Sac. Pietro ricaldone don bosco educatore


Capitolo V. L’ASSISTENZA COME MEZZO FONDAMENTALE DI DISCIPLINA



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Capitolo V. L’ASSISTENZA COME MEZZO FONDAMENTALE DI DISCIPLINA

1. Concetto dell’assistenza.


Dai princìpi direttivi di un sistema pedagogico, rettamente impostati e chiaramente definiti, sgorgano quasi necessariamente i relativi mezzi dell’educazione. Anzi, non pochi sistemi educativi ricevono la loro caratteristica, più che dai princìpi, dai mezzi che si adoperano: questi mezzi infatti riflettono la natura dei princìpi stessi. Anche nel sistema di Don Bosco, dai princìpi che abbiamo testé indicati, — princìpi che sgorgano dall’essenza stessa del suo sistema, ed investono ed abbracciano tutto il problema educativo, — nascono come dalla loro naturale sorgente, i mezzi da adoperarsi nella educazione.

Si osservi però che i mezzi educativi, mentre sono dettati dai princìpi pedagogici del sistema, devono naturalmente conformarsi alla natura della stessa azione educativa, la quale è opera eminentemente conforme alla ragione e alla libera volontà.

Ne consegue che i mezzi educativi più importanti, e diremo indispensabili, saranno quelli che agiscono più efficacemente — anche se non sempre immediatamente — sulla ragione e sulla volontà dell’educando.

Pertanto, in una concezione retta e legittima della pedagogia, i principali mezzi educativi saranno sempre la parola e l’azione: la parola, che diverrà luce d’istruzione e calore di esortazione nelle forme più diverse; l’azione, sia esemplarmente vissuta dallo stesso educatore, sia presentata da lui nella persona di altri attraverso i libri, racconti e specialmente biografie. La saggezza popolare e la tradizione hanno già fissato e valutato la forza educativa di questi due mezzi nel noto adagio verba movent, exempla trahunt: mentre le parole muovono gli animi e fanno presa sulla ragione, gli esempi trascinano la volontà all’emulazione, all’imitazione, all’azione.

Don Bosco seppe servirsi in modo sapiente e sagace di questi due mezzi: approfondì la ragione della loro forza e pensò che convenisse fonderli in un solo mezzo, del quale fece come la base, il perno, la caratteristica del suo sistema d’educazione, o meglio, della pratica della sua pedagogia.

Questo mezzo fu l’assistenza. Essa infatti racchiude in sè e attua allo stesso tempo l’istruzione e l’esempio.

E avvertiamo subito che è ben lungi da noi anche solo la insinuazione che l’assistenza, ossia la vigilanza e la sorveglianza, sia una invenzione di Don Bosco. Tutti gli educatori, da che mondo è mondo, hanno adoperato questo mezzo. Soltanto la forma, lo spirito potè essere ed è stato effettivamente diverso, come si deduce dalle stesse parole che frequentemente furono usate nel linguaggio pedagogico: vigilante, sorvegliante, censore, ispettore, ed anche prefetto. Queste parole indicano generalmente la stessa carica, ma ne specificano il differente spirito e modo di praticarla e attuarla.

Don Bosco la chiamò semplicemente assistenza, e colui che la esercita, assistente: benché questa denominazione non fosse, generalmente, adoperata nè allora nè poi in altri istituti di educazione. Anzi, — come avviene ad esempio per le parole salesiane coadiutore e rendiconto, — ne resta perfino difficile le traduzione in altre lingue. Il motivo è che, nelle diverse traduzioni, non è tanto la parola che si vuol tradurre, quanto il finissimo e delicatissimo concetto che essa racchiude, e nel quale sta appunto lo spirito, anzi tutta la delicatezza dello spirito di Don Bosco, sempre vivificato da opportuna praticità e da squisita carità.

Chi volesse trovare un’immagine o una frase parallela che esprima l’azione dell’assistente secondo Don Bosco, non dovrebbe certamente andarla a cercare nell’edilizia, o nelle cliniche mediche e chirurgiche, o nella milizia, nè altrove; ma nella sacra intimità del focolare domestico riscaldato dall’amore materno e dall’affetto paterno. Ivi noi troveremo raffigurata e attuata l’assistenza salesiana nell’atteggiamento soave della mamma presso la culla del suo figliuolo: ivi sorprenderemo ancora questa assistenza nello sguardo vigile e, vorremmo dire, amorosamente inquieto del padre e della madre, che seguono dappertutto il figliuolo del loro cuore: ivi noi vedremo attuata detta assistenza nella voce affettuosamente risoluta di un avviso, di un consiglio, di uno stimolo. Insomma, la forza dell’assistenza educativa, secondo Don Bosco, mentre è informata dalla più ardente carità soprannaturale, prende le mosse dai genitori, di cui si fanno le veci, e si ispira a quell’affetto materno e paterno, che rende tanto caro il focolare domestico.

2. Importanza dell’assistenza.


Le semplici considerazioni fatte basterebbero già a darci un’adeguata idea della importarla somma dell’assistenza, che costituisce il primo dovere dell’educatore salesiano. Don Bosco era convinto che le mancanze dei giovani derivano in gran parte da difetti di sorveglianza. « Non dimenticate mai — diceva — che i ragazzi mancano più per vivacità che per malizia, più per non essere ben assistiti che per cattiveria. Bisogna aver di essi sollecita cura, assisterli attentamente, senza aver l’aria di farlo e prendere anche parte ai loro giuochi, tollerare i loro schiamazzi e le noie che arrecano, poiché eziandio il Divin Salvatore disse in tali circostanze: Sinite parvulos venire ad me (Lasciate che i bambini vengano a me) » (397). « Vigilando si previene sufficientemente il male, e non c’è bisogno di reprimere » (398).

In un sogno avuto nella notte fra il 17 e il 18 gennaio 1883, sembrandogli di parlare con il defunto Don Proverà, gli disse: — Pei nostri giovani, che cosa mi raccomandi?

— Per i nostri giovani si deve impiegare lavoro e sorveglianza.

— Ed altro?

— Altro: sorveglianza e lavoro, lavoro e sorveglianza (399).

D’altronde, come abbiamo visto, l’assistenza è il primo dovere che deriva dall’essenza stessa del sistema preventivo, che è un’emanazione della carità. Perciò l’assistenza non deve conoscere rilassamenti, per quanto i giovani possano parer buoni. Non già che Don Bosco volesse che noi considerassimo i giovani come cattivi. Egli dice semplicemente: « Sorvegliamo come se tutti fossero cattivi, ma facciamo in modo che tutti credano che noi li stimiamo bravissimi » (400). E cioè, non è che si voglia mancare alla carità credendoli cattivi, ma è la carità che ci fa pensare che essi potrebbero commettere il male, e perciò dobbiamo assisterli in modo tale che essi non lo facciano (401).

Taluno potrà dire che l’assistente, se vuol compiere bene il suo dovere, dev’essere disposto a una vita di vero sacrificio. È proprio così; il Salesiano che ha abbracciato la sua missione di educatore, ha consapevolmente e generosamente fatto il sacrificio di tutto se stesso per la salvezza dei giovani e delle anime. Perciò, sia l’assistente che il maestro, devono essere pronti a rinunciare a studi od occupazioni geniali, pur di assistere i giovanetti e di procurar loro una conveniente istruzione ed educazione nella scuola (402).

Don Bosco voleva ancora che la presenza dell’assistente tra gli allievi fosse senza dubbio fisica, ma soprattutto fattiva ed operante. È i Regolamenti ribadiscono: « La loro presenza fra gli a-lunni non sia soltanto materiale, ma efficacemente educativa» (Regolam., 210). Gli assistenti adunque devono attendere continuamente a istruire e consigliare i giovani su ciò che devono fare o evitare: animarli al dovere, riprendere i loro falli, correggerne i difetti, provvedere quanto han bisogno, trattenerli allegramente nelle ricreazioni, allontanare ciò che può essere loro di pericolo corporale o spirituale, metterli in guardia, specialmente dagli inciampi che possono loro opporre i cattivi compagni.


3. L’assistenza come deve essere.


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