Sac. Pietro ricaldone don bosco educatore



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c) Assistenza solidale.


L’assistenza, per non venir meno al suo scopo, - che è, secondo Don Bosco, « mettere gli allievi nella impossibilità di commettere mancanze » (Regolarli,,, 88) — dev’essere coordinata. Gli assistenti che svolgono il loro lavoro educativo sui giovani di uno stesso collegio, e spesso di una stessa classe, devono aver presenti alla memoria i princìpi che il nostro Padre fissò, il 27 marzo 1870, per regolare i loro reciproci rapporti, e promuovere in tal modo quello spirito di solidarietà e di attività armonica, che è la prima condizione per allontanare ogni sorta di mali da una casa di educazione.

« Ciascuno, — spiegava Don Bosco, — ha degli obblighi da adempiere nella posizione in cui si trova; e di questi obblighi o doveri, alcuni sono di giustizia, altri sono di carità.

« I doveri di giustizia li ha ciascheduno in particolare per quell’ufficio che gli fu affidato; e quindi nel suo ufficio ciascuno ha pieni poteri di far eseguire le regole, ma coi mezzi leciti. Così, per spiegarci con un esempio chiaro, un maestro nella scuola, deve impartire l’istruzione per giustizia. Può far alto e basso coi suoi allievi; deve però ricordarsi di far le cose per carità e quindi usar molta tolleranza. Ma non deve credere che la sua autorità di maestro coi suoi allievi si estenda anche fuori di scuola. Fuori di scuola i giovani dell’Oratorio per lui devono essere tutti eguali, a qualunque classe appartengano, perchè allora ha soltanto verso di essi uffici di carità da adempiere, i quali non devono estendersi soltanto ad alcuni, ma a tutti. Dico questo perchè vedo che spesso un uffizio cozza coll’altro, quello di un maestro con quello di un assistente, e quindi ne nascono anche delle gelosie; e gli uffici non si compiono più come si dovrebbero compiere. Accade che un giovane commette una mancanza sotto la custodia di uno, e l’altro, cioè l’offeso, lo a-spetta che sia sotto di lui per vendicarsi, e questo non si può. Per esempio: nel cortile vi sarà uno che fa un’insolenza, e in tal caso il maestro non è autorizzato di castigarlo nella scuola, ma se vuole, da fratello, da padre, da amico, può avvisarlo. Così anche uno non è autorizzato a proibire ai suoi dipendenti di andare or con l’uno or con l’altro dei suoi compagni, se non è mosso da carità, ma dal suo capriccio» (403).

La sera del Natale del 1876, tornando sull’argomento, diceva: « Un’altra cosa che ho da raccomandarvi, si è di aiutarvi vicendevolmente nel lavoro. Non dir mai: — Tocca a quell’altro, non tocca a me. — Si vede talvolta qualche disordine che si potrebbe e dovrebbe impedire; e manca l’assistente. Non si stia indifferenti col pretesto che noi non siamo incaricati della sorveglianza, ma si dica invece: — Ora l’assistente sono io. — Qualunque volta si possa impedire un male anche il materiale, si faccia... Ma soprattutto badiamo a impedire il male morale, i disordini di qualsivoglia sorta, sia tra i giovani che tra noi medesimi. Colla sola concordia in questo si può progredire, e rendere innocui i membri pericolosi. Si sa che il tale ha un libro cattivo. Tu che vuoi essere religioso, non solo non devi cooperare a tenerlo, a nasconderlo, ma cerca di averlo questo libro, prendilo e brucialo. Se ne possono impedire delle risse, delle combriccole, degli scandali! » (404).

Insomma, alla base della parola di Don Bosco c’è un profondo senso di responsabilità sociale e solidale, del quale devono sentirsi rivestiti tutti gli assistenti, affinchè la loro vigilanza risulti veramente efficace.

In virtù di questo senso di responsabilità, il Santo voleva si vigilasse, per evitare che s’introducessero nelle case, come può avvenire in qualsiasi famiglia, soggetti non sempre edificanti, o, peggio ancora, pericolosi, deformanti e perciò nocivi all’opera costruttiva dell’educazione. Particolare vigilanza egli esigeva sulle visite di persone adulte, sia in parlatorio che fuori; e sulle stesse relazioni a volta indispensabili tra gli alunni, i familiari, gl’impiegati ed i servi. Purtroppo non è unico il caso d’aver visto sciupati e distrutti i frutti di una educazione accurata e soda dall’opera subdola, dall’influsso maligno e diuturno, anche di una sola persona di servizio. Ciò può avvenire nella famiglia e negli istituti che la rappresentano, senza che i genitori o i responsabili se ne accorgano, tanto l’opera è a volte diabolicamente sottile e penetrante. Il veleno lo si somministra a poco a poco, a piccole dosi, segretamente, furtivamente; ma purtroppo le funeste conseguenze non tardano poi ad apparire. Certi mutamenti dei giovani in seno alla famiglia e negli istituti, devono essere seguiti, studiati, per vedere se sia ancora possibile arginare l’opera del maligno pervertitore, il quale seppe forse nascondersi persino sotto mentite spoglie di virtù e di santità: non è la prima volta che il diavolo sa camuffarsi da monaco.



d) Altre qualità dell’assistenza.


L’assistenza dev’essere, essenzialmente e sempre, l’occhio della carità. È evidente pertanto che la prima sua dote sia quella di vigilare amorosamente.

Don Bosco voleva esclusa dalle case salesiane l’assistenza sospettosa, quasi poliziesca. No, la casa salesiana non è un correzionale, e meno ancora una prigione o una caserma; perciò quanto sappia di militaresco, d’indagine poliziesca, di sospetti a catena, deve esulare da essa. Il Santo vide con pena che col moltiplicarsi degli alunni nell’Oratorio, allo scopo di procedere con un certo ordine nei passaggi da un luogo ad un altro, si fossero stabilite le file: gli pareva che, con quella misura, fosse stato sottratto qualche cosa allo spirito di famiglia. Si rendeva conto che effettivamente una massa ormai di cinquecento e più allievi non poteva procedere come una mandra di pecore; ma quella piccola coazione delle file gli pareva un affievolimento di carità e di familiarità.

Per lo stesso motivo non voleva uggiosa l’assistenza: vigilante sì, ma affettuosa; quindi non fatta con l’occhio indagatore di chi quasi va alla caccia di un disordine, oppure di chi si rende insopportabile con la sua intransigenza anche a riguardo di certe minime particolarità, sulle quali, data l’indole dei ragazzi, la carità suggerisce di chiudere un occhio e di agire con benigno compatimento.

Don Bosco dice a questo proposito che i giovani bisogna « assisterli attentamente senza aver l’aria di farlo », così pure « non far capire loro che si sospetta, ma con prudenza sorvegliare senza che se ne accorgano » (405). E veramente un superiore che fosse tenuto per sospettoso, sarebbe causa di mormorazioni, irriterebbe i poco buoni, rendendo diffidenti coloro che si regolano bene.

D’altronde non è forse la carità a tener l’assistente fermo al suo posto? Dunque i pensieri, gli sguardi, le azioni, eventualmente le parole, i giudizi, tutto deve essere ispirato e guidato dall’amore.

Un’altra prerogativa dell’assistenza è che sia universale. Don Bosco vuole in primo luogo che sia universale come obbligo da parte di tutti i suoi Salesiani: egli ripetutamente ha ricordato loro questo primo ed essenziale dovere. Parlando del sistema preventivo così si esprime: « Esso consiste nel far conoscere le prescrizioni e i regolamenti di un istituto, e poi sorvegliare in guisa che gli allievi abbiano sempre sopra di loro l’occhio vigile del Direttore o degli assistenti, che come padri amorosi parlino, servano di guida ad ogni evento, diano consigli e amorevolmente correggano; che è quanto dire, mettere gli allievi nella impossibilità di commettere mancanze » (Regolam., (88).

Ma l’assistenza dev’essere universale, cioè deve estendersi a tutti i giovani e a tutti i luoghi ove essi si trovano. Per questo Don Bosco insiste perchè « gli allievi non siano mai soli; per quanto è possibile, gli assistenti li precedano nel sito dove devonsi raccogliere; si trattengano con loro fino a che siano da altri assistiti; non li lascino mai disoccupati » (Regolam., 92).

« Per carità, — diceva già ai primi giovani catechisti, — raccomando di non lasciar mai soli i giovani, ma di assisterli sempre, continuamente e dovunque ». E per animarli spiegava lóro quel motto di sant’Agostino: Animam salvasti, animam tuam praedestinasti (Hai salvato un’anima? hai predestinato la tua) (406).

Premeva al nostro Padre che nessuno rimanesse fuori della sorveglianza, e che perciò, qualora un assistente o un maestro si fosse accorto che qualcuno degli alunni era assente, lo facesse tosto cercare (Regolam., 109). « Notando poi l’assenza di un alunno da qualunque luogo, — soggiungono i nostri Regolamenti, — ne informino prontamente chi di ragione». E ancora: «Se per qualche ragione devono lasciare temporaneamente il proprio posto, ne chiedano licenza al Consigliere, e, in ogni caso, non si allontanino finché non siano sostituiti » (Regolam., 212, 211).

Don Bosco giunge ad affermare che la vigilanza assidua è essenziale quanto la preghiera e più ancora. Egli infatti ricorda ai suoi figli che la parte più importante dei doveri affidati ai maestri e agli assistenti sta nel trovarsi puntualmente nel luogo dove si raccolgono i giovani per la chiesa, per lo studio e il riposo, per la scuola e il laboratorio, per la ricreazione e via dicendo (407). « Tutti quelli che esercitano qualche autorità nelle scuole, nei dormitori, in cucina, in portineria, in qualunque altra parte della casa, siano puntuali ai loro doveri: pratichino le regole della Società, soprattutto quelle religiose; ma si adoperino con la massima sollecitudine per impedire le mormorazioni contro i Superiori, contro l’andamento della Casa, e specialmente insistano, raccomandino e nulla risparmino per impedire i cattivi discorsi » (408). « Puntualità ed esattezza, —- insiste ancora, — nell’assistenza in chiesa, nella sala di studio, e quando gli alunni vanno in fila, e in camerata, e a passeggio e in ricreazione » (409). « A tutti poi è caldamente raccomandato di comunicare al Direttore tutte le cose che possono servire di norma a promuovere il bene ed impedire l’offesa del Signore » (410).

Un’assistenza così universale, cioè totale e assoluta, può essere giudicata difficile o pressoché impossibile, anche da studiosi di pedagogia. Non si sa capire come il Salesiano possa assistere tutti e sempre e in ogni dove.

Ma l’assistente non è sempre solo: ha dei supplenti. E la stessa assistenza, ove occorra, è distribuita tra i vari Confratelli. Ciò che Don Bosco vuole si è che i giovani non siano mai soli nello studio, nel refettorio, nel dormitorio, nel cortile, e via dicendo.

Alcuni pensano che essa sia sorgente di soggezione, e quasi una menomazione della libertà degli alunni, dando luogo forse a finzioni e financo a deformazioni della loro personalità.

Costoro non hanno capito il pregio principale ed essenziale dell’assistenza salesiana, tutta pervasa di carità. Ora la carità è ordinata, e appunto per questo l’assistenza non dovrà attuarsi per tutti allo stesso modo. Abbiamo già visto come Don Bosco, con la sua consueta semplicità, avesse praticamente divisi i giovani in varie categorie, per ognuna delle quali diede norme particolari. Perciò occhio su tutti, sì; ma somministrando a ciascuno quel grado di assistenza che esige la sua indole, e sempre con carità.

Fatte queste premesse ascoltiamo Don Bosco che parla agli assistenti: « Sorvegliate continua-mente i giovani in qualunque luogo si trovino, mettendoli quasi nell’impossibilità di fare il male; in modo più attento la sera dopo cena, e così prevenire anche il menomo disordine. Il sabato sera o la vigilia di qualche solennità, quando i giovani escono dallo studio o dai laboratori, si vigili perchè non vadano e non si fermino per le scale, per i corridoi e nei cortili, col pretesto di andarsi a confessare; e si procuri che ognuno abbia con sè il Giovane Provveduto per la preparazione e il ringraziamento della Confessione» (411). Scriveva da Roma nel 1880 a Don Bologna: « In particolare poi procura di distribuire gli uffizi ai singoli, in modo che non rimanga nè cosa, nè persona, nè ragazzo, nè luogo, che non siano affidati a qualcuno » (412). E Don Savio Angelo, scrivendo nel settembre 1861 a Don Durando in nome di Don Bosco, si esprimeva così: « Disse poi, per ciò che spetta a ciascuno dei soci che sono nell’Oratorio, doversi portare le cose al punto che in qualunque posto o angolo della casa uno di essi si trovi, si possa essere sicuri che tutto procede bene, senza che vi sia pericolo di male: sia col mettere gli altri in guardia colla loro presenza, e sia coll’impedire qualora si tentasse di commettere disordini. Disse ancora di esigere che si manifestino a lui o a chi lo rappresenta, gli alunni che si giudicano non far per la casa in quanto a moralità ed a religione specialmente » (413). In particolare poi Don Bosco inculcava: « Massima vigilanza affinchè i giovani interni non possano mai liberamente familiarizzare cogli esterni » (414).

L’assistenza così universalmente esercitata, deve poi riflettersi, secondo il pensiero di Don Bosco, nel giudizio che determina il voto di condotta; in quanto esso deve essere, nei limiti del possibile, la risultanza di tutte le aggravanti e di tutte le eventuali attenuanti: « Gli assistenti tengano conto di tutto per assegnare agli alunni i voti di condotta. Di questi diano comunicazione settimanalmente al Consigliere, o, in sua assenza, al Prefetto; ma avvenendo cose gravi, ne facciano pronta relazione » (Regolam., 213).




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