Sac. Pietro ricaldone don bosco educatore



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Capitolo II GLI EDUCATORI


A questo punto è bene soffermarci a considerare, nella luce della pedagogia di Don Bosco, coloro che sono destinati a compiere l’opera educativa, secondo il suo spirito.

L’educazione, tenendo conto in essa dei soli fattori umani, è sempre un’opera a due: deve realizzarsi dal binomio inscindibile, educando-educatore.

La presenza dell’educatore, la sua formazione, le caratteristiche della sua personalità, sono elementi sostanziali per qualsiasi sistema educativo. È vero che questo è caratterizzato dai princìpi, dai mezzi e dai fini di cui è costituito; ma, in ultima analisi, tutta l’efficacia, tutta la caratteristica di un sistema educativo, dipende in gran parte dalla personalità dell’educatore, dal suo modo d’agire e di applicare un dato metodo di educare.

Don Bosco ebbe un concetto tutto e veramente suo dell’educazione: egli infatti, mentre ha valutato la persona dei suoi educandi, guidandola, giusta sue speciali direttive, ai risultati che si proponeva di conseguire mediante l’opera sua educativa, ha anche concepito in una maniera tutta propria la personalità dell’educatore.


1. Il Direttore come padre.

a) Vita di famiglia.


Una casa di educazione per ottenere il suo scopo dev’essere convenientemente impostata. L’istituto d’educazione, lo abbiamo detto, deve agevolare e talora anche sostituire l’opera educativa della famiglia. Di qui la necessità per ogni istituto educativo di ispirarsi allo spirito di famiglia. Ora è evidente che, se il collegio dev’essere una famiglia, questa famiglia deve avere il suo capo. Mentre, nella famiglia naturale, il capo indiscusso è il padre, nella famiglia del collegio il capo dev’essere il Direttore. Forse nessuno insistette tanto quanto Don Bosco perchè il capo dell’istituto fosse veramente padre, fatto tutto di bontà, di amorevolezza, di benevolenza accogliente.

Orbene, dopo che il divin Redentore, nella parabola del figliol prodigo, ci ha rappresentato in modo mirabile quale debba essere l’azione del padre della famiglia, non è più necessario cercare altre fonti, per attingervi concetti o norme, e per dipingere al vivo la sua missione veramente fondamentale. Come infatti si rimane commossi fino alle lacrime davanti alla longanime bontà e festosa accoglienza pel figlio traviato, non meno inteneriti si resta al leggere, nella parabola evangelica, le dichiarazioni di amorevolezza, confidenza e generosità del padre verso il figliuolo fedele, che rappresenta, grazie a Dio, la generalità dei giovani affidati alle cure degli educatori.

L’istituto di educazione, ove il padre non fosse tale, ove, per spirito di regolamento od impostazione educativa, il padre, anziché trovarsi rivestito di paternità, apparisse quale rappresentante del rigore, della disciplina, del castigo, un tale istituto educativo rammenterebbe piuttosto l’albergo, la caserma, financo a volte la prigione, ma non mai la famiglia. Ecco perchè Don Bosco si fa premura di stabilire che il Direttore della casa salesiana sia padre.

Nel primo articolo del Sistema Preventivo, egli vuole « che gli allievi abbiano sempre sopra di loro l’occhio vigile del Direttore o degli assistenti che, come padri amorosi, servano di guida ad ogni evento, diano consigli o amorevolmente correggano, che è quanto dire: mettere gli allievi nella impossibilità di commettere mancanze » (Regolari1., 88). Stabilito così il principio, Don Bosco scende all’applicazione, dando queste norme ai singoli Direttori: « Tu adunque va in nome del Signore; va, non come superiore, ma come amico, fratello e padre » (207). « Non mai dimenticare che tu sei il padre di tutti e che devi fare in modo di condurre tutti a Gesù » (208). « Il Direttore — continua Don Bosco — è un padre, il qqale non può che amare e compatire i suoi figli » (209). « Egli sia costantemente qual padre amoroso che desidera sapere tutto, per fare del bene a tutti, del male a nessuno » (210). « Egli deve essere come un padre in mezzo ai propri figli, e adoperarsi in ogni maniera possibile per insinuare nei giovani cuori l’amor di Dio, il rispetto alle cose sacre, la frequenza ai Sacramenti, filiale divozione a Maria SS. e tutto ciò che costituisce la vera pietà » . (211).


b) Requisiti del padre.


Come Padre, il Direttore deve essere sempre guidato dallo spirito di carità, di pazienza, di preghiera e di prudenza.

Ed anzitutto di carità. « La carità e la cortesia — scriveva Don Bosco — siano le caratteristiche di un Direttore tanto verso gl’interni quanto verso gli esterni » (212). « Nella posizione in cui sono i nostri collegi, la vita dei soci è tutta personificata nel Superiore. Un suo sguardo, direi, può consolarli; un suo sguardo rattristarli; bisogna perciò che ciascuno di voi guardi di essere molto e molto affabile con tutti, e dimostri ad uno per uno affezione speciale » (213). A un Direttore raccomandava: « Il tuo comando sia la carità » (214). « Carità e dolcezza con tutti » (215). « Le virtù che ti renderanno felice nel tempo e nell’eternità sono l’umiltà e la carità. Sii sempre l’amico, il padre dei nostri confratelli; aiutali in tutto quello che puoi nelle cose spirituali e temporali, ma sappi servirti di loro in tutto quello che i può giovare alla maggior gloria di Dio » (216). « Fai in modo che tutti quelli cui parli, diventino tuoi amici » (217). Il Direttore inoltre deve essere sollecito dei bisogni materiali dei suoi dipendenti, aver cura della loro salute e visitarli con frequenza se ammalati (Regolarti., 160). « Si faccia economia in tutto, ma si faccia in modo che agli ammalati nulla manchi » (218).

In secondo luogo il Direttore deve essere uomo di pazienza. Ai Direttori l’anno 1880 dava per strenna: « La pazienza di Giobbe » (219).

Il Direttore deve precedere gli altri nella pietà, nella carità e nella pazienza; mostrarsi costantemente amico, compagno e fratello di tutti, perciò sempre incoraggiare ciascuno nell’adempi-mento dei propri doveri in modo di preghiera, non mai di severo comando » (220). « Dev’essere modello di pazienza e di carità coi suoi confratelli, che da lui dipendono » (221). « Niente ti turbi — raccomandava a Don Rua nei Ricordi confidenziali. — Studia di farti amare prima di farti temere. La carità e la pazienza ti accompagnino costantemente nel comandare, nel correggere, e fa’ in modo che ognuno, dai tuoi fatti e dalle tue parole, conosca che tu cerchi il bene delle anime. Tollera qualunque cosa quando trattasi d’impedire il peccato. Le tue sollecitudini siano dirette al bene spirituale, sanitario, scientifico dei giovanetti dalla Divina Provvidenza a te affidati » (22). Ed insisteva: « Bisogna avere la pazienza per compagna indivisibile. Il Superiore, poi, oh!# quanto più ne avrà bisogno! Perchè se esso sa farla esercitare agli altri, i sudditi possono dire: — Noi siamo molti, esso è solo; noi esercitiamo un po’ di pazienza per ciascuno. — Ma il Superiore resta solo contro tutti e deve esercitare la pazienza con tutti » (223). E riguardo alla preghiera, gli era cosa abituale, nelle visite alle case, chiedere al Direttore: « Pieghi tu per i tuoi alunni? » (224).

Finalmente il Direttore deve essere uomo di prudenza. « Nelle cose di maggior importanza — scriveva — fa’ sempre breve elevazione di cuore a Dio prima di deliberare. Quando ti è fatta qualche relazione, ascolta tutto, ma procura di rischiarare bene i fatti prima di giudicare. Non di rado certe cose a primo annunzio sembrano travi e non sono che paglie » (225).

Ricorderemo infine che per dirigere bene, Don Bosco dava ancora questi tre suggerimenti: «1) Operare tutto per la gloria di Dio e per la salute delle anime; 2) Far vedere ai soggetti, principalmente al principio dell’anno, che il bene delle anime loro è l’unico nostro movente. Far questo nelle scuole, nei refettori, nel correggere, nel premiare e sempre; 3) Studiare i naturali e migliorarli; non urtare mai, secondarli sempre; edificare, non distruggere » (226).


c) il Direttore come centro dell’autorità e della responsabilità.


Sede della paternità, il Direttore, nel pensiero di Don Bosco, non cessa di essere, per altro, anche principio e centro di autorità nel collegio: « Un solo Dio, un solo Padrone: un solo superiore, una sola congregazione » (227). L’11 marzo del 1869, parlando della unità di ubbidienza che deve regnare fra i soci, diceva: « In ogni corpo vi déve essere una niente che regga i suoi movimenti, e tanto più attivo ed operoso sarà il corpo, quanto più le membra sono pronte ad ogni suo cenno. Così nella nostra Società sarà necessario che alcuno comandi e tutti gli altri obbediscano ». E soggiungeva: « Si abbia sempre presente che il Superiore è il rappresentante di Dio, e che chi ubbidisce a lui, ubbidisce a Dio medesimo. Che importa che egli sia in molte cose inferiore a me? Sarà più meritoria la mia sommissione » (228). « Si insista perchè in ogni casa tutti facciano centro al Direttore... Guai quando in una casa si formano due centri! Sono come due campi, come due bandiere, e, se non contrari, saranno almeno divisi. L’affezione che si mette in uno è a scapito dell’altro. Tutta la confidenza che un giovane pone in chi cerca d’attirarlo a sè, è tolta a colui che avrebbe diritto di possederla intera. La freddezza porta l’indifferenza, la minor stima ed anche un principio di avversione; e poi un regno diviso sarà desolato. Il Direttore procuri adunque che, nella sua casa, non si rompa l’unità » (229).

Le parole di Don Bosco sono d’importanza somma: qui si tratta, non solamente del bene dei soci, ma anche di quello dei giovani, i quali patirebbero un gran danno, nella loro formazione, ove mancasse quel coordinamento di lavoro, di norme e di direttive che Don Bosco prescrive e che devono partire dalla mente e dalla volontà d’uno solo, del primo responsabile, del Direttore.

Dalla superiorità sgorga il dovere della responsabilità del Direttore, la quale si estende a tutto l’andamento della casa. « Il Direttore è il superiore principale, che è responsabile di tutto quanto avviene nell’Oratorio » (230). « Il Direttore è il capo del collegio; a lui spetta il ricevere, il licenziare gli alunni, ed è responsabile dei doveri, della moralità di ciascun impiegato e degli alunni del collegio » (231). Ricordiamo pertanto che « ogni Direttore deve rendere conto a Dio dell’anima di ciascuno dei suoi confratelli, che, dallo stesso Iddio furono collocati sotto la sua speciale direzione. In qualcuno si troverà resistenza; ma l’affetto paterno, la carità e la preghiera, vincono i caratteri più difficili » (232).

Queste considerazioni devono spingere tutti i confratelli a formare un sol cuore ed un’anima sola col Direttore, per aiutarlo a portare il peso di una responsabilità non indifferente, affinchè la sua opera di formazione sia agevolata, e non trovi ostacoli proprio nella volontà di coloro che sono i suoi naturali collaboratori.


d) Uffici del Direttore.

1) Dirigere.


Come capo del collegio, il Direttore deve saper comandare.

Il 4 luglio 1884, volendo far rifiorire l’Oratorio come ai tempi migliori, Don Bosco diceva: « Ma è necessario che il Direttore comandi: che sappia bene il suo regolamento e sappia bene il regolamento degli altri e tutto quello che debbono fare: che tutto parta da un solo principio » (233).

Tuttavia anche nel comandare Don Bosco raccomandava prudenza e discrezione. « Procura di non mai comandare cose superiori alle forze dei subalterni. Nè mai si diano comandi ripugnanti; anzi abbi massima cura di secondare le inclinazioni di ciascuno, affidando di preferenza le cose che si conoscono di maggiore gradimento » (254) « Nel comandare si usino sempre modi e parole di carità e di mansuetudine. Le minacce, le ire, tanto meno le violenze, siano sempre lungi dalle tue parole e dalle tue azioni » (235). Questa sì grande circospezione raccomandata da Don Bosco, significa ch’egli vuole che i comandi del Direttore non siano già i comandi di un superiore, ma quelli di un padre, cui deve corrispondere un’ubbidienza, non già di sudditi, ma di figli, in conformità al concetto che egli aveva della casa salesiana, la quale deve essere, più che collegio, una seconda famiglia.

Il Direttore poi deve anche far osservare le Regole, essendo egli il custode autorizzato dello spirito di Don Bosco, spirito di cui è imbevuta l’educazione che si dà ai nostri giovani. « Leggi, — così egli ad un Diretore, — medita e pratica le nostre Regole. Ciò sia per te e per i tuoi » (236). « Ogni cura, ogni fatica, per osservare e far osservare le regole con cui ognuno si è consacrato a Dio » (237). « Il Direttore tratti sovente e con molta familiarità coi confratelli, insistendo sulla necessità della uniforme osservanza delle Costituzioni, e, per quanto è possibile, ricordi anche le parole testuali delle medesime » (238). Abbor-risca come veleno le modificazioni delle Regole. L’esatta osservanza di esse è migliore di qualunque variazione. Il meglio è nemico del bene » (239). « Lo spirito della Casa deve trasfondersi dal Ret-tor Maggiore nei Direttori » (240). Ragion per cui « ciò che avviene pel Rettor Maggiore riguardo a tutta la Società, bisogna che avvenga pel Direttore in ciascuna casa. Esso deve fare una cosa sola col Rettor Maggiore, e tutti i membri della sua casa devono fare una cosa sola con lui. In lui ancora devono essere come incarnate le Regole. Non sia lui che liguri, ma la Regola. Tutti sanno che la Regola è la volontà di Dio e che chi si oppone alle Regole, si oppone al Superiore e a Dio stesso...

« Un Direttore adunque tutte le volte che vuole operare, prendere qualche misura o dèliberazione, si metta sempre sotto lo scudo della Regola, e mai operi di sua propria volontà o autorità.

« Si procuri inoltre di conservare la dipendenza tra il Superiore e l’inferiore, e ciò spontaneamente e non coacte (per forza). I subalterni si impegnino molto a circondare, aiutare, sostenere, difendere il loro Direttore, a stargli fitti d’attorno, a fare quasi una sola cosa con lui. Nulla facciano senza dipendere da lui, perchè così facendo dipendono, non da lui, ma dalla Regola » (241).


2) Consigliare e correggere.


Il Direttore, come capo responsabile della casa, « deve essere pronto ad accogliere con bontà quegli impiegati che a lui si dirigessero, e a dar loro quei suggerimenti che possono tornare utili al mantenimento dell’ordine, e a promuovere la gloria di Dio e il vantaggio spirituale delle anime. Colla dolcezza e colla esemplarità procuri di acquistarsi la loro stima e benevolenza (242). Il Direttore non differisca mai i buoni consigli ed i salutari avvisi quando “vi è occasione di darli » (243).

« Faccia veder che ha coi confratelli grande confidenza; tratti con benevolenza gli affari che li riguardano. Non faccia mai rimproveri, nè dia mai severi avvisi in presenza altrui, ma procuri di ciò far sempre in camera caritatis, ossia dolcemente, strettamente in privato. Qualora i motivi di tali avvisi o rimproveri fossero pubblici, sarà pure necessario di avvisare pubblicamente; ma, tanto in Chiesa, quanto nelle conferenze speciali, non si facciano mai allusioni personali. Gli avvisi, i rimproveri, le allusioni fatte palesemente offendono e non ottengono l’emendazione (244). Sia facile il Direttore a dimenticare i dispiaceri e le offese personali, e, colla benevolenza e coi riguardi, studi di vincere, o meglio, di correggere i negligenti, i diffidenti ed i sospettosi: Vincere in bono malum (vincere nel bene il male) » (245).

A un Direttore il Santo raccomandava: « Procura di vedere gli affari tuoi con gli occhi tuoi. Quando taluno fa mancamenti o trascuratezze, avvisalo prontamente senza attendere che siano moltiplicati i mali » (246). E ad un altro: « Per tuo ricordo particolare, ritieni: 1) Fare ogni sacrificio per conservare la carità e l’unione dei confratelli; 2) Quando avrai da fare correzioni o dare consigli particolari non mai farlo in pubblico, ma sempre inter te et ipsum solum; 3) Quando hai fatta una correzione, dimenticare il fallo e dimostrare la primiera benevolenza al colpevole » (247).

Don Bosco insomma vuole che si faccia di tutto per salvare la paternità del Direttore, nella quale propriamente risiede tutta l’efficacia della formazione impartita dagli educatori agli educandi.

Perciò il Direttore deve astenersi del castigare. Un punto della massima importanza per Don Bosco è che « le parti odiose e le correzioni disciplinari siano da lui affidate ad altri »(Regolam., 164). « I castighi — continua egli — ed i rimproveri appartengono all’ufficio del Prefetto. È un momento perdere, e per sempre, la confidenza di un giovane » (248), ma per riacquistarla, se pure sarà possibile, ce ne vorrà!

« I Direttori non castighino, non rimproverino, non minaccino mai i giovani. Essi colle viscere piene di carità rappresentino la bontà di Dio » (249). Da notarsi questa mirabile espressione che mette in rilievo il gran concetto che Don Bosco aveva della paternità del Direttore, il quale è chiamato a riprodurre in sè, in quanto è possibile a umana creatura, la stessa paternità di Dio.


3) Vigilare.


Ma il dovere principale del Direttore è quello di vigilare sull’andamento generale della casa. Nelle Costituzioni e nei Regolamenti, che servono di norma e di guida al Direttore e a tutti coloro che son chiamati al nobile compito di formare le novelle generazioni, è detto che il Direttore « ha l’obbligo di vegliare con paterna sollecitudine sulla condotta e formazione dei soci, e poi sull’accurata educazione degli alunni. Perciò non cerchi e, per quanto può, non accetti occupazioni estranee al suo ufficio, e non si assenti dalla casa per un tempo notevole senza necessità » (Regolarti. 157). Queste raccomandazioni sono la sintesi di molte di-lucidazioni più e più volte date dallo stesso Don Bosco ai Direttori per mostrare loro l’importanza di tali doveri.

Il nostro Padre, insistendo sulla necessità che ciascuno faccia la parte sua, a riguardo del Direttore dice: « Suo unico e vero ufficio è di sorvegliare sempre e di sorvegliare tutto e tutti » (250). Un buon Direttore « osserva tutto; va da per tutto; parla con tutti; ha confidenza coi superiori subalterni » (251). « Deve vegliare sulla moralità dei Salesiani e sopra gli allievi loro affidati; procurare di chiamarli una volta al mese al rendiconto, e che ognuno faccia l’esercizio della buona morte una volta al mese. Age quod agis. Tutti gli altri affari sono secondari, dimenticando le cose eterne. Deve inoltre occuparsi a perfezionare le cose, gli affari nostri, le persone, e ad aiutarle quanto è possibile nelle pene e nelle malattie » (252). « Il Direttore procuri anche ogni giorno di visitare la casa; veda l’andamento di tutto; passi nelle camere, in cucina, nei refettori e in cantina, sappia tutto quello che si fa. È questo il mezzo d’impedire che non mettano mai radice i disordini » (253).

Riguardo ai confratelli, il Direttore veda di « assisterli, aiutarli, istruirli sul modo di adempiere i propri doveri, ma non mai con parole aspre od offensive » (254). « Per quanto è possibile il Direttore si limiti ad osservare se le cose si fanno dagli altri subalterni; ma egli non si tenga sopra affari determinati; procuri predicatori, confessori, professori, assistenti in numero sufficiente, e poi esamini se ciascuno conosce le rispettive regole, se le pratica e le fa praticare dai suoi dipendenti » (255).

Quindi il Direttore di ciascuna casa « abbia pazienza e studi bene le persone, o meglio esamini bene quanto valgono i confratelli che lavorano sotto di lui. Esiga quello di cui sono capaci e non di più. È indispensabile che egli conosca il Regolamento che ogni confratello deve praticare nell’ufficio affidatogli; la sua sollecitudine sia in modo speciale rivolta alle relazioni morali dei maestri, assistenti, fra di loro e cogli allievi loro affidati » (256). « Egli deve essere istruito intorno ai doveri tanto dei soci come congretati, quanto dei soci addetti a qualche ufficio. Non occorre che egli lavori molto, ma vegli che ciascuno compia la parte che lo riguarda. Le nostre case si possono paragonare ad un giardino. Non fa bisogno che il capo giardiniere lavori molto, basta che egli si cerchi degli operai pratici, li istruisca intorno all’orticoltura, li assista, li avvisi a suo tempo e nelle cose più importanti si trovi eziandio presente per giovare chi fosse imbarazzato nelle cose di maggior momento. Questo giardiniere è il Direttore: le tenere pianticelle sono gli allievi, tutto il personale sono i coltivatori dipendenti dal padrone, ossia dal Direttore che ha la responsabilità delle azioni di tutti » (257).

« Il Direttore faccia il Direttore, cioè sappia fare agire gli altri: invigili, disponga, ma non abbia mai esso da mettere mano all’opera. Se non trova individui di grande abilità nel far le cose, lasci chi è di abilità mediocre; ma per la smania del meglio non si metta lui a fare le cose. Egli deve invigilare che tutti facciano il proprio dovere, ma non deve prendere nessuna parte particolare. Così facendo, gli rimarrà tempo per eseguire ciò che io credo di non aver mai abbastanza inculcato » (258).

Da tutto ciò facilmente si scorge che « l’essenza dei doveri di un Direttore — come afferma Don Bosco — consiste nel ripartire le cose a farsi, e poi insistere perchè si facciano » (259). « L’abilità di un superiore — ripeteva spesso Don Bosco — non consiste solo nel fare, ma anche nel saper far fare agli altri » (260). « Qualora un Direttore non potesse fare altro e ottenesse che ciascuno eseguisca bene la parte che gli è assegnata, farebbe già molto » (261). « Ricordati, — ammoniva spesso — che il Direttore non deve fare molto, ma adoperarsi che gli altri facciano, vegliando che ciascuno compia i propri doveri » (262).

Di conseguenza, il Direttore, tutto intento a vigilare paternamente, deve restare in casa più che è possibile. Questo è vero amore ai propri figli. Don Bosco insisteva: « Non allontanarti senza necessità, e in quei casi procura di provvedere all’ordine, alla moralità del collegio (263). Il Direttore guadagnerà molto se non si allontanerà dalla casa affidatagli, se non per ragionevoli e gravi motivi; non mai si allontani senza aver prima stabilito chi lo supplisca nelle cose che possono occorrere » (264).

4) Altri doveri del Direttore.


Quanto ai giovani e al personale esterno, « egli, il Direttore, accetti e licenzi il personale della casa e gli stessi allievi con quelle condizioni che giudicherà del caso » (265). Ricordi poi un segreto manifestato da Don Bosco a un Direttore: « Passa coi giovani tutto il tempo possibile. Questo è il grande segreto che ti renderà padrone del loro cuore » (266).

Riguardo ai Confratelli, « non dimentichi mai il rendiconto mensile per quanto è possibile; ed in quella occasione ogni Direttore diventi l’amico, il fratello, il padre dei suoi dipendenti. Dia a tutti tempo e libertà di fare i loro riflessi, esprimere i loro bisogni e le loro intenzioni. Egli poi dal canto suo apra tutto il suo cuore senza mai far conoscere rancore alcuno; neppure ricordare le mancanze passate se non per darne paterni avvisi o richiamare caritatevolmente al dovere chi ne fosse negligente » (267). Tanta insistenza e tanta delicatezza nelle parole di Don Bosco, trovano la loro spiegazione nel fatto che, nel rendiconto, si verifica l’incontro del padre col figlio, si attua lo spirito di famiglia nella più dolce intimità e si effettua la più efficace opera di formazione e di educazione nel clima della più serena apertura, spontaneità e libertà. Proprio lì, nel rendiconto, come nei colloqui privati coi giovani, il Direttore realizza il più alto concetto che Don Bosco aveva dell’educatore e ne esercita nel modo più perfetto le funzioni: nel rendiconto è veramente padre e guida delle anime dei suoi collaboratori ed educandi, nei quali può imprimere la forma che egli vuole: nel rendiconto esplica la sua paternità nel modo più vasto e completo, secondo la triplice caratteristica che fa del Direttore il vero unico educatore in casa, essendo egli solo rivestito della triplice paternità di Educatore, di Sacerdote e di Direttore. Ragione per cui si può asserire che il Direttore incarna nel modo più pieno e più perfetto la pedagogia salesiana e quindi lo spirito di Don Bosco: egli, — educatore, sacerdote e capo di famiglia — è il vero rappresentante di Don Bosco.

Ma il Direttore deve ancora, giusta il pensiero del nostro Padre, « radunare il Capitolo, e qualche volta tutti gli insegnanti, per istudiare i mezzi che ciascuno giudica opportuni al fine di rimediare quanto è da rimediarsi » (268). « Soltanto lui ha facoltà di fissare per ciascuno le proprie occupazioni e niuno può introdurre variazioni nell’orario o nella disciplina senza l’espresso di lui consenso » (269).

Finalmente il Direttore ha l’obbligo di curare le vocazioni e la formazione del personale. << Colla tua esemplare maniera di vivere, — dice ancora Don Bosco, — colla carità nel parlare, nel comandare, nel sopportare i difetti altrui, si guadagneranno molti alla Congregazione. Raccomanda costantemente frequenza dei Sacramenti della Confessione e della Comunione » (276). « Bisogna che i Direttori più volte all’anno parlino di vocazione. Non è mai il caso di suggerire ai giova-

ni: “fatevi preti o non fatevi preti!”. Bisogna istruirli come vi siano due vie: gli uni debbono salvarsi passando per Tuna, gli altri passando per l’altra; bisogna raccomandar loro di pregare molto il Signore per conoscere su quale delle due debbono essi camminare... e si consiglino col confessore » (271). « Ogni Casa ponga grande studio nel prepararsi il personale di cui abbisogna. Deve essere studio specialissimo dei Direttori il cercare di formarselo bene, stando attenti in che cosa sbagliano, dando norme opportune e opportuni avvisi, spendendo anche molto tempo in sì necessaria occupazione. Così potremo avere quei sostegni che si desiderano » (272).

Dato il progredire e il moltiplicarsi della Società Salesiana, alcune mansioni affidate prima al Direttore spettano ora all’Ispettore. Tuttavia al Direttore incombe pur sempre il dovere di formare alla pratica della vita salesiana, quindi alla pratica del sistema preventivo, i giovani chierici e coadiutori, ed in generale tutto il personale che è alle sue dipendenze (Regolarti53, 157, 158). E quanto più egli sarà diligente ed esperto nel suo ufficio di insegnare agli altri con l’esempio e con la parola, tanto più gli altri saranno premurosi di corrispondere alle sue cure, e preparati alla missione di educare i fanciulli.

Osserviamo infine che Don Bosco non ignorava l’organizzazione di altri Istituti di educazione, dove erano nitidamente distinte la carica di Rettore, — con la responsabilità generale e la cura particolare del regime esteriore o disciplinare — e quella di Direttore Spirituale per il regime interiore delle anime. Tuttavia egli volle che il Direttore della Casa Salesiana, pur conservando la responsabilità di tutto, si occupasse particolarmente della direzione spirituale, sia dei confratelli che dei giovani, lasciando al Prefetto o Vice-Direttore la cura immediata della disciplina esteriore. Tale è il tipo di paternità spirituale, che va senz’altro alle anime, e che Don Bosco volle attuato nei suoi Direttori in ordine ai loro dipendenti. Anzi, egli volle che ai Direttori fosse affidata pure la direzione delle anime in foro sacramentale: cosicché i primi Direttori, secondo una prassi allora ammessa, erano al tempo stesso i principali confessori dei confratelli e dei giovani. Più tardi la Chiesa giudicò opportuno modificare tale prassi. Resta però sempre vero che i due uffici, di Direttore Spirituale e di Confessore, non si possono nè confondere insieme, nè tanto meno identificare.

2. I Collaboratori.

a) Il Prefetto,


Al fianco del Direttore vi è colui che porta il nome di Prefetto, il quale, nel pensiero di Don Bosco, non è il prefetto generalmente inteso, e cioè un assistente incaricato di un determinato numero o sezione di giovani. Il Prefetto, nelle case salesiane, è una vera e geniale, anzi provvidenziale creazione di Don Bosco. Mentre ha cura delle cose di amministrazione, egli è al tempo stesso il vicario del Direttore e lo rappresenta durante le eventuali assenze. Ma soprattutto il Prefetto ha l’incarico di allontanare dal Direttore qualsiasi cosa che lo possa rendere meno accetto ai superiori e ai giovani. Perciò quando si tratta di certi atti solenni disciplinari, di certe misure coercitive, di certi avvisi che possono anche non riuscire piacevoli, di tutte queste cose viene incaricato il Prefetto, sempre con l’intento già indicato che il Direttore rimanga costantemente padre (Rego-/am., 174-185).

Visitando le case, Don Bosco non mancava di fare questa raccomandazione al Prefetto: « Ricorda che anche in faccia agli alunni chi deve figurare per primo nella casa è il Direttore, quindi tu règolati sempre come suo rappresentante » (273).

A Don Belmonte, che era Prefetto, Don Bosco dava questi suggerimenti per disimpegnare bene il suo ufficio: « Riuscirai: 1) col cercare la gloria di Dio in quello che fai; fare del bene a chi puoi, del male a nessuno; 2) dipendenza filiale dal Direttore, studiando di secondare le sue mire, coadiuvandolo nelle sue fatiche; 3) studia di conciliare l’economia della casa col contento dei subalterni. Quanto è necessario, a tutti: ma intrepido nell’opporti agli abusi e scialacqui » (274).

b) Il Catechista.


Nella stessa sua funzione paterna, il Direttore ha pure un cooperatore efficace: il Catechista. Non già il Catechista inteso nel senso che debba dare lezioni di catechismo; ma perchè direttamente incaricato di vegliare, sotto la guida del Direttore, sulla vita religiosa dei confratelli e sulla condotta religiosa e morale degli alunni (Regolarvi., 186). A lui è pure dato speciale incarico di assistere e guidare i Salesiani più giovani, bisognosi d’indirizzo e d’assistenza. L’opera del Catechista è un aiuto e un complemento praticamente necessario all’opera paterna del Direttore. Infatti egli deve ampiamente coadiuvarlo con l’istruire al più presto possibile i nuovi alunni intorno alle regole principali della casa; informarsi se abbiano già ricevuto la Cresima e la Prima Comunione, e, in caso negativo, provvedere perché siano ben preparati a questi Sacramenti e li ricevano non appena se ne avrà propizia occasione (Regolam., 187). Egli deve pure conferire cogli altri Superiori, maestri ed assistenti intorno alla condotta religiosa e morale degli alunni, per poterli opportunamente correggere e per prevenire ogni disordine (Regolam., 188). A lui è affidata la cura, oltre che delle Compagnie Religiose, anche della chiesa e del culto, intendendosi col Direttore per l’orario delle funzioni stesse, per i catechismi, e per la predicazione (Regolam., 189).

Il complemento più significativo, da parte del Catechista, alla paternità e bontà del Direttore, è la vigilanza sulle condizioni sanitarie dei confratelli e alunni e sull’infermeria. E quando si ammalano gli alunni, non soltanto deve procurare che siano tosto condotti in infermeria, avvertendo al più presto il Direttore e provvedendo alla visita medica, ma trovarsi pure presente a detta visita, prender nota delle prescrizioni relative alle cure, al vitto e riposo, e invigilare perchè vengano osservate (Regolam., 190). Come si vede, quest’incarico è tutto fatto di bontà e paternità, e appunto per questo abbiamo detto che il Catechista, nel sistema di Don Bosco, è una specie di prolungamento della paternità del Direttore, col quale naturalmente dev’essere in costante contatto e pieno accordo.

Al Catechista Don Bosco rivolgeva questo monito nella circolare del 15 novembre 1873: « Il Catechista si ricordi che lo spirito e il profitto morale delle nostre case dipende dal promuovere il Piccolo Clero, le Compagnie dell’Immacolata Concezione, del SS. Sacramento e di San Luigi. Abbia cura che tutti, e specialmente i Coadiutori, abbiano comodità di frequentare la Confessione e la Comunione. Se mai fra le persone applicate ai lavori domestici avvenne alcuno bisognoso d’istruzione, faccia in modo che nulla gli manchi per ricevere la Comunione, la Cresima, servire la Santa Messa e simili. Parli, alquanto tempo prima, delle Solennità da celebrarsi, e, con brevi sermoncini o con qualche esempio analogo, prepari gli allievi con quel decoro e con quella pompa maggiore che si potrà » (275).

c) Il Consigliere e gli altri Superiori.


Quando invece si tratta delle scuole, dello studio, del refettorio, delle ricreazioni e di tutto ciò che costituisce la parte propriamente detta disciplinare, allora, a seconda delle case di studi elementari o classici, di scuole professionali o di scuole agricole, entrano in funzione i Consiglieri chiamati rispettivamente Scolastico, Professionale, Agricolo: i quali, s’intende, agiscono d’intelligenza col Direttore. Da essi dipende l’ordinaria disciplina degli alunni.

Essi devono, in principio dell’anno e ogni qualvolta ne vedono l’opportunità, radunare il personale insegnante e gli assistenti, per trattare dei mezzi più acconci a promuovere lo studio e il profitto. Devono pure di quando in quando interrogare sull’andamento della scuola e della disciplina, e, con carità, dare le opportune norme e consigli ai maestri, specialmente se principianti (.Regolam., 191,192, 193). Tocca ad essi far dare ai nuovi alunni un posto nella sala di studio e provvedere perchè siano assegnati alla classe a cui sono idonei. Non ne devono lasciare nessuno senza occupazione, neppure temporaneamente (Regolam., 194). Tocca ai Consiglieri riunire ogni mese i superiori, gl’insegnanti, i capi d’arte e gli assistenti, per dare i voti di condotta e di lavoro agli alunni (Regolarti208).

Grazie a tali disposizioni, ognun vede che le parti cosiddette odiose sono sempre fatte, in casi ordinari dal Consigliere Scolastico, Professionale, Agricolo, e, in casi straordinari, dal Prefetto. Anche questo per contribuire a che il Direttore possa sempre presentarsi davanti agli alunni come il paterfamilias, aureolato di bontà e dolce paternità.

Vi sono poi i Maestri di scuola, i Maestri d’arte, i Capi-laboratorio e gli Assistenti. Don Bosco volle che i Superiori di qualsiasi categoria, i quali debbono occuparsi dell’istruzione ed educazione degli alunni, fossero forniti delle doti necessarie. Scherzosamente diceva di volere in tutti tre S, e cioè Sanità, Scienza e Santità (276).

Per la preparazione del nostro personale vi è un complesso di disposizioni speciali. La prima formazione si compie negli aspiranti propriamente detti e nei collegi; la seconda, nel noviziato, la terza durante i tre anni di studi filosofici, liceali o di perfezionamento professionale. Durante la seconda e terza prova s’impartono speciali norme pedagogiche e didattiche (Regolarli., 293, 322). Per consolidare poi la formazione pedagogica, i nostri chierici, prima di recarsi a compiere i loro studi teologici, che durano quattro o cinque anni, vengono destinati ad esercitarsi praticamente, come maestri o assistenti, durante un triennio, nella vita ordinaria delle nostre case (Regolam., 51-2).

A Don Bosco premeva soprattutto di assicurarsi che la moralità fosse ineccepibile e che il soggetto mostrasse pure di avere le doti didattiche sufficienti per compiere l’opera educativa. I Maestri e i Professori li voleva ben preparati, e perciò li mandava a prendere i titoli legali o nelle scuole normali o nelle università. Degli Assistenti parleremo più avanti.

Osserveremo infine che Don Bosco era talmente compenetrato della necessità che tutti i Salesiani della Casa fossero in grado di ben corrispondere all’alta loro missione, che scendeva ai più minuti particolari; ed esigeva che anche coloro i quali compiono uffici di diversa importanza, — come il Portinaio, il Sacrestano, l’Infermiere, il Provveditore, il Cuoco, il Guardarobiere, che, nella Casa Salesiana son tutti chiamati Superiori, — fossero ben compresi di trovarsi in un istituto, nel quale essi pure dovevano, con il loro buon esempio e col loro lavoro, cooperare alla buona formazione dei giovani. Altrettanto dicasi dei Famigli, anche se destinati agli uffici più umili della Casa.

3. Requisiti dell’educatore.

a) La figura ideale dell’educatore secondo Don Bosco.


Don Bosco si preoccupava grandemente della formazione di coloro che dovevano coadiuvarlo nell’opera sua educatrice, ed esigeva che avessero determinate doti e requisiti, — oltre la esemplarità di vita religiosa e morale e la debita preparazione, non soltanto pedagogica, ma anche turale, — per potersi conciliare la stima degli allievi. E così voleva dolcezza di modi,, senso di responsabilità, prudenza, fermezza e giusizia nell’agire, moderazione nel castigare, generosità nel perdonare.

Premuniva poi l’educatore contro la diffidenza nell’efficacia della propria opera. L’anima del fanciullo è materia relativamente facile al lavoro educativo! Essa non è come quella dell’uomo adulto, il quale una volta diventato cattivo, difficilmente si lascia piegare; ma è qual molle cera su cui facilmente s’imprime l’immagine che si vuole, e qual vergine terreno in cui il seme si sviluppa e cresce rigoglioso.

Don Bosco ricordava all’educatore non essere egli solo a lavorare, aiutato com’è, efficacemente, dalla grazia di Dio, la quale in larga misura è concessa a coloro cui è stata affidata una particolare missione. Questa grazia illumina, dirige, sostiene, fortifica, dà ascendente sull’anima dei giovani e li rende docili; essa feconda le fatiche dell’educatore, rimuove le difficoltà, e rende vani gli sforzi che il nemico delle anime fa per distruggerne l’opera di bene.

S’incontrano bensì caratteri difficili che sembrano refrattari a tutte le cure, a ogni sforzo dell’educatore; ma, persistendo a curarli con spirito di sacrifìcio e pregando, spesso si riesce a tirare al bene anche queste anime (Regolam., 99; 100, 2°).

Nel 1880 Don Bosco, parlando agli Ex-Allievi Ecclesiastici, narrò la visita di un Capitano exallievo, che alla distanza di 50 anni, ricordandosi delle industrie con cui Don Bosco l’aveva più volte portato da piccolo ai piedi del confessore, era tornato da lui per fare nuovamente la confessione. Indi proseguiva: « Miei cari figliuoli, se un soldato, fra tanti pericoli del suo mestiere, fra tante dicerie che avrà udite, conserva non di meno la memoria delle verità religiose apprese nella sua giovinezza e, venuta la propizia occasione, domanda di confessarsi e si confessa, perchè mai ci perderemo noi di coraggio e ci avviliremo, quando nella cultura dei giovanetti non ci vedessimo subito corrisposti? Seminiamo, e poi imitiamo il contadino che aspetta con pazienza il tempo del raccolto » (277).

Insomma, a Don Bosco premeva che l’educatore non si lasciasse mai prendere dallo scoramento per parergli di non ricavar frutto dalle sue fatiche. A suo tempo le sabbie fecondate, e tanto più quanto maggiormente si abbia pregato e sofferto, daranno esse pure i loro frutti. Bisogna lavorare come l’agricoltore che semina nell’inverno, con la speranza di raccogliere poi nell’estate.


b) DOVERI DELL’EDUCARE

1) Amare i giovani


Don Bosco aveva familiare questo detto : Diligite et diligite animas vestra vestrorum. (Amate e sarete amati; amate però l’anima vostra e quella dei vostri) (278).

Con questo intendeva ricordare ai suoi collaboratori che dovevano amare i giovani unicamente coll’intento di cercare il loro bene spirituale e temporale (Regolam., 103).

Nel pensiero di Don Bosco, « il Superiore deve avere tre qualità speciali: 1° essere pronto a perdonare, 2° tardo a punire, 3° prontissimo a dimenticare. — Non deve far preferenze, — non badare ad antipatie; — ma procurare sempre di diminuire la malevolenza ed aumentare la benevolenza » (279). Don Bosco insomma voleva che i Superiori facessero di sè un olocausto assoluto per guadagnare se stessi e i loro soggetti a Dio (280); perciò dovevano, « essere disposti a fare grandi sacrifici, nulla risparmiando, nulla trascurando di quanto può contribuire alla maggior gloria di Dio, alla salute delle anime », poiché la carità

usata verso i giovani è il mezzo più acconcio per far loro del bene (281).


2) Essere paziente.


L’amore verso i giovani deve anche essere, in modo speciale, paziente, secondo le parole di San Paolo: «La Carità è longanime, benigna, soffre ogni cosa, copre tutto e sostiene qualunque disturbo» (282). Don Bosco non si stancava di ripetere che sulla carità e sulla pazienza è tutta appoggiata la pratica del sistema preventivo (Regola-men., 91). E aggiungeva: « Anche quel maestro, quell’assistente, potrebbero troncare ogni questione con mezzi sbrigativi o violenti; ma questo, riteniamolo bene, se qualche volta tronca un disordine, non fa mai del bene e non serve mai a far amare la virtù o a farla penetrare nel cuore di nessuno. Ci sia il vero zelo, sì; si cerchi ogni modo di far del bene, sì; ma sempre pacatamente, con dolcezza, con pazienza... Costa? Lo so anch’io che costa; ma la parola pazienza deriva da patì che vuol dire patire, tollerare, soffrire, laici violenza. Se non costasse fatica, non sarebbe più pazienza. Ed è appunto perchè costa molta fatica che io la raccomando tanto, ed il Signore la inculca con tanta istanza nelle Sacre Scritture... Impazientirsi? Non si ottiene che la cosa non fatta sia fatta, e neppure non si corregge il suddito con la furia » (283).

Poi ci vuole quella pazienza che è costanza, perseveranza. « Vedete là un giardiniere quanta cura mette per tirar su una pianticella; si direbbe fatica gettata al vento; ma esso sa che quella pianticella col tempo verrà a rendergli molto, e perciò non bada a fatiche. Comincerà a lavorare e sudare per preparare il terreno, e qui scava, là zappa, poi concima, poi sarchia, poi pianta, e mette il seme. Poi, come se questo fosse poco, quanta cura e attenzione nel badare che non si calpesti il luogo dove fu seminato, perchè non vengano uccelli e galline a mangiare la semente Quando la vede nascere, la guarda con compiacenza: — Oh! germoglia, ha già due foglie, tre..

— Poi pensa all’innesto, ed oh! con quanta cura lo cerca dalla migliore pianta del suo giardino e taglia il ramo, lo fascia, lo copre, procura che il freddo o l’umidità non lo faccia morire. Quando poi la pianta cresce e volta o si piega da una parte, subito cerca di mettervi un sostegno che la faccia crescere diritta; o, se teme che il fusto o tronco sia troppo debole e che il vento o la bufera lo possano atterrare, gli pone accanto un grosso palo, e lo lega e lo fascia, perchè non abbia a succedere il temuto pericolo. Ma perchè, o mio giardiniere, tanta cura per una pianta?

— Perchè se non faccio così, essa non mi darà frutti; se voglio averne molti e buoni, devo assolutamente fare così. — E purtroppo, notate, malgrado tutto ciò, soventi volte muore l’innesto, si perde la pianta; ma nella speranza di rifarsi poi, si fan tante fatiche.

« Ancor noi, miei cari, siamo giardinieri, coltivatori, nella vigna del Signore. Se vogliamo che il nostro lavoro renda, bisogna che mettiamo molta cura attorno alle pianticelle che abbiamo da coltivare. Purtroppo, malgrado molte fatiche e cure, l’innesto seccherà e la pianta andrà a male; ma se queste cure si pongono davvero, nel maggior numero dei casi la pianticella riesce a bene... Caso mai non riuscisse, il Padrone della vigna ce ne ricompenserà ugualmente, essendo tanto buono! Tenetelo a mente, non valgono le furie, non valgono gli impeti istantanei; ci vuole la pazienza continua, cioè costanza, perseveranza, fatica» (284).

3) Coltivare l’intesa reciproca.


Una cosa da Don Bosco molto desiderata era che ci fosse reciproca comprensione e intesa.« Amatevi gli uni e gli altri; aiutatevi gli uni e gli altri caritatevolmente, e non succeda mai che alcuno tenga astio contro il suo fratello e lo screditi con parole sconvenienti » (285). « Questo è l’amor fraterno. Ma a che grado dovrebbe esso ascendere? Iddio Salvatore ce lo disse: Mandatimi novum do vobis: ut diligatis invicem sicut dilexi vos (286); amatevi a vicenda, nel modo, con quella misura con cui io ho amato voi. Ma questo amore per essere come si richiede, deve essere tale, che il bene di uno sia il bene di tutti, e il male di uno sia il male di tutti » (287).

« I preti siano solidarii gli uni degli altri in tutto ciò che spetta all’eterna salvezza loro propria e dei giovani del collegio (288) e per promuovere insieme d’accordo le cose buone, l’iniziativa venga da chi si vuole (289). Qual è lo spirito che deve animare questo corpo degli educatori salesiani? Miei cari, è la carità. Ci sia carità nel tollerarci e correggerci gli uni gli altri; mai lagnarci l’uno dell’altro; carità nel sostenerci; carità specialmente nel mai sparlare dei membri del corpo. Questa è una cosa essenzialissima alla nostra Società; perchè se vogliamo fare del bene nel mondo è d’uopo che siamo uniti fra noi e godiamo l’altrui riputazione... Difendiamoci a vicenda: crediamo nostro l'onore ed il bene della Società; ed abbiamo per fermo che non è buon membro quello che non è disposto a sacrificare se stesso per salvare il corpo. Ciascuno sia sempre pronto a dividere il suo piacere col piacere degli altri, ed anche sia disposto ad assumersi la parte di dolore di un altro... » (290).

E ancora esortava: « Sosteniamoci molto l’un l’altro. Compaia grande nelle Case l’accordo fra i Superiori. Guai, quando si potesse dire dai subalterni: — I Superiori non sono in buona armonia fra di loro; uno vuole e l’altro non vuole: uno appoggia, l’altro combatte la stessa cosa. — Sosteniamoci sempre a vicenda in faccia ai subalterni. Si usino anche mezzi termini per far vedere che vogliamo tutti la stessa cosa, anche quando un subalterno si fosse già accorto del disparere. Sosteniamoci pure col lodarci l’un l’altro, dimostrando la grande stima che ci portiamo scambievolmente. Ogni collegio sostenga sempre moralmente le altre case; si parli sempre degli altri collegi, dando loro lode come fra i migliori e i meglio ordinati » (291).

« Preghiamo gli uni per gli altri, affinchè non avvengano defezioni nella moralità; facciamo il proposito di volerci sempre aiutare a vicenda. L’onore di uno sia l’onore di tutti, la difesa di uno sia la difesa di tutti; tutti siano impegnati per l’onore e la difesa della Congregazione nella persona di ogni individuo, poiché l’onore e il disonore non cade già sopra un solo confratello, ma cade sopra tutti e sopra l’intera Congregazione. Perciò adoperiamoci tutti con zelo, affinchè questa nostra buona Madre non abbia a ricavare danno o vergogna. Applichiamoci tutti a difenderla e ad onorarla » (292).


4) Pregare per i giovani.


Ma nisi Dominus aediftcaoerit domum, in oa-num laboraverunt qui aedificant earn (293). (Se il Signore non edifica la casa, si affaticano invano quei che la edificano). Se si è soli nell’impresa, si farà poco o nulla. Il Signore è quello che fa tutto. L’educatore deve pregarlo affinchè benedica l’o-pera che egli spende attorno ai propri allievi. « L’educazione è cosa di cuore, e dei cuori solo Dio è padrone, e noi non potremo riuscire in cosa alcuna se Dio non ce ne insegna l’arte e non ce ne dà in mano le chiavi » (294).

All’inizio dell’anno scolastico Don Bosco raccomandava caldamente ai Superiori, ai maestri, e ai confessori che pregassero ogni giorno per gli alunni, per gli scolari, per i penitenti, dimostrando loro l’importanza di ottenere da Dio gli aiuti necessari alla buona riuscita della loro missione: e, se accadevano disordini in qualche collegio o in qualche scuola, se certi giovani riottosi non si acconciavano alla disciplina, soleva domandare a chi se ne lamentava: « Preghi tu per i tuoi giovani? » (295).

« Un Superiore — diceva — prima di deliberare, si metta alla presenza di Dio, esamini la sua coscienza, preghi perchè il Signore voglia illuminarlo e fargli vedere se quella disposizione che in-

tende dare è per il bene dei suoi soggetti, esamini ponderatamente la cosa e poi parli secondo-che il Signore gli ispira » (296).


5) Operare con costanza e con rettitudine d’intenzione.


L'opera dell’educazione richiede molta costanza. « Non istanchiamoci mai di f are del bene, e Dio sarà con noi » (297). « Ciò che si può fare oggi, non rimandarlo a domani » (298). « Bisogna operare come se non si dovesse morire mai e vivere come se si dovesse morire ogni giorno » (299).

Ma Don Bosco voleva che si lavorasse col preciso scopo di salvare le anime. « Salve, salvando, salvati » (300) : era il saluto che più spesso rivolgeva ai suoi figli. Ed egli sembrava che non pensasse ad altro.

Quando scendeva in cortile il buon Padre tosto era circondato dagli alunni più anziani. I nuovi si accalcavano dietro a costoro, perchè non osavano avvicinarsi a Don Bosco e farsi strada per essere più vicini a lui. Egli allora li chiamava a sè, e sotto voce, in santa confidenza, diceva ora all’uuo ora all’altro di essi: « Se ti farai buono, saremo amici. — Don Bosco ti vuole bene e vuole aiutarti a salvare l’anima tua. — Il Signore ti ha qui mandato perchè tu fossi sempre più buono e più virtuoso. — La Madonna aspetta che le regali il cuore. — Il Signore vuol fare di te un San Luigi! » (301).

Don Bosco assicurava che i giovani presi così, sono contenti, aprono il loro cuore, incominciano a far bene, diventano amici col Superiore e sono guadagnati, perchè ripongono in lui piena confidenza. Il dire loro subito e chiaro senza ambagi ciò che si vuole da loro per il bene dell’anima, dà la vittoria sui cuori. Don Bosco ne trovò ben pochi che resistessero a queste maniere. Egli asseriva che, all’entrata di un giovane, se il Superiore non dimostra amore per la sua eterna salute, se teme di entrare a parlar prudentemente di cose spirituali, se parlando dell’anima usa mezzi termini, oppure parla in modo vago, ambiguo, di farsi onore, ubbidire, studiare, lavorare, non produce alcun effetto giovevole, lascia le cose come sono, non si guadagna l’affezione; e, sbagliato quel primo passo, non è tanto facile correggerlo. Questo ammonimento era frutto di lunghissima esperienza. « Il giovane — insisteva — ama, più che altri non creda, che si entri a parlargli dei suoi interessi eterni, e capisce da ciò chi gli vuole e chi non gli vuole veramente bene. Fatevi adunque vedere interessati per la sua eterna salute » (302).

« Zelo per la religione e per il buon costume: sacrificio, carità, dolcezza: ecco le virtù caratteristiche di cui devono risplendere i Salesiani » (503).

Ma la cosa più importante di tutte è la santità: «O salesiani santi, o non salesiani» (304). Ciò equivaleva a dire: o santi educatori o non educatori.


c) La ricompensa dell’educatore.
Don Bosco vuole che i suoi educatori abbiano sempre lo sguardo fisso alla ricompensa che il Signore tiene loro preparata: «Oh sì! lavoriamo, che consolantissima ci arride la speranza del premio. Abbiamo la fortuna di dover fare con un buon Padrone! Notate come sono consolanti queste parole: Quia super pauca fuisii fidelis, super multa te constituam (poiché sei stato fedele nel poco, ti darò autorità sul molto) (305). Noi meschini sappiamo far poco, abbiamo poche forze, poca abilità; non importa: in quel poco che possiamo siamo fedeli, e il Signore il premio ce lo darà grande. Quando tu, o maestro, sei stanco, e vorresti lasciare lì le tue occupazioni, attento! bada ad essere fedele nel poco, se vuoi che il Signore ti costituisca nel molto. Oh! un Direttore ha già avvisato, detto, raccomandato, sarebbe lì lì per lasciare anche la pazienza, o piantar tutto che vada come vuole, o fare qualche sfuriata: attento a star fedele nel poco, se vuol essere costituito nel molto! » (306).

Scriveva al chierico Cartier il 1° novembre 1878: « Ritieni che in terra lavoriamo per il cielo. Là saranno ricompensate degnamente le nostre fatiche: al cielo, al cielo! » (307).

A chi entrava in Congregazione, massime se adulto, prometteva « pane, lavoro, paradiso » (308).

Nel 1869 durante gli Esercizi a Trofarello: « Lavorate con fede, speranza e carità. Lavorate con fede, aspirando al premio che ci aspetta in cielo. Non fate le cose perchè il Superiore vi dica un bravo! bene! Lavorate con speranza: quando siamo stanchi, quando abbiamo delle tribolazioni, alziamo gli occhi al cielo; gran mercede ci attende in vita, in morte, nell’eternità; là il premio ci aspetta. Lavorate con carità verso Dio. Egli solo è degno di essere amato e servito, vero rimuneratore di ogni più piccola cosa che facciamo per Lui » (309).

L’educatore dovrebbe consolarsi al pensiero che, se Dio non lascia senza ricompensa un bicchier d’acqua dato in suo nome, certamente riserba un premio incommensurabile a chi spende tutta la sua vita a vantaggio dei piccoli nei quali ama nascondersi: Tutte le volte che avete fatto qualche cosa a uno di questi minimi fra i miei fratelli, l’avete fatto a me (310).



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