fatichino e studino per loro amore, perchè se non fosse per il loro bene, non si assoggetterebbero a tanti sacrifici. Si ricordino i giovani essere l’umiltà la fonte d’ogni tranquillità. Sappiano sopportare i difetti degli altri, poiché al mondo non si trova la perfezione, ma questa è solo in Paradiso. Che cessino dalle mormorazioni, poiché queste raffreddano i cuori, e soprattutto procurino di vivere nella santa grazia di Dio. Chi non ha pace con Dio non ha pace con sè, non ha pace con gli altri ».

Don Bosco parla in seguito di un difetto rende poco fruttuoso o vano il frutto dei Santi Sacramenti, ed è la mancanza di stabilità propositi. « Si confessano sempre le stesse mancanze, le stesse occasioni prossime, le stesse abitudini cattive, le stesse disubbidienze, le stesse trascuranze dei doveri; e così si va avanti per mesi ed anche anni. Son confessioni che valgono poco o nulla, quindi non recano pace; e se un giovanetto fosse chiamato in quello stato al tribunale di Dio. sarebbe un affare ben serio ».

Infine la guida raccomandava a tutti, grandi e piccoli, che si ricordassero sempre di essere figli di Maria Ausiliatrice: — Essa li ha qui radunati per condurli via dai pericoli del mondo, perchè si amassero come fratelli, e perchè dessero gloria a Dio e a Lei con la loro buona condotta. È la Madonna quella che loro provvede pane e mezzi per studiare, con infinite grazie e portenti. — E soggiungeva che la barriera di diffidenza e freddezza che si era alzata tra Superiori e giovani verrebbe tolta, se grandi e piccoli fossero stati pronti a soffrire qualche piccola mortificazione per amore di Maria e a mettere in pratica le raccomandazioni fatte.

Don Bosco poi ripigliava: « Sapete cosa desidera da voi questo povero vecchio, che per i suoi cari giovani ha consumato tutta la vita? Niente altro fuorché, fatte le debite proporzioni, ritornino i giorni felici dell’antico Oratorio, i giorni dell’affetto e della confidenza cristiana tra i giovani e i Superiori, i giorni dello spirito di accondiscendenza, per amore di Gesù Cristo, degli uni verso gli altri, i giorni dei cuori aperti con tutta semplicità e candore, i giorni della carità e della vera allegrezza per tutti ».

E finiva: « Mettiamoci adunque d’accordo. La carità di quelli che comandano, la carità di quelli che debbono ubbidire, faccia regnare fra di noi lo spirito di San Francesco di Sales. O miei cari figliuoli, si avvicina il tempo nel quale dovrò distaccarmi da voi e partire per la mia eternità: quindi io bramo di lasciare voi. o preti, o chierici, o giovani, carissimi, per quella via del Signore nella quale Egli stesso vi desidera» (163).

Possa questo documento, di una importanza veramente straordinaria per la pratica del sistema preventivo, far capire sempre meglio quanto grande, per non dire senza limiti, debba essere la carità che l’educatore salesiano deve dimostrare verso l’educando: di modo che questi giunga a persuadersi dalle parole e soprattutto dai fatti, di essere veramente amato dal suo educatore.


c) LE MANIFESTSAZIONI DELLA CARITA’


A questo punto forse qualcuno amerebbe che si dicesse qualcosa delle forme e dei modi con cui

si manifestava la carità di Don Bosco. Il tema è * attraente, ma, poiché potrebbe anche risultare eccessivamente lungo, ci limitiamo a metterne in rilievo solo qualche aspetto tra i più importanti.


1 ) La dolcezza.

Una delle forme della sua carità era la dolcezza. Fin da quando era chierico a Chieri aveva svelato questo suo proposito. Nel Seminario eravi un condiscepolo chiamato pure Giovanni Bosco. Un giorno, faceziando, si chiedevano qual soprannome dovessero imporsi per distinguersi. Si avverta che bosco in piemontese vuol dire legno. Orbene quel tale disse: — Io sono Bosco di Nespolo (in piemontese pucciu). — Con ciò intendeva dire che voleva essere piuttosto duro, poco pieghevole, come è appunto il legno di detto albero. Invece il futuro nostro Fondatore e Padre rispose:

— Ed io intendo chiamarmi Bosco di Sales. —

In piemontese sales vuol dire salice, dal legno dolce e flessibile. Il Santo diede così a divedere che già fin d’allora voleva imitare la dolcezza di colui, che avrebbe poi scelto a Patrono della sua Congregazione (164).

Quando il 6 giugno del 1841 celebrò la sua Prima Messa, fra gli altri propositi, prese questo: « La carità e la dolcezza di San Francesco di Sales mi guidino in ogni cosa » (165). Di questo ammirabile apostolo conosceva minutamente vita e opere, e spesso ne ricordava le massime nei suoi discorsi e nelle sue conversazioni coi giovani. Procurava di rappresentare loro soprattutto la dolcezza del cuore di lui, che tanti eretici aveva ricondotto al seno della Chiesa (166).

Tale virtù egli raccomandava già dal 1861 ai suoi Salesiani riuniti in conferenza. Diceva loro: « Riguardo ai giovani dobbiamo aver carità usando sempre dolcezza; che non si dica mai di nessuno di noi: — Il tale è rigoroso e severo! — No! Questo non sia mai il concetto che i giovani possano formarsi di qualcuno di noi. Se abbiamo da rimproverare qualcuno, prendiamolo in disparte, facciamogli vedere alle buone il suo male, il suo disonore, il suo danno, l’offesa di Dio; perchè facendo noi altrimenti, egli abbasserà il capo alle nostre dure parole, tremerà, ma cercherà sempre di sfuggire; sarà poco il profitto ottenuto con ammonimenti di simil fatta... » (167).

Raccomandava la dolcezza in modo particolare ai primi suoi Missionari. « Con la dolcezza di San Francesco di Sales — assicurava — i Salesiani tireranno a Gesù Cristo le popolazioni dell’America. Sarà cosa difficilissima moralizzare i selvaggi, ma i loro figli obbediranno con tutta facilità alle parole dei Missionari... e la civiltà prenderà il posto della barbarie, e così molti selvaggi verranno a far parte dell’ovile di Cristo » (168).

Don Bosco fu anche assai devoto di San Vincenzo de’ Paoli, del quale scrisse la vita. Avendo egli sortito da natura, al pari di San Vincenzo, un’indole biliosa, spiriti vivaci e inclinati alla collera, lo imitava nella dolcezza per cattivarsi i cuori degli uomini, e da lui, come riflesso, ritraeva la soave affabilità di San Francesco di Sales (169).

Di San Vincenzo Don Bosco riportò nella biografia questi pensieri riguardanti la dolcezza: « La dolcezza ha tre pricipali atti. Il primo di questi atti reprime i movimenti della collera e gli impeti di quel fuoco che turba l’anima, sale al volto, e ne cangia il colore. Un uomo dolce non lascia di sentire la prima emozione, perchè i sentimenti della natura prevengono quelli della grazia. Egli però sta fermo, perchè la passione non trionfi, e se, suo malgrado, comparisce in lui qualche alterazione del suo esteriore, si rimette ben presto, e rientra nel suo stato naturale. Se è costretto a riprendere e a castigare, segue la via del dovere, e non mai quella dell’impeto; in ciò imita il figlio di Dio che chiamò Pietro Satana, rimproverò i Giudei di essere ipocriti, rovesciò le tavole dei negozianti del Tempio, ma tutto ciò fece con perfetta tranquillità, mentre' un uomo senza dolcezza in simili circostanze avrebbe fatto per collera.

« Il secondo atto della dolcezza consiste in una grande affabilità e in quella serenità di volto che rassicura chiunque si avvicina. Certe persone con aria ridente e amabile contentano tutti, ed al primo istante sembrano offrirvi il loro cuore e chiedere il vostro; altre all’opposto si presentano con aspetto riservato, e il loro viso arido e accigliato spaventa e sconcerta. Un sacerdote, un missionario, e altrettanto dicasi di un educatore, che non ha maniere insinuanti, le quali cattivino i cuori, non farà mai frutti, e sarà come una terra poco feconda che li dà scarsi e rattrappiti.

« Finalmente il terzo atto della dolcezza consiste nello sbandire dal proprio spirito le riflessioni che seguono purtroppo le pene che ci vengono cagionate e i cattivi servigi che ci furono resi. Bisogna allora assuefarsi a distogliere il proprio pensiero dall’offesa, a scusare quegli da cui proviene, a dire a se stesso che egli ha operato con precipitazione e che un primo movimento l’ha trasportato; soprattutto non bisogna aprire bocca per rispondere a coloro che altro non cercano se non di inasprirci. Devonsi egualmente trattare con dolcezza coloro che hanno meno riguardo con noi e se giungessero ad oltraggiarci sino a darci uno schiaffo, bisogna offrire anche questo a Dio, e soffrire per amore suo questo ingiurioso trattamento. Devonsi ancora trattenere gli impeti di collera, e preferire ad ogni altro linguaggio quello della dolcezza, perchè una parola di dolcezza può convertire un ostinato, quando, all’opposto, una parola aspra è capace di desolare un’anima » (170).

Che Don Bosco possedesse questa virtù in sommo grado non v’è alcun dubbio: lo confermano non poche testimonianze. Un giovane, che era vissuto per qualche anno all’Oratorio col Santo, lasciò scritto di lui : « La sua dolcezza era abituale. Essa formava il fondo del suo sistema perchè egli era fermamente persuaso esser necessario, per educare i giovani, aprire i loro cuori, potervi penetrare come in casa propria per estirparne i germogli del vizio e coltivarvi i fiori delle nascenti virtù » (171).

Attestò un ex-allievo sacerdote: « Don Bosco educava i giovani e li portava al bene colla persuasione. Procedeva sempre con dolcezza; dando ordini, quasi ci pregava, e noi ci saremmo assoggettati a qualunque sacrifìcio per contentarlo » (172).

Nè si pensi che la dolcezza di Don Bosco consistesse nel cedere e nel concedere sempre tutto. Però « alla fermezza — asserì un antico Salesiano — univa sempre la dolcezza dei modi» (173).

Appunto questa carità multiforme, praticata sempre e con tutti da Don Bosco, mosse il Card. Lucido Parocchi, Vicario di Roma, a pronunciare P8 maggio 1884 queste memorande parole: « Che cosa dunque di speciale vi sarà nella Congregazione salesiana? Quale sarà il suo carattere, la sua fisionomia? Se ne ho ben compreso, se ne ho ben afferrato il concetto, se l’affetto non mi fa velo alPintelligenza, il suo scopo, il suo carattere speciale, la sua fisionomia, la sua nota essenziale, è la carità esercitata secondo le esigenze del nostro secolo: Nos credidimus caritati; Deus caritas est, (Noi abbiamo creduto alla carità; Dio è carità) (174), e si rivela per mezzo della carità. Il secolo presente soltanto con le opere di carità può essere adescato, e tratto al bene » (175).

Possiamo pertanto affermare che effettivamente per Don Bosco la carità è l’essenza del sistema preventivo. Egli non aveva dimenticato le parole udite dalla nobilissima Signora dei fatidici sogni: « Se vuoi guadagnarti questi monelli, non devi affrontarli colle percosse, ma prenderli con la dolcezza e con la persuasione » (176).

Concluderemo con un episodio personale che viene a confermare quanto abbiamo fin qui detto. Nel 1906 mi trovavo in Portogallo, ove ebbi la sorte di incontrare un eminente Padre della Compagnia di Gesù, il quale era stato Rettore di uno dei loro principali Istituti in quella nobile Nazione. Detto Padre raccontava, che, avendo egli dovuto recarsi in Italia, aveva ottenuto dal suo Superiore di potersi fermare a Torino per fare la conoscenza di Don Bosco e chiedergli qualche consiglio. Giunto infatti alla sua presenza, espose al santo educatore i suoi quesiti circa il modo di educare gli alunni del suo Istituto. Don Bosco lo ascoltò con grande attenzione, senza interromperlo mai. Al termine del suo dire il Padre Gesuita sintetizzò in una sola domanda ciò che desiderava sapere: — In che modo riuscirò a educar bene i giovani del mio Collegio? — E tacque. Don Bosco, al Padre, che si aspettava forse un lungo discorso, rispose quest’unica parola:

— Amandoli!

« Capii subito — mi diceva il buon Religioso — che, con quella sola parola, Don Bosco mi aveva dato la più sapiente e la più efficace risposta ■».

Risposta che può ripetersi a tutti coloro che chiedono come riuscire nell’ardua missione di educare i giovani: — Amandoli!



2) La confidenza.


Nella lettera del 1884 da Roma, citata in parte più sopra, è chiaramente delineata la necessità di avvicinare i giovani per guadagnarsene la confidenza. Data la somma importanza di questo fattore di pedagogia squisitamente salesiana, crediamo opportuno aggiungere ancora qualche considerazione sopra un argomento, che acquista sempre maggior risalto alla luce degli insegnamenti e degli esempi del nostro Padre.

I. Sua utilità.


Nel pensiero del Santo, la confidenza dev’essere anzitutto un potente mezzo di formazione morale. « È impossibile — diceva — poter bene educare i giovani se questi non hanno confidenza nei Superiori »' (177).

A un giovane che gli domandava in qual modo avrebbe potuto progredire per la via della perfezione, suggeriva tra gli altri mezzi, una S e una T; il che voleva dire: Parla Sovente delle cose dell’anima e palesa sempre Tutto; e cioè, confidenza illimitata nel Superiore » (178).

Egli era inoltre persuaso che la confidenza nel Superiore è un efficace rimedio alle passioni e una preservazione da tanti mali morali, e che ogni atto di confidenza vale una gran vittoria sopra il demonio. A un ottimo giovane che gli aveva confidato di essere stato preso da un’affezione troppo viva per un compagno, e che, nonostante il molto disturbo che ne aveva provato, non aveva osato manifestargliela, Don Bosco disse: « Me nera accorto, sai, e viveva in angustia per te; ma, ora che ti sei aperto, io non temo più » (179).

Nella confidenza trovava un mezzo efficacissimo per illuminare e orientare i giovani nella scelta dello stato. Perciò il 5 febbraio 1868 faceva queste raccomandazioni ai Direttori e ai Confratelli dell’Oratorio:

« Ed ora pensiamo ad accrescere il nostro personale: ma per averlo bisogna che tutti ci facciamo un dovere di guadagnare qualche nuovo confratello. Ciò dipende principalmente dai Direttori delle Case. Bisogna che essi procurino di guadagnarsi e mantenersi la confidenza di quei giovanetti che vedono chiaramente poter essi fare in avvenire un gran bene. È questo, l’unico mezzo per trarli nella Pia Società. Io ve lo dico per esperienza, posso assicurarvi che, se vi è un giovane che facendo i suoi studi abbia sempre avuto una confidenza illimitata col suo Superiore e Direttore, facilmente si riuscirà a guadagnarlo. Vedendo nel suo Direttore, non il superiore, ma il padre, verserà il suo cuore nel cuore di lui e farà quanto questi gli consiglia di fare. Così porrà affezione alla Casa; senza conoscere ancora la Società ne praticherà le regole, e, conosciutala appena, l’abbraccerà per non lasciarla mai, tolto il caso che perdesse quella confidenza. Al contrario vi sono giovani che vengono qui, fanno tutti i loro studi, non si ha niente da dire sulla loro condotta, saranno buoni, meriteranno buoni voti; ma, se non hanno questa confidenza, non si potranno avere che due decimi di speranza che essi siano per entrare o per restare con noi. Da ciò si prenda norma per giudicare la necessità di ispirare affetto per conoscere le propensioni degli allievi e degli altri dipendenti » (180).

Egli sapeva stimolare in mille modi la confidenza. Non di rado la raccomandava in pubblico ai giovani, mostrando quanta fosse la stima che ne aveva ed il piacere che provava della loro apertura di cuore. Il 2 dicembre 1859, dando per fioretto: « Procurerò di avere grande confidenza coi Superiori », soggiungeva: « Noi non vogliamo essere temuti: desideriamo di essere amati e che abbiate in noi tutta la confidenza. Che cosa vi è di più bello, in una casa, di questo: che cioè i Superiori godano la confidenza degli inferiori? È l’unico mezzo per far sì che l’Oratorio divenga un paradiso terrestre e che in Casa non vi sia nessun malcontento » (181). Nel 1875, in occasione della festa del suo onomastico, esprimeva questo desiderio: «Non vi chieggo altro se non che mi lasciate padrone del vostro cuore, affinchè possiamo ornarlo di tante virtù e presentarlo così a San Giovanni perchè lo offra a Dio» (182).

A volte egli stesso rassicurava certi giovani, che, pur amandolo sinceramente, tuttavia mostravano una certa paura e una certa esitazione a trattare con lui. L’anno 1866 aveva assunto come segretario il giovane Ch. Berto Gioachino, il quale, nei primordi del suo ufficio, si mostrava alquanto timido ed affannato per timore di non corrispondere alla fiducia del Superiore. Don Bosco un giorno, mentre quegli lo accompagnava dalla camera al teatro, lo tranquillizzò dicendo: «Guarda, tu hai troppo timore di Don Bosco; credi che io sia rigoroso e tauto esigente, e perciò sembra che abbia timore di me. Non osi parlarmi liberamente. Sei sempre in ansietà di non potermi accontentare. Deponi pure ogni timore. Tu sai che Don Bosco ti vuol bene: perciò, se ne fai delle piccole non vi bada, e se ne fai delle grosse te le perdona» (183). È ammirabile questa comprensione del buon Padre, con la quale attirava irresistibilmente a sé i cuori. Ma più ammirabile ancora è l’abilità non comune con la quale sapeva avvicinare i giovani per averne quella confidenza che, per lui, era la cosa più cara al mondo (184)

II. Come avvicinare i giovani: esempi di Don Bosco.


Sul modo di avvicinare i giovani vi sono degli episodi nella vita di Don Bosco veramente notevoli, che in questa trattazione non possono essere trascurati, data la loro ricchezza di contenuto pedagogico: ci limiteremo a ricordare alcuni tra i più caratteristici.

A — All’inizio della sua missione.


E ci viene anzitutto sott’occhio il classico racconto dell’incontro di Don Bosco con Bartolomeo Garelli, nel quale il buon Padre mostra di avere avuto, fin dall’inizio della sua missione, quello straordinario senso pedagogico che ora tutti gli riconoscono.

Era la mattina dell’8 dicembre del 1841, festa solenne della Immacolata Concezione. Don Bosco all’ora stabilita, nella sacrestia di San Francesco d’Assisi stava in procinto di vestirsi dei sacri paramenti per celebrare la Santa Messa. Attendeva che qualcuno venisse a servirgliela. In mezzo alla sacrestia, volgendosi da una parte e dall’altra, stava un giovane sui 14-15 anni, le cui vestimenta non troppo pulite e la sguaiata andatura davano a conoscere che non apparteneva a famiglia signorile nè agiata. In piedi, col cappello in mano, guardava gli arredi sacri con il volto attonito, come uno che rare volte avesse di tali cose vedute. Quand’ecco il sacrestano, uomo di cattivo garbo e montanaro, se ne andò a lui e bruscamente gli disse:

— Che fai tu qui? Non vedi che sei d’impaccio alla gente? Presto, muoviti, va a servir Messa a quel prete.

Il giovanetto, a udir tali parole, restò come sbalordito, e, tremebondo per paura all’austero cipiglio del sacrestano, balbettando frasi sconnesse, rispose:

— Non so, non sono capace.

— Vieni — replicò l’altro, — voglio che tu serva la Messa.

— Non so, — rispose il giovanetto ancor più mortificato, — non l’ho mai servita.

— Come, come! — gridò il sacrestano, — non sai? — E scaraventandogli un calcio proseguiva:

— Bestione che sei; se non sai servir Messa, perchè vieni in sacrestia? Vattene subito! — E, non essendosi mosso il giovane per lo sbalordimento, egli, in men che non si dica, dà di piglio allo spolverino, e giù colpi sulle spalle del poveretto, mentre questi cercava di fuggire.

— Che fate? — gridò Don Bosco commosso e ad alta voce al sacrestano; — perchè battete quel giovanetto in cotal guisa? Che cosa vi ha fatto?

Ma il sacrestano, tutto infuriato, non gli dava ascolto. Il giovane intanto, vedendosi a mal partito e non conoscendo l’uscio che metteva in chiesa, crasi cacciato nella porta che metteva nel piccolo coro, inseguito dall’altro. Qui, non trovando nessuna uscita, ritornò in sacrestia, e finalmente, trovato scampo, se la dava a gambe in piazza.

Don Bosco chiamò per la seconda volta il sacrestano e con viso alquanto severo gli chiese: — Per qual motivo avete battuto quel giovane? Che cosa ha egli fatto di male da trattarlo in tal guisa?

— Perchè viene egli in sacrestia, se non sa servir Messa?

— Comunque sia, voi avete fatto male.

— A lei che importa?

— Mi importa assai: è un mio caro amico.

— Come, — esclamò il sacrestano meravigliato: — è un suo amico quel bel soggetto?

— Certamente, tutti i perseguitati sono i miei più cari amici. Voi avete battuto uno che è conosciuto dai Superiori. Andate a chiamarlo all’istante, perchè ho bisogno di parlargli, e non ritornate finche l’abbiate trovato, altrimenti dirò al Rettore della Chiesa la vostra maniera di trattare i ragazzi.

A quella intimazione si calmò l’ira spropositata del sacrestano, il quale, deposto lo spolverino e chiamando a gran voce, corse dietro al giovanetto: lo cercò, trovollo in una via attigua, e, assicuratolo di migliore trattamento, lo condusse vicino a Don Bosco. Il poverino si approssimò tutto tremante e in lacrime per le busse ricevute.

— Hai già udita la Messa? — gli domandò il sacerdote con tutta amorevolezza.

— No, — rispose.

— Vieni adunque ad ascoltarla; dopa avrò da parlarti di un affare che ti farà piacere.

Desiderio di Don Bosco era solo di mitigare, l’afflizione di quel tapinello e non lasciarlo con sinistre impressioni contro gli addetti alla sacrestia. Ma ben più alti erano i disegni di Dio, che voleva in quel giorno porre la base di un grande edificio. Quel dialogo era stato interrotto dal sacrestano, il quale veniva accompagnato da un’altro giovane, da lui cercato per servire la Messa.

Celebrata la santa Messa e fattone il dovuto ringraziamento, Don Bosco fece a sè venire e condusse il suo candidato in un coretto della Chiesa, ove sedette con faccia allegra, e, assicurandolo che non avesse più a temere di percosse, prese ad interrogarlo così:

— Mio buon amico, come ti chiami?

— Mi chiamo Bartolomeo Garelli !

— Di qual paese sei?

— Sono di Asti.

— Che mestiere fai?

— Il muratore.

— Vive ancora tuo padre?

— No, mio padre è morto.

— E tua madre?

— Mia madre è anche morta.

— Quanti anni hai?

— Ne ho sedici.

— Sai tu leggere e scrivere?

— Non so niente.

— Sai cantare?

Il giovanetto, asciugandosi gli occhi, fissò Don Bosco in viso meravigliato e rispose:

— No.

— Sai zufolare?



Il giovanetto si mise a ridere; ed era ciò che Don Bosco voleva, perchè indizio di guadagnata confidenza. Poi il Santo continuò:

— Dimmi, sei stato promosso alla prima Comunione?

— Non ancora.

— Ti sei già confessato?

— Sì, ma quando ero piccolo.

— E le tue orazioni mattina e sera le dici sempre?

— No, quasi mai; le ho dimenticate.

— Ed hai nessuno che si curi di fartele recitare?

— No.

— Dimmi, vai sempre alla Messa, tutte le domeniche?



— Quasi sempre, — rispose il giovane dopo un po’ di pausa facendo una smorfia.

— Vai al catechismo?

— Non oso.

— Perchè?

— Perchè i miei compagni più piccoli di me sanno la dottrina, ed io così grande non ne so una parola: per questo mi vergogno di mettermi tra loro in quelle classi.

— Se ti facessi io stesso un catechismo a parte, verresti ad ascoltarmi?

— Ci verrei di buon grado.

— Verresti volentieri anche in questa cameretta?

— Sì, sì, purché non mi diano delle bastonate.

— Sta’ tranquillo che niuno ti maltratterà qui, come ti ho assicurato. Anzi d ora in avanti tu sarai mio amico e avrai da fare con me e con nessun altro. Quando vuoi dunque che cominciamo il nostro catechismo?

— Quando a lei piace.

— Stasera forse?

— Sì.

— Vuoi anche adesso?



— Sì, anche adesso, e con molto piacere.

Don Bosco allora si pose in ginocchio, e, prima di cominciare il catechismo, recitò un’ Ave Maria, perchè la Madonna gli desse la grazia di salvare quell’anima. Quell’Ave fervorosa con sì retta intenzione fu feconda di grandi cose! Don Bosco poi si alzò e fece il segno di Santa Croce per cominciare; ma il suo allievo noi faceva perchè ne ignorava il modo e le parole: e perciò in quella prima lezione il maestro si intrattenne nell’insegnargli la maniera di fare il segno della croce e nel fargli conoscere Iddio Creatore e il fine per cui ci ha Egli creati e redenti. Dopo circa una mezz’ora lo licenziò con grande benevolenza; e, assicurandolo che gli avrebbe insegnato a servire la santa Messa, gli regalò una medaglia di Maria Santissima, facendosi promettere di ritornare la domenica seguente. Quindi soggiunse: — Senti, io desidererei che tu non venissi solo, ma conducessi qua altri tuoi compagni. Io avrò qualche regalo da fare di nuovo a te e a quanti verranno teco. Sei contento?

— Oh! molto, molto! — rispose con una grande espansione quel buon giovane; e, baciandogli la mano due o tre volte, se ne andò.

La domenica seguente pertanto nella chiesa di San Francesco d’Assisi si vide un caro spettacolo. Sei garzoncelli male in arnese condotti da Bartolomeo Garelli stavano attentissimi alle parole di Don Bosco che loro insegnava la strada del Paradiso (185).

Non ci fermeremo ad analizzare tutta la molteplicità degli aspetti pedagogici di questo memorabile incontro. Ci basti sottolineare il fatto che Don Bosco, chiamato a sè il ragazzo fuggitivo, cerca subito di rassicurarlo e di calmarlo, accogliendolo come un amico, e, celebrata la santa Messa, s'interessa delle sue cose, della sua vita, dei suoi parenti, e non è soddisfatto finché non lo vede ridere: « indizio di guadagnata confidenza ». Era ciò che a Don Bosco stava a cuore per poter entrare, poi, a parlare delle cose dello spirito.

Da quel punto l’anima di quel giovane fu sua, diventando anche la pietra angolare sopra la quale Don Bosco fondò l’opera degli Oratori Festivi.


B — Don Bosco in Trastevere.


Un altro episodio che ci mostra il fascino di Don Bosco è il seguente.

Il 25 marzo 1858 egli era a Roma, e, una mattina, si trovava col Marchese Patrizi ed altri ih visita alla città. Di ritorno dopo la celebrazione della santa Messa alla Madonna della Quercia, passato il Tevere, osservò in una piccola piazza una trentina di ragazzi che si divertivano.

Senz’altro si portò in mezzo a loro, ed essi, sospesi i vari giochi, lo guardavano meravigliati. Don Bosco allora alzò la mano, tenendo fra le dita una medaglia. Poi esclamò amorevolmente:

— Siete troppi e mi rincresce di non aver tante medaglie per regalarne una a ciascuno di voi.

Quei ragazzi, preso animo, gridarono a pieno coro sporgendo le mani:

— Non importa, non importa... a me, a me!

Don Bosco soggiunse:

— Ebbene, non avendone per tutti, questa medaglia voglio regalarla al più buono. Chi è di voi il più buono?

— Sono io, sono io! — risposero con grida assordanti.

Il Marchese e i suoi amici ad una certa distanza sorridevano commossi e stupiti nel veder Don Bosco trattare così familiarmente con quei

ragazzi, che per la prima volta aveva incontrati; ed esclamavano: — Ecco un altro San Filippo Neri, amico della gioventù.

Don Bosco infatti, come se fosse stato un amico già conosciuto da quei fanciulli, continuò ad interrogarli, se avessero già ascoltato la santa Messa, in quale chiesa solessero andare, se conoscevano gli Oratori che erano in quelle parti, se avessero già parlato con l’Abate Biondi. I fanciulli rispondevano.

Il dialogo era animato, e finalmente Don Bosco, dopo averli esortati ad essere sempre buoni cristiani, prometteva che' sarebbe passato altra volta per quella piazza e avrebbe recato una medaglia ovvero un’immagine per ciascuno d’essi. Poi, salutato affettuosamente, usciva di mezzo a quella turba, e, ritornando a quei signori che lo aspettavano, loro mostrava quell’unica medaglia che teneva ancora in mano. Nulla aveva dato a quei fanciulli, eppure li aveva lasciati contenti (186).

C — Don Bosco in Piazza del Popolo.


Altra volta, e precisamente nella prima decade di aprile dello stesso anno, Don Bosco, che era ancora a Roma, ospite quel giorno del Card. Tosti, dopo il pranzo, fu gentilmente pregato dal Porporato di salire con lui in carrozza per la passeggiata. E si incominciò a parlare del sistema più adatto all’educazione dei giovani. Don Bosco gli diceva: — Veda, Eminentissimo, è impossibile poter bene educare i giovani, se quésti non hanno confidenza coi Superiori.

— Ma come, — replicava il Cardinale, — si può guadagnare questa confidenza?

— Col cercare che essi si avvicinino a noi, togliendo ogni causa che da noi li allontani.

— E come si può fare per avvicinarli a noi?

— Avvicinandoci noi ad essi, cercando di adattarci ai loro gusti, facendoci simili a loro. Vuole che facciamo una prova? Mi dica in qual punto di Roma si può trovare un bel numero di ragazzi.

— In Piazza Termini, in Piazza del Popolo.

— Ebbene: andiamo dunque in Piazza del Popolo. — E così si andò.

Don Bosco scese di carrozza e il Cardinale rimase ad osservarlo.

Don Bosco, visto un crocchio di giovanetti che giocavano, si avvicinò, ma i birichini fuggirono. Allora li chiamò colle buone maniere e i giovani dopo qualche esitanza tornarono.

Don Bosco li regalò di qualche cosuccia, domandò notizie delle loro famiglie, chiese a qual gioco si divertissero, li invitò a ripigliarlo, si fermò a presiedere al loro trastullo, ed egli stesso vi prese parte. Allora altri giovani che stavano guardando in lontananza corsero numerosissimi dai quattro angoli della piazza intorno al prete, che tutti accoglieva amorevolmente ed aveva per tutti una buona parola ed un regaluccio; loro chiedeva se fossero buoni, se dicessero le orazioni, se andassero a confessarsi. Quando volle allontanarsi, lo seguirono per un buon tratto, e solo lo lasciarono allorché risalì in carrozza. Il Cardinale era meravigliato.

— Ha visto? — gli chiese Don Bosco.

— Avete ragione! (187).


D — Don Bosco e Michele Magone.

« Una sera di autunno — racconta lo stesso Don Bosco, — io ritornava da Sommariva del Bosco, e, giunto a Carmagnola, dovetti attendere oltre un’ora il convoglio della ferrovia per Torino. Già suonavano le ore sette, il tempo era nuvoloso, una densa nebbia risolvevasi in minuta pioggia. Queste cose contribuivano a rendere le tenebre più dense, sì che a distanza di un passo, non sarebbesi conosciuto uomo vivente. Il fosco lume della stazione lanciava un pallido chiarore che a poca distanza dallo scalo perdevasi nell’oscurità. Soltanto una turba di giovanetti con trastulli e schiamazzi attraevano l’attenzione, o meglio, assordavano le orecchie degli spettatori. Le voci di «aspetta», «prendilo», «corri», «cògli questo », « arresta quest’altro », servivano ad occupare il pensiero dei viaggiatori. Ma, tra quelle grida, rendevasi notabile una voce che, distinta, alzavasi a dominare tutte le altre; era come la voce di un capitano, che ripetevasi dai compagni ed era da tutti eseguita quale rigoroso comando. Tosto nacque in me vivo desiderio di conoscere colui che con tanto ardire e con tanta prontezza sapeva regolare il trastullo in mezzo a sì svariato schiamazzo. Colgo il destro che tutti sono radunati intorno a colui che la faceva da guida; di poi con due salti mi lancio tra loro. Tutti fuggono come spaventati: uno solo si arresta, si fa avanti e, appoggiando le mani sui fianchi con aria imperatoria, comincia a parlare così:

— Chi siete voi, che qui venite tra i nostri giochi?

— Io sono un tuo amico.

— Che cosa volete da noi?

— Voglio, se ne siete contenti, divertirmi e trastullarmi con te e con i tuoi compagni.

— Ma chi siete voi? Io non vi conosco.

— Te lo ripeto, io sono un tuo amico:’ desidero di fare un po’ di ricreazione con te e con i tuoi compagni. Ma tu chi sei?

— Io? Chi sono? Io sono, — soggiunse con grave e sonora voce, — Magone Michele, generale della ricreazione.

Mentre facevansi questi discorsi, gli altri ragazzi, che un panico timore aveva dispersi, uno dopo l’altro ci si avvicinarono e si raccolsero intorno a noi. Dopo aver vagamente indirizzato il discorso ora agli uni ora agli altri, volsi di nuovo la parola a Magone e continuai così:

— Mio caro Magone, quanti anni hai?

— Ho tredici anni.

— Vai già a confessarti?

— Oh! Sì! — rispose ridendo.

— Sei già promosso alla Santa Comunione?

— Sì che sono già promosso e ci sono già andato.

— Hai tu imparata qualche professione?

— Ho imparata la professione del far niente.

— Finora che cosa hai fatto?

— Sono andato a scuola.

— Che scuola hai fatto?

— Ho fatto la terza elementare.

— Hai ancora tuo padre?

— No, mio padre è già morto.

— Hai ancora la madre?

— Sì, mia madre è ancor viva, e lavora a servizio altrui, e fa quanto può per dare del pane a me ed ai miei fratelli, che la facciamo continuamente disperare.

— Che vuoi fare per l’avvenire?

— Bisogna che io faccia qualche cosa, ma non so quale.

Questa franchezza di espressioni, unita a una loquela ordinata ed assennata, fecemi ravvisare un gran pericolo per quel giovane, qualora fosse lasciato in quella guisa derelitto. D’altra parte sembravami che, se quel brio e quell’indole intraprendente fossero stati coltivati, egli avrebbe fatto una buona riuscita; laonde ripigliai il discorso:

— Mio caro Magone, hai tu volontà di abbandonare questa vita di monello e metterti ad apprendere qualche arte o mestiere, oppure continuare gli studi?

— Ma sì, che ho volontà, — rispose commosso; — questa vita da dannato non mi piace più; alcuni miei compagni sono già in prigione; io temo altrettanto per me; ma che cosa debbo fare? Mio padre è morto, mia madre è povera; chi mi aiuterà?

— Questa sera fa’ una preghiera fervorosa al Padre nostro che è nei cieli; prega di cuore, spera in Lui. Egli provvederà per me, per te e per tutti.

In quel momento la campanella della stazione dava gli ultimi tocchi ed io doveva partire senza dilazione.

— Prendi, — gli dissi, — prendi questa medaglia; domani va’ da Don Ariccio tuo Yiceparroco; digli che il prete, il quale te l’ha donata, desidera delle informazioni sulla tua condotta.

Prese egli con rispetto la medaglia: — Ma qual è il vostro nome, di qual paese siete? Don Ariccio vi conosce? — Queste ed altre cose andava domandando il buon Magone; ma non ho più potuto rispondere, perchè essendo giunto il convoglio della ferrovia, dovetti montare in vagone alla volta eli Torino» (188).

E dal quel punto anche l’anima di Magone fu sua, perchè di lì a qualche settimana, anch’egli venne all’Oratorio, a far parte di quella eletta schiera di pii giovanetti che sono la più splendida dimostrazione della bontà e della efficacia del sistema educativo di Don Bosco.



E — «Vada alla pompa»!


Non possiamo trattenerci dal riportare qui una pagina autobiografica del compianto Don Giuseppe Vespignani. La togliamo dall’aureo suo libretto: Un anno alla scuola del Beato Don Bosco.

Egli, adunque, giunto pieno di entusiasmo all’Oratorio, essendo già sacerdote, fu messo a fare scuola di catechismo; ma dovette esserne esonerato, in seguito alle prime esperienze dell’insegnamento, piuttosto disastrose dal lato disciplinare. Ne rimase talmente scoraggiato, da credersi inadatto a tale scuola.

Narra egli stesso: « Il mio sconforto, coin è facile immaginare, non cessava. Ricorsi dunque a Don Bosco, esponendogli le mie disfatte e manifestandogli il dubbio sulla mia inettitudine a compiere gli uffizi principali del Salesiano, come il catechizzare i ragazzi e fare scuola. Don Bosco, sorridendo, mi chiese come mai io fossi così pauroso da spaventarmi d’un centinaio di ragazzi ben disposti e desiderosi di ascoltarmi e d’imparare; tutta la difficoltà stare nel non conoscersi reciprocamente.

— E come farò io a conoscerli e a farmi conoscere?

— Oh, bella, mettendosi con loro, trattandoli familiarmente, portandosi come uno di essi.

— Ma dove, ma quando, mettermi con loro? Io non sono fatto per giocare, correre, ridere in loro compagnia; i miei malanni, la debolezza del petto me l’impediscono.

— Ebbene, vada alla pompa. Là all’ora di colazione troverà tanti giovani riuniti per bere, che discorrono degli studi, della scuola, dei giuochi, di tutto. S’intrometta anche lei, si faccia amico di tutti, e poi andrà alla rivincita e ci riuscirà.

« Il suggerimento mi ridonò la vita, ancorché non ne comprendessi lì per lì tutta l’importanza. Risolvetti di fare proprio come Don Bosco mi aveva consigliato. E, venuta l’ora di colazione, mi appostai vicino alla pompa dell’antico pozzo presso la Casa Pinardi, pompa che tutt ora esiste. In quei tempi la colazione consisteva nella famosa « pagnotta », distribuita ai giovani nell’uscire dalla chiesa. Essi, ricevutala, correvano presso la pompa dell’acqua a divorarla; indi si spargevano, chi prima chi poi, per il cortile, dandosi ai loro giuochi. Là vicino a quel convegno era il punto strategico indicatomi da Don Bosco.

« Eccomi dunque al mio posto d’osservazione. Passeggio lento lento sotto il porticato senza perdere di vista la pompa e i suoi avventori, che vi volavano a stormi con la loro pagnotta in mano. Mentre gli uni bevevano, altri conversavano di lezioni, di compiti, dei voti di condotta, delle materie scolastiche. Io mi accosto, attacco discorso, fo domande su cose scolastiche del giorno, chieggo chi riesce meglio nella tale e tal altra materia, mi spingo financo a interrogare sul conto che si fa del catechismo, e vedo stringermi attorno a poco a poco uno sciame di quei birichinetti che tanta molestia mi cagionavano in classe, e tutti mi rispondono a tono. Presa confidenza, chieggo il perchè di quel chiasso durante la lezione di catechismo.

« Le spiegazioni furono parecchie, dalle quali però ‘capii che non ci conoscevamo e quindi non ci potevamo intendere. Ritornato alcune mattine di seguito al medesimo convegno, me li vedevo attorno con certa libertà, che ne attestava le ottime disposizioni » (189).


III. Mezzi per guadagnare la confidenza.

A — Le udienze particolari.


L’amabilità dei modi paterni di Don Bosco, la serenità del suo volto, il suo sorriso abituale, predisponevano i cuori ispirando rispetto e confidenza.

Al comparirgli dinanzi nella sua stanza un giovane di fresco accettato, la prima parola che dicevagli era sempre dell’anima e dell’eterna salvezza. Per rallegrarlo e diminuirgli la pena del distacco dalla famiglia, incominciava:

— Quanto sono contento di vederti! Ti aspettavo. Sei venuto volentieri, non è vero?

Poi passava a domandagli il nome e notizie sulla sanità, sui genitori, sui parenti, sul parroco, e via discorrendo.

Così, fattosi largo con quelle e simili interrogazioni, passava subito al più importante e, preso un aspetto un po’ sostenuto tra il serio e il

sorridente, tutto proprio di lui: Là, là, — diceva abbassando un po' la voce in atto di confidenza, — parliamo di ciò che importa di più. Voglio che siamo amici, sai? Vuoi esserlo, mio amico? Io Voglio aiutarti a salvare l’anima tua. Come stiamo di anima? Eri buono a casa? Ma qui ti farai più buono, non è vero? Voglio che andiamo in Paradiso assieme. Mi capisci che cosa voglio da te? Mi verrai a trovare? Vedi: ci parleremo con tutta confidenza; ti dirò delle belle cose che ti faranno piacere! Sarai contento.

Il giovanetto sorrideva, annuiva col capo, rispondeva con qualche monosillabo, o abbassava gli occhi ed arrossiva secondo si andavano succedendo le interrogazioni, che però non erano insistenti, nè aspettavano risposta. Don Bosco intanto con l’occhio scrutatore tutto penetrava, e ne indovinava il carattere, l’ingegno, il cuore (190).

Per rendersi sempre più padrone del cuore dei suoi giovani, moltiplicava le occasioni di intrattenersi con loro. Di quante confidenze non sono state testimoni le pareti delle sue venerate camerette! Nonostante le molte e gravi occupazioni, era sempre pronto ad accogliere, con cuore di padre, i giovanetti che gli chiedevano udienza. Voleva anzi che lo trattassero con tutta familiarità e non si lagnava mai della indiscrezione con la quale era da essi talvolta importunato. Siccome in lui mai si vedevano nè atti di sorpresa, nè precipitazioni di giudizio, nè moti violenti, ma sibbene calma inalterabile e portamento sempre Uniforme, tutti gli si presentavano volentieri, col cuore alla mano.

Lasciava a ciascuno piena libertà di fare domande, esporre gravami, difese, scuse, e un giorno, avendogli chiesto un suo prete il motivo di tanta pazienza, egli, coprendo la virtù e scherzando, gli rispose: — Sai tu che cosa significhi esser furbo? Saper fare il bonomo! Così faccio io: lascio dire tutto quello che si vuol dire, ascolto l’uno, ascolto l’altro, attendendo bene alle parole; m$ in fine nel decidere tengo conto di tutto e vengo a conoscere perfettamente ogni cosa (191).

Un altro mezzo era quello dei bigliettini che, in certe occasioni speciali, egli richiedeva dai suoi giovani. Vi scrivevano un proposito riguardo ad una virtù speciale da mettere in pratica o ad un particolare difetto da correggere. Non vi era nessun obbligo: piena libertà di scrivere! Don Bosco manteneva il segreto, e, di tanto in tanto, quando v’era il bisogno, ricordava agli interessati i proponimenti fatti. Era una risorsa pedagogica, mediante la quale i ragazzi si esercitavano nella volontà, nella riflessione e nella conoscenza di se stessi (192).

Anche nel fare un invito alla confessione usava singolare destrezza e moderazione, memore della gran massima che la confidenza vuole essere guadagnata e non imposta (193).

Oltre a tutto ciò, pur di rendersi padrone del cuore dei suoi giovanetti, sopportava dalla maggior parte, con pazienza eroica ed ilarità, gli schiamazzi, le importunità, la vivacità di carattere, la varietà delle indoli e gli altri difetti, fisici o intellettuali, o cagionati da una educazione rozza od anche villana (194).



B — Le buone maniere.


Chiunque legga attentamente la vita di Don Bosco rimane particolarmente colpito dalle belle maniere che egli usava coi giovani per conquistarne il cuore. Non basta infatti avvicinare i giovani per averne la confidenza: occorre avvicinarli con le buone maniere: poiché alle volte basta un tratto un po’ sgarbato, una parola troppo severa, un modo di fare un po’ rozzo, per allontanarli definitivamente da noi.

Già, nel primo Regolamento dell’Oratorio Festivo, Don Bosco aveva fissato come concetto fondamentale: « Questo Oratorio è posto sotto la protezione di San Francesco di Sales, perchè coloro che intendono dedicarsi a questo genere di occupazione devono proporsi questo Santo per modello nella carità e nelle buone maniere, che sono le fonti da cui derivano i frutti che si sperano dall’Opera degli Oratori» (195). Il 18 settembre del 1869, a conclusione degli esercizi spirituali di Trofarello, insisteva: «È pur nostro dovere usare modi caritatevoli cogli inferiori ed aiutarli. Non dir mai con aria di autorità: — Fai questo, fai quello! — ma usar sempre modi graziosi, soavi, dolci » (196).

Alle volte diceva a chi era di naturale aspro: « Desidero che tu d’ora in poi guadagni i cuori senza parlare; e se parli, il tuo parlare sia sempre condito colla dolcezza! » (197).

Un giorno egli prese il prefetto dell’Oratorio, Don Rua e con tutta serietà: — Mio caro, dammi retta: mettiti a negoziare olio. — Negoziare olio? — Sì, negoziare olio. — Ma, Don Bosco, un religioso! — Precisamente! O non sei tu il prefetto e come tale incaricato delle riparazioni occorrenti nell’Oratorio? Ora mi pare di avere udito certi usci stridere, ed un po’ d’olio ai cardini accomoderebbe tutto. — Oh, come mai? Non vedo la ragione. — E poi, — riprese Don Bosco con dolce sorriso scandendo le parole, — e poi... i tuoi dipendenti stridono in una maniera... Dunque, ci siamo intesi? Quando tratti con loro, non dimenticare che fai o meglio che devi fare il- mercante di olio. — Don Rua capì, ed ognuno, vedendo quant egli sia stato buono, affabile, dolce, in una parola vero imitatore di Don Bosco, può persuadersi che il Santo non sprecava tempo, dando colla maggiore affabilità lezioni tanto preziose (198).

Egli corroborava le sue parole con l’esempio. Già da studente con le buone maniere sapeva guadagnarsi il cuore dei suoi condiscepoli. « A lui nessuno poteva dare una negativa; non poteva essere più buono di quello che era » (199). Un suo compagno raccontava ai Superiori dell’Oratorio : « Sospiravamo il momento di poterci trattenere con lui. perchè i suoi bei modi esercitavano sopra i nostri animi un fascino irresistibile» (200). Fatto Sacerdote, i modi affabili che egli usava con la gioventù erano affatto opposti al metodo di severità tenutosi fino allora (201). « Il suo metodo di educazione — scrisse un autorevole ecclesiastico — era tutto paterno, attirando i giovani con bei modi, per cui gli erano molto affezionati » (202). Anche nel correggere aveva sempre modi cortesi e tutti suoi propri (203), provando gran dispiacere quando vedeva talora qualcuno dei suoi trattare con troppa durezza i giovani (204).

Coi caratteri più difficili poi era così delicato nelle parole e nel tratto che ben presto costoro restano conquisi. Sul principio di agosto del 1866 giungevano all’Oratorio da Ancona sei orfani, dalla fisionomia insolente, sprezzante e prepotente. Rozzi, focosi e ghiotti, erano insofferenti di disciplina ed armati di coltello. Di lì a qualche giorno uno di loro giunse perfino a ferire il capo calzolaio. All’indomani, dopo pranzo, Don Bosco era sotto i portici, quando gli furono presentati quei figuri, i quali neppure si tolsero il cappello. Con amorevole sorriso il Santo tentò di accarezzarli e chiese loro:

— Avete fatto buon viaggio? Come state?

— Male.


— E perchè state male?

— Perchè in questo luogo ci stiamo malvolentieri. Vogliamo tornare a casa.

— E perchè ci state malvolentieri?

— Perchè qui non c’è da mangiare. Quello che ci danno è roba da... ‘

— Olà, è questa la maniera di rispondere? Quella minestra che voi mangiate è quella che mangiano i vostri compagni, che mangiano volentieri quelli venuti da Ancona prima di voi, che mangiano i vostri Superiori, che mangio anch’io.

— Se lei vuol mangiarne, padronissimo.

— Sapete con chi parlate?


  • Che me ne importa?

  • Là, là: a questo modo non si può discorrere.

E Don Bosco, sempre sereno in volto, si volse altrove a intrattenersi cogli altri giovani che numerosissimi lo avevano attorniato e che frementi avevano assistiso a quel dialogo. Viceversa, quelli, data F ultima risposta, alzarono villanamente le spalle, guardarono attorno provocanti e si ritirarono in crocchio in un angolo del cortile.

Ma non venne meno la magica influenza di Don Bosco sulla gioventù e il tono di ammansire i caratteri pili difficili a dominarsi. Più di una volta aveva visto, nei primi giorni dell’entrata di qualche giovane nell’Oratorio, scene violente di indisciplinatezza; ma anche sotto la pelle d una belva bestemmiatrice, era riuscito a formare a poco a poco un docile agnello e a destare la retta e sempre grande sensibilità di cuore della gioventù. Egli non contrastava, calmava gli animi colla bontà; scopriva e faceva risplendere la parte buona di ogni individuo, e lo traeva a Dio.

Egli adunque prese separatamente ad uno ad uno quei nuovi venuti, e colle dolci parole ne guadagnò gli animi, perchè quasi tutti avevano buon cuore. Li trovò arrendevoli al suo consiglio di fraternizzare cogli altri alunni della casa, e con occhio maestro, investigati i vari talenti di ciascuno, chi mandò allo studio e chi al laboratorio (205).

« Tutti coloro che conversavano eziandio una volta sola con lui, — scrive il biografo, — restavano innamorati della dolcezza e nobiltà dei suoi modi e della grazia delle sue parole. I cuori dei giovani. sempre aperti e confidenti, davano ai loro volti quell’attrattiva speciale che è, diremmo, trasparenza dell’anima. Ad essi pertanto costava tanta fatica separarsi da Don Bosco, che bisognava che lui stesso li staccasse da sè. La fisionomia di Don Bosco, a detta di Giuseppe Buzzetti, aveva un’espressione simpatica, così bella, amorevole, e direi angelica, che sembrava non fosse cosa di questo mondo; nello sguardo e nel sorriso palesava l’incanto della santità che aveva dentro di sè. Le cento volte si udivano i giovanetti che gli restavano d’intorno ripetere: — Sembra Nostro Signore! — Frase divenuta loro abituale. Egli però sapeva talora mostrarsi anche corrucciato, perchè anche l’ira è strumento di virtù, ma non mai fuor di modo, e solo quando si trattava dell’onore di Dio oltraggiato » (206).

A questa scuola furono plasmati Don Rua, il Cardinal Caglierò, Don Giulio Barberis, Don Francesia, e un eletto stuolo di Salesiani di antico stampo, i quali coi loro esempi, e col fascino

indescrivibile che essi a loro volta esercitavano sulle folte schiere di giovani che li circondavano, mostrarono quali meravigliosi frutti abbia prodotto e quindi quale potente efficacia abbia avuto il sistema preventivo, praticato integralmente giusta gli esempi lasciatici da Don Bosco.




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