Sac. Pietro ricaldone don bosco educatore



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Appendice al capitolo IV. IL VILLAGGIO DEI RAGAZZI


Da qualche tempo si parla, un po’ dappertutto, di Città o Villaggio dei ragazzi: ed è bene dedicare qualche parola a questo argomento.

Le cause che resero necessarie tali istituzioni sono note. Da una parte il liberalismo e l’industrialismo contribuirono ad affievolire la coesione familiare. D’altra parte le dottrine estremiste, allontanando l’uomo da Dio e dal pensiero dei suoi alti destini, lo piegarono miseramente verso la terra, unica fonte ormai dei suoi godimenti e delle sue speranze, impedendogli la vista del Cielo. Il libero amore poi, il divorzio e la dissoluzione sistematica della famiglia accrebbero spaventosamente il numero dei ragazzi derelitti e vagabondi. Le ultime guerre infine, con le orrende distruzioni di città e di vite, buttarono sulle vie e sulle piazze migliaia e migliaia di orfani e di giovani disgraziati che, corrotti dall’ozio, dal vagabondaggio e dalle compagnie perverse, crearono un vero pericolo sociale.

Davanti a questo triste spettacolo, oltre ai Religiosi e alle Religiose consacrate per vocazione agli orfani e ai derelitti, sorsero altre anime generose, le quali, trovandosi sole per gl’immensi e pressanti bisogni, idearono Città e Villaggi pei fanciulli, con il nobile scopo di rendere meno dolorose soprattutto le conseguenze delle guerre. Sia lode ai cuori generosi che, con slancio e sacrificio, consacrano le loro energie a così degno scopo.

Premesso ciò, è bene dare una risposta a coloro che vorrebbero sapere se le sullodate organizzazioni possano considerarsi come una nuova forma o sistema di educazione e se effettivamente, così come d’ordinario vengono presentate, rispondano veramente ai fini dell’educazione, che è l’arte di formare gli uomini.

Nell’esporre le nostre considerazioni non intendiamo alludere a questa o a quella istituzione particolare, che potrebbe trovarsi scevra da ogni difetto e fors’anche essere pedagogicamente perfetta; ma consideriamo il tipo ideale del Villaggio dei ragazzi, quale viene descritto secondo le norme di certa moderna pedagogia, che largamente indulge, come già abbiamo avuto occasione di notare, ai canoni del naturalismo.

Non ignoriamo che, grazie a Dio, in vari istituti del genere è in pieno fiore la pedagogia cattolica e che la loro denominazione di Città o di Villaggio sta a indicare piuttosto l’organizzazione esterna, anziché una innovazione sostanziale nei sani metodi tradizionali dell’educazione.



a) Il nome.


Anzitutto pare meno giustificato il. nome di Città o Villaggio: esso, mentre si pone come in antitesi al nome di Famiglia, ci dà subito l’idea di una organizzazione che scavalca quella familiare.

È risaputo che gli Istituti educativi ebbero finora la tendenza di ricopiare la vita del focolare domestico, sia pure in una grande varietà di pratiche attuazioni. Questa nuova istituzione invece trapianta subito il fanciullo nella vita civile: il che non è immune da pericoli, specialmente in quest’epoca di infatuazione democratica.

Il nome di Città o Villaggio perciò, in quanto esprime una realtà diversa dalla famiglia, si oppone alle esigenze ambientali proprie del fanciullo, il quale di sua natura reclama l’ambiente familiare, bisognoso com’è, per la sua età, di affetto, di aiuto e di autorità veramente paterna.

Finora gli Istituti educativi, pur essendo considerati come surrogati della famiglia, ne costituivano però il prolungamento e una specie di preparazione alla vita sociale. Erano e sono stadio intermedio tra la vita di famiglia e la vita di società, con le caratteristiche sia dell’una che dell’altra, compatibili naturalmente con la vita di collegio e con il grado reale di sviluppo raggiunto dal fanciullo.

All’incontro l’organizzazione della Città o Villaggio, trasporta il fanciullo direttamente nella vita di società: a meno che si voglia far consistere l’ambiente familiare nel mettere i piccoli in contado cogli adulti, anche di sesso diverso: ciò sarebbe quanto mai deplorevole.

Se si trattasse di vere famiglie adottive, la differenza non sarebbe così stridente. Ma con la semplice presenza di adulti, ai quali i più piccoli dovrebbero rivolgersi per cercare appoggio, amore e guida, senza però che vi sia un padre con la responsabilità e l’autorità che gli competono, lo spirito di famiglia è solamente fittizio. E così la famiglia, altro non è che Città o Villaggio.

Non c’è poi chi non veda quanto sia pericolosa per la moralità, siffatta mescolanza dei piccoli coi grandi, del tutto contraria ai princìpi di una sana pedagogia. È stato constatato infatti che là, dove non predominano i vincoli del sangue, l’amore facilmente degenera, soprattutto in un ambiente dove molti ragazzi, grandi e piccoli, già tarati e predisposti da cattivi precedenti, vivono assieme, senza la debita separazione richiesta dall’età e dallo sviluppo, e senza la debita assistenza. E dove non ci sia moralità, non ci potrà mai essere disciplina, ordine, educazione!

b) Autogoverno?


Ci si dice poi, anzi quasi se ne mena vanto, che il Villaggio è prevalentemente organizzato in Repubblica democratica e dotato di proprie leggi.

Ma chi comanda? Vi è un sindaco-ragazzo: un ragazzo, dunque, che dirige. Vi è un giudice-ragazzo: un ragazzo, dunque, che giudica.

Che pensare di questo autogoverno? O c’è o non c’è.

Se c’è, vien subito da domandarsi come si possa trovare o esigere, nel sindaco-ragazzo e nel giudice-ragazzo, tanta saggezza e prudenza per governare, tanta consapevolezza delle proprie responsabilità e del bene pubblico, tanta coscienza dei problemi morali, intellettuali e spirituali inerenti all’età dell’adolescente, tanta energia per impedire o reprimere disordini, tanta esperienza e intuito per risolvere le difficoltà a volte assai complesse di un intero Villaggio. Un sindaco-ragazzo come pure un giudice-ragazzo, siano pure coadiuvati da coetanei, non hanno raggiunto ancora il perfetto sviluppo dell’uomo; in essi la volontà e la maturità di giudizio sono scarse assai, la conoscenza della vita e dei suoi problemi quasi nulla, la virtù appena agli inizi! L’istituzione suppone ciò che dovrebbe dare: l’educazione, la maturità.

Il cercare di venir incontro al provvidenziale istinto che spinge i ragazzi ad imitare i grandi, non significa già che si debbano mettere nelle condizioni di riprodurre le azioni specifiche dei cittadini maggiorenni, ma semplicemente questo: che gli educatori sono in dovere di presentare ad essi dei modelli di uomini virtuosi e bennati, sia in se stessi, sia nei personaggi principali della storia e della vita contemporanea.

Il fanciullo, lungi dal saper giudicare gli altri, se non in quelle cose che sono proprie dei ragazzi, sente il bisogno di essere illuminato e governato da chi ha su di lui autorità paterna o tutoria: e compito della educazione è quello di seguire la natura umana del fanciullo nel suo graduale sviluppo fisico, intellettuale e morale, per portarlo allo stato dell’uomo perfetto, senza forzarla col costringerla ad agire come i grandi. Per questo motivo e sotto questo aspetto, l’organizzazione del Villaggio dei ragazzi fa troppo violenza alla natura.

Oppure questo governo non c’è, perchè di fatto governano le persone maggiori, qualunque mansione esse occupino, e tra qualsiasi quinte esse si nascondano. Ma allora si tratta di una finzione, per cui i ragazzi, per sistema, devono darsi a quel divertimento chiamato « gioco dei grandi ». Abbiamo nominato le quinte: esse ci ricordano la commedia.

Non c’è chi possa misurare la gravità delle conseguenze di una organizzazione della vita sociale, dove facilmente s’infiltrasse l’idea che la vita sia passatempo.

A che cosa si riduce la tanto decantata educazione al senso di responsabilità, dove non si tratta di una cosa seria, ma di una commedia? Dove va la serietà della formazione sociale in una istituzione improntata a tanto artifizio e a tanta leggerezza? Come non dovrebbe degenerare in libertinaggio quella libertà che, in caso di manifestazioni di disordine e d’immoralità, si trova davanti alla tutela disciplinare, esercitata da un sindaco ragazzo e da un giudice-ragazzo?

c) Princìpi informativi.


I fautori delle Città o Villaggi dei ragazzi, parlano ancora di tre princìpi-base, che però non hanno nessun motivo di presentare come propri di tali organizzazioni: detti princìpi infatti, intesi nel senso migliore e cristiano, stanno alla base di ogni sistema di educazione e anche in modo particolare del sistema preventivo di Don Bosco.

Ma ciò che maggiormente desta la nostra perplessità è la considerazione se questi princìpi abbiano o possano avere applicazione e successo in un ambiente, che, di sua natura, neutralizza ogni generoso sforzo, da parte degli educatori e degli educandi, per migliorare l’individuo e la collettività: ambiente che manca di un organo dirigente e disciplinare adeguato.

Una secolare esperienza invece autorizza a dire che i suddetti princìpi, — come del resto anche le idee di libertà e di socialità che essi incarnano e che l’istituzione del Villaggio ha pure la pretesa di appropriarsi, — sono sempre stati adottati con felice successo, sebbene in diversa misura, dalla scuola tradizionale, ed hanno avuto ed hanno una piena affermazione ed attuazione nell’àmbito del sistema preventivo.

a) Si attribuisce al Villaggio il principio che « ogni fanciullo può diventare un uomo onesto ». Orbene questo medesimo principio ha tale importanza nella scuola cattolica, che su di esso vien fondata l’economia della Redenzione: anzi, proprio in questo vien confutata la scuola protestante, la quale nega ogni fondo di bontà alla natura dell’uomo, che essa dice intrinsecamente corrotta dal peccato originale. Dal canto suo Don Bosco, seguendo le norme di San Francesco di Sales, nutre e vuole che si nutra la massima fiducia nel potere di resipiscenza del fanciullo anche più traviato, poiché non esiste, secondo il santo Educatore, terreno così ingrato e sterile che non possa portare buon frutto, quando sia ben coltivato, adoperando tutti i mezzi, umani e soprannaturali, che il sistema preventivo mette a disposizione dell’educatore.

b) Pel Villaggio dei ragazzi si invoca pure il principio che « nessuno può educare il fanciullo senza il suo concorso». È naturale; perchè l’educazione, come abbiamo detto, è un lavoro a due. Tale concorso in base al sistema preventivo non s’impone, ma s’inculca in modo da risvegliare nell’educando ciò che si vuole, mediante la ragione e la persuasione, escludendo ogni sorta di intimidazione e gli stessi leggeri castighi.

Il sistema preventivo vuole pure che si dia , ampia libertà al fanciullo in tutte le fasi e in tutti i settori della sua educazione, e specialmente nelle cose di pietà. Si capisce che questa libertà non può essere sconfinata, ma ha dei limiti segnati dalle leggi di Dio e della Chiesa e dalle esigenze del bene comune. Di conseguenza il ragazzo che desse pubblico scandalo e non volesse emendarsene, verrebbe allontanato dall’istituto.

D’altra parte non solo è lecito, ma talvolta è persin doveroso usare una dolce violenza nei riguardi dell’educando, quando si tratta del suo bene; poiché egli, a motivo della sua età, non è ancora in grado di giudicare della importanza di certi elementi educativi, di cui solamente più tardi potrà misurare la portata. In tali casi la speranza di sicuro successo salvaguarda la libertà del fanciullo.

c) Finalmente al Villaggio si suol applicare un terzo principio, secondo il quale « i fanciulli sono i collaboratori più intimi della educazione degli altri ragazzi ». Ciò, nella organizzazione del Villaggio, sembra avere una maggiore applicazione per il fatto che figurano loro, come se facessero proprio tutto loro. In realtà tale educazione non sarà mai così profonda ed efficace come quando è impartita direttamente dagli educatori ed in modo speciale dal Superiore in capo, ossia dai padre che dovrebbe avere in mano il cuore dei fanciulli.

Nè la suddetta formazione è scevra di pericoli, soprattutto quando dai più adulti si tentasse entrare coi piccoli in cose intime e di coscienza: e il pericolo sussiste di fatto, per il delicato incarico loro affidato. A noi basta l’avervi anche solo accennato.

Anche nel sistema preventivo il fanciullo, oltre che dare, pel suo personale profitto, il proprio concorso all’azione dell’educatore, coopera poi efficacemente al bene comune e alla educazione dei suoi compagni: e ciò mediante l’apostolato del buon esempio, della parola e dell’esercizio di alcune piccole mansioni di fiducia; il quale esercizio, mentre sviluppa in lui il senso della responsabilità e l’abitudine alla vita sociale, non fomenta però lo spirito di orgoglio e di prepotenza, e meno ancora la brama di dominio.

Nel sistema preventivo le responsabilità maggiori gravano sulle spalle degli educatori. Don Bosco, iniziando l’opera degli Oratori Festivi dovette, per forza di cose, valersi della collaborazione dei giovani più grandi, sia per l’ordine in casa, sia per la scuola di catechismo; ma riservò a sè la direzione dell’opera e il diritto di decidere e di castigare. Non appena potè, affidò i principali incarichi a educatori salesiani, lasciando ai giovani gli incarichi minori, cioè quei pesi di responsabilità che essi possono portare nell’àmbito della casa e delle associazioni giovanili. Non pertanto, egli era sempre presente a tutto e a tutti, e gli adulti sapevano di essere sorvegliati dallo sguardo di colui, cui nulla sfuggiva dell’andamento generale della casa.

Il primo fu un pericolo di transizione. Don Bosco infatti aveva già in mente di fondare una Società di religiosi, ai quali tramandare l’opera dell’educazione giovanile, dopo averli formati nella pratica del suo sistema. Pensiamo che anche il Villaggio dei fanciulli, con le proprietà che ora lo caratterizzano, sia una organizzazione di transizione dal marasma della guerra alla normalità della pace, finché non gli sia data col tempo la possibilità di evolversi, di perfezionarsi e di organizzarsi in un modo più consentaneo ai fini della educazione. Creando l’ambiente di famiglia, quale lo esige il sistema preventivo di Don Bosco, si avrà il concorso e la collaborazione di tutti nell’ambiente della carità, che elimina le distanze e stringe i cuori in quello del Padre, che tutti vuol salvare e condurre a Dio.

In quest’ambiente familiare è favorito lo sviluppo del senso sociale del fanciullo, il quale si espande liberamente nella serena letizia della casa salesiana, senza bisogno di mettersi nella condizione di fìngersi cittadino maggiorenne in una metaforica repubblica democratica.

In modo parallelo, spontaneo ed armonico si sviluppa nel cuore dell’educando, — senza lo sbalzo di una innaturale anticipazione di cariche civiche, riservate dalla legge stessa ai maggiori di età, — il senso della responsabilità; poiché in seno alla famiglia, tutti i membri naturalmente si sentono impegnati al bene comune nonché al proprio individuale perfezionamento. Viceversa questi fattori di libertà, socialità e responsabilità, minacciano di essere compromessi nella artificiosa atmosfera del Villaggio, ove i fanciulli, colpevoli di qualche mancanza, sanno di dover sottostare alla decisione e al castigo di un ragazzo come loro. E si avverta che il ragazzo-giudice applica la pena stabilita da un codice assai discutibile specialmente se si pensa a chi debba applicarlo, senza che vi possa essere un’adeguata valutazione della mancanza stessa, in quanto che egli è sprovvisto della necessaria conoscenza, esperienza, prudenza e soprattutto della comprensione di cui abbisogna l’animo giovanile, che pecca più per spensieratezza che non per malizia. Insomma c’è proprio un vero pericolo di cadere nel sistema repressivo: e già abbiamo visto che esso non è il sistema più adatto alla educazione della gioventù.

In nessun modo poi è spiegabile come questo nuovo movimento abbia la pretesa di sorgere come una reazione alla scuola tradizionale, cui rimprovera tal sorta di « formalismo-passivo » permeato da spirito di coercizione ai danni della libertà dell’alunno, come pure un certo disagio sociale in cui verrebbero a trovarsi gli educandi a causa di un malinteso « paternalismo » dell’educatore, che terrebbe in minorità la loro intelligenza e il loro spirito, dominandoli con la paura.

Basta questo atteggiamento di recriminazioni arbitrarie, oltre che di pericolose novità, per tenerci in guardia contro una tendenza pedagogica che rinnega la tradizione e dimentica che il cristianesimo, oltre ad aver trovato il giusto modo di educare cristianamente i fanciulli, seppe formare gli uomini più grandi della storia.

Praticamente, in troppi casi, il nuovo movimento, mentre osa render responsabile la Chiesa di qualche deviazione educativa, imputabile non alla sua dottrina ma a manchevolezze personali, passa all’estremo opposto sconfinando in dottrine materialistiche.

Chi ben considera le cose, deve invece conchiudere che, quello che di buono può avere questo movimento, lo ha preso in prestito dalla tradizione cattolica.

Quanto poi a menar vanto di aver introdotto il metodo intuitivo per l’insegnamento del catechismo nel Villaggio dei fanciulli, ci permettiamo di ricordare che esso non è nuovo nella tradizione della Chiesa. Don Bosco lo praticò già un secolo fa, e altri prima di lui.

Non si può invece approvare che in certe comunità di ragazzi siano messe al bando regole, catechismi e formule a memoria. Ma di ciò diremo in seguito più ampiamente.

Riassumendo, concluderemo che le Città o Villaggi dei ragazzi, secondo che qui li abbiamo descritti, costituiscono un insieme che è in contrasto con la natura, o almeno prescinde da essa. La natura infatti non ci presenta i bambini che si governano da sè, ma i figli che, nel seno della famiglia, sono sottomessi all’autorità dei genitori che li educano. Quando poi, come negli eccìdi della guerra o di altri sconvolgimenti sociali, venissero a mancare i genitori, la logica vuole che si creino istituti che si avvicinino il più possibile alla famiglia.

La Città o Villaggio dei ragazzi, oltre che essere in contrasto con la natura, lo è con le tradizioni di qualsiasi nazione civile, che, nell’educazione, vuole rispettato il principio di una vera e non effimera autorità nell’ambiente della libertà.

Tale istituzione è pure in contrasto con le tradizioni delle leggi di Dio e della Chiesa, e pur senza volerlo, di fatto snatura il fanciullo, mettendolo nella condizione di fare ciò che non sa, di dirigere senza esserne capace, di governare e guidare mentre ha bisogno di essere governato e guidato, esponendosi così a errori e ingiustizie, che turbano e sovvertono la sua stessa coscienza.

Infine, come già si disse, o governa davvero il fanciullo e allora si va alla rovina, o di fatto non governa, e allora si educa la gioventù alla menzogna e alla ipocrisia snaturandone il carattere.

Queste considerazioni ci autorizzano ad affermare che dette nuove forme — come già avviene in alcuni cosiddetti Villaggi diretti da zelanti sacerdoti sotto la guida dei loro Vescovi — solo orientandosi verso la tradizione pedagogica cristiana potranno sussistere. Per parte nostra, pur lodando ogni buona iniziativa, siamo persuasi di avere nel sistema preventivo di Don Bosco una sorgente inesausta di risorse pedagogiche applicabili ai bisogni di tutti i tempi, perchè tutto, nel sistema preventivo, poggia sulla carità, la quale è fonte di ogni bene temporale ed eterno, poiché la carità è da Dio, anzi Dio è carità (396).



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