Sac. Pietro ricaldone don bosco educatore


e) Cose da evitarsi durante l’assistenza



Scaricare 1.5 Mb.
Pagina18/37
18.11.2017
Dimensione del file1.5 Mb.
1   ...   14   15   16   17   18   19   20   21   ...   37

e) Cose da evitarsi durante l’assistenza.


A Don Bosco stava massimamente a cuore che si evitassero, nell’assistenza, certi inconvenienti, i quali potrebbero tornare di danno agli allievi e a coloro che assistono. Certi disordini accadono appunto per mancanza di quella virtù della prudenza, della quale ogni buon educatore deve essere fornito sempre, ma in modo speciale quando assiste.

Anzitutto dice Don Bosco: « I chierici nelle cose riguardanti la moralità non interroghino mai i giovani, ma lascino al Direttore questa cura, tanto più che la loro mancanza di esperienza può essere cagione che impari la malizia chi ancora non la conosce » (415).

« Non si lodi mai un giovane in presenza di altri confratelli, perchè queste lodi son poi ripetute e possono divenir causa di superbia e di amicizie particolari (416). Non si parli mai con loro, nè con persone di servizio, di qualche disordine accaduto in un altro collegio; nè cogli alunni di una classe di un disordine avvenuto in un’altra» (417). Un edificio costruito sulle altrui ruine, è destinato a rovinare anch’esso.

Gli assistenti poi « non facciano mai rimproveri collettivi, e ricordino che i provvedimenti disciplinari sono riservati al Prefetto o al Consigliere » (Regolam214). Il motivo viene spiegato dallo stesso Don Bosco: « Così eviteranno odiosità, e non faranno sbagli... Però le mancanze di rispetto all’assistente siano punite con severità » (418). Infatti se l’autorità dell’educatore viene messa in non cale, non c’è più sostegno per la disciplina.

Don Bosco voleva si ricordasse che la carità non conosce antipatie. Non basta non permettere che il proprio cuore si faccia schiavo di simpatie; in forza della stessa carità, bisogna evitare le antipatie, le quali vengono subito conosciute non solo da chi ne è vittima, ma anche dai compagni, e fanno sì che cada la disistima sull’educatore e se ne perda la confidenza.

Altra cosa da evitare è il pessimismo. Qualche educatore, per carattere infelice, oppure per stanchezza o per malattia, prende l’abitudine di vedere tutto nero, mancando così a quanto esige la più elementare carità. Don Bosco educò sempre a un sereno ottimismo, fecondo di buoni propositi sia negli educatori che negli allievi. L’ottimismo, pel Salesiano che vuole imitare Don Bosco, deve costituire come una seconda natura. Allora nel suo cuore non metterà radici lo scoraggiamento; al contrario sempre più crescerà in se stesso la fiducia e si renderà padrone dei cuori.


f) Particolare vigilanza SULLE LETTURE CATTIVE.

1) I libri.


Don Bosco voleva che si vigilasse soprattutto sulle letture, e perciò si escludessero dalle case salesiane libri, riviste, giornali, che in qualsiasi modo potessero nuocere alla formazione degli alunni. Sui libri egli ha scritto una bellissima pagina che ci pare doveroso ricordare: nessun commento potrebbe avere la forza persuasiva deh le sue parole. Il 1° novembre 1884, quando Don Bosco era giunto alla maturità, e, quasi vorremmo dire, alla completezza del suo pensiero pedagogico, così scriveva a tutti i suoi collaboratori:

« Una gravissima cagione mi determina a scrivere questa lettera sul principio dell’anno scolastico. Voi sapete quanta affezione io nutra per quelle anime che Gesù benedetto, Signore nostro, nella Sua infinita bontà, volle affidarmi e, d’altra parte, non dovete misconoscere quale responsabilità pesa sugli educatori della gioventù e quale strettissimo conto costoro dovranno rendere della loro missione alla divina Giustizia.

« Ma questa responsabilità io debbo sostenerla con voi divisa, o miei carissimi figliuoli, e bramo che sia per voi e per me origine, fonte, causa di gloria e di vita eterna. Perciò ho pensato di richiamare la vostra attenzione sopra un punto importantissimo dal quale può dipendere la salute dei nostri allievi. Parlo dei libri che si devono togliere dalle mani dei nostri giovanetti e di quelli che si debbono usare per le letture individuali o per quelle fatte in comune.

« Le prime impressioni che ricevono le menti vergini e i teneri cuori dei giovanetti durano tutto il tempo della loro vita, e i libri oggigiorno sono una delle cause principali di questo. La lettura ha per essi una vivissima attrazione sollecitando la loro smaniosa curiosità, e da questa dipende moltissime volte la scelta definitiva che fanno del bene o del male. I nemici delle anime conoscono la potenza di quest’arma e l’esperienza v’insegna quanto sappiano scelleratamente adoperarla a danno dell’innocenza. Stranezza di titoli, bellezza di carta, nitidezza di caratteri, finezza d’incisioni, modicità di prezzi, popolarità di stile, varietà d’intrecci, fuoco di descrizioni, tutto è adoperato con urte e prudenza diabolica. Quindi tocca a noi opporre armi ad armi, strappare dalle mani dei nostri giovani il veleno che l’empietà e l’immoralità loro presenta: ai libri cattivi opporre libri buoni. Guai a noi se dormissimo, mentre l’uomo nemico veglia continuamente per seminare la zizzania.

« Perciò fin dal principio dell’anno scolastico si metta in pratica ciò che le regole prescrivono; si osservi cioè attentamente quali libri rechino con sè i giovani nell’entrare nell’Istituto, destinando, se fa d’uopo, una persona ad ispezionare bauli ed involti.

« Oltre a ciò il Direttore di ogni casa imponga ai giovani di far l’elenco coscienzioso di ogni loro libro e di presentarlo al Superiore stesso. Questa misura non sarà superflua, sia perchè si potrà esaminare meglio se qualche libro rimase inosservato, sia perchè, conservandosi questi elenchi, potranno in data circostanza servire per regola d’azione contro chi maliziosamente avesse celato qualche libro cattivo.

« Simile vigilanza continui tutto l’anno, sia comandando agli allievi di consegnare ogni libro nuovo che acquistassero lungo il corso scolastico o che fosse introdotto dai parenti, amici e condiscepoli esterni; sia osservando che, per ignoranza o per malizia, non siano fatti avere ai giovani pacchi involti in giornali pessimi, sia col fare prudente perquisizione in studio, in camera, in iscuola.

« Le diligenze usate a questo fine non sono mai troppe. Il professore, il capostudio, l’assistente, osservino eziandio che cosa si legga in chiesa o in ricreazione, in iscuola, nello studio. I vocabolari non purgati sono pure da eliminarsi. Per tanti giovani i libri cattivi sono il principio della malizia e delle insidie dei compagni cattivi. Un libro cattivo è una peste che ammorba molti giovani. Il Direttore stimi d’aver ottenuto una buona ventura, quando riesce a togliere di mano a qualche allievo uno di questi libri.

« Purtroppo i giovani possessori dì questi si prestano ben difficilmente all’obbedienza e ricorrono ad ogni astuzia per nasconderli. Il Direttore deve lottare contro l’avarizia, la curiosità, la paura del càstigo, il rispetto umano, le passioni sbrigliate. Perciò io credo necessario conquistare il cuore dei giovani persuadendoli colla dolcezza.

« Più volte all’anno, dal pulpito, alla sera, nelle scuole, trattare l’argomento dei libri cattivi, far vedere i danni che da questi derivano, persuadere i giovani che non si vuol altro fuorché la salute delle loro anime, che noi dopo Dio, amiamo sopra ogni altra cosa. Non si usi rigore se non nel caso che un giovane fosse di rovina agli altri. Se uno consegnasse un libro ad anno avanzato, si dissimuli anche la passata disobbedienza, e si accetti quel libro come un carissimo regalo. Tanto più che talora può essere il confessore che gli ha prescritto simile consegna, e sarebbe imprudenza cercare più in là. La conosciuta benignità dei Superiori indurrebbe anche i compagni alla denuncia di chi nascondesse simili libri.

« Scoperto però un libro proibito dalla Chiesa o immorale, si consegni subito alle fiamme. Si sono visti libri tolti ai giovani e conservati, riuscir di rovina a preti e a chierici. Così operando io spero che i libri cattivi non entreranno mai nei nostri collegi, ovvero, entrati, saranno presto distrutti.

« Ma, — continua il Santo, — oltre i libri cattivi, è necessario tenere d’occhio certi altri libri, i quali benché buoni o indifferenti in sé, pure possono riuscire di pericolo, perchè non convenienti all’età, al luogo, agli studi, alle inclinazioni, alle passioni nascenti, alla vocazione. Questi pure si debbono eliminare. In quanto ai libri onesti e ameni, se si potessero escludere, ne verrebbe gran vantaggio per il profitto nello studio: i professori regolando i compiti scolastici potranno misurare agli allievi il tempo. Essendo però oggi-giorno quasi irrefrenabile la smania di leggere, e anche molti libri buoni scaldando troppo le passioni e le immaginazioni, ho pensato, se il Signore mi dà vita, di ordinare e stampare una collana di libri ameni per la gioventù ».

Don Bosco, dopo aver parlato di libri che si leggono in privato, passa a parlare delle letture da farsi nei refettori e nella sala di studio: « Dirò in primo luogo, che non si leggano mai libri se prima non sono approvati dal Direttore, e siano esclusi i romanzi di qualunque genere essi siano, non usciti dalla nostra tipografia ». Indicati poi alcuni libri che dovevano servire come di guida e di modello, prosegue: « Riguardo alle letture nelle camerate intendo di bandire assolutamente ogni lettura divagante o amena, ma desidero siano adottati libri che, con le loro impressioni sull’ani-mo del giovanetto che sta per addormentarsi, siano atti a renderlo più buono. Quindi sarà cosa utilissima che si usino in queste circostanze libri allettevoli, ma d’argomento piuttosto sacro od ascetico. Incomincerei dalle biografie dei nostri giovanetti Comollo, Savio, Besucco, ecc: continuerei con quei libretti delle Letture Cattoliche che trattano di Religione; finirei con vite di Santi, ma scegliendo le più attraenti ed opportune. Queste letture, che seguono il brevissimo discorso della sera partito da un cuore che desidera la salute delle anime, son certo che talora faranno più bene di quello che può fare un corso di esercizi spirituali ».

Infine dava sapienti norme riguardanti le pubblicazioni dei Salesiani, raccomandando che fossero sempre messe nella luce migliore, specialmente davanti ai giovani. E finiva così: « Miei cari figliuoli, ascoltate, ritenete, praticate questi miei avvisi » (419).


2) Riviste e giornali.


Ciò che si dice del libro, vale parimenti per le riviste e giornali. Quelle sono più ricercate dagli allievi, o almeno imposte da certi regolamenti scolastici governativi per gli educatori, per le biblioteche circolanti e per le sale di lettura.

Noi immaginiamo, data la sensibilità morale e la energia educativa di Don Bosco, quanta sarebbe oggi la sua accortezza per impedire che simili letture producano conseguenze funeste. Sappiamo quanto coraggio Don Bosco, e con lui i suoi figli, e in particolare Don Cerruti, abbiano avuto nel sacrificare l’aggiornamento dei giovani su certe questioni e sulla conoscenza di determinate opere e pagine letterarie di autori celebri. Essi seppero affrontare, anche nei licei e nelle università, il pericolo di rappresaglie negli esami, pur di rispettare l’integrità morale dei giovani. In questa maniera immunizzarono le anime giovanili, facendo in modo che non venisse comecchessia intralciata, o, peggio, guastata del tutto in esse la formazione morale e cristiana.

D’altronde è risaputo per lunga esperienza, che la stessa formazione letteraria e scientifica dei giovani molte volte subisce detrimento, anziché avere vantaggio, dal frequente maneggio di troppi libri, e soprattutto di giornali e anche di riviste: fu detto giustamente che il giornale — e lo si può ripetere di certe riviste, — è il maggior nemico del libro. « Tale lettura, — diceva Don Bosco ai suoi preti e chierici, — toglie gran parte del tempo agli studi severi, volge l’animo a molte cose inutili, e per certuni anche dannose, accende le passioni politiche » (420).

I giovani generalmente non hanno il senso della misura. Manca loro soprattutto il giudizio per una giusta e opportuna valutazione di ciò che può esser loro conveniente o dannoso. La loro mente, ancora in formazione, si lascia più vivamente e profondamente impressionare da pagine e descrizioni leggiere, futili, e anche nocive alla loro incolumità morale, anziché dal salutare influsso di concetti, idee, giudizi formativi e costruttivi della loro mentalità. Per Don Bosco, come abbiamo visto, era questo un punto di grande importanza e lo inculcò insistentemente ai suoi collaboratori nell’opera educatrice.


4. Responsabilità degli assistenti.


In relazione a questo e a tutti gli altri aspetti dell’assistenza, Don Bosco voleva che i suoi assistenti fossero profondamente convinti della propria responsabilità. « Essi, — dicono i Regolamenti, -— sono i più direttamente responsabili della disciplina e della moralità» (Regolam., 210). Perciò non trascurino nessuna piccolezza che possa diventare causa di disordine. Tante volte sarà un nonnulla che presto sparisce; ma alle volte da piccoli princìpi si producono mali non lievi. « Guai al prete o al chierico il quale, incaricato della vigilanza, vede i disordini e non li impedisce!... È un gran male starsene quieti allorché si conosce qualche disordine non impedendolo o non cercando che lo impedisca chi di ragione » (421).

Di questa responsabilità degli assistenti Don Bosco cercava di persuadere i giovani stessi. Nella Buona Notte del 15 aprile 1877 parlò, tra l’altro, così:

« Alcuni, pochi, pochissimi, si lamentano continuamente, e spargono il malcontento fra i compagni, dicendo: — Non possiamo leggere un libro di nostro gusto, senza aver sùbito chi ci interrompa quella lettura; sempre gli occhi dei superiori addosso a noi in tutti i luoghi! — E altre cose simili. Spensierati che sono! I vostri assistenti sarebbero crudeli se non facessero così: questo è il loro dovere, questo richiede il vostro bene. Gli assistenti avrebbero ben altro da fare, se si contentassero del loro personale interesse; potrebbero stare tranquilli, se l’assistenza non fosse un loro preciso dovere. Se ciò fanno è per impedire il male; e ciò ridonda a vostro bene. Gli assistenti dovranno inoltre rendere conto a Dio, se avranno trascurato di assistere i loro giovani e se questi, per loro negligenza, si fossero lasciati andare a qualche colpa » (422). Già San Bernardo aveva detto che sarebbe stato lieto di veder su di sè gli occhi di mille pastori, che conducessero l’anima sua a pingui pascoli e la difendessero dai lupi.

5. Don Bosco, assistente modello.


Don Bosco cercava d’infondere nei suoi figli il senso .dell’importanza e della responsabilità dell’assistenza, oltre che con le parole, più ancora con l’esempio, facendo loro concretamente vedere con quale oculatezza e preveggenza, decisione e posatezza, delicatezza e fermezza, serenità e prudenza, dignità e comprensione, costanza e fiducia, bisognava assistere.

Fin dai primordi del suo Oratorio, quando la maggior parte dei ricoverati erano artigiani, collocati a lavoro nelle officine della città, era suo costume di portarsi tutte le settimane or dall’uno or dall’altro dei padroni di officina o di bottega, per vedere coi propri occhi e per informarsi minutamente della condotta e profitto nel mestiere dei suoi giovani. Quando aveva buone notizie, per incoraggiarli regalava loro qualche coserella. Li raccomandava intanto con insistenza alla vigilanza dei capi, facendo loro capire che, se egli procurava che i giovani apprendisti fossero docili e laboriosi, i padroni dovevano altresì, dal canto loro, aver cura di ben istruirli nel loro mestiere e di tener lontano da essi ogni scandalo. Se qual-cono maltrattava i suoi giovanetti, ne prendeva le difese volendo che fossero trattati bene e che anche verso di loro, benché piccoli, fosse rispettata la virtù della giustizia. Se in un laboratorio scorgeva pericoli per l’anima o per il corpo, risolutamente li cambiava di padrone. E del nuovo padrone cercava sempre informazioni circa la condotta morale, l’abilità nell’arte e la santificazione delle feste. Quando non poteva egli stesso far tali ispezioni, mandava altri di sua fiducia, e, appena ebbe dei chierici, anche questi incaricò di tale vigilanza. Con lo stesso zelo continuava ad assistere nelle officine i giovani esterni dell’Oratorio festivo, i quali, conservandosi buoni e laboriosi, formarono la propria felicità (423).

In casa poi vegliava sempre come sentinella costante, ma prudente, al fine di prevenire il male e vincerlo, qualora avesse gettato qualche radice in essa. Nei primi vent’anni dell’Oratorio compariva da per tutto, e talora quando era meno aspettato: nelle camere, nei laboratori, nelle scuole, nei refettori, nei luoghi meno osservati, e più reconditi. Osservava anche le minime cose. Voleva saper tutto e veder tutto. Un giorno due giovani dopo pranzo si fermarono soli nel loro refettorio per alcuni istanti, esaminando il libro della lettura. Erano stimati buoni; nonostante, ecco la voce amorevole di Don Bosco che li chiamava.

Altri si erano appartati da tutti per intrattenersi di qualche loro progetto, o preparando una merenda o qualche gioco di quattrini, e Don Bosco all’improvviso sopraggiungeva: — Che cosa fate qui? Andate in ricreazione coi vostri compagni.

Un allievo passeggiava tenendo per mano un compagno o mettendogli un braccio sulla spalla. Don Bosco gli si avvicinava e scherzando gli dava un colpo sul braccio o sulle dita, dicendo: — Sapete la regola di non mettervi le mani addosso? Giochi di mano, giochi da villano.

Un giorno vide un giovanetto che nel cortile aveva intrecciato il suo braccio con quello di un assistente, il quale lasciò fare. Egli attese che quel chierico fosse solo, e chiamatolo a sè, lo ammonì severamente.

Su questo punto Don Bosco era delicatissimo.

Iddio stesso premiava lo zelo del suo fedel Servo con illustrazioni straordinarie. In molti casi la vigilanza di Don Bosco era inesplicabile e pareva splendesse in lui una speciale virtù visiva. Spesse volte, mentre era tutto occupato nello scrivere o nel pregare in chiesa, o intrattenendosi coi giovani, o anche in tempo della refezione, a un tratto chiamava a sè uno dei suoi anziani e dicevagli segretamente: « Va’ nella tale camera; vi sono (e faceva i nomi) tre che, chiusa la porta, leggono un giornale poco buono; di’ loro che escano subito ».

Altra volta ad un allievo giudizioso: « Corri a dire all’assistente che nel tal luogo, dietro ai portici, vi sono alcuni nascosti! Che li faccia saltar fuori ».

Poi, altre volte ancora, a qualche chierico: « Ascendi in cima alle scale, troverai il tale e il tale. Di’ loro che Don Bosco sa tutto ».

Questi fatti si rinnovarono non di rado, e sempre si verificava aver Don Bosco indovinato e luoghi e persone e circostanze. Ma comunque egli esercitasse l’ufficio dell’Angelo Custode, ne imitava la paziente e discreta condotta. Per i pretesti più naturali del mondo che coonestavano le sue apparizioni, per la sua bontà e semplicità, per le continue dimostrazioni di affetto e di stima verso tutti senza eccezione, per l’oblio delle mancanze scoperte e perdonate, non si destava nei giovani nessuna diffidenza. Infatti bastava che egli si presentasse in qualche luogo della casa perchè corressero intorno a lui (424).

Agli inizi dell’Oratorio, quando mancavano i chierici e Don Bosco era solo in mezzo a tanti giovani, per aiutarli a conservarsi puri e buoni li faceva assistere colla massima, ma prudente vigilanza, in ogni luogo ed in ogni tempo, dai giovani più virtuosi, mettendoli quasi nella impossibilità di fare mancamenti (425).

E voleva averli sempre sott’occhio i suoi giovani (426). A volte, fattili sedere intorno a sè, li divertiva con giochi di prestigio, colla bacchetta e simili. Ma questi giuochi e queste industrie non lo distraevano dalla vigilanza su tutto il cortile, ed era espertissimo nel conoscere le sue pecorelle.

Perciò quando scorgeva in tempo di ricreazione certi crocchi e poteva dubitare s’intrattenessero in cose non convenienti o di mormorazione, ne chiamava uno e dicevagli: « Ho bisogno di un piacere da te; prendi la chiave della mia camera, cerca nello scaffale il tal libro e portamelo ». Il giovane correva, ma talora il libro non si trovava, e veniva la line della ricreazione: Don Bosco, ringraziandolo, lo mandava a scuola (427).

Nei pomeriggi della Domenica egli stesso s’interessava del divertimento, ed era sempre in mezzo ai giovani. Aggiravasi qua e là, si accostava or all’uno or all’altro, e, senza che se ne avvedessero, li interrogava per conoscerne l’indole ed i bisogni. Parlava in confidenza all’orecchio a questo e a quello. Fermavasi a consolare o a far stare allegri con qualche lepidezza i malinconici. Egli poi era sempre lieto e sorridente, ma nulla di quanto accadeva sfuggiva alla sua attenta osservazione, ben sapendo di quali pericoli potesse essere causa l’agglomeramento di giovani di varia età, condizione e condotta. E non interrompeva questa sua vigilanza neppur quando ebbe chierici e preti assidui nell’assistenza, volendo egli pel primo stabilire, col suo esempio, il metodo così importante di non lasciar mai giovani da soli (428).

Altre volte disponeva i giovani in fila, a due a due, mettendosi in testa alla schiera, e poi in marcia, e avanti. Egli intonava lo stornello piemontese: un doi, polenta e coi (uno-due: polenta e cavoli); i giovani lo ripetevano centinaia di volte, cadenzando il passo, battendo le mani ed i piedi con tale fracasso sotto i portici da far tremare la terra. Ora si usciva all’aperto, ora si rientrava tra le arcate. Ora si piegava a destra e ora a sinistra; ora si montava le scale da una parte, si passava per un corridoio e si discendeva per un’altra scala. E sempre battendo le mani e levando la voce secondo l’esempio che dava loro Don Bosco. Infine stanchi, ma lieti, sentivano con rincrescimento il suono del campanello che li chiamava alle proprie occupazioni. Questa passeggiata teneva luogo di una pattuglia in perlustrazione (429).

Non poteva soffrire che alcuni durante la ricreazione stessero appartati da tutti gli altri compagni; nè permetteva che vi fossero panche per sedersi (450).

Nell’intento di porre un argine ai pericoli delle vacanze, provvedeva a far sorvegliare i suoi giovani dai loro parroci, inviando ad essi, per mezzo dei giovani stessi, una lettera di raccomandazione del tenore seguente:

« Raccomandiamo rispettosamente questo nostro allievo alla benevolenza del suo signor Parroco, facendogli umili preghiere di assisterlo in tempo delle vacanze, e, nel suo ritorno tra noi, munirlo di un certificato in cui si dichiari: 1) se nel tempo che passò in patria si accostò ai Santi Sacramenti della Confessione e della Comunione; 2) se frequentò le funzioni parrocchiali e se si prestò a servire la Santa Messa; 3) se non ha frequentato cattivi compagni e non ha altrimenti dato motivi di lamento sulla sua morale condotta» (431).

Naturalmente, sapendosi sorvegliati e dovendo poi rendere conto della propria condotta, la maggior parte dei giovani facevano giudizio.

Desiderando informare a questo spirito di saggia vigilanza i suoi figli, nel dicembre 1876 Don Bosco progettava lo schema di una operetta dal titolo Il Maestro e l’Assistente Salesiano, suddivisa in tanti capitoli di questo genere: come deve comportarsi l’assistente di dormitorio; l’assistente di passeggiata; l’assistente di chiesa; l’assistente di scuola; come deve comportarsi il maestro salesiano riguardo alla puntualità nel trovarsi in classe, riguardo alla disciplina, ai premi, ai castighi, e via di questo passo. Avrebbe poi voluto che tali lezioni di pedagogia, adatte proprio per noi, s’impartissero nell’anno di prova, indi si stampassero e formassero un libro di testo per uso dei Salesiani (432). Purtroppo le occupazioni non gli permisero di portare a compimento personalmente i suoi disegni; però si servì, come abbiamo visto, di Don Barberis per le lezioni di Pedagogia Sacra agli Ascritti.

Nelle conferenze non si stancava di raccomandare ai chierici ed ai Superiori l’assistenza coscienziosa dei giovani (433), per prevenire i mali.

Verso il 1875 si era cominciato a permettere che, per la festa di Maria Ausiliatrice, la gente fino a notte avanzata restasse in chiesa e circolasse nelle adiacenze. Ciò diede luogo a inconvenienti tra i giovani, alcuni dei quali, una volta, sottrattisi alla vista dei superiori, si erano nascosti nei sotterranei a far gozzoviglie. Perciò i Capitolari volevano abolita la veglia. Pervenuta la cosa alle orecchie di Don Bosco, egli lasciò dire e poi osservò: « Di chi la colpa? Di voi che non avete sorvegliato abbastanza. Adesso non si sopprima il bene per impedire il male; piuttosto un altr’anno ci si pensi per tempo e si piglino tutte le precauzioni, perchè i lamentati inconvenienti non si ripetano più » (434).

Era poi rigoroso cogli assistenti che dessero scandalo ai giovani, contravvenendo alle disposizioni dei Superiori. Quantunque dolcissimo, Don Bosco non passava facilmente sopra le mancanze di disciplina. Nei primi tempi e precisamente durante l’anno scolastico 1859-60, un chierico, Marcello, nel recarsi tutte le domeniche all’Oratorio di Vanchiglia, conduce va qualcuno della casa con sè contro il divieto espresso dei Superiori. Fu avvertito, ma senza frutto.

Una domenica, celebrandosi in Vanchiglia una particolare solennità, nuovamente portò seco a quella festa vari giovani, senza previa intesa con Don Bosco o col prefetto Don Alasonatti. Don Bosco pensò subito a porre termine a tale disordine conosciuto da tutti, e a togliere un cattivo esempio che poteva facilmente trovare seguaci. La sera adunque, innanzi all’intera comunità dopo le orazioni, toccò il fatto della grave disubbidienza di chi avesse condotto fuori casa i giovani senza averne la licenza. Quindi parlando — cosa insolita a quell’ora — in dialetto piemontese, e con tono marcato di amarezza, si fece a chiedere in pubblico, chiamandoli per nome, ai singoli giovani sopra accennati:

— Dove sei stato questa mattina?

— All’Oratorio di Vanchiglia.

— E chi ti condusse?

— Il chierico Marcello, — Così domandò agli altri che ripetevano la stessa risposta. In mezzo ad un profondo silenzio, risuonarono, con brevi pause, lentamente le parole: — E tu?... — Marcello.

Finite queste interrogazioni, Don Bosco espresse il suo vivo dispiacere con poche e secche frasi, ma tanto più forti, quanto più era la calma con cui venivano pronunciate. Fra gli altri era presente Don Paolo Albera (435).

Parimenti la sera del 26 marzo 1865, facendo osservare ai giovani il brutto spettacolo che presentavano al visitatore le camere, a motivo di alcuni letti in disordine e malfatti, soggiungeva: « Però non ne voglio far colpa ai giovani, no; la fo’ agli assistenti, i quali, volere o non volere, dovrebbero esigere che tutte le mattine si accomodassero i letti » (436).

6. L’assistenza negli ambienti particolari.


Abbiamo detto che l’assistenza è universale. Ciò implica che essa sia praticata convenientemente a seconda dei luoghi ove si trovano gli alunni. A tal fine sarebbe forse sufficiente richiamare il piccolo Regolamento redatto da Don Bosco per gli Allievi, poiché in esso egli descrive in particolare quale debba essere il contegno dei giovani nei vari ambienti della casa, e, per conseguenza, l’ufficio degli assistenti, che naturalmente consiste nel far osservare le prescrizioni regolamentari. Essendovene tuttavia molte altre che si riferiscono direttamente alla persona di chi assiste, crediamo opportuno accennare almeno alle norme pricipali.

a) In chiesa.


La sorveglianza in chiesa — nel pensiero di Don Bosco — deve conformarsi, in linea di principio, allo spirito del luogo, che è ambiente di raccoglimento e che di sua natura richiede un’assistenza tutta speciale. Essa risponderà alle esigenze del sacro recinto in cui si svolge, se da una dignitosa calma e divota compostezza saranno caratterizzati i movimenti, la voce, il gesto, l’espressione del viso e dello sguardo, in una parola tutta la persona dell’assistente, in modo da non turbare il raccoglimento dei ragazzi che pregano.

L’atteggiamento divoto dell’educatore mentre assiste, anche se la sua preghiera per forza di cose non potrà essere fatta con quella intensità di concentrazione interiore ch’egli vorrebbe, lungi dal cagionare distrazione ai giovani, è un potente richiamo a mantenerli alla presenza di Dio ed a pregare divotamente.

Ormai non c’è chi non sia persuaso della necessità di tale assistenza. Don Bosco era di questo avviso quando scriveva per i giovani: « In chiesa non dovrebbe essere necessario alcun assistente; il solo pensiero di trovarsi nella casa di Dio dovrebbe bastare a impedire ogni divagazione. Ma, siccome taluno può dimenticare se stesso e il luogo ove si trova, perciò ad ognuno si raccomanda di stare sottomesso agli ordini dell’assistente, nè alcuno cerchi di uscire senza gravi motivi » (437). Naturalmente il nostro Padre voleva che si tendesse a rendere pressoché inutile l’assistenza dei giovani in cappella, dando alla Pietà un aspetto e una forza attraente, affinchè gli alunni, compresi della bellezza ed importanza delle funzioni liturgiche, come anche del profondo significato delle preghiere, si mantenessero divoti e raccolti.

Egli raccomandava che possibilmente si trovassero in chiesa anche i maestri: « In chiesa si trovino tutti, chierici e sacerdoti, senza addurre pretesti... È questo uno strettissimo dovere per loro e perchè i giovani si comportino e preghino bene» (438). Naturalmente gli impegni della casa potranno talvolta ostacolare tale presenza: ma è bene che il pensiero di Don Bosco sia conosciuto e, per quanto è possibile, praticato (439).

Dai maestri ed assistenti egli esigeva in Chiesa più che altrove il buon esempio nella modestia della persona, nel pregare a voce spiegata, nel frequentare i Santi Sacramenti e in tutto il resto, poiché se in questo l’assistente fosse poco esemplare, i giovani meno buoni scuserebbero la loro negligenza adducendo l’esempio di lui (440). Per ciò che riguarda il suo ufficio, l’assistente vegli perchè ogni allievo abbia il libro delle pratiche di pietà e non altro, e si adoperi per sostenere il canto religioso (441). Faccia in modo che le preghiere non si recitino in modo accelerato (442), che i giovani stiano seduti con compostezza, e, quando è tempo di star inginocchiati, stiano diritti colla persona senza appoggiarsi albi indietro (443). Soprattutto non tolleri che gli alunni dormano, ciarlino, scherzino, o gridino nel pregare e nel cantare, in modo da disturbare gli altri: su questo Don Bosco era piuttosto rigoroso e ricordava che Gesù aveva scacciato dal tempio colla sferza coloro che vi negoziavano (444). Gli premeva che gli alunni potessero seguire con l’occhio i sacri riti, udire le istruzioni e avere la maggior comodità d’accostarsi ai santi Sacramenti. Ed aggiungeva: « Quando vi è il Piccolo Clero, niuno esca dopo la Messa, se non quando siano terminate le comuni preghiere in chiesa » (445).

Per l’assistente addetto all’Oratorio festivo, furono fissate queste norme: << 1) All’assistente incombe di assistere a tutte le sacre funzioni dell’Oratorio e vegliare che non succedano scompigli in tempo di esse; 2) Basterà che non avvengano disordini entrando in chiesa, e che ciascuno, prendendo l’acqua benedetta, faccia bene il segno della santa Croce e la genuflessione all’altare elei Sacramento; 3) Se succederà che si portino in Chiesa ragazzini, i quali disturbino con grida e con pianto, avviserà con bontà chi di ragione, affinchè siano portati via. 4) Nell’avvisare qualcuno in chiesa usi raramente la voce; Don Bosco in tali casi preferiva qualche richiamo con gesti assai composti. Dovendo poi correggere qualcuno con discorso un po’ prolungato, differisca di ciò fare dopo le funzioni, oppure lo conduca fuori della chiesa. 5) Nel cantare il Vespro od altre cose sacre, indicherà, occorrendo, in qual pagina del libro si trovi quello che fu intonato » (446).

È pratica degli istituti salesiani che coloro, i quali sono incaricati dell’assistenza in chiesa, vadano con la massima libertà a confessarsi e a far la santa Comunione, anche se devono assentarsi momentaneamente dal loro posto: il buon esempio che essi dànno, compensa la momentanea assenza.

Chi ha da praticare l’assistenza nella chiesa o cappella, senza dubbio proverà la pena di non poter raccogliersi^ tanto quanto vorrebbe, poiché l’assistente deve anzitutto pensare ai giovani. Ed allora ai nostri cari assistenti è bene ricordare di frequente ciò che insegnavano Don Bosco e i suoi Successori, e cioè che il compimento di questa o-pera di carità verso i giovani è assai gradita a Dio, il quale saprà ricompensare ampiamente il sacrificio fatto. Il nostro santo Patrono dice che, in simili casi, si lascia in certo modo il Signore per amore del Signore. Perciò se la preparazione e il ringraziamento per la santa Comunione non potranno essere fatti come l’assistente desidererebbe, egli può star sicuro che Iddio riserva grazie speciali per coloro che sanno fare l’immolazione anche delle gioie e soddisfazioni più care per amore del prossimo.


b) Nello studio.


Lo studio è uno dei luoghi che merita speciale considerazione, sia per il molto tempo che ivi trascorrono gli alunni, sia per il grande numero di essi, ed anche per la responsabilità di chi li assiste: il quale non deve accontentarsi che i giovani siano materialmente presenti nella sala, ma adoprar-si perchè ivi compiano il loro dovere. Per rendere l’assistenza dello studio vantaggiosa agli alunni, è necessario che il luogo e la attrezzatura di esso sia tale da facilitare l’assistenza. La sala non deve avere angolosità o nascondigli: la luce, sia naturale che artificiale, deve essere abbondante per non recar danno alla facoltà visiva degli alunni; l’aria deve essere in condizioni tali da purificarsi costantemente affinchè la permanenza in una sala, dove talvolta devono rimanere anche per ore intere centinaia di giovani, non si renda loro nociva. Oggi la cosa è resa facile dai cosiddetti condizionatori dell’aria.

Ai tempi di Don Bosco nello studio vi erano generalmente grandi tavoli a otto o sei posti. Al capo della tavola era il decurione o capo e alla testa opposta eravi il vicedecurione o vicecapo; essi dovevano coadiuvare l’assistente, impegnandosi con serietà e senza disturbo di sorta, perchè i loro quattro o sei dipendenti osservassero buona condotta e in modo particolare occupassero il tempo convenientemente. Questa specie di gerarchia era senza dubbio un coefficiente di formazione sociale, e soprattutto educava i decurioni e vicedecurioni al senso della responsabilità. Gli altri poi sapevano che potevan essi pure esser promossi a tale carica, e si sentivano naturalmente stimolati a comportarsi in modo da meritare quella distinzione.

Secondo il pensiero di Don Bosco, nella sala di studio vi dev’essere la massima pulizia; il calore, nel periodo invernale, ben distribuito: e l’ambiente sia disturbato il meno possibile. Le eventuali uscite dallo studio devono essere quasi eccezionali: a tal fine il Consigliere scolastico darà di quando in quando avvisi opportuni.

Don Bosco inoltre esige che l’assistente si trovi già nello studio e sulla cattedra quando entrano i giovani (Regolam92). Detta la preghiera, egli deve avere gli occhi sopra gli alunni, e non scendere di cattedra fino a quando gli allievi non abbiamo avviato il loro lavoro. In seguito potrà farlo, ma sempre con la massima moderazione. È poi evidente che questa sua ininterrotta vigilanza richiede da lui il sacrificio di non occuparsi, durante quell’assistenza, in studi o lavori che esigano attenzione.

Un giorno Don Bosco, incontrando a Lanzo l'assistente generale dello studio ove si raccoglievano in silenzio duecento alunni, gli disse: « Abbi sempre l’occhio aperto: aperto e lungo. Benché il Signore ci abbia mandati buoni figliuoli, è bene che tu alle volte sia in sospetto. Guarda, domanda, provvedi, ed abbi per grande ogni piccola mancanza che potrebbe essere causa di gravi disordini e di offesa di Dio. Vigila specialmente sui libri che leggono pur mostrando sempre buona stima di tutti e senza mai scoraggiare nessuno: ma non stancarti di vigilare, d’osservare, di comprendere, di soccorrere, di compatire. Làsciati guidare sempre dalla ragione, e non dalla passione» (447). In altre circostanze replicava: «Non è solo il silenzio che si deve cercare, ma più di tutto la moralità. Più centinaia di giovani come possono essere sorvegliati da uno solo? Quindi anche i viceassistenti son tenuti a non abbandonare il loro posto. I nostri pretesti saranno poi giudicati da Dio. Quanto male può avvenire nella sala di studio, se manca l’assistenza! » (448). « Si è notato che tanti disordini morali incominciano da certe parole lette nel vocabolario. 'È questa l’arte con la quale un cattivo cerca di esplorare il cuore di un compagno e conoscerne le tendenze. Se uno manda ad un altro un vocabolario segnato, e talora col segno sopra una parola indifferente che precede la maliziosa, si osservi l’espressione di chi lo riceve. Se si può impedire questo male è ottenuta una grande vittoria » (449).

Superfluo dire che deve essere principale impegno dell’assistente ottenere nello studio il silenzio ed il raccoglimento, affinchè ognuno possa attendere seriamente al proprio dovere: già ai tempi di Don Bosco la sala di studio « era considerata quasi come luogo sacro » (450). Ma questo non basta: bisogna assicurarsi che i giovani compiano il loro dovere scolastico, che non facciano letture ricreative fuori del tempo per esse stabilito, che non perdano il tempo in cose inutili. A tal fine è necessario che di tanto in tanto si faccia qualche giro per lo studio, badando però a non perder d’occhio gli allievi. Nello studio dei piccoli si deve inoltre controllare se gli allievi hanno fatto i lavori e studiato la lezione. Avverte Don Bosco che per favorire il buon andamento disciplinare e il profitto scolastico dei giovani è bene che l’assistente di studio conferisca di tratto in tratto con i vari insegnanti.

Ne guadagnerà assai l’andamento della disciplina se, invece di dare lui avvisi e norme in pubblico, li farà dare dal Consigliere scolastico, dal quale viene autorità al suo operare. In caso di vera necessità lo si faccia con brevi parole, perchè a volte è facile a chi parla compromettersi. Dice il proverbio che il pesce muore per la bocca, perchè è proprio per la bocca che resta agganciato all’uncino dell’amo. I giovani studiano i loro superiori, e in particolare gli assistenti; e la materia che loro meglio serve per giudicarli sono le loro parole. In certo modo il giovane teme il silenzio dell’assistente (451). Un assistente che non parli in pubblico, o rarissimamente e con poche parole, è molto più rispettato di un altro che per la sua loquacità offre ai giovani il modo di conoscere i suoi lati deboli.

« Nell’assistenza poche parole, molti fatti » (Regolavi., 104): ecco l’aurea regola proposta da Don Bosco ai suoi assistenti.


c) Nei laboratori e nei reparti agricoli.


Nelle nostre Scuole Professionali e Agricole l’assistenza si svolge come nelle altre case per ciò che riguarda la chiesa, la ricreazione, il dormitorio, l’infermeria, lo studio, ecc. Vi è invece un’assistenza speciale nei laboratori delle scuole professionali e nei differenti reparti delle scuole agricole.

Il laboratorio può essere considerato dall’assistente come un luogo di studio: ivi infatti si compiono esercitazioni pratiche di lavoro, essendo i nostri laboratori « vere scuole di arti e mestieri » (Cosiit5). Nei laboratori è necessaria una perfetta intesa tra l’assistente, i capi ed i vicecapi. L’assistente deve conoscere quali siano i luoghi destinati ai singoli gruppi degli allievi: perciò quando osservasse che qualcuno senza motivo esce dalla sua sezione, lo dovrà prudentemente avvisare. Gli alunni però avranno talvolta, e anche con frequenza, bisogno di spostarsi per ottenere strumenti speciali od altro dai loro capi; oppure il lavoro loro assegnato può anche richiedere la loro andata a speciali macchine per compiere qualche operazione richiesta. Come si vede, la posizione dell’assistente è assai delicata ed esige ch’egli sappia aggiornarsi circa i lavori e i bisogni dell’allievo, e al tempo stesso vigilare affinchè, quando l’allievo stesso si avvicina a qualche macchina, lo faccia con la dovuta autorizzazione del capo o vicecapo, e sia da essi assistito allo scopo anche di evitare possibili disgrazie.

Nel laboratorio l’assistente deve tener conto di tre cose: primo, che gli allievi osservino la disciplina generale evitando chiacchiere e disturbi di qualsiasi genere; secondo, che compiano diligentemente il lavoro loro assegnato; terzo, che lo compiano nei limiti di tempo fissati dal capo.

In parecchie nostre scuole professionali si segue ancora l’usanza di dare, a incoraggiamento degli alunni, una ricompensa o mancia al termine della settimana. Detta ricompensa viene loro consegnata nei giorni di festa mediante biglietti speciali di diverso valore, stampati dall’amministrazione, e considerati come moneta valevole, presso la Dispensa, per l’acquisto di oggetti per la scuola e pel lavoro, o di altro. Orbene, per calcolare la ricompensa sono necessari i voti dei tre fattori suindicati: condotta, diligenza nel lavoro, tempo impiegato nel compierlo. Questo mezzo, usato tradizionalmente nelle nostre scuole professionali, si è rivelato pedagogicamente utile, ed è bene continuar a servirsene. Per facilitare i calcoli vi sono apposite tabelle.

Nei laboratori l’assistente deve coadiuvare i capi e i vicecapi per la pulizia e buona tenuta delle macchine, degli attrezzi, del lavoro in corso, adibendo a ciò gli alunni e impiegandoli per turno. Talvolta, per effettuare lavori che esigono un impiego collettivo di allievi, sarà anche necessario che questi dicano qualche parola: toccherà al capo ed all’assistente giudicare se si ecceda nel parlare oltre il bisogno.

L’assistente dovrà pur esigere ordine e pulizia nei lavandini e nei comodini destinati agli allievi.

La cosa che maggiormente si raccomanda agli assistenti di laboratorio, come già s’insinuò di passaggio, è che facciano di tutto perchè regni la più perfetta intesa tra loro e i capi: ciò poi è assolutamente necessario nell’assegnare i voti agli allievi. Un po’ di umiltà e carità dalle due parti farà sì che tutto proceda bene.

Ancor più difficile è l’assistenza nelle scuole agricole. ‘È vero che anche là vi sono reparti e sezioni speciali, dov è sempre necessaria la presenza di un capo o vicecapo tra gli allievi. Ma l’assistenza può esser resa a volte ancor più complicata dalle condizioni metereologiche, dall’epoca delle semine, delle colture, della fienagione, delle sarchiature, dei raccolti, esigendosi, in questi casi, quasi del continuo spostamenti di personale. I capi, d’accordo con gli assistenti, devono procurare che i diversi gruppi, — destinati al caseificio, stalla, pollaio, piccoli laboratori, orto, frutteto, vigneto, agrumeto, cantina, e via discorrendo, — siano talmente organizzati da potersi ogni mese cambiare la metà degli allievi di ogni reparto agricolo. Questa metà passerà ad altra sezione, mentre la metà rimasta sarà in grado di addestrare i nuovi, sotto la sorveglianza dei capi, nei lavori in corso.

Talvolta alcuni allievi avranno un’occupazione individuale in luoghi anche piuttosto separati dal capo e dall’assistente. In questi casi si dovrà moltiplicare la sorveglianza per ottenere che i lavori si compiano bene e senza pericolo corporale o morale degli alunni. Anche qui la perfetta intesa tra i capi e l’assistente servirà a far procedere le cose nel modo migliore.

Nelle scuole agricole la vigilanza deve essere particolarmente accurata in quei reparti e in quelle occupazioni ove si richiede grande delicatezza, modestia e serietà. Il Direttore, il Prefetto e il Consigliere non tralascino di dare quegli avvisi, che possano giovare al buon andamento delle cose e soprattutto alla buona formazione degli allievi.



d) Nel refettorio.

È questa, secondo la comune esperienza, una delle assistenze più difficili. Proprio nel refettorio viene, in certo modo, più facilmente a mancare nei giovani il controllo della ragione, mentre invece prevale, talvolta anche con spiacevoli eccessi, la parte più bassa dell’uomo. Qui pure l’assistente accorto ha modo di meglio studiare le propensioni, le passioni, gl’istinti degli alunni.

Gli assistenti del refettorio, nel pensiero di Don Bosco, hanno il compito di occuparsi, non solo della disciplina e della moralità, ma anche del galateo, come pure di evitare che vi sia spreco di pane o di vivande (452). Egli consiglia che, per mantenere l’ordine con più facilità, si facciano leggere, per una parte del tempo, libri che siano insieme buoni e attraenti (453). La lettura è anche utile, perchè i giovani, avendo meno tempo di conversare, hanno anche minor occasione di mancare nei loro discorsi.

Gioverà pure assai curare l’ordine e la disciplina, la pulizia dell’ambiente, delle mense e delle stoviglie, il buon apprestamento delle vivande ed il servizio ben regolato di coloro che ne sono incaricati. Così pure, per contribuire alla buona educazione degli allievi, è bene che il Prefetto o il Consigliere, nello studio o anche nello stesso refettorio, richiamino ogni tanto alla mente degli allievi le opportune regole che si devono osservare durante le refezioni, raccomandando loro di non mostrarsi golosi e quasi incontentabili; di non parlar sovente delle vivande, e meno ancora di far gli schizzinosi. Si ricordi spesso a tutti che l’uomo mangia per vivere e non vive per mangiare. Si recitano le preghiere prima e dopo i pasti, precisamente con questo scopo, di far sì che un’azione, la quale rischia di metterci al livello degli animali, sia nobilitata da un pensiero soprannaturale. La compostezza della persona, la moderata masticazione delle vivande, la correttezza nel bere e altre norme date opportunamente, serviranno a questo scopo eminentemente educativo.

Quando poi si permette agli alunni di parlare, si ricordi che parlare non vuol dire gridare: così si eviterà l’inconveniente curioso che, quanto più forte è il vociare, tanto più soffocata resta la voce di chi parla, di modo che in tutti cresce il bisogno di alzare il tono della voce.

Queste regole di disciplina e di urbanità, mentre giovano alla buona formazione degli allievi, rendono anche meno difficile il lavoro dell’assistente.

L’assegnare agli allievi certi uffici di casa, ad esempio in cucina e nei refettori, Don Bosco giudicava cosa pericolosissima sempre. « Per me, — diceva, — piuttosto che mettere a fare il refettorio un giovane che non sia ancora di età matura, preferirei fare io la pulizia in refettorio » (454).

e) In ricreazione.


Nel pensiero di Don Bosco, anzitutto si deve curare in cortile, ove sia possibile, la debita separazione tra i piccoli e i grandi (455). In secondo luogo bisogna ritenere che tutti i confratelli sono assistenti, specialmente perchè l’assistenza deve facilitar loro la conoscenza ognor più chiara delle inclinazioni e dei difetti dei giovani onde meglio dirigerli e correggerli. « Desidero — diceva loro nel 1869 — che procuriate di tenervi sempre in mezzo ai giovani in tempo di ricreazione per discorrere, divertirvi con loro e dar dei buoni consigli » (456). «fÈ obbligo di tutti i chierici e preti far ricreazione in mezzo ai giovani. Tengano essi animati i giochi. Il Signore li compenserà della noia che proveranno» (457).

Egli voleva che nei cortili, quando cessavano i giochi, o non era possibile, per la ristrettezza del tempo, ingaggiare qualche partita di gioco, i Superiori si trattenessero piacevolmente in conversazione con i giovani, rivolgendo qualche parola (458), dando così loro agio di esprimere liberamente i propri pensieri; ma vigilando al tempo stesso per « rettificare ed anche correggere le espressioni, le parole, gli atti che non fossero conformi alla cristiana educazione » (Regolarti., 104). Egli era d’avviso che i giovani in generale non sono ancora fatti per ragionare e sostenere convenientemente lunghe conversazioni, perciò bandiva la guerra ai crocchi, raccomandando di « osservare i crocchi ed in bel modo mettersi in mezzo, e scioglierli prudentemente; con questo o con quel pretesto si possono dividere facilmente: ad esempio si può mandar uno a far una commissione, un altro a cercar un libro, ecc. (459). Si tenga bene a mente che, facendosi in modo diverso, i discorsi cattivi guasteranno i cuori, o almeno le mormorazioni contro il maestro, il compagno, l’assistente saranno all’ordine del giorno. Vinciamo quella ripugnanza che il demonio ci mette in cuore per impedire questo bene» (460). Avvertiva poi di fare molta attenzione a certi casi. « Quando due passeggiano soli... attenti! Quando uno passa solitario la ricreazione... attentissimi! Il Superiore si avvicini, gli domandi come sta, se ha dispiaceri, ecc. » (461). Aggiungeva che il tempo di ricreazione più pericoloso è quello del demonio meridiano, e quello della sera quando i cortili sono poco illuminati; era necessario perciò moltiplicare la sorveglianza negli angoli remoti, nei vani, nella vicinanza delle ritirate; su ciò raccomandava di avere la massima prudenza, e di riferire qualsiasi anormalità al Direttore (462). E soleva ripetere di frequente: « Qualora udiste o vedeste qualche cosa sconveniente a questo santo recinto, procurate di darne segretamente avviso al Superiore, affinchè egli impedisca quanto possa tornare ad offesa di Dio » (463).

Sempre allo scopo di rendere migliori i giovani e di tener lontano qualsiasi pericolo, dava ai primi maestri questo consiglio: « Non avendo speciale occupazione, fate ogni giorno in tempo di ricreazione il giro delle scale e dei corridoi, e avrete il merito come se aveste salvata un’anima » (464). «Vigilanza! — insisteva. — Quando non potete intrattenervi nei loro divertimenti, almeno assisteteli, girate le parti più remote della casa, e procurate di impedire il male. Non potete credere il bene che si può fare col salire una scala, passare per un corridoio, fare un giro di qua e di là per il cortile» (465).

È pure compito degli assistenti in ricreazione vigilare perchè gli alunni, durante o dopo di essa, non bevano eccessivamente acqua fredda quando sono accaldati: l’assistenza nel pensiero di Don Bosco è rivolta non solo al bene dell’anima, ma di tutto l’uomo.

Era poi sua brama vivissima che i Salesiani approfittassero del tempo di ricreazione per dare opportunamente qualche avvertenza, o buon consiglio, o istruzione, e per raccontare esempi edificanti.

f) Durante il passeggio e nelle file.


Don Bosco, assai amante della proprietà in generale e della mondezza personale, vuole che non si lascino uscir di casa quei giovani che non hanno i vestiti mondi e le scarpe pulite. E raccomanda per il passeggio la compostezza della persona, la custodia degli occhi, la gravità del passo: la sbadataggine di uno solo potrebbe infatti procacciare vergogna a tutto il drappello. A prevenire dolorose sorprese per la moralità, proibisce che si conducano i giovani nell’interno della città o a visitare musei, giardini, palazzi, senza speciale permesso (466).

« Per quanto si può, gli alunni vadano in fila a quattro a quattro, così uno darà soggezione all’altro. Non si permettano mai compere di frutta, di commestibili o altro; ne verrebbe che terrebbero danaro presso di sè e farebbero contratti e furti, e spedirebbero lettere anche poco buone. Non si lascino mai allontanare dalle file, se non talvolta da soli per qualche necessità. Quanti peccati si commetterebbero, quanti discorsi scandalosi...! » (467).

Don Bosco preferiva che si seguissero le strade e i sentieri più usati allo scopo di allontanare pericoli di ogni genere. Ripeteva sovente: « Non si vada mai in case particolari, non si accetti frutta o vino. Teniamoci indipendenti e non obblighiamo i superiori a dover far poi concessioni dannose all’ordine generale per salvare l’onore dell’assistente in faccia ai parenti che lo invitarono » (468).

L’assistente non deve lasciare che la sua attenzione sia assorbita dal gruppo che lo attornia, ma deve estendere l’occhio della carità a tutti: « Gli assistenti badino ai giovani. Non si formino un crocchio speciale attorno, trascurando gli altri. Non narrare esempi o fatti ameni ad alcuni, mentre gli altri si allontanano. Non si leggano libri. "Voi studiate, e il demonio studia anche lui. Tenetevi sempre i giovani così vicini da sorprendere i loro discorsi » (469). Non vi siano lunghe fermate, nè ai giovani si associno elementi esterni, nè vengano introdotti libri, giornali, lettere le quali devono sempre passare prima per le mani dei Superiori (470).

Riguardo poi alle file nell’interno dell’Istituto, ammoniva gli assistenti: «Uno si trovi sempre alla testa e un altro alla coda. Tutti quelli che sono in libertà, come quelli che prendono parte all’assistenza, in quel tempo osservino il silenzio per primi, altrimenti i giovani prendono baldanza e si mettono anch’essi a parlare sottovoce, e chi sa di che cosa» (471).

g) In portineria.


Al portinaio è affidata la vigilanza su quanti entrano in casa o ne escono: perciò si trovi sempre al suo posto di osservazione, ma gli sia assegnato un supplente per le ore in cui deve per giuste ragioni assentarsi (Regolarli229),

« Si usi la massima sorveglianza per impedire che nell’istituto siano introdotti compagni, libri, giornali, fogli di qualsiasi genere, o persone che facciano cattivi discorsi » (Regolam., 95). Il portinaio lasci uscire solo chi ne abbia il dovuto permesso dal Direttore o da chi per esso, e non permetta agli allievi di fermarsi in porteria senza giusto motivo. Non ammetta nessuno a parlare con gli allievi, se non nelle ore stabilite o con un permesso speciale del Direttore; e consegni al Direttore le lettere, i libri e i pacchi che riceve per loro dall’esterno. Gli è vietato ricevere mance, vendere o comprare commestibili, ritenere presso di sè danaro o altre cose degli allievi (Regolam., 230-32).

« La scelta di un buon portinaio è un tesoro per una Casa di educazione » (Regolam., 95) (472).

h) In dormitorio.


Anche l’assistenza in dormitorio è assai delicata. Qualsiasi occhiata o parola o azione meno misurata da parte dell’assistente, potrebbe anche esser mal interpretata da quei giovanetti che fossero già stati vittime del male. Perciò, non meno che la vigilanza, è la modestia quella che deve guidare l’assistente nel dormitorio.

In particolare Don Bosco vuole che gli assistenti anzitutto veglino attentamente sulla pulizia dei dormitori ed in modo speciale dei gabinetti di decenza, e, qualora qualche cosa lasciasse a desiderare, ne avvisino sollecitamente il Prefetto della casa (Regolam., 144).

È pure stabilito che i dormitori durante il giorno siano (phiusi e ne tenga le chiavi un superiore (Regolam., 120). « Gioverà molto — osserva Don Bosco — a ottenere la moralità, tener sempre le camerate chiuse. Non vi si entri che alla sera, andando a riposo; e, se è necessario, un momentino, ma proprio un brevissimo istante, al tempo della colazione » (473).

Gli stava a cuore che al dormitorio si desse come un carattere sacro, allo scopo appunto di far sì che il riserbo e la modestia dei giovani fossero, in quell’ambiente, veramente edificanti. All’Oratorio ogni dormitorio aveva il suo santo titolare e patrono, il cui nome era scritto sulla porta di entrata, e quasi ritenevasi come un santuario. Oltre il crocifisso vi era un altarino con una statuetta o quadro della Madonna, e tutti i giorni, nel mese di maggio, si recitava da tutti insieme, prima di coricarsi, una piccola preghiera innanzi all’immagine di Maria Santissima, ornata da lumi e tappezzerie (474). Esigeva poi silenzio assoluto. Gli assistenti, diceva, « facciano osservare rigoroso silenzio, e non permettano che alcuno entri e rimanga in dormitorio senza assistenza » (Regolam., 216) (475).

Durante la notte i giovani non dovevano mai essere abbandonati. A tal fine disponeva che gli assistenti lasciassero alquanto aperte le tendine allo scopo di poter meglio sorvegliare (476), e che il Direttore, o altri in sua vece, facesse di tempo in tempo un’ispezione in ore diverse della notte per rendersi conto che tutto in dormitorio procedesse bene (477).

È pure tradizione e raccomandazione del Padre che gli assistenti non si avvicinino al letto dei giovani, che non rivolgano loro la parola se non per un bisogno veramente eccezionale. Don Bosco vietava a tutti indistintamente « di portarsi tra l’uno e l’altro letto, tolto il caso di grave necessità» (478). E diceva di questi e altri simili riguardi: « Cercate d’inculcarli prudentemente anche fra gli alunni» (479).

Per riguardo alla distanza di un letto dall’altro, dava a Don Bonetti questa norma: «Fa’ in modo che gli allievi dal proprio letto non possano mettersi le mani addosso » (480).'

Sempre per salvaguardare la virtù angelica, avvertiva gli assistenti o maestri di non permettere agli allievi di entrare nella loro cella o camera. « Che dire poi — sono parole del nostro Padre — di chi con motivo buono si conducesse in camera giovani e vi si chiudesse per far loro parrucche (rimproveri) od altro, per trattenerli con sè e parlare di cose segrete? Non si faccia mai » (481). « Ciò desta invidie, sospetti, maldicenze, scandalo » (482). «I giovani osservano molto: certuni sono guasti, hanno letto libri cattivi, nulla loro sfugge di quello che fanno i Superiori, e guai se uno viene incolpato» (483). Per lo stesso motivo « non è permesso entrare nei dormitori o nelle celle altrui o camere » (484).

Raccomandava inoltre: « Nessuno dei preti o professori si faccia servire dai giovani, per portar acqua, lucidare scarpe e simili; ma ciascuno faccia le cose sue da sè, perchè io vedo che in casa già si tende all’agiatezza, e, per poco che si trascuri questo riserbo, si verrà subito a cose deplorevoli, e ordinariamente a perdere lo spirito della Congregazione » (485).

A scopo di prevenire i mali, stabiliva questa norma per la cella degli assistenti: « Io poi desidererei anche che le celle degli assistenti si restringessero in modo, che vi fosse il posto del letto, della sedia e nulla più » (486).

« Nessun assistente abbia la cella grande per tenervi i suoi libri e farvi studio. La camerata non è luogo di studio, e si farebbe un consumo esagerato di lumi. Si stia alle nostre Regole, altrimenti guai alla moralità! » (487).

Su questo punto era esigente e intransigente.

Nella decima conferenza del- primo Capitolo Generale, qualcuno osservò:

— Vi sono maestri che devono assistere in camera ed hanno bisogno del tavolino per mettere i libri e pagine, ed abbisognano della celletta per andarvi a studiare qualche volta.

— Nemmeno in questo caso si permetta, — disse Don Bosco.

— Ma come faranno dunque i maestri?

— Abbiano luogo adatto altrove; per esempio uno scrittoio chiuso a chiave nello studio comune o nella scuola; ma in dormitorio, no.

— Altrove non vi sono camere disponibili; con tanti giovani che domandano di essere accettati nei nostri collegi, si sta alle strette.

— Ebbene, si accetti minor numero di giovani; ma in dormitorio non vi siano tavolini, nè celle. Basta il letto con le tende per. il tempo della levata e del coricarsi; poi queste siano sempre raccolte (488).

Per la pulizia personale dei giovani, dava una norma, fissata nei Regolamenti con queste parole: « In dormitorio vi è un assistente ed un vice-assistente. Veglino essi sulla pulizia della persona, degli abiti e dei letti » (Regolam216).

Stabiliva infine che non si lasciassero entrare donne nei dormitori. « Questo articolo — diceva — è della massima importanza » (489).

,

i) Nell’infermeria.

Uno dei luoghi, ove l’assistenza deve essere più accurata e circondata di angelico riserbo, è l’infermeria. Gl’incaricati delle cure e dell’assistenza devono avere presente, oltre a ciò che è prescritto nell’apposito Regolamento ( Regolarti., 247-254), il pensiero che compiono un’opera di squisita misericordia. Il giovanetto che soffre, si affida all’infermiere, all’assistente, così come farebbe con la mamma. È doveroso pertanto che in quel caso l’alunno si consideri come aureolato di luce angelica e rappresentante il Bambino Gesù. A lui ci si deve avvicinare quasi con devozione e ogni nostro atto deve essere degno della carità più intemerata e celeste. Chi sventuratamente si lasciasse andare ad abusare in qualsiasi modo della debolezza di un giovane infermo, meriterebbe giustamente i castighi Dio e degli uomini.



Sac. pietro ricaldone



Condividi con i tuoi amici:
1   ...   14   15   16   17   18   19   20   21   ...   37


©astratto.info 2017
invia messaggio

    Pagina principale