Sac. Pietro ricaldone don bosco educatore



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Capitolo III. GLI EDUCANDI

1. Importanza della conoscenza dei giovani.


Don Bosco, appunto perchè mette come base ed essenza del suo sistema educativo la carità, in tutte le sue più soavi manifestazioni, insiste perchè i Salesiani educatori si facciano un dovere di conoscere bene i giovani loro affidati.

Conscio della fondamentale importanza di questo dovere, egli studiava assiduamente il carattere, o, se meglio piace, la psicologia dei suoi ragazzi, agevolato in questo da un naturale intuito, da una disposizione innata a conoscere il cuore e l’indole giovanile.

Ancor piccolino, quasi senza avvedersene, a-veva preso a scrutare il carattere dei singoli suoi compagni, e, fissando taluno in faccia, di leggieri ne scorgeva i progetti del cuore. Fatto più grandicello, la riflessione e i confronti lo resero sempre più perspicace (311). Divenuto sacerdote e capo di una schiera di birichini, per poter conoscere maggiormente la loro indole, approfittava di ogni occasione, e permetteva loro di stargli continuamente ai fianchi (312).

Egli aveva la singolare virtù di cogliere a prima vista il carattere di chiunque ravvicinasse, e, a volte, sotto un’apparenza di idiozia, scorgeva un lampo d’ingegno. Del seguente fatto fu testimonio il Conte Balbo in casa propria. Un giorno accompagnano presso il Santo, nella speranza di affidarglielo, un ragazzo quasi istupidito dall’estrema miseria. Don Bosco amorevolmente gli domanda che cosa sa. Il ragazzo con risposte sconclusionate fa capire che non sa niente di nessuna cosa. Don Bosco replica: — Sai almeno giocare alla barra? — Gli occhi dell’infelice hanno un baleno di compiacenza. Allora il sacerdote, cori l’aria di chi ha fatto un acquisto prezioso, si volge agli astanti e dice seriamente: — Costui fa per me. — E lo accetta. Passano parecchi anni, quando al Conte Cesare Balbo viene annunziata la visita di un Salesiano. Lo riceve e si vede davanti un prete sconosciuto ma di bella presenza, di conversazione vivace, pieno d’ingegno. Questi dice: — Lei non mi conosce; io sono quel ragazzo che, nelle tali e tali circostanze, fu accettato da Don Bosco nella di Lei casa a Nizza(313)

Qui ci sovviene che il grande Pontefice Pio XT, in una paterna conversazione, ci diceva che, giovane prete, aveva raccomandato a Don Bosco un povero giovanetto, il quale fu senz’altro accolto molto volentieri dal Santo. Però, dopo qualche tempo, colto da forte nostalgia per la famiglia, il ragazzo fuggì dall’Oratorio. L’allora Don Achille Ratti ne provò sommo dispiacere e si credette in dovere di chiedere scusa a Don Bosco, aggiungendo che quel giovane doveva essere zotico e di poco buon conto e che, per questo appunto, rincresceva a lui maggiormente di averlo raccomandato. Il Santo invece, con cordiale sorriso di grande bontà, gli rispose: « No, quel giovanetto ha dimostrato di non essere uno zotico, perchè ha saputo trovare il modo di fuggire senza che nessuno lo sorprendesse. Escludo poi che sia un poco di buono, perchè fuggì per un sentimento di amore verso la famiglia. Lo segua, quel ragazzo; e vedrà che farà buona riuscita». E Pio XI concludeva: « Effettivamente quel giovanetto fece ottima riuscita ».

Parimenti Don Bosco conobbe la buona indole di Resucco Francesco al primo incontro. 11 piccolo, ricordando i benefizi del Prevosto dell’Argenterà, suo padrino, piangeva di riconoscenza verso il grande benefattore. E Don Bosco, al vedere quel pianto, pronosticò: « Questo giovanetto,

mediante coltura, farà eccellente riuscita nella sua morale educazione. È provato dalla esperienza che la gratitudine nei fanciulli è per lo più presagio di un felice avvenire; al contrario coloro che dimenticano con facilità i favori ricevuti e le sollecitudini a loro vantaggio prodigate, rimangono insensibili agli avvisi, ai consigli, alla religione, e sono di educazione difficile, di riuscita incerta » (314).

Di conseguenza il contegno e le parole di Don Bosco si adattavano mirabilmente al carattere dei singoli, che egli aveva cura di non violentare, ma di rispettare, pur cercando, secondo i casi, di frenarli, di regolarli, e, insomma, di svilupparli e migliorarli, procurando sempre di ottenere ciò che era possibile, e non di più. Ecco, ad esempio ciò che scriveva ad un alunno chierico: « Avrei bisogno di farti cacciatore di anime. Ma pel timore che rimanga da altri cacciato, ti propongo soltanto di farti modello ai tuoi compagni nel bene operare. Per altro sarà sempre per te una fortuna grande quando potrai promuovere qualche bene o impedire qualche male fra i tuoi compagni » (315).

Prova di come Don Bosco conosceva la psicologia giovanile, sono varie descrizioni che egli fece dello stato d’animo d’un giovane in disgrazia di Dio. Una volta, dando la buona notte ai giovani dell’Oratorio, descrisse minutamente una tempesta di mare da lui vista sulle coste della Liguria. Prese quindi a fare un paragone tra l’agitazione del mare in burrasca e l’agitazione della coscienza del giovane in peccato, con tanta ricchezza di particolari, con sì fine penetrazione di sentimento e con tanta vivacità e chiarezza, da lasciare la persuasione che Don Bosco era un grande conoscitore degli uomini (oggi diremmo un psicologo) oltreché un grande educatore, e che, nel campo educativo, dava la debita importanza alla conoscenza dell’animo degli alunni (316).

D’altronde una delle basi del suo sistema educativo è appunto la ragione, la quale implica la conoscenza e la comprensione del cuore, delle esigenze e delle inclinazioni del giovane.

Per questo Don Bosco vivamente raccomandava ai suoi collaboratori tale conoscenza, senza la quale non è possibile suggerire ai giovani gli opportuni rimedi per correggerli e, tanto meno, formarli. « Studiamo bene il loro carattere » (317) diceva. « Il Superiore studi l’indole dei suoi soggetti, il loro carattere, le loro inclinazioni, le loro abilità, i loro modi di pensare, per sapere comandare in maniera da rendere facile la ubbidienza, ricordando che non sa comandare chi non sa ubbidire » (318).

Da siffatta conoscenza degli alunni scaturivano queste norme pratiche del nostro Padre: « Con quelli che, permalosi, si offendono facilmente, siate ancor più benigni e pregate per essi. Procurate in ogni modo di infondere loro il rispetto verso i Superiori (319). Non comandar mai cose troppo difficili o ripugnanti. Quando, per trarre qualcuno al bene, o guadagnar qualche anima, servisse una immagine, un foglietto, un li bro, ecc., si doni volentieri » (320).


2. Mezzi per conoscere i giovani.


Purtroppo non tutti gli educatori si rendono il dovuto conto della imprescindibile necessità della conoscenza dei giovani, e quindi non sempre adoperano i mezzi opportuni che a detta cono scenza conducono: tra i quali, certo, non deve mancare, oggi specialmente, quello di valorizzare i dati delle scienze anche psicologiche, con un intelligente e ordinato studio della psicologia del giovanetto.

Nel sistema di Don Bosco l’educatore ha molti mezzi pratici per conoscere a fondo il suo alunno Dal fatto che tutti i Superiori, maestri, assistenti, devono trovarsi possibilmente sempre coi giovani, ne deriva come conseguenza una relativa facilità di studiarne le tendenze, le passioni, i difetti. Ciò praticherà il maestro nelle ore di scuola; ciò faranno i diversi assistenti nelle ore di ricreazione e di passeggio, durante le refezioni, nel teatrino, nei passeggi da un luogo all’altro: insomma, dovunque si possa.

Vi sono poi le riunioni settimanali e mensili, nelle quali i Superiori e gli assistenti, fatta eccezione dei confessori, riferiscono circa i voti di condotta meritati dagli alunni nei singoli posti, dandone al tempo stesso le motivazioni. Da queste notizie e da eventuali possibili discussioni per chiarire meglio le cose, la conoscenza dei singoli alunni diviene per tutti sempre più fondata e sicura, chiara ed esauriente. Sarebbe deplorevole che un educatore volesse dar subito un giudizio ed enunciarlo come definitivo, solo per aver dato un’occhiata a un alunno, per averlo colto in flagrante per qualche mancanza, o per averlo trattato poco e fugacemente: ciò porta in pratica solo conseguenze penose, perchè chi è corrivo a formulare giudizi, si espone al pericolo di errare, e quindi di nuocere alla giustizia e alla buona fama dell’alunno.

È vero che, per una conoscenza perfetta, sarebbe necessaria una vera penetrazione nel cuore dei giovani, perchè troppe volte le apparenze ingannano, e sappiamo quanto sia difficile trovare la via per entrare nell’intimo di un’anima. Ecco perchè Don Bosco nel suo sistema educativo vuole un contatto quasi continuo con gli alunni, allo scopo di studiarne, — attraverso le parole, i gesti, gli scatti, e in particolare ponderando le diverse mancanze, — ciò che dell’interno può apparire al di fuori.

L’educatore per vocazione non può e non deve dimenticare mai la necessità di questo contatto: il quale contribuirà ad orientare sempre meglio ogni suo pensiero, ogni sua parola, ogni sua azione, e a sviluppare quello spirito di osservazione per cui, seguendo i giovani dovunque essi siano, si tien conto di qualunque cosa essi dicano o facciano.

La missione dell’educatore è tanto alta da esigere che egli viva del continuo per gli altri e con l'animo proteso verso i giovani: il che importa pure un vigilare continuamente sopra se stesso, intento a ripensare alle osservazioni fatte, a confrontarle, ad approfondirle, onde render sempre più perfetta la conoscenza che egli ha dell’educando.

Ma, per arrivare a tanto, è necessario averne fatta l’abitudine, la quale si acquista facendo degli educandi la nostra preoccupazione continua, un nostro libro vivente. Ed era appunto questa, come abbiamo visto, la costante raccomandazione di Don Bosco.

Egli stesso poi asseriva che vi sono dei momenti in cui l’indole del giovanetto si manifesta più chiaramente, spontaneamente e quasi senza ritegno: come nella foga della ricreazione, nel prendere cibo, durante le rappresentazioni teatrali, e quando uno crede di poter agire senza essere osservato. Anche per questo motivo Don Bosco dava tanto impulso al gioco, raccomandando ai Superiori di prendervi parte. Durante le ricreazioni il giovane è maggiormente espansivo ed aperto, favorendo così dati più sicuri circa le sue energie fisiche e il suo carattere. Un giorno il Chierico Luigi Lasagna, già professore, giocava coi suoi scolari alla « palla a pugno » (o « pallone », come allora si diceva), in cui era valentissimo. Don Bosco in quel mentre entrava in cortile, e, dopo averlo qualche tempo osservato, disse a Don Garino che gli era al fianco: «Vedi Lasagna? Che buona stoffa per farne un Missionario! ». E diventò missionario e vescovo (321).

Notiamo in fine questa riflessione di Don Bosco a Don Barberis: « Quando un giovanetto domanda sempre questo o quello, per istruirsi, a chi lo può sapere, costui fa bene. Invece ve ne ha di quelli che stanno sempre lì come tanti fàr-fu (balordi); non domandano mai nulla. Per costoro questo non è buon segno » (322).

3. L’indole dei giovani.


Certi pedagogisti rendono talvolta essi stessi più difficile il loro già arduo compito di studiosi e di insegnanti, moltiplicando, sotto diversi punti di vista, classifiche e sottoclassifiche dei caratteri dei giovani. Basta leggere qualche testo di tipologia per persuadersene. Le intenzioni sono certamente buone; ma in tutte le cose non bisogna oltrepassare i limiti. Don Bosco, nel capitolo quinto dell’opuscolo sul sistema preventivo, dice, con grande semplicità, che « i giovanetti sogliono manifestare uno di questi caratteri diversi: indole buona, ordinaria, difficile, cattiva ». Per parte nostra, pur ammirando il non facile lavoro di quanti si dedicano allo studio della caratterologia, pensiamo che, per la maggior parte dei casi, ci si possa limitare alle quattro categorie indicale da Don Bosco, e alle norme pratiche da lui dateci in proposito.

Il Santo suggerisce che, quando noi ci troviamo dinanzi a giovani che hanno sortito da natura un carattere ed un’indole buona, ci limitiamo con essi a servirci della sorveglianza ordinaria e generale, spiegando loro le regole e raccomandandone l’osservanza.

La grande categoria, secondo Don Bosco, è costituita da coloro che hanno carattere e indole ordinaria, alquanto volubile e proclive all’indifferenza. Il nostro Padre dice che costoro hanno bisogno di brevi, ma frequenti raccomandazioni, avvisi e consigli. Bisogna incoraggiarli al lavoro, anche con piccoli premi, e dimostrare di aver grande fiducia in loro senza trascurarne la sorveglianza.

Don Bosco mette poi insieme la terza e quarta categoria, vale a dire, quella dei caratteri difficili, e cattivi. A costoro vuole che siano in modo speciale rivolti gli sforzi e le sollecitudini. Egli calcola il loro numero, uno su quindici. E vuole che ogni superiore si adoperi per conoscerli, e a tal fine s informi della loro passata maniera di vivere, si mostri loro amico, li lasci parlare molto; ma egli parli poco ed i suoi discorsi siano brevi esempi, massime, episodi e simili. Insiste poi perchè non si perdano mai di vista, dando tuttavia a divedere che non si ha diffidenza di loro. Sopra di costoro i maestri e gli assistenti devono sempre tenere lo sguardo, e, se si accorgono che taluno sia assente, lo devono tosto far ricercare sotto apparenza di aver qualche cosa da dirgli o manifestargli. Avverte poi che, se a costoro si dovesse fare un biasimo, un avviso o correzione, non si faccia mai in presenza dei compagni. Si può, tuttavia approfittare di fatti, di episodi avvenuti ad altri per tirarne lode o biasimo sopra coloro di cui si parla( Regolam., 105-110).


4. I giovani pericolosi.


Dopo aver considerato i vari caratteri in se stessi, vediamoli ora alla luce dell’influsso che essi possono esercitare sopra dei compagni. Don Bosco in questo caso ci mette particolarmente in guardia circa quei giovani che egli chiama « pericolosi ».

« Per conoscere i giovani moralmente pericolosi, — afferma il nostro Padre, — fin dal principio dell’anno io li distinguo in due classi; i cattivi, corrotti di costumi, e quelli che abitualmente si sottraggono all’osservanza delle regole. E primieramente in quanto ai cattivi, dirò una cosa che sembra impossibile, ma pure è così come io affermo. Fra cinquecento alunni in un collegio supponiamo ve ne sia uno solo guasto di costumi. Ecco entrare un nuovo accettato, egli pure infetto dal vizio. Questi due sono di paesi, di province, anzi di stati diversi; di classe, di camerata distinte; non si sono mai conosciuti, mai visti; eppure al secondo giorno di collegio, e talvolta anche dopo poche ore, voi li scorgete insieme nel tempo della ricreazione. Sembra che un malefico istinto li spinga ad indovinare chi è tinto dalla stessa loro pece, e che una calamita del demonio li attiri a stringere amicizia. Il « dimmi con ehi vai e ti dirò chi sei », è un mezzo facilissimo per scoprire le pecore rognose prima ancora che diventino lupi.

« Un’altra classe di allievi non. si deve tenere in casa. Quando avrete qualche giovanetto che pare buono, ma è spensierato, si assenta facilmente dai luoghi ove lo vuole la regola, lo trovate spesse volte solo negli angoli del cortile, su per le scale, sui balconi, nei ripostigli, insomma nei luoghi nascosti all’occhio del Superiore, temete sempre. Non lasciatevi illudere da apparenza di timidezza, di naturale solitario, di leggerezza o di ingenuità. Costui o sa fingere bene o incontrerà immancabilmente chi lo guasterà. Ritenete che questi individui sono pericolosissimi» (323).

Da tutto quanto disse e fece Don Bosco, balza sempre più evidente questa conclusione: che non è possibile nessun lavoro educativo senza uno studio serio degli educandi; anzi, poiché l’educatore, secondo il sistema preventivo, ha il dovere di amare i giovani, e amarli a tal punto che essi giungano a persuadersi di essere amati, per questo, più che in ogni altro sistema, è necessario ed insostituibile lo studio dell’alunno. Solo quando di lui si conoscano le tendenze, le passioni, le inclinazioni, i difetti, sarà possibile man mano correggerlo, e così far toccare con mano all’educando che si vuole solo e sempre- il suo vero e massimo bene.

Don Bosco insiste inoltre perchè, al disopra della conoscenza di cui abbiamo parlato, l’educatore possegga una conoscenza d’indole ancor più alta e nobile, e cioè la conoscenza soprannaturale dei giovani, che si devono considerare. « delizie di Dio » e trattare « come si tratterebbe Gesù stesso ». Alla luce di questi princìpi, egli vedeva in ogni giovane un’anima da salvare, e non trascurava ogni più ardua fatica per salvarla (324). Riguardava tutti i giovani come un prezioso deposito confidatogli da Dio stesso, e, parlando di loro, soleva dire con santa allegrezza: « Dio ci ha mandato, Dio ci manda, Dio ci manderà molti giovani. Teniamone conto. Oh! quanti altri giovani ci manderà in avvenire il Signore, se sapremo corrispondere con sollecitudine alle sue grazie! Mettiamoci davvero con ardore e sacrificio per educarli e salvarli » (325).

Solamente così l’educatore avrà per l’alunno il rispetto dovutogli, ed il coraggio e la forza per superare tutte le difficoltà che porta con sè il lavoro educativo tra la gioventù.




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