Sac. Pietro ricaldone don bosco educatore


Sezione II. IL METODO Capitolo IV. LA DISCIPLINA COME MEZZO GENERALE DELL’EDUCAZIONE



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Sezione II. IL METODO

Capitolo IV. LA DISCIPLINA COME MEZZO GENERALE DELL’EDUCAZIONE


Esaminando i principali elementi del sistema preventivo di Don Bosco, abbiamo già avuto occasione di dichiarare che non sono creazioni o invenzioni sue, poiché di essi si servirono già altri educatori, e in tutti i tempi, ma che Don Bosco seppe dar loro una forma, una tonalità, un’anima tutta sua propria. Data appunto la marcata applicazione personale fattane dal santo Fondatore e dai suoi, essi vengono a costituire in certo modo le basi della metodologia educativa salesiana.

Non basta però avere buoni princìpi, idee chiare, concetti ben elaborati delle cose da farsi: oltre alla possibilità di tradurre tutto ciò in pratica, ci vuole quella tecnica, o meglio quella tattica speciale, e quello spirito che danno vita e valore al cosiddetto metodo. A volte ottimi princìpi furono compromessi, e mezzi di non dubbia efficacia frustrati, perchè non si seppe applicarli o non si indovinò il modo giusto di attuarli praticamente.

Ora sé ciò avviene per tutte le operazioni umane, nelle imprese dell’industria e dell’arte, tanto più si avvera in questa eccelsa missione dell’educatore, in quest’arte delle arti, da cui dipende, non già un interesse materiale o artistico, sia pur rilevante, ma il perfezionamento della stessa persona umana. L’educatore non lavora il legno, il marmo, il ferro, ma bensì le menti e i cuori, la volontà e l’animo dei suoi educandi: e per un’impresa sì alta e delicata occorre ricoprirsi le mani di velluto.

Siccome l’educazione è l’arte più aderente alla persona umana, e diretta specialmente all’intelligenza e alla volontà, la sua metodologia deve improntarsi e ispirarsi alle esigenze stesse di queste menti e di queste volontà. In una parola i mezzi dell’educazione devono essere sempre capiti e accettati dagli educandi stessi.

Proprio in questa luce è bene vedere ed esaminare la metodologia educativa salesiana, cogliendone per dir così tutta l’anima: e proprio in questa luce, secondo il pensiero e la pratica di Don Bosco, bisogna interpretare anzitutto il principio di autorità, che nell’ambiente educativo mantiene in fiore la disciplina.

L’autorità educatrice, mentre fa sì che l’educatore si rivesta di quella superiorità che è indispensabile per l’esercizio della sua missione, vuole inoltre che tale superiorità sia tutta e solo in funzione del bene dell’educando. Si tratta infatti di giungere a illuminare delle intelligenze, e soprattutto a muovere delle volontà: e un’autorità che sia tutta esteriore e quasi meccanica non troverà mai la chiave per aprire le porte dei cuori, le quali sono spalancate soltanto all’amore.


1. Amorevolezza e disciplina.

a) Autorità educatrice e perciò amorevole.


Veniamo ora al momento, che vorremmo dire solenne e cruciale, in cui l’educatore salesiano, imbevuto dei princìpi di Don Bosco e cosciente apprezzatore dei mezzi educativi a sua disposizione, si accinge a metterli in pratica tra i giovani affidati alle sue cure. Egli si trova preoccupato nei riguardi della propria autorità; e forse è tentato di farla valere e di difenderla con qualunque mezzo anche violento. Ebbene, egli, alla scuola e sulle orme di Don Bosco, deve saper rivestirsi di un’autorità amorevole, fino a lasciarsi compenetrare e dominare interamente da essa. Solo così egli mostrerà di possedere una vera e completa formazione salesiana: e, soprattutto, solo così egli potrà sperare, anzi assicurarsi, il risultato positivo della sua azione educativa.

Infatti, ed è bene ripeterlo spesso, l’amorevolezza salesiana — legittima e purissima figlia della carità cristiana — è quella virtù, quell’abito di parlare, di sentire, di agire, più conforme alla mentalità, alla sensibilità stessa dell’educando.

I moderni pedagogisti affermano che nessuna condizione autorevole, nessuna manifestazione psichica e morale della persona dell’educatore, meglio si addice, più si conviene e più fa presa suil’ammo giovanile degli educandi, che il modo di parlare, il modo di sentire, il modo di fare, amorevoli. E con questo riconoscimento dànno ragione a Don Bosco, che volle assegnare e stabilire come fondamento del suo sistema educativo, insieme alia ragione e alla Religione, l’amorevolezza.

II nostro Padre Don Bosco, spaziando col suo sguardo sopra tutta la storia dell’educazione, individuò quasi intuitivamente questo fondamento, e perciò, senza tante elucubrazioni e pretese scientifiche, ha iniziato la spiegazione del suo pensiero pedagogico con queste parole: « Due sono i sistemi in ogni tempo usati nell’educazione della gioventù: preventivo e repressivo». Ed egli si schiera senz’altro decisamente dalla parte del sistema preventivo, asserendo che quello repressivo potrà forse essere utile per altri scopi, ma non per educare i giovani. E non poteva essere diversamente. Il Santo, ispirato sempre alla carità più perfetta e sentita, non poteva non assegnare, come punto di raccordo tra l’azione dell’educatore e la reazione dell’educando, ossia come modo di fare e di agire del primo sul secondo, se non questa stessa carità fatta di amorevolezza.

E qui ci si consenta di indugiarci ancora un poco su questa, che è l’anima e il principio dominatore immediato del lavoro pedagogico salesiano.

È certo che l’amore, mentre è il più forte sentimento che domina il cuore umano, è anche per l’uomo stesso cagione o della sua maggior grandezza o della sua più degradante abiezione. È assolutamente indispensabile saperlo santamente intendere questo amore, rettamente indirizzare, fortemente dominare. L’amore educativo è uno dei sentimenti più delicati e più difficili, che non tutti sanno apprezzare, dosare, orientare. Educati alla scuola di Don Bosco, noi preferiamo chiamare subito questo amore col nome di carità. La parola amore, troppe volte abusata e profanata, potrebbe forse portare alla memoria ricordi che fanno arrossire l’uomo. La carità invece, sempre irradiata dalla luce della Fede, non possiamo considerarla se non redimita con l’aureola della dedizione e del sacrificio. Appunto perchè Iddio ha voluto chiamarsi carità, noi Lo andiamo a cercare ai piedi della Croce, dove il Signore ha dato agli uomini la più eccelsa prova del suo amore nel più grande dei sacrifici. Gesù Cristo stesso dice che solo chi dà la vita per colui che ama, dà la massima prova dell’amore. L’educatore pertanto, appunto perchè deve essere l’uomo del sacrificio, dovrà essere al tempo stesso l’uomo della carità. « L’educatore, — ha detto Don Bosco, — è un individuo consacrato al bene dei suoi allievi » (Regolam., 99). In questo clima o meglio in quest’ambiente soprannaturale di Fede, di Carità, di Sacrificio, Don Bosco forgiò l’amorevolezza salesiana.

Quest’ultima considerazione ci fa capire quale sia il suo carattere, la sua misura, il suo soggetto.

Il suo carattere o la sua nota costitutiva e formale è tutta basata sull’amore di Dio e del prossimo. In forza di questo principio, l’educatore, nello svolgere l’opera sua, amerà i giovani pensando di prestare ossequio e servizio a Dio. Amerà i suoi giovani, perchè sono creature e immagini di Dio e, in essi, amerà i loro più grandi interessi, che sono gl’interessi stessi di Dio, vale a dire, l’anima, la perfezione cristiana, la salvezza eterna.

La misura, l’estensione, la profondità dell’amore educativo sarà dato dall’amore di Dio verso l’uomo, che è senza misura. Solo così l’amore educativo ha saputo e saprà spingere l’educatore ai più grandi sacrifici, rendendoglieli cari, facili, e desiderati appunto perchè servono a meglio compiere la sua missione educatrice.

Ne deriva infine che anche l’oggetto di questo amore non sarà ristretto e meschino, — come se si trattasse di cose e d’interessi materiali o terreni, — ma sarà sempre un oggetto di ordine spirituale, soprannaturale, divino.

Tale è l’amorevolezza salesiana e la carità educativa di Don Bosco. Essa pervade così tutte le manifestazioni, tutto il modo di pensare, di sentire, di fare dell’educatore salesiano nell’opera sua verso i giovani.

b) La mancanza di amorevolezza.


Due grandi pericoli minacciano purtroppo la rettitudine, l’elevatezza, l’eccelsa purezza della carità. Sono due funeste ed opposte infiltrazioni che, insinuandosi man mano nell’animo dell’educatore, possono riuscire a incrinare e falsare il sentimento purissimo dell’amore educativo.

Una è l’infiltrazione di un sentimento che non si sa bene se sia manifestazione di egoismo e di superbia, oppure la triste risonanza al di fuori di un temperamento e carattere eccessivamente forte, violento, impetuoso, che dissecca le sorgenti stesse dell’affetto e della amorevolezza. È il carattere dell’educatore apatico, freddo, severo, portato quasi in modo irresistibile alla violenza nel trattare i giovani. Freddezza e apatia però che si manifestano con l’ambizione del dominio, con la pretensione dell’esagerata disciplina, con l’eccessiva severità e con quegli scatti violenti, che purtroppo non vanno spesse volte disgiunti da opposte passioni pure violente, che possono degenerare in tristi conseguenze.

L’altra è la malsana infiltrazione della sensualità, che emerge dai bassifondi della guasta natura, cioè da quel fango di cui l’uomo è impastato, e che, al dire dell’Apostolo, vorrebbe avere il sopravvento sullo spirito. È una funesta e alle volte violenta simpatia, la quale, se non è prontamente combattuta ed energicamente repressa, facilmente trascina a ignobili cadute e a deplorevoli prevaricazioni.

Ambedue queste infiltrazioni guastano in un modo o in un altro la delicatezza e la purezza della carità educativa, e, in genere, quel santo equilibrio che non deve andare mai disgiunto dalla ben intesa amorevolezza. Si direbbe che l’educatore è come colui che cammina sul crinale di una montagna ed ha continuamente ai fianchi e sotto i suoi occhi ripidi pendii, che minacciano l’incolumità dei suoi passi. Guai se svia, se perde l’equilibrio, se sbanda da una o dall’altra parte!

Rimandando a luogo più opportuno la considerazione del secondo di questi pericoli, soffermiamoci per ora sul primo, che consiste nell’amare troppo poco. In questo caso, poiché viene a mancare all’educatore la forza che deriva dalla carità, egli si trova esposto a lasciarsi trascinare da antipatie, da sospetti, da pessimismi, da poco interesse per il bene dei giovani; facilmente pensa male di essi, ne parla poco bene, non si interessa di far conoscere sufficientemente la legge, non fa la correzione o la fa in modo sconveniente; e infine si lascia trascinare ad infliggere con troppa facilità castighi persino avvilenti, dominato com’è dal vizio contrario alla carità, vale a dire, dall’ira, dall’amor proprio che lo abbassa a scatti di rabbia, a percosse, insomma a una condotta affatto indegna di un educatore cristiano.

Per questo, prima di passare a trattare della disciplina, parleremo brevemente di un mezzo che serve in modo mirabile a far evitare l’indicata deviazione pedagogica: è il gran mezzo dell’allegria.


c) Servire il Signore in letizia.


Nelle brevi pagine che dedica alla trattazione del sistema preventivo, Don Bosco parla della « ampia libertà di saltare, correre, schiamazzare a piacimento » che l’educatore salesiano deve lasciare agli allievi (Regolam., 93). Queste parole rivelano il pensiero di Don Bosco, il quale voleva che le sue Case risuonassero della voce giuliva degli alunni come espressione della gioia e allegria che inondava i loro cuori. Si direbbe che, per Don Bosco, l’allegria costituisca come una delle basi del suo sistema. Nel suo pensiero l’allegria dà lena ai giovani nello studio e nel lavoro, rendendo loro dolce la pratica dei doveri religiosi, e piacevole la vita nell’istituto.

« Vivete pure nella massima allegria, — ripeteva, — fate chiasso, correte, saltate, purché non facciate peccati » (326). Anzitutto egli badava alla fonte della vera letizia, cioè alla grazia di Dio e conseguentemente alla frequenza dei Santi Sacramenti della Confessione e della Comunione, i quali ridonano serenità e pace alla coscienza, togliendo la sorgente principale del malumore, cioè il peccato. « Coscienza monda e pura, — soleva dire, — ecco la vera pace nel servire il Signore » (327).

Nemico della taciturnità e dei nascondigli, amava che i giovani nelle ricreazioni si esercitassero specialmente nei movimenti del corpo e nella musica, prendendovi parte assai volentieri egli stesso, anche per disingannare quelli che, per un malinteso spirito o per scrupolo, se ne astenevano. E affermava: « Io desidero vedere i miei giovani a correre, a saltare allegramente nella ricreazione, perchè così sono sicuro del fatto mio » (328). « Riguardo ai giuochi, — diceva altra volta, — è da ritenere che il giovane deve stare contento, e perciò bisogna svagarlo con giuochi. A tale effetto noi non si trascura nulla; anzitutto la musica, e poi gli esercizi fisici. Quando il giovane è stanco di giocare, finisce spesso con l’andarsene a pregare in cappella, che trova sempre aperta» (329).

Delle passeggiate (330), del teatrino e delle accademie (331), delle feste (332) e in generale di tutte quelle risorse educative che servono a svagare la mente dei giovani e a riempir loro il cuore di gioia, e in ispecie dell’accademia in onore del Direttore. per il suo valore altamente educativo, (333) e anche del carnevale (334), voleva che si servissero gli educatori per accrescere nei cuori dei giovani la letizia e l’allegria. All’Oratorio si sa per esperienza che queste feste, anziché dissipare i giovani, conciliano anzi l’applicazione allo studio, sia perchè i Superiori sanno a tempo e luogo allentare e stringere il freno, sia perchè l allegria, così ben condita di pietà, è composta e serena-trice (335).

Nulla sfuggiva al fine senso pedagogico di Don Bosco per rendere lieta la vita dei suoi giovani. Perciò stabiliva che il trattamento a tavola fosse buono, e che il vitto, pur essendo adatto alla condizione sociale degli alunni, fosse sano, ben confezionato, vario. Speciale doveva essere il trattamento a mensa nelle solennità e ricorrenze partrice. (335).

Così il buon Padre di tutto si serviva per far toccar con mano ai giovani che il servire iì Signore può e deve andare bellamente unito con l’onesta allegria (337).


d) Costante allegria del Padre.


E di questa allegria egli dava un continuo ed eroico esempio. Fin da fanciullo aveva intravista l’importanza di questo fattore, e, sotto la spinta d’un prepotente bisogno di viverla e di comunicarla, se n era fatto ben presto apostolo ardente.

Ai Becchi divertiva i coetanei, esercitandosi nell’arte del canto e del saltimbanco. Ma poiché il divertimento costituiva, per lui, solamente un mezzo per far del bene alle anime, sul più bello del gioco, invitava gli spettatori alla recita del santo Rosario o ad ascoltare una lezione di catechismo o la ripetizione della predica dei parroco.

Studente a Chieri, incantava i condiscepoli con le sue facezie ed amene trovate, mostrando la sua abilità nei giuochi di prestigio, senza per altro perdere di vista il pensiero di Dio e l’invito alla frequenza dei SS. Sacramenti. Con la sua parola s’impadroniva delle menti e dei cuori, traendoli dove voleva (338). In breve tempo — giova ricordarlo — fra i condiscepoli, che spesso si recavano da lui per il desiderio di farsi ripetere le lezioni di scuola, di ricrearsi e di sentirlo parlare, fondò' la Società dell’allegria, nelle cui riunioni ciascuno era obbligato a cercare quei libri, introdurre quei discorsi e trastulli che avessero potuto contribuire a stare allegri, ed era proibita ogni cosa che cagionasse malinconia o fosse contro la legge di Dio. Giovanni era alla loro testa, e di comune accordo furono posti per base alla società due articoli: i) Ciascun membro della Società dell’Allegria deve evitare ogni discorso, ogni azione che disdica ad un buon cristiano. 2) Esattezza nell’adempimento dei doveri scolastici e dei doveri religiosi (339).

In seguito, la prima cosa che lo colpì entrando nel Seminario, fu la meridiana del cortile, sovra la quale stava scritto il verso: Afflictis lentae, coleres gaudentibus horae (lente trascorrono le ore per chi è triste, fuggono invece per chi sta in allegrezza). « Ecco, — disse all’amico Garigliano, — ecco il nostro programma: stiamo sempre allegri e passerà presto il tempo » (340).

Fedele al suo programma, era di una gaiezza e di tale attrattiva nel raccontare storielle graziose ai chierici, da non potersi immaginare. Però d’indole e di carattere serio qual era, anche nelle cose più ridicole, egli mai si vide ridere sgangheratamente (341).

Divenuto Sacerdote, fra le massime che per più di quarant’anni conservò nel Breviario, c’era anche questa: Cognovi quod non esset melius nisi laetari et facere bene in vita sua (e riconobbi che non c’è di meglio per l’uomo che gioire e far bene nella sua vita) (342). Al Convitto Ecclesiastico, nulla smise del suo fare allegro e gioviale, che rendevalo principe in qualunque conversazione. Però nei suoi scherzi e burle teneva sempre un contegno calmo, sorridente e composto, nè mai dava in iscrosci di risa (343).

Tale fu Don Bosco per tutta la sua vita, spargendo intorno a sè gioia e riso, che ripetevano le loro scaturigini nella santità della sua vita e nel suo completo abbandono alla volontà di Dio. Così nella povertà: quanto più era povero, tanto più viva gli brillava in fronte una speciale allegrezza (344). E così ancora nelle malattie: durante l’infermità del luglio 1862 appariva talmente arguto e spigliato, che bastava vedere lui in tale stato conservare una faccia ognora allegra, per sentirsi spinti ad abbracciare con pace i più gravi patimenti (345). È stato comprovato che, quando era maggiore la deficienza dei mezzi o più grandi le difficoltà e le tribolazioni, lo si scorgeva più allegro del solito, tantoché nel vederlo più frequente e spiritoso nel faceziare dicevano i suoi figli: «Bisogna che Don Bosco sia ben nei fastidi, giacché si mostra così sorridente ». Infatti esaminando le circostanze nelle quali si trovava allora, ed interrogandolo, venivano a scoprire i nuovi e gravi ostacoli che gli si paravano davanti (346).

Il 15 agosto 1887 all’Oratorio si festeggiava il compleanno di Don Bosco. Ma la giornata non doveva passare senza una spina crudele. Una lettera gli comunicava una dolorosa decisione da prendersi senza indugio. Don Bosco inviò Don Cerruti a Roma per vedere se era possibile sistemare le cose in modo diverso. Gli si disse che si aspettava l’immediata esecuzione dell’ordine dato, e così fu fatto. Noi potremmo forse figurarci Don Bosco afflitto da grave melanconia per un caso tanto più doloroso quanto più inaspettato. Invece, uscendo di casa con il coadiutore Enria, questi, al vederlo più giulivo del solito, disse con la confidenza ispiratagli dalla grande bontà di lui: — Oggi Don Bosco è più allegro del solito. — Al che il Santo rispose: — Eppure oggi ho ricevuto il più forte dispiacere che abbia avuto in vita mia. — Dall’Alto gli veniva la calma serena che non lo abbandonava mai in mezzo alle sue pene fisiche e morali (347).

Nulla c’era in lui di austero; il suo fare era sempre disinvolto; anzi la sua amabilità gli guadagnava i cuori, e il prestigio della sua santità non cagionava diffidenze o ripugnanze nei mondani. La sua conversazione poi era disinteressata. Questo suo modo di fare gli apriva le porte di tutte le case e lo rendeva accetto agli uomini di princìpi anche diversi. Si può dire che Don Bosco fu una di quelle anime che dal Modello Divino seppero trarre mirabile esempio della più bella e serena vita umana. Il più bell’encomio che di lui si possa fare è il medesimo espresso sul conto di S. Teresa dalla sorella di Francesco Borgia: « Sia lodato Iddio che ci ha fatto conoscere una santa, cui noi tutti possiamo imitare! Il tenore di sua vita non ha nulla di straordinario; ella mangia, dorme, parla e ride come tutte le altre senza affettazione e senza cerimonie, alla buona; eppure ben si vede che ella è piena dello spirito di Dio ».

Anche durante le refezioni il discorso di Don

Bosco era vivo, e interessava gli altri commensali con la sua parola più di ogni altra faceta e desiderata specialmente per i suoi racconti. Sobrio e parco, era misuratissimo: non dissentiva però dal porre in tavola un gocciolo di quel vecchio, quando c’era qualche invitato, per dimostrargli la soddisfazione di averlo commensale (348).

e) Sua allegria in mezzo ai giovani.


Ma specialmente in mezzo ai giovani, la presenza di Don Bosco, le sue parole, il suo sembiante, il suo inalterabile sorriso, erano un continuo riflesso, vorremmo dire, un vivente messaggio di quella gioia che fa nascere nel cuòre il desiderio della bontà.

S’industriava anzitutto di mettere in atto la sua divisa: Servite Domino in laetitia. Timor di Dio, lavoro e studio indefesso e soprattutto, come corona, la santa allegria: ecco la vita dell’Oratorio. E questo mirabile insieme rendeva il vivere dei giovani in Valdocco, giocondo, entusiasta, e, per la quasi totalità, ineffabilmente' soave. Il cortile, durante le ricreazioni, era battuto palmo a palmo nelle corse sfrenate, e Don Bosco, che era l’anima di quei divertimenti da lui voluti e promossi, ne godeva con immenso piacere. I giovanetti che sapevano come, tutte le volte che egli poteva, prendesse parte alle loro ricreazioni e conversazioni, tratto tratto alzavano gli occhi alla camera del buon Padre; e allorché egli compariva sul poggiolo, levavasi da ogni parte un grido di contentezza. Buon numero di essi gli correva incontro ai piedi della scala per baciargli la mano.

Pochi, noi crediamo, ci furono al mondo che * abbiano saputo attrarre talmente i fanciulli a sé, e giovarsi di questa affezione pel loro bene. Don Bosco in mezzo ai suoi figliuoli era l’amabilità stessa in persona. Mons. Caglierò, i chierici e gli stessi giovani dicevano di lui: Apparuit benignUas Salvatoris nostri (Apparve la bontà del nostro Salvatore) (349).

« Sta’ allegrò » incominciava a dire Don Bosco a qualcuno che gli si fosse presentato mesto e fosco in viso. E queste due parole, pronunciate da lui, producevano un magico effetto, dissipando la tristezza, sicché il giovane sentivasi pronto e volenteroso al dovere (350).

Talora la mattina si vedeva passare nel cortile mentre i giovani facevano la colazione. Sorridendo agli uni ed agli altri con motti amorevoli, a un tratto simulava serietà e diceva ad alcuno che aveva in mano la sua pagnotta: — Getta via quella pietra! — E il giovane rispondeva addentando la pagnotta e staccandone un bel boccone (351).

A questa scuola ritrovò la serenità della vita Michele Magone; si sviluppò, come nel suo ambiente naturale, la vocazione del Caglierò e di tanti salesiani degli antichi tempi.

A questa scuola camminò rapidamente per la via della perfezione l’angelico alunno, il Beato Domenico Savio. La prima cosa infatti che Don Bosco gli aveva suggerito per farsi santo, era stata quella di stare allegro e di prendere parte alla ricreazione coi compagni. E non andò a lungo, che, profondamente compreso della efficacia dell’avvertimento del Padre, divenne a sua volta apostolo di allegria in mezzo ai condiscepoli. A Gavio Camillo che l’aveva interrogato sulla maniera di farsi santo, rispondeva: « Sappi che noi qui facciamo consistere la santità nello stare molto allegri. Noi procureremo soltanto di evitar il peccato, come un gran nemico che ci ruba la grazia di Dio e la pace del cuore; procureremo di adempiere esattamente i nostri doveri, e frequentare le cose di pietà. Comincia fin d’oggi a scriverti per ricordo: Servite Domino in laetitia: serviamo il Signore in santa allegria (352).

Ecco qui il significato completo, che, per Don Bosco, aveva la parola allegra. Nel suo pensiero essa è uno strumento di santificazione: nel senso che, accompagnando e quasi ispirando l’esatto adempimento dei propri doveri e di tutte le azioni della giornata, dà lena e coraggio per compiere, momento per momento, con maggior facilità, prontezza, fiducia e coraggio, la volontà di Dio: nel che propriamente consiste la santità. Questa stessa allegria Don Bosco insegnava alle Suore, destinate esse pure alla educazione delle giovani. Fin dagli inizi della loro fondazione diceva loro: « Vi raccomando santità, sanità, scienza e... allegria! » (353). E ne dava la ragione: « Il demonio ha paura della gente allegra! » (354). Ed insegnava anche il modo di ridere: «Ridere e scherzare, sì; ma con moderazione e senza chiasso » (355).

Per conservare nell’Oratorio quest’atmosfera di serenità che è la più bella espressione dello spirito di famiglia e un bisogno prepotente dell’animo giovanile, oltre ai mezzi sovraccennati, Don Bosco ricorreva a tutte le industrie per combattere il vizio opposto, la malinconia: causa, secondo lui, di tutti i mali, in special modo morali. « Scrupoli e malinconia fuori di casa mia » ripeteva sovente con San Filippo Neri.

Egli soffriva assai nel vedere talvolta alcuni dei nuovi venuti, stare solitari e coll’aspetto melanconico: temeva per loro le insidie del nemico del bene. Allora li chiamava a sè, rivolgeva loro qualche amorevole interrogazione, con particolare interesse li presentava a qualcuno dei migliori allievi, facendogliene l’elogio e raccomandandogli che trovasse il modo di ricreazione più gradito ai nuovi amici; e non si acquietava finché non li aveva affezionati a sé, alla casa, avviati alle loro occupazioni e principalmente alle pratiche religiose (356).

Per lo stesso motivo diceva in una Buona Notte: « Quando qualche giovane viene di fuori ed entra in questo collegio, al veder tanti giovani resta sbalordito: l’allegria degli altri, gli aumenta la malinconia di trovarsi solo, senza conoscere alcuno. Quando vi avviene di scorgere qualcuno di questi tali, appressatevi a lui, usategli qualche cortesia, domandandogli di dove venga, che scuola fa, se sa andare allo studio, al refettorio, se conosce qualche giuoco. Basta talvolta uno di questi amorevoli colloqui per infondere la gioia nel nuovo venuto, farsene un amico, e talvolta fermarlo nel bel meglio che si studia di tornarsene a casa » (557).

Egli aveva anche un tratto squisito nel cercar conforto agli afflitti per una sventura in famiglia, ai malaticci, agli accesi dall’ira per qualche litigio, agli agitati da scrupoli, a coloro che volevano andar via dall’Oratorio per dispiaceri che dicevano sofferti, o per altro motivo. Appena erano entrati nella stanza, egli cominciava a calmarli con un sorriso e dando loro uno di quegli sguardi che andavano fino al cuore; poi con qualche lepidezza, che solamente lui sapeva dire in modo appropriato, acquietava in loro ogni passione e li faceva sorridere; quindi li invitava a sedere e ad esporgli quanto desideravano egli sapesse. Come avevano finito, il suo avviso e consiglio la maggior delle volte riuscivano di consolazione a quei poveretti.

Con altri concludeva il discorso con fare il regalo di una immagine, o medaglia, o libretto, o croce od anche di un frutto; e talvolta con un alio di confidenza l’incaricava di una commissione da parte sna a qualche Superiore o compagno (358).

Nell’aprile del 1867, un giovane che si lasciava vincere dalla malinconia, essendo andato dopo cena a baciargli la mano: — Oh! mio caro! — gli fece Don Bosco ed abbassò il capo vicino a quello del giovane come in attesa che gli dicesse confidenzialmente qualche cosa. E il giovane: — Che cosa vuole che le dica? Mi dica Lei qualche cosa. — Ed Egli: — Tu hai dei fastidi, sei malinconico, e vedendoti malinconico divento mesto io pure. Invece se tu sei allegro, lo sono anch’io. Io vorrei che tu fossi sempre lieto, che ridessi, che saltassi, per poterti fare felice in questo mondo e nell’altro.

A un giovane afflitto per bazzecole diceva: — Tu puoi contribuire molto a farmi stare allegro. — Al medesimo che il giorno dopo, finita la Messa, gli baciava la mano, diceva sorridendo: — Coraggio, sta allegro! Dice San Filippo Neri che la malinconia è l’ottavo peccato capitale (359).

La virtù consolatrice di Don Bosco era talmente conosciuta e provata dagli alunni, che, se loro sopravveniva qualche cosa da renderli meno lieti, ricorrevano subito a Don Bosco, per ottenere un suo rassicurante sorriso (360).

Nè tralasciava d’insistere sovente sopra la sincerità e la confidenza da usarsi coi Superiori nelle cose delFanima; ne descriveva i vantaggi, la chiamava chiave della pace interna, l’arma più efficace per cacciare la malinconia, il segreto più sicuro per trovare la contentezza durante la vita e in punto di morte e per giungere a gran perfezione (361).

I chierici poi, i maestri, i capi cl’arte, gli assistenti e non pochi allievi, facendosi cacciatori e pescatori di anime, sulle orme di Domenico Savio, promuovevano la ricreazione e l’accaloravano per darvi importanza e allettarvi anche gli inerti, affine di scuoterli dalla noia e dalla tristezza e per tal modo sviluppare la vita fìsica e morale: lieti di poter con quel mezzo conoscere meglio i giovani, la loro indole, i loro difetti, e cogliere l’opportunità di volgere loro una parola buona (362).

Questo era l’ambiente dell’Oratorio ai tempi di Don Bosco: e l’allegria contraddistingue ancor oggi le case salesiane.

Un nostro illustre Ex-Allievo, così esaltava lo spirito di serena letizia del grande Padre della Gioventù e dei suoi Istituti: « La sua azione si può riassumere in questi princìpi: divertire per istruire e assistere per educare: sollecitare la curiosità per fermare l’attenzione, provvedere ai bisogni della vita per ricordare le promesse eterne, ed in ogni modo rasserenare la mente per sgombrare il cuore, poiché prima di tutto la gioventù deve essere lieta. Don Bosco sapeva che essere lieti, è la condizione più che il modo di servire à Dio : fin da studente a Chieri aveva fondato una società dell’allegria, intuendo che specie nei giovani la tristezza è quasi sempre frutto di cattivi pensieri. Egli volle che nella sua scuola regnasse sovrana l’allegria, che riposa la mente disponendola allo studio e sgombra il cuore preparandolo alle preghiere: perchè dalla felicità nasce la gratitudine, che è il principio dell’amore, come la speranza è la sostanza della fede.

« Egli dimostrò che il maestro non deve solo insegnare e vigilare, ma condividere la vita dei giovani, mescolandosi ai loro giochi, ai loro discorsi, ciò che ne facilita il compito senza comprometterne il prestigio. Chi entra in una casa di Don Bosco all’ora della ricreazione è sorpreso di vedere che i religiosi e i fanciulli si divertono insieme, e la gioia è piena perchè nessuno vi è estraneo.

« Giorni fa, camminando per una via silenziosa di Roma, pensavo al Santo e all’opera sua, quando fui attratto dal gioioso vociare e mi sembrò di riconoscere il clamore che si spandeva per tutte le strade attorno al vecchio ricreatorio di Sant’Andrea. Passava vicino ad un giardino chiuso fra le case e presto mi accorsi che non erano bimbi, ma uccelli che gremivano gli alberi fin sulle cime salutando in coro l’ultimo sole. Senza volerlo aveva trovato a che cosa paragonare la gioia dei figli del popolo nelle case che il Santo ha costruito per loro » (365).

S’intende allora come i giovani, in un ambiente simile, che è il loro ambiente, siano portati ad osservare spontaneamente le norme disciplinari senza bisogno di speciali provvedimenti.

2. La disciplina educativa.

a) La disciplina all’Oratorio di Valdocco.


Esaminata quale sia l’autorità educativa salesiana, tutta vivificata dall’amorevolezza nell’ambiente della serena letizia, dobbiamo ora vedere come nella cornice di questa autorità la disciplina prenda un aspetto tutto particolare.

Tale aspetto, prima che nelle prescrizioni regolamentari, lo troviamo concretato nella prassi disciplinare dell'Oratorio, all’epoca di Don Bosco.

Nei primi tempi i giovani godevano moltissima libertà, vivendo come in famiglia. Ma di mano in mano che sorgeva un bisogno o circostanze speciali lo consigliavano, Don Bosco gradatamente, onde evitare disordini, dava qualche disposizione speciale suggerita dai fatti. E i giovani, riconoscendo la necessità di quelle nuove disposizioni, vi si assoggettavano volentieri. Così a una a una, a vari intervalli, furono stabilite le norme disciplinari che, sottoposte a molti anni di prova e quindi a successive modificazioni e miglioramenti dettati dallo studio e dalla esperienza, formarono i Regolamenti per le Case Salesiane (564).

Il mantenimento della disciplina era incentrato in Don Bosco, nel quale s’imperniava e si consolidava ogni forma di attività e di vita della casa.

Non si può certo disconoscere l’importanza, la necessità e il valore intrinseco delle norme disciplinari, le quali servono di guida in ogni evenienza al maestro, all’assistente, all’educatore. Tuttavia è anche certo che la loro efficacia estrinseca dipende in gran parte dal prestigio e dall’autorità della persona addetta alla disciplina. Per questo Don Bosco fa osservare che in fatto di disciplina « il vero regolamento sta nell’attitudine di chi insegna » (365). Vediamo le norme che egli introdusse man mano nel suo metodo di disciplina e che poi suggellò nei vari Regolamenti.

Si sa che per ottenere la disciplina è indispensabile nell’educatore una costante uguaglianza di carattere e quel dominio dei propri nervi che praticamente si manifesta in una imperturbabile calma, la quale gli consente di rendersi conto di tutto quello che accade intorno a lui, e di appigliarsi ai mezzi richiesti dalla situazione per dominarla.

Don Bosco raccomandava ai maestri ed agli assistenti di non lasciarsi trascinare da qualsiasi vento, cambiando a guisa dello stolto come, la luna. « Guai, — egli diceva, — se gli alunni, specie i più grandicelli, si vedessero obbligati a dirsi in confidenza: — -Aspettiamo che il maestro o l’assistente abbiano un metodo buono!» — Egli poi personalmente era la stessa inalterabile tranquillità, sempre unita ad una prudente fermezza, con la quale governava l’Oratorio, anche in certi momenti un po’ critici per la irrequieta spensieratezza di qualche giovane (366).

Nei suoi atti non scorgevasi nè violenza nè debolezza. Pareva non si potesse adirare: tosto che gli accendeva il primo moto d’ira ei lo frenava sollecito: e, violentando se stesso con moderato sorriso, si raddolciva. Nello stesso tempo però, ed anche questa era carità, dimostra-vasi di una fortezza abituale, risoluta nell’eserci-iare la virtù della giustizia, sostenendo i diritti della moralità e dell’ordine disciplinare. Scriveva Mons. Caglierò: «Durante il mio chiericato, un giovanetto semplice ed innocente e mio aiutante in sacrestia, era stato vittima di uno scandalo da parte di un adulto. Don Bosco non appena lo venne a sapere, ne sentì un estremo dolore, si turbò e pianse in mia presenza. Quindi fu sollecito a riparare l’innocenza tradita con paterna dolcezza; ma con pari fortezza procurò che fosse subito allontanato il colpevole dall’Oratorio » (367).

Le sue chiare e amorevoli parole lo rendevano tanto padrone dei cuori giovanili, da stabilire e mantenere nell’Oratorio il regno dell’ordine e della moralità (368). La stima, l’amore e il rispetto che i giovani avevano per Don Bosco conservavano la disciplina dell’Oratorio, in ogni luogo e in ogni tempo, e particolarmente il silenzio prescritto, cosa non facile a osservarsi dalla vivacità di giovanetti, per lo più orfani e vissuti in mezzo alla strada (369).

Ciò sta a dimostrare ancora una volta il peso che ha nel campo disciplinare l’autorità di chi regge; se questa manca, da nessun regolamento può essere supplita.

Tuttavia non bisogna dimenticare che anche l’educatore meno dotato, purché animato da buona volontà e sostenuto da un profondo senso di responsabilità, trova sempre nei Regolamenti un prezioso aiuto, se non si scosta per nessun motivo dalle sperimentate norme ivi tracciate. Che anzi, qualora metta tutta la sua attenzione e la sua abilità nello studiare e sfruttare i segreti di quelle direttive, che da sole valgono a preservarlo da fatali errori e a indicargli atteggiamenti e decisioni da prendersi sia nei casi ordinari che in quelli più gravi, egli, giorno per giorno, migliora la sua efficienza, si fa una preziosa esperienza, impara l’arte del governo, raggiungendo quei soddisfacenti ed ottimi risultati di disciplina, che gli consentiranno di esercitare le sue funzioni di educatore con vero profitto degli allievi.

Della serena ed ordinata vita dell’Oratorio, Don Bosco stesso fa questa testimonianza. Il 3 dicembre 1864 si era recato dal Ministro della Guerra, per ringraziarlo della sua beneficenza e per chiederne dell’altra. Sorridendo il Ministro gli domandò quanti giovani si trovassero all’Ora-torio:

— Circa ottocento!

— Ma dunque vi saranno più di cinquanta assistenti!

— Ve ne sono invece pochissimi, ma bastano.

— Almeno la disciplina sarà rigorosa.

— Castighi stabiliti per le mancanze non ve ne sono: e se si trattasse, ma raramente, di castigare qualcuno, gli si dà quella punizione che pel momento può stimarsi conveniente.

— Ma dunque saranno cacciati subito dalla casa i colpevoli?

— Niente affatto. Se uno mancasse al buon costume, in generale se ne va da se stesso, perchè vede e si accorge come sia incompatibile la sua presenza nel Collegio. Del resto il sentimento del dovere e dell’onore ha una gran forza sull’animo dei nostri ricoverati (370).

E qui viene in acconcio un fatto, che caratterizza assai bene il tratto e il metodo che usava Don Bosco per ottenere la disciplina. Il 6 marzo 1858 il Santo era a Roma in visita all’Ospizio di San Michele in Ripa. Mentre Don Bosco si aggirava col Cardinale Tosti e col Direttore per quegli immensi locali, si sentì zufolare e poi cantare. Ed ecco un giovanetto, che discendeva lo scalone, e che ad uno svolto si trovò all’improvviso alla presenza del Cardinale, del Direttore e di Don Bosco. Il canto gli morì in gola e stette col berretto in mano e colla testa bassa. — È questo, — dissegli il Direttore, — il profitto degli avvisi e delle lezioni che vi sono date? Screanzato che siete! Andate al vostro laboratorio ed aspettatemi per. ricevere la meritata punizione. E Lei, Signor Don Bosco, scusi.

— Che cosa? — replicò Don Bosco, mentre quel giovane si era allontanato. — Io non ho nulla da scusare, e non saprei in che abbia mancato quel poveretto.

— E quel zufolare villano non le sembra una irriverenza?

—Involontaria però; e Lei, mio buon Signore, sa meglio di me che San Filippo Neri era solito dire ai giovani che frequentavano i suoi Oratori: «State fermi, se potete! E se non potete, gridate, saltate, purché non facciate peccati! » Io pure esigo, in determinati tempi della giornata, il silenzio; ma non bado a certe piccole trasgressioni cagionate dalla irriflessione. Del resto lascio ai miei figliuoli tutta la libertà di gridare e cantare nel cortile, su e giù perde scale; soglio raccomandarmi soltanto che mi rispettino almeno le muraglie. Meglio un po’ di rumore che un silenzio rabbioso e sospettoso.

Don Bosco chiese quindi di andare a consolare quel poveretto, che forse covava qualche risentimento, nel suo laboratorio. Il Direttore aderì alla richiesta. Come furono nel laboratorio, Don Bosco chiamò a sè quel poveretto che, dispettoso ed avvilito, cercava di nascondersi: — Amico, ho una cosa da dirti. Vieni qua, chè il tuo buon Superiore te lo permette.

Il giovane si avvicinò, e Don Bosco proseguì: — Ho accomodato tutto, sai; ma ad un patto, che d’ora in avanti sii sempre buono e che siamo amici. Prendi questa medaglia e per compenso dirai un’Ave Maria alla Madonna per me! — Il giovane vivamente commosso baciò la mano che gli presentava la medaglia e disse: — Me la metterò al collo e la terrò sempre per sua memoria.

I compagni, ch’erano già al corrente del caso, sorridevano e salutavano Don Bosco che attraversava quella vasta sala, mentre il Direttore faceva il proponimento di non più rimproverare alcuno tanto forte per un nonnulla; e ammirava l’arte di Don Bosco per guadagnarsi i cuori (371).

Arte che, come ognuno vede, parte da una giusta comprensione della natura del giovane, e basa la disciplina educativa sulla dolcezza dei modi, tanto inculcata da San Francesco di Sales.

b) Concetto di Don Bosco sulla disciplina.


Udiamo ora il Santo, che nella Circolare del 15 novembre 1873, scrive: « Per disciplina non intendo la correzione, il castigo, o la sferza, cose tra noi da non mai parlarne ». Bastano queste sole parole per vedere quale differenza quasi sostanziale vi sia tra la disciplina intesa da tanti autori e quella concepita da Don Bosco. Ed egli continua: « Non intendo neppure per disciplina l’artifìcio o maestria di una cosa qualunque; per disciplina io intendo un modo di vivere conforme alle regole e costumanze dell’Istituto ». Ed eccoci al concetto fondamentale da lui con tanta insistenza inculcato, e cioè « che per ottenere buoni effetti dalla disciplina, prima di tutto, è necessario che le regole siano tutte e da tutti osservate ». Egli vuole perciò che queste regole siano costantemente ricordate ai giovani allo scopo che le abbiano presenti quando dovranno agire. Passa quindi a fare un paragone assai espressivo: « Datemi una famiglia in cui siano molti a raccogliere e uno solo a distruggere: noi vedremo andare la famiglia in rovina, e l’edifìcio sfasciarsi e ridursi ad un mucchio di macerie ». Di qui la sua insistenza perchè tra tutti gli educatori vi sia la più stretta unità di pensiero e di azione, e che tutti si propongano di edificare, vale a dire di ricordare le regole e di farle amorevolmente osservare: « Credetelo, miei cari, — sono sue parole — da questa osservanza dipende il profitto morale e scientifico degli allievi oppure la loro rovina ». Infine viene a enumerare e indicare i singoli educatori incominciando dal Direttore, e poi spiega come da tutti i Superiori e Assistenti si debba procedere per ottenere concordemente questa disciplina (372).

Così Don Bosco, non contento di una disciplina puramente materiale e meccanica, si sforzava di dare ai suoi giovani una vera educazione e quel genuino spirito di disciplina, che si basa anzitutto sulla convinzione della opportunità, necessità e importanza delle leggi disciplinari per una vita ben regolata e ricca di virtù e di meriti. La sera del 9 luglio 1875, nel ricordare la regola del silenzio diceva loro: « Siate persuasi che, se si insiste sulla osservanza di certe regole che paiono da poco, ciò si fa solamente per il vostro maggior bene. Senza che voi ve ne accorgiate, eseguendo tutti questi avvisi, che in fin dei conti costano poi un piccolo sacrificio, vi troverete avanzati nelle virtù e più ricchi di meriti» (373). Non quindi la disciplina per la disciplina, nè l’ordine per l’ordine, ma l una e l’altro per la virtù, per un ideale di formazione individuale e sociale.

Com’è bello e interessante riscontrare che Don Bosco non dà inai un avviso, un ordine ai suoi giovani. senza ragionarli prima, specificandone il perchè e il modo di praticarlo!

E non tralasciava di segnalare anche i danni della indisciplinatezza: «Un giovane poltrone, indisciplinato, sarà un giovane disgraziato, sarà un giovane di peso ai suoi genitori, di peso ai suoi Superiori, sarà di peso a sè stesso» (374).


c) Importanza della disciplina.


Don Bosco afferma che « nella casa la disciplina è tutto (375). Essa educa la volontà, la fortifica e nello stesso tempo la fa arrendevole e disposta al bene » (376). « La disciplina, — dice altrove, — è il fondamento della moralità e dello studio » (377).

E infatti le regole di un Istituto indicano agli allievi la via che devono seguire per raggiungere i loro ideali di scienza e di virtù; li preservano dal male e dai pericoli che possono incontrare; li premuniscono contro l’incostanza e la leggerezza, abituando la loro volontà a compiere il dovere nei tempi assegnati. La legge, ad esempio, prescrive agli allievi di non allontanarsi senza permesso dal luogo dove sono riuniti i compagni: così, trovandosi sotto gli occhi dei Superiori, evitano molte mancanze, ed anche gravi falli.

« L’ordine — diceva Don Bosco ai Direttori nel 1879 — impedisce tanti mali » (378). E nel 1884, dopo aver richiamato a ciascuno la sua parte di responsabilità nella disciplina, diceva ai Capitolari: « Non si guardi a spese, purché vi sia tutto il necessario per garantire l’ordine » (379).
d) Mezzi per ottenere la disciplina.

La disciplina per Don Bosco era basata sulle ordinate relazioni tra i membri della Casa: sempre, s’intende, in quell’atmosfera di carità e dolcezza, che non permette venga a spegnersi lo spirito di famiglia sotto lo specioso pretesto di una maggior disciplina.


1) Rispetto al fanciullo.

In primo luogo, per ottenere buoni risultati nella disciplina, il Santo Educatore richiamava l’attenzione dei Superiori particolarmente sopra il rispetto che si deve avere al fanciullo, alle persone e cose che gli appartengono: poiché chi vuol essere rispettato, deve anzitutto rispettare gli altri.

Per questo egli non si stancava di raccomandare di « non parlar male o scherzare sulle cose che sono care ai giovani, come sarebbe la patria, il vestito, gli amici quando non sono cattivi; di non burlare la nobiltà se sono nobili, nè la loro povertà se sono miserabili; il loro poco ingegno, se sono tardi nell’imparare; la fisionomia o difetti corporali; di non permettere che i giovani prendano a zimbello i loro compagni, e tanto più di guardarci noi dal farlo; nemmanco celiare sul nome di qualcheduno, se avesse un significato ridicolo o ambiguo. Niuno può immaginare come i giovani restino offesi da certe frasi e come nel cuore si ricordino per molto tempo di ciò che essi chiamano offesa. I parenti poi restano irritati, se venisse loro rapportato dai figliuoli qualche frizzo detto loro male a proposito. 11 povero non è meno altero del ricco, anzi è più violento» (380).

" « Insomma, — proseguiva Don Bosco, — trattiamo i giovani, come tratteremmo Gesù Cristo stesso, se fanciullo abitasse in questo collegio. Trattiamoli con amore ed essi ci ameranno, trattiamoli con rispetto ed essi ci rispetteranno. Bisogna che essi stessi ci riconoscano Superiori. Se noi vorremo umiliarli con parole per la ragione che siamo Superiori, ci renderemo ridicoli » (381).

Altro punto sul quale voleva Don Bosco che non si venisse mai meno alla carità è quello di ricordare pubblicamente ad un alunno, per avvilirlo, che non paga la pensione; quel poveretto sarà forse un orfano, un diseredato dalla fortuna, e dell’umiliazione subita, sarà capace di vendicarsi anche con danno della Religione e in tarda età (382). « Si tenga poi rigoroso segreto sul nome di chi avesse scoperta e svelata qualche grave mancanza avvenuta nella casa; ma si può avvisare la comunità che v’è chi osserva e può riferire: » (383). Altrove raccomanda di « rispettare la fama degli alunni, di non mortificarli in pubblico con certe espressioni e con certi termini disonorevoli. Senza offendere la regola e quando non vi è pericolo di scandali, difendiamo sempre in faccia ai giovani un alunno accusato. E anche quando è castigato procuriamo di compatirlo e di fargli coraggio, mentre non lasceremo di fargli vedere il suo torto. Allora sì che i giovani ci ameranno. E impediamo che il castigato sia schernito da altri. Si irrita, si ostina nel male chi è burlato » (384).

2) Non eccedere.


Sempre parlando di disciplina, bisogna far in modo che essa non nuoccia allo spirito di famiglia: perciò Don Bosco consigliava di non eccedere nelle prescrizioni disciplinari e di non moltiplicarle inutilmente. Alle volte alcune prescrizioni non sono necessarie per ottenere il buon ordine, oppure non lo sono in quel grado che si pretende siano eseguite: si vogliono certe inutili esteriorità e non si pensa che l’ottimo è nemico del bene. Gli eccessi, non solo non recano vantaggio alcuno, ma riescono nocivi, perchè rendono pesante e odiosa la disciplina che gli allevi invece dovrebbero amare.

La disciplina non dev’essere fine a se stessa, ina soltanto un mezzo per ottenere l’ordine nella misura necessaria: quando questo ci sia, nella disciplina non si deve andare più oltre.

Si badi ancora a non voler pretendere tutto sotto pena di castigo: e si ricordi che gli allievi, con tutto il buon volere, a motivo della loro leggerezza e sbadataggine, non possono aver sempre presenti tutte le regole disciplinari (385).

3) Educare al rispetto verso i Superiori.


Giova inoltre, nello spirito di Don Bosco, formare l’educando al rispetto verso l’autorità dei Superiori, ben sapendo che da ciò dipende anche il rispetto alle regole, che essi appunto hanno il dovere di far osservare.

Per questo egli cercava di infondere nei giovani un alto concetto della dignità dei Superiori, facendo risaltare trattarsi dei rappresentanti di Dio stesso: « Non è forse lo Spirito Santo che dice: Oboedite praepositis vestris et subiacete eis (Obbedite ai vostri superiori e state loro soggetti)? (386). Non è forse Gesù Cristo che parlando dei Superiori disse: Qui vos audit, me audit (Chi ascolta voi, ascolta me)? (387). E quanti altri tratti della Sacra Scrittura potrei ancora recarvi, ma che per brevità non voglio ora ricordare. Se adunque i Superiori credettero opportuno di stabilire una regola, hanno il diritto di essere obbediti; e voi lo stretto dovere di obbedire » (388).

Gettate così le basi dell’autorità dei Superiori, Don Bosco, nel Regolamento per gli Allievi, dedica un intero capitolo a descrivere il contegno che i giovani devono tenere verso i Superiori:

1) Il fondamento di ogni virtù in un giovane è l’obbedienza ai suoi Superiori. Riconoscete, nella loro volontà, quella di Dio, sottomettendovi loro senza opposizione di sorta.

2) Persuadetevi che i vostri Superiori sentono vivamente la grave obbligazione che li stringe a promuovere nel miglior modo il vostro vantaggio e che, nell’avvisarvi, comandarvi, correggervi, non hanno altro di mira che il vostro bene.

3) Onorateli ed amateli come quelli che tengono il luogo di Dio e dei vostri parenti, e quando loro ubbidite pensate di ubbidire a Dio medesimo.

4) Sia la vostra ubbidienza pronta, rispettosa ed allegra ad ogni loro comando, non facendo osservazioni per esimervi da ciò che comandano. Ubbidite sebbene la cosa comandata non sia di vostro gusto.

5) Aprite loro liberamente il vostro cuore considerando in essi un padre amorevole che desidera ardentemente la vostra felicità.

6) Ascoltate con riconoscenza le loro correzioni, e , se fosse necessario, ricevete con umiltà il castigo dei vostri falli, senza mostrare nè odio nè disprezzo verso di loro.

7) Guardatevi bene dall’essere di quelli cbe, / mentre i vostri Superiori consumano le fatiche

per voi, censurano le loro disposizioni; sarebbe questo un segno di massima ingratitudine.

8) Quando siete interrogati da un Superiore sulla condotta di qualche vostro compagno, rispondete nel modo che le cose sono a voi note, specialmente quando si tratta di prevenire e rimediare a qualche male; il tacere in queste circostanze recherebbe danno a quel compagno, e potrebbe essere cagione di disordini a tutta la casa » (389).

Come si vede Don Bosco, nel raccomandare ai giovani il rispetto e l’ubbidienza ai Superiori, non minaccia castighi, ma imparte regole ed ordini sotto forma di preghiere, valendosi della persuasione.

Egli, per altro, parlando ai Superiori, ricordava loro il dovere di esigere rispetto e ubbidienza da tutti i giovani indistintamente, anche dai grandi, evitando di cadere nel grave disordine di essere forti coi deboli e deboli coi forti. « Giusta severità — inculcava Don Bosco. — Non si tollerino risposte insolenti e infrazioni alle regole, principalmente nei grandi. La legge dev’essere uguale per tutti, quindi certe mancanze sian sempre punite. I riguardi speciali, usati verso gli studenti di rettorica gli anni scorsi, portarono amarissimi frutti; il tollerare fece loro prendere baldanza » (390).



4) Rispetto reciproco tra i Superiori.


Ma a nulla gioverebbero tante norme ed esortazioni, se i Superiori, dimentichi della propria dignità, non che dare l’esempio del rispetto che si deve al Superiore, scendessero al livello dei giovani, criticando le azioni e mettendo in mostra i difetti dei propri colleghi. Perciò Don Bosco ammonisce: << Tutti quelli che esercitano qualche autorità, se vogliono essere ubbiditi e rispettati, facciano essi stessi altrettanto verso i loro rispettivi Superiori » (391). E aggiungeva: « Non far mai confidenze ai giovani intorno alle cose della Casa, manifestando qualche inconveniente. Non parlare dei difetti di qualche nostro confratello; difetti ne abbiamo tutti. In tutti i discorsi difendiamo ciò che si può difendere; scusiamo dal lato buono ciò che si può scusare; non manchiamo giammai di far notare le virtù dei nostri fratelli. Se si trattasse della nostra fama, allora sapremmo diventar eloquenti. Non ascoltare o prender parte alle mormorazioni contro i Superiori. Non ridere in pubblico delle inurbanità di alcuno, non provocare o ammettere accuse di qualche giovane contro qualche chierico, specialmente se si trattasse di offese fatte a noi. Molto meno interrogare noi direttamente, volere che si parli, promettere segreto, o minacciar castigo … Se un fratello manca, avvertitelo in privato, e se non ne avete il coraggio o temete offenderlo, ditelo al Direttore, il quale adempirà con carità il suo ufficio. Formiamo un cuor solo. Parlar sempre con lode dei nostri compagni, perchè il biasimo di uno è biasimo di tutti » (392).

La stima, che si deve dagli uni verso gli altri,' esclude in modo assoluto apprezzamenti men che favorevoli nei riguardi dell’operato dei colleghi in faccia ai giovani. « Nessun confratello — dice Don Bosco, — si permetta parole di disprezzo o di disapprovazione a carico di un altro confratello, specialmente innanzi agli alunni; altrimenti regnum divisimi desolabitur (il regno diviso andrà in rovina) (393). Si coprano i difetti, si difendano i Superiori; e non si prenda mai quell’aria di popolarità che non frutta altro che disinganni » (394).

Ma per far osservare più facilmente i regolamenti ai ragazzi occorre pure che i Superiori per primi diano l’esempio di una esatta osservanza delle proprie regole. A tal fine Don Bosco avverte di « non proteggere le scappate dei giovani, non celare per un amor proprio mal inteso o paura di perderne la confidenza, o per la debolezza di perdere la popolarità. Guardarsi dal prendere parte alle loro mancanze contro le regole con dare certi permessi... In questo caso, oltre la disubbidienza, tutta la responsabilità del male che ne può venire, peserà su chi vuol fare di sua testa, e allora, non il Direttore, ma chi dà la licenza ne renderà conto al tribunale di Dio.

« Il chierico, il prete deve essere il primo a rispettare la regola, e Tessere Superiore non dispensa affatto dalle regole non solo della Società, ma del Collegio. Dicono i Teologi che il legislatore è obbligato anch’esso alla legge fatta da lui per ovviare allo scandalo che ne viene.

« Noi siamo obbligati per il voto di obbedienza. Noi dobbiamo essere la personificazione della Regola, e cento bei discorsi senza l’esempio valgono nulla. Il giovane vedendo sottomesso chi è da più di lui, si sottometterà volentieri; e non ascolteremmo certe ragioni: — Perchè sono Superiori fanno come vogliono! — E non è la nostra volontà che noi Superiori dobbiamo fare, ma quella della Regola. La Regola è superiore a tutti: è la voce di Dio » (595).

Parlando poi della educazione fisica, vedremo che Don Bosco considerava il gioco, la musica, il canto, il’ teatro, le passeggiate, come mezzi molto indicati per ottenere la disciplina. Con ciò egli si proponeva di conservare l’ordine in casa nel modo più spontaneo e meno coercitivo, ben sapendo che, per indurre i giovani a fare la nostra volontà, è necessario anzitutto mostrar di fare la loro in quelle cose che sono legittime esigenze della loro età.




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