Sac. Pietro ricaldone don bosco educatore



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INTRODUZIONE

1. Brevi cenni sulla preparazione di Don Bosco all’apostolato educativo.


San Giovanni Bosco, come vedremo, nacque educatore cristiano. Per questo motivo, accingendoci a trattare della sua opera pedagogica, pensiamo di non poter trovare miglior argomento d’introduzione che il primo formarsi della sua personalità e il precoce germogliare e svilupparsi in lui di quell’attività, che doveva assorbire tanta parte della sua vita e costituirne la nota caratteristica.

Don Bosco non fu un puro teorico, nè un innovatore: anziché attardarsi a formulare teorie, s’immerse nell’azione, ispirata a princìpi che affondavano le radici nella tradizione cristiana. A-dattava bensì le dottrine perenni alle esigenze dei nuovi tempi, e qui sta il merito suo; ma senza mai sacrificare l’eterno al contingente, quasi abbandonandosi alle correnti politiche e sociali di quegli anni burrascosi.

E se alcuno ritenesse che Don Bosco sia stato troppo avaro di enunciazioni teoriche, diremo, e non sarà difficile dimostrarlo, che quanto più si studia il suo operare nel campo educativo, tanto più si scoprono tesori di sapienza pedagogica, i quali hanno solo bisogno di venire raccolti e ordinati, perchè se ne apprezzi tutto il valore anche di fronte alle esigenze scientifiche.

È quello a cui miriamo col presente lavoro, nella speranza di recare un modesto contributo a una migliore comprensione di Don Bosco educatore.

Gioverà intanto soffermarci a posare di preferenza lo sguardo sulla giovinezza di questo Grande: una giovinezza che fu aurora, o, se si vuole, primavera, stracarica di promesse non smentite.

Don Bosco non ebbe facile la preparazione alla vita, a quella vita che più propriamente fu sua. Questo era necessario, affinchè egli tesoreggiasse esperienze, delle quali avrebbe avuto bisogno nell’esercizio della sua missione. Giacché, se la Divina Provvidenza lo insignì di doti superiori, lasciò poi a lui l’onere, e diciamo anche l’onore, di rendersi abile a tradurle debitamente in atto.

Colui che è salutato Padre degli orfani, incominciò presto a sperimentare l’orfanezza e le sue conseguenze.

Rimasto, a due anni, privo di padre, lo crebbe un miracolo di mamma, il cui nome suona oggi come un simbolo; ma ciò non valse a salvare Giovannino dalle angustie dell’indigenza e dalle vessazioni del fratellastro, alle quali soltanto l’autorità paterna avrebbe potuto mettere riparo.

Sopra un punto molto delicato cadevano le angherie. Tormentato, con l’aprirsi dell’intelligenza, dalla brama di studiare, il fanciullo veniva costretto dal fratellastro a star lontano dalla scuola e a deporre i libri per sacrificare tempo e forze a rudi occupazioni campestri, senza che la buona madre avesse modo di temperare un sì esoso trattamento.

Le cose giunsero al punto che Mamma Margherita con indicibile strazio del suo cuore si vide costretta a staccarsi dal suo caro figliuolo, inviandolo presso suoi conoscenti perchè lo impiegassero in lavori di campagna. E Giovannino « si allontanava dalla casa materna con un involto sotto il braccio... e qualche libro di religione » (1). Ma certamente portava con sè anche il ricordo del sogno fatto all’età di nove anni, nel quale — come udremo poi da Don Bosco medesimo — gli era stata rivelata la sua futura missione a pro dei giovanetti.

Ed ecco dunque il piccolo andare ramingo lungi dal nido domestico e aguzzare l’ingegno per trovare chi gli offrisse la maniera di vivere.

Girò, picchiò, incontrò chi lo assunse quale servitorello di campagna. Due anni di vita servile, per quanto alla dipendenza di padroni cristiani, avrebbero potuto invelenirgli l’esistenza od almeno farlo disperare dell’avvenire: invece contribuirono a renderlo umile, forte e robusto, come i Personaggi del sogno avevano raccomandato.

Il senso crescente del dominio di sè, ispiratogli dalla pietà cristiana che l’impareggiabile mamma aveva saputo con la parola e con l’esempio infondergli nell’anima, lo mantenne superiore all’avversa fortuna, irrobustendogli la volontà e rassodandogli il carattere, in modo da essere poi tetragono ai colpi della sventura.

Quando finalmente il provvido intervento di uno zio materno lo sottrasse a quell’avvilente condizione e Mamma Margherita, fatta la divisione legale dell’esiguo patrimonio paterno, indusse a vivere altrove colui che era la causa della guerra domestica, egli fu libero di lanciarsi con tutto l’ardore all’acquisto del sapere: contava già ben 14 anni.

Non si smarrì quegli che a suo tempo avrebbe confortato tanti a non perdere la fiducia nelle proprie forze. Un generoso sacerdote. Don Giuseppe Calosso, preso già per l’innanzi dalle sue rare qualità intellettuali e morali, si profferse a impartirgli l’insegnamento.

Parve allora a Giovanni di toccare il cielo col dito. Ma la sua gioia fu di breve durata. Una morte subitanea gli rapì l’amato precettore, che egli pianse amaramente e del quale portò fino alla tomba impresso nel cuore il riconoscente ricordo. Imparò presto ad apprezzare il valore dei benefìci e a serbarne grata memoria.

Intanto bisognava incominciare da capo. Ma come? Ma dove? Sul nativo colle dei Becchi viveva tra campagnoli pressoché tutti analfabeti; la borgata più vicina, detta Morialdo, non aveva scuola. Eravi a Castelnuovo d’Asti una scuola ginnasiale, ma essa era troppo lontana.

Non importa: si assoggetta alla via crucis di percorrere quattro volte al giorno cinque chilometri, finché gli arride la possibilità di prendere stanza a Castelnuovo nella casa di un sarto, anche capo-cantore della Parrocchia.

Per sdebitarsi dell’ospitalità impara quel mestiere e si inizia alla musica, al che, per guadagnare qualche cosa, aggiunge il maneggio del martello e della lima nell’officina d’un fabbro: tre cose che — unite a una sufficiente pratica nel lavorare la terra e nei mestieri di muratore, legatore di libri, barbiere, cuoco e confetturiere (2) — egli non immaginava dovessero un giorno venirgli a taglio non meno del latino.

Ma che gran latino poteva imparare nella caotica classe di Castelnuovo? A 16 anni d’età il suo scarso corredo d’istruzione ben poco s’arricchiva a quella scuola. Però, con l’esperienza personale, misurava le difficoltà che i figli del popolo avrebbero incontrato per applicarsi a studi, ai quali i tempi avrebbero ognora più sospinto anche i figli dei meno favoriti dalla fortuna: esperienza preziosa che gli sarebbe stata in avvenire stimolo a fare molto di quello che operò.

Che fare adunque? Aveva sentito tanto parlare del Collegio di Chieri, come si chiamavano allora gli Istituti governativi. L’idea di venire ammesso a scuola con l’insegnamento regolare e con autentici professori lo assillava: invidiava la sorte degli abitanti del contado che potevano recarsi a frequentarla, mentre egli, privo di mezzi, doveva tenere oziosi i talenti ricevuti dalla Provvidenza, la quale gli ispirò di affrontare qualunque sacrificio pur di arrivare anche lui ad abbeverarsi alle fonti del sapere.

Primo sacrificio fu quello dell’amor proprio nel dover mendicare il necessario. Disse più tardi quanto gli costasse picchiare alle porte dei benestanti.

Non stentiamo a credergli: un giovane di alto sentire non sopporta facilmente l’umiliazione di dover chiedere per sè. Egli tuttavia vide in quell’umiliazione, non solo l’unico espediente per raggiungere il suo ideale, ma anche un mezzo provvidenziale per l’acquisto di un inestimabile tesoro. Confesserà candidamente, nelle Memorie dell’Oratorio (3), che l’orgoglio gli aveva messo profonde radici nel cuore; seppe quindi cogliere l’occasione propizia per estirparlo e sostituirgli il germe di quella umiltà che l’avrebbe reso assai gradito a Dio e agli uomini.

Quanto agli uomini, ne ebbe subito la prova. Gli si voleva bene, e nessuno fu sordo alle sue domande: anzi i più generosi gli risparmiarono il domandare. Dio poi, facendolo passare per tale crogiuolo, lo temprava per quando la necessità l’avrebbe costretto a stendere la mano per gli altri; e intanto lo benedisse negli studi.

Orientandosi subito nell’ambiente cittadino e studentesco, interamente nuovo per un figlio dei campi, non s’impressionò delle prime burle dei compagni, tra i quali in verità faceva la figura di un gigante: non vedeva altro che i suoi doveri scolastici e religiosi.

Sulle magre e sconnesse nozioni di Castelnuovo venne crescendo un corredo di conoscenze letterarie, che gli permisero di scavalcare, nel breve giro di un anno, tre classi, la preparatoria, la prima e la seconda ginnasiale, e quel che è più, senza invidie e malevolenze, anzi portato ognora dai condiscepoli in palma di mano.

Ma l’avanzare così a gonfie vele non fu senza sacrifìci, più che penosi, umilianti. Pazienza per l’affaticarsi in ripetizioni che gli rubavano tempo, ma fruttavano qualche utile alla sua vita di stenti; quel rassegnarsi però a fare da garzone di caffè, quel rannicchiarsi a dormire sopra il vano di un forno, quell’accettare la carità di chi lo aiutava a sfamarsi, dovettero pur saper amaro a uno studente d’intelligenza come la sua.

Non di meno anche questa trafila di prove, lente e difficili, egli volse a mortificazione delle passioni e ad eroico esercizio di virtù.

Giovanni Bosco terminò il ginnasio nel 1835: aveva dunque 20 anni suonati, ma era moralmente ed intellettualmente maturo per varcare la soglia del santuario, sogno della sua vita e premio dei suoi sacrifìci.

La vocazione al sacerdozio si confondeva in lui con la voce della coscienza. Poteva dirsi egualmente della chiamata alla forma di apostolato, che lo attendeva nel futuro?

Se avesse compreso subito quello che arcane manifestazioni continuavano a fargli balenare nella mente, dovremmo rispondere di sì; ma bisognò aspettare che i fatti venissero a chiarirgli le cose misteriosamente rappresentate al suo spirito, quando non era ancora in grado di afferrarne il significato.

Tuttavia un impulso interiore lo spinse ben presto in una direzione precisa e continua, nella quale l’adolescente avanzava verso la mèta fissatagli dalla Provvidenza, come a suo tempo capì. È innegabile infatti che l’attività di Don Bosco educatore riveste il carattere di una missione provvidenziale.

Il crescente prevalere delle aspirazioni democratiche, mirando all’elevamento civile e politico delle masse, faceva sorgere sotto aspetti nuovi, e con nuovi postulati, il problema dell’educazione. Non si eleva una classe di uomini a un grado superiore di vita senza cominciare dall’intelligenza: di qui la necessità dell’istruzione popolare e della scuola aperta a tutti, resa anzi obbligatoria dalla legge.

Se non che quest’arma potente, maneggiata dal laicismo, diventava una minaccia sempre più formidabile contro quello che si aveva di più sacro: la tradizione della civiltà cristiana. Soffocare a poco a poco nelle anime giovanili la Fede con l’indifferenza religiosa, allontanare insensibilmente i fanciulli dalle sorgenti della vita spirituale, insinuare negli adolescenti la sfiducia nel Clero e l’avversione alla Chiesa: ecco lo spirito al quale si sarebbe informato il pubblico insegnamento primario e secondario. Ed intanto con la soppressione delle Congregazioni insegnanti crollava un argine opposto alla marea travolgente.

Ed ecco che, mentre le cose pigliavano una piega che riempiva di apprensione gli uomini solleciti del vero bene comune, si levava sull’orizzonte l’astro destinato a irradiare di sua luce benefica la pedagogia nel Piemonte, in Italia e nel mondo.

Non si è forse misurata abbastanza l’impor-tenza e l’estensione dell’attività pedagogica di Don Bosco. Mentre la pedagogia teorica e scientifica rimaneva pressoché isolata nel dominio dei libri, Don Bosco, silenziosamente, ma intensamente, metteva in azione una pedagogia che, da pochi ma saldi princìpi, veniva operando un mondo di bene nel campo pedagogico pratico.

Centodieci anni dell’Opera iniziata da lui e continuata dai Salesiani e dalle Figlie di Maria Ausiliatrice non sono trascorsi invano: i metodi da lui introdotti hanno contribuito non poco a modificare l’arte dell’educare e istruire i fanciulli, democratizzandola senza abbassarla, e destando anche l’attenzione dei governanti. Senza dire tutto quello che si potrebbe, basta osservare che gli insegnanti usciti dalle sue scuole hanno portato un po’ dappertutto il lievito della pedagogia salesiana; e dove non sono arrivati gli uomini si è imposto l’esempio, accentuando un movimento dei più salutari.

Movimento tanto più degno di nota, se si considera che Don Bosco lo attuò andando a ritroso dei tempi: educatore moderno fin che si vuole, pronto cioè a far proprio quanto la modernità ha escogitato di utile e di sano, egli non si scostò un apice dalla tradizione cristiana, che certe nuove teorie pedagogiche avrebbero voluto sopraffare. Ecco nei suoi semplici e veri termini la missione provvidenziale di Don Bosco.

Ritorniamo ora a lui fanciullo e adolescente, quando si preparava inconscio alla sua missione.

Chi studia i suoi andamenti fin da quell’età, deve concludere che egli era nato a fare il maestro. Lo costatava egli stesso quando, verso il tramonto della vita, confidava che radunare i fanciulli per fare loro il catechismo gli era brillato alla mente fin da quando aveva solo cinque anni: ciò formava il suo più vivo desiderio, ciò sembravagli l’unica cosa che dovesse fare sulla terra (4).

Onde ci spieghiamo come, ragazzetto ancora, proferisse espressioni nella loro ingenuità rivelatrici. La mamma non voleva più che si mescolasse coi monelli, dai quali nulla di buono aveva da imparare. « Se mi trovo in mezzo ad essi, — le osservò — fanno come voglio io e non rissano più (5). Ed incontrando per la strada Sacerdoti, e avvicinandosi loro per salutarli festosamente, e non ricevendone che qualche segno d’attenzione grave e contegnosa senza una buona parola: « Se io fossi prete, — diceva — vorrei avvicinarmi ai fanciulli, vorrei dire loro delle buone parole, dare dei buoni consigli » (6).

Qui sarebbe inutile ripetere cose che tutti sanno: come, trasportato quasi da naturale istinto, s'ingegnasse, egli così piccolo, di cattivarsi piccoli e grandi con mille industrie proprie di provetti ed esperti educatori, i quali posseggono l’arte sommamente educativa del saper unire l’utilità al diletto.

E questo, non solo fra la gente sua che lo conosceva, ma anche durante il biennio in cui, sbalestrato lontano dalla casetta nativa, lavorava sotto padroni. In breve si amicò i contadinotti delle case coloniche di quei dintorni, sicché nelle ore di libertà se li conduceva ovunque volesse, allettandoli a imparare volentieri, da scolaretti, ciò che l’improvvisato maestrino avrebbe esposto e spiegato.

Non basta. La cascina era nel territorio di Moncucco, dov’egli si recava ogni domenica a compiere le sue divozioni. Ebbene, anche là i fanciulli non tardarono ad affollarglisi intorno. Lo aspettavano all’uscire di chiesa, gli tenevano compagnia, si lasciavano da lui condurre nell’aula delle scuole comunali, ed ivi ascoltavano docili, non solo i suoi piacevoli racconti, ma anche l’esposizione delle verità della Fede e le esortazioni al bene.

Venne il periodo di Castelnuovo: a poco a poco la gioventù della scuola e del paese fu tutta sua e l’influenza di lui su di essi era così salutare che i genitori ne gioivano, vedendo i figli tornare a casa migliori.

Nella quaresima il Parroco gli affidò la scuola di Catechismo. Il Card. Caglierò, Castelnovese, narrava che da ragazzo sentiva ancora decantare nelle famiglie i buoni esempi del giovanetto Bosco.

A Chieri il tenore della vita intellettuale si elevò, gli orizzonti spirituali si allargarono, e la santa passione per la gioventù si venne rafforzando. Furono quattro anni di vittorie individuali e di trionfi collettivi, preludenti in modo sempre più manifesto alle grandi conquiste pedagogiche ancora lontane.

Ecco alcuni esempi di vittorie individuali.

Il discoletto figlio della signora che per la prima lo ospitò, svogliato nello studio e amante solo del giuoco, benché appartenente a una classe superiore, subì dal suo contatto una trasformazione così radicale da essere irriconoscibile.

Il distinto giovane israelita, per quanto mondano, nei suoi frequenti incontri con lui improvvisato garzone di caffè, prese tanto amore alla Religione cristiana, che finì col volere il battesimo a dispetto di tutte le opposizioni dei parenti e dei correligionari.

Non vi fu anche il campanaro al quale Giovanni Bosco allenò il cervello, fino ad invogliarlo a studiare da prete?

Tre brevi miracoli pedagogici germinati con la spontaneità dei fenomeni di natura.

Ed ora, alcuni esempi di trionfi collettivi.

Don Bosco, nella maturità degli anni e dell’esperienza, insegnerà ai suoi Figli ad amare quello che i giovani amano, se vogliono far loro amare quello che da essi desiderano ottenere. Ebbene, lo studente Bosco mette già in pratica questo sapiente assioma pedagogico prima assai di saperlo formulare.

Poco ci volle per richiamare su di sè l’attenzione generale nella scuola e fuori.

Prima della scuola aiutava tutti nelle difficoltà scolastiche, financo gli israeliti: ai quali faceva i compiti il sabato, affinchè non agissero contro coscienza facendoli essi stessi contro il divieto della loro legge.

Dalla scuola il favore dei condiscepoli lo seguiva fuori e, per mezzo loro, si propagava; onde la sua popolarità crebbe a segno che egli si vide circondato e quasi obbedito da una numerosa clientela, avida di partecipare alle sue liete ricreazioni, curiosa di ascoltare i suoi racconti, e unanime nell’applaudire, in convegni da lui preparati, ai suoi saggi ginnastici.

Studiandone i gusti, li teneva tutti allegri, ma sempre con in fondo il dolce; ed il dolce era naturalmente ciò che tornava a bene dell’anima.

Del quadriennio chierese l’episodio più significativo fu la « Società dell’Allegria ». Il futuro' creatore di associazioni mondiali consacrate alla educazione della gioventù, organizzava ora, semplice studente di ginnasio, una unione giovanile che promovesse il bene dei soci e li esercitasse nell’apostolato fra i coetanei. E la nominava proprio dall’allegria, elemento non secondario del suo sistema educativo. La giocondità dell’animo gli si affacciava fin d’allora alla mente quale mezzo indispensabile per elevare la coscienza giovanile.

Per ottenere pienamente l’effetto bramato, il giocoliere, il ginnasta, l’acrobata dei Becchi affinò l’arte sua e arrichì il suo repertorio in modo che si confacesse al nuovo ambiente. Quarant’anni dopo descriveva così le svariate industrie da lui usate in quel tempo: « Carte, tarocchi, pallottole, piastrelle, stampelle, salti, corse, erano tutti divertimenti di mio sommo gusto, in cui, se non ero celebre, non ero certamente mediocre... Se nei prati di Morialdo ero piccolo allievo, in quell’anno ero divenuto un compatibile maestro » (7).

Nè i soci dell’« Allegria » formavano intorno a lui un circolo chiuso: erano piuttosto il suo Stato Maggiore, e chiamavano quanti più potevano a godere dei suoi trastulli per riceverne i salutari influssi. Egli poi, pur occupandosi degli studenti, non perdeva di vista i ragazzi popolani, frequentassero o no le scuole inferiori. Li cercava per piazze e strade, li allettava, e, bel bello, li conduceva al Catechismo e alla chiesa. Dove solevano riunirsi in molti per giocare, egli compariva in mezzo a loro, si divertiva con essi e se li tirava' dietro.

Insomma l’ascendente acquistato da Giovanni Bosco sulla gioventù a Chieri era quello di un dominatore. Di questo dominio morale il fatto più interessante era senza dubbio la sagacia con la quale sapeva prendere ognuno per il suo verso, per ottenere che tutti facessero a modo suo.

Un fatto che ha dell’incredibile è questo.

Nella quinta ginnasiale aveva venticinque compagni. Orbene, di essi ben ventuno entrarono nella carriera ecclesiastica. Si pensi che per almeno tre classi quei giovani avevano goduto della sua familiare consuetudine!

Nel 1835 si chiusero dietro a lui le porte del Seminario, dove il chierico Bosco andava a incominciare un secondo periodo della sua vita.

Non finì qui la sua preparazione remota veramente eccezionale, poiché, dopo l’ingresso nel sacro recinto, non furono rotti i ponti coll’esterno. E poi vi erano le vacanze annuali, in cui il ritorno del chierico Bosco veniva salutato con gioia dai ragazzi e dai giovanetti delle campagne circostanti.

Scrive di loro: « Mi occupava dei miei soliti giovanetti, ma ciò poteva solamente fare nei giorni festivi. Trovai però un gran conforto a fare catechismo a molti miei compagni che trovavansi, ai 16 e anche ai 17 anni, digiuni affatto delle verità della Fede. Mi sono eziandio dato ad ammaestrarne alcuni nel leggere e nello scrivere con assai buon successo; poiché il desiderio, anzi la smania d’imparare mi traeva i giovanetti di tutte le età. La scuola era gratuita, ma metteva per condizione assiduità, attenzione, e la confessione mensile » (8).

Eccolo dunque sempre uguale a se stesso.

Quello tuttavia fu un tempo dedicato prevalentemente, per non dire esclusivamente, allo studio. Prendiamo invece Don Bosco all’uscita dal Seminario, quando, sacerdote novello, entrò nel campo assegnatogli dalla Provvidenza.

E provvidenziale fu subito per Ini il penetrare nelle carceri di Torino, condottovi dal suo confessore e benefattore San Giuseppe Cafasso. Là mise tosto il dito sopra una gravissima piaga sociale, che gli cagionò spavento e pietà: ma insieme lo orientò senza indugio verso la sua forma di apostolato.

Fra quelle tetre mura incontrò affollamenti di giovani, la cui precoce depravazione era cosa da farlo inorridire. Ne studiò le cause.

Due erano le principali: l’abbandono da parte dei parenti, distratti da altre cure, e l’allontanamento dalle pratiche religiose nei giorni festivi, che per la gioventù in ozio sogliono essere i più pericolosi della settimana. Sentì impellente il bisogno di correre ai ripari.

Detto, fatto. Si diede a raccogliere i ragazzi vaganti per le vie e per le piazze della capitale, e con sacrifici inauditi riuscì a polarizzarne intorno alla sua persona un numero sempre crescente. Se li attirava a centinaia nei giorni festivi, li faceva divertire, li catechizzava, li avviava alle pratiche religiose, e poiché i più erano analfabeti, ideò scuole serali in cui li veniva dirozzando. Intanto ne metteva il maggior numero possibile al lavoro presso buoni padroni e imprenditori, non perdendoli mai di vista.

Ma, dal 1841, per cinque anni non disponeva d’un palmo di terra che fosse suo, e lo perseguitavano da più parti coloro che ne interpretavano male lo zelo, sicché si vedeva costretto a vagare qua e là ammassando il suo chiassoso esercito in luoghi di fortuna.

Tuttavia sarebbe lungo a descrivere con quanta abilità sapeva dominare quelle incomposte moltitudini e piegarle ai suoi voleri. E intanto quali trasformazioni andava operando! La sua potenza educatrice, fatta di carità e di amorevolezza, trionfava eroicamente di difficoltà, che altri si ostinavano a giudicare insormontabili.

L’amore vince tutto, e innanzi all’educatore che ama, da cosa nasce cosa. Nel 1846 Don Bosco acquistò un pezzo di terra con un rustico edificio in aperta campagna, e gli parve di avere fatto un gran passo. Perchè? Perchè più nessuno avrebbe potuto farneìo sloggiare.

Non sloggiare era troppo poco. Piantò ivi saldamente e per sempre le radici. Infatti l’Oratorio festivo non bastava più. Tanti poveri ragazzi avevano bisogno di ricovero, vitto e vestito, se non si voleva che si dessero alla mala vita. Ebbene, prima trasformò l’umile casa, poi vi aggiunse corpi di fabbrica, e infine coperse di grandi costruzioni un’area assai vasta. Tutto un mondo si moveva entro quel recinto: una sua numerosa famiglia religiosa e circa ottocento fra giovani artigiani e studenti, con scuole, laboratori e chiese. I suoi salesiani, crescendo di numero, sciamavano e andavano ad aprire oratori e collegi per il Piemonte, per l’Italia, per l’Europa e fin nell’America.

Il grande educatore, all’età di 72 anni, chiuse la sua carriera mortale il 31 gennaio 1888. Dodici anni prima, in uno spettacoloso sogno, gli era sfilata innanzi una teoria immensa di giova-r ni, che davano a lui festosi segni di riconoscenza. Parte gli erano noti, ma i più sconosciuti: tutti si mostravano lieti di onorarlo come maestro e padre.

Comprese tosto quelle essere schiere giovanili che avevano o avrebbero sperimentato i benèfici effetti della sua opera educativa. Alla loro testa muoveva il quindicenne Domenico Savio, ben degno di capitanare il glorioso esercito, egli che meglio di ogni altro aveva corrisposto alle sue cure, toccando sotto la sua direzione il vertice della perfezione cristiana, sì da meritare il trionfo dei Beati nell’Anno Santo 1950.

La mirabile visione simboleggiava la sovrabbondante messe di bene che, direttamente o indirettamente, Don Bosco aveva e avrebbe mietuto nel mondo col suo sistema educativo: sistema portato dai suoi Figli e dalle sue Figlie fino alle lontananze più remote, come programma di azione pedagogica uniforme e costante.

Quali siano i capisaldi del sistema educativo di Don Bosco e dei suoi, quali le maniere di effettuarlo, quali i risultati ottenuti, apparirà dalla trattazione, che ci proponiamo di sviluppare con relativa ampiezza in queste pagine.

2. Don Bosco, educatore e pedagogista.


Non è possibile immaginare un educatore veramente tale nelle sue concezioni e attuazioni, il quale non abbia al tempo stesso idee, direttive, norme che regolino la sua azione educativa. Le idee, le direttive, le norme, potranno essere sue oppure di altri; ma, ripetiamo, senza di esse non può concepirsi un educatore degno di tale nome.

Se questo deve affermarsi di qualsiasi educatore, a maggior ragione lo dobbiamo dire di Don Bosco, il quale non si consacrò all’educazione saltuariamente nè accidentalmente — come avviene e si sa di altri educatori, che pur godono fama di insigni scrittori di pedagogia — ma svolse le sue non comuni doti di educatore, ben possiamo dire, dalla prima età fino alla tarda vecchiaia.

E si avverta che egli ciò fece coerente sempre a se stesso, in modo uniforme, seguendo una identica ispirazione, adoperando lo stesso sistema, avendo presente in ogni tempo, luogo e circostanza, la stessa mèta da raggiungere con l’opera sua. Non solo, ma il suo ideale educativo, il suo sistema, le sagge norme da lui costante-niente praticate, egli insegnò, fece fedelmente praticare sotto l’immediato suo controllo, e trasmise poi, come eredità preziosa, ai suoi figli e discepoli. Questi, nonostante l’inevitabile logorìo degli anni e malgrado il rapido moltiplicarsi dei soggetti in tutte le nazioni e sotto le più svariate condizioni di clima, di razze, di popoli, di ambiente sociale, hanno conservato intatto e difeso da infiltrazioni di errate ideologie e da attacchi di ogni genere quel medesimo ideale, quel medesimo sistema educativo praticato dal loro Padre e Maestro.

I figli di Don Bosco, mentre sforzavansi di agire così, erano convinti, non solo di rispettare e di divulgare le tradizioni paterne, ma di compiere un’opera di grande portata sociale a vantaggio delle future generazioni.

Ed è provato che la profonda loro devozione verso il grande Padre e Maestro seppe conservare fedelmente tutto ciò che egli aveva loro tramandato, non soltanto a voce e mediante la sua pratica educativa, ma con scritti che la illustrano e fissano a perpetuità.

È questo appunto il motivo per cui possiamo affermare che il nostro Fondatore, oltre che educatore, è anche scrittore di argomenti pedagogici, come vedremo più ampiamente fra breve.



a) Doverosa chiarificazione.


Prima però di studiare Don Bosco come scrittore di materie pedagogiche, ci pare doveroso correggere una erronea interpretazione attribuita ad alcune sue parole, in un primo tempo mal riferite. Ecco il fatto.

Il nostro Padre, nei suoi viaggi in Francia, visitò due volte la città di Montpellier, accoltovi sempre con venerazione ed entusiasmo. La seconda volta vi giunse P8 maggio del 1886, di ritorno da Barcellona, e fu ospite del Grande Seminario di quella città. L’ospitalità fu oltremodo cordiale .ed ebbe un seguito del quale ora dobbiamo occuparci. "

Il Superiore del Seminario, Sig. Dupuy, era membro della Congregazione dei Lazzaristi, fondata da San Vincenzo de’ Paoli. Don Bosco, appena giunse a Torino, inviò a detto Padre l’espressione della sua riconoscenza, aggiungendovi l’omaggio di alcune sue pubblicazioni, tra le quali una breve Vita di S. Vincenzo de’ Paoli.

Il buon Rettore si affrettava a rispondergli il 2 luglio. Dopo averlo ringraziato e assicurato che, nella città di Montpellier e in particolare nel Seminario, si conservava vivissimo il ricordo della sua visita, aggiungeva che a lui però era rimasto un gran rammarico; poiché, avendolo lasciato, durante la breve permanenza, interamente a disposizione degli altri, non si era mai potuto procurare la comodità di discorrere con lui da solo a solo, mentre avrebbe avuto vivo desiderio di interrogarlo a riguardo dei « piccoli segreti » che Don Bosco adoperava per portare le anime a Dio.

È vero che, durante il breve soggiorno del nostro Padre, il Rettore aveva domandato come riuscisse, con sì scarso numero di aiutanti, a dirigere e a governare tanti giovani, e che Don Bosco gli aveva risposto come tutto il segreto stava nell’infondere il santo timor di Dio.

Ma il Sig. Dupuy osservava ora nella sua lettera: « Il timor di Dio è soltanto il principio della sapienza; io invece vorrei sapere come fa lei a guidare le anime al sommo della sapienza, che è Famor di Dio » (9).

Quando gli si lesse lo scritto dello zelante Rettore, Don Bosco esclamò: « Il mio metodo si vuole che io esponga. Mah!... Non lo so neppur io! Sono sempre andato avanti come il Signore m’ispirava e le circostanze esigevano » (10).

Queste parole del nostro Padre furono purtroppo da taluni erroneamente interpretate, quasi che S. Giovanni Bosco avesse affermato di non sapere quale fosse il sistema da lui seguito nell’educazione della gioventù. Nulla di più falso!

La lettera del Sig. Dupuy conteneva, sì, l’accenno a una questione di disciplina pedagogica, ma per dire che essa era già stata risolta dal Santo a viva voce.

Quello invece che ora premeva al Rettore di sapere, erano, ripetiamo, i segreti per portare le anime all’amor di Dio: questione, come ognun vede, non più semplicemente di ^pedagogia, ma — per esprimerci con un termine caro ai moderni — di spiritualità. E tanto è così, che, nella stessa lettera, il Sig. Dupuy prosegue parlando di un confronto fra la spiritualità di San Vincenzo e quella di San Francesco di Sales, chiedendo pure il parere di Don Bosco al riguardo: parere che noi ignoriamo.

Orbene, l’esclamazione del Santo è ovvia, se si riferisce alla guida particolare delle anime, la quale esige somma prudenza e capacità di adattamento così ai bisogni spirituali dei singoli, come alle diverse vie della Grazia. Ecco perchè Don Bosco dice di non seguire un suo sistema rigido, ma di piegarsi alle circostanze concrete e alle ispirazioni del Signore.

Uguale risposta aveva dato parecchi anni prima a simile domanda. Nel 1862 Villa Giovanni, poi Salesiano, trovandosi a Osimo come soldato, fu pregato da un sacerdote di domandare a Don Bosco quale segreto avesse per attirare così potentemente il cuore dei giovani. Il Villa, venuto poco dopo a Torino, riferì l’incarico avuto, e Don Bosco rispose: «Io l’ignoro. Se quel buon p.ete ama Dio, riuscirà pure in ciò assai meglio di me» (11).

Erronea invece sarebbe ogni interpretazione che negasse in Don Bosco la consapevolezza di un suo metodo ben determinato nel campo dell’educazione. Questo sarebbe travisare il vero senso delle parole pronunciate dal Santo e fare nello stesso tempo un vero torto al grande Educatore.

Infatti egli avrebbe affermato, nel 1886, che neppure lui sapeva quale fosse il suo sistema o metodo pedagogico, mentre tante volte ne aveva parlato ai suoi figli; anzi, fin dal 1852, e poi negli anni successivi, aveva incominciato ad abbozzare i Regolamenti, tutti ispirati ai criteri, che più tardi avrebbe espressi nell’opuscolo sul Sistema Preventivo. E si potrebbe credere seriamente che Don Bosco « non conoscesse » il suo sistema, lui che, quasi quarant’anni prima, aveva decisamente formulato la sua scelta pel Sistema Preventivo, e ne aveva così limpidamente espresse le norme fondamentali? Ci sembra contrario a ogni sana ragione il pensarlo; e ciò tanto più, se si pensa che le pagine sul Sistema Preventivo erano per Don Bosco soltanto « l’indice » di un lavoro pedagogico di più ampio respiro, che egli non ebbe poi opportunità di scrivere, ma il cui contenuto gli fu sempre presente alla mente per dirigerne l’azione.

Il Sig. Dupuy gli inviava la sua lettera, come si disse, nel 1886; ma Don Bosco, ripetiamo, fin dagli inizi della sua opera aveva manifestato ben chiaramente di avere, nel campo pedagogico, idee limpide e precise circa il sistema da lui praticato: idee che inculcava ai suoi figli, vigilando perchè fossero fedelmente osservate, anche in certe norme che taluno avrebbe potuto giudicare di poca importanza.

Del resto, in molte altre circostanze, e rispondendo ad analoghe domande, Don Bosco aveva avuto occasione di precisare quali fossero i suoi princìpi in campo educativo e quale fosse il suo sistema. Nè mai egli negò di avere un sistema; anzi di questo si faceva cura di enunziare e chiarire quali fossero gli elementi fondamentali e i princìpi informatori.

Ci valga di esempio, fra tutti, un episodio avvenuto nel 1884, cioè due anni prima della conversazione col Sig. Dupuy e della lettera di questi al Santo.

Il 25 aprile 1884 un redattore del Journal de Rome pubblicava una intervista con Don Bosco. Il giornalista aveva chiesto: « Vorrebbe dirmi qual è il suo sistema educativo? » Il Santo rispose: « Semplicissimo. Lasciare ai giovani piena libertà di fare le cose che loro maggiormente aggradano. Il punto sta di scoprire in essi i germi delle loro buone disposizioni e procurare di svilupparle. E, poiché ognuno fa con piacere soltanto quello che sa di poter fare, io mi regolo con questo principio, e i miei allievi lavorano tutti, non solo con attività, ma con amore. In quarantasei anni non ho mai inflitto neppure un castigo, e oso affermare che i miei alunni mi vogliono molto bene » (12).

Dopo ciò crediamo che non possa sussistere più alcun dubbio circa il senso — ascetico, e non pedagogico — delle citate umilissime parole di Don Bosco: « Il mio metodo?... Non lo so neppur io! ».

b) La scienza pedagogica di Don Bosco.


Oggi è invalsa la consuetudine di chiamare pedagogo o educatore colui che si applica personalmente all’arte di educare, e cioè all’opera educativa direttamente attuata. Chi invece si dedica alle scienze educative o pedagogiche, chi scrive di materie che riguardano la scienza dell’educazione, e più particolarmente chi espone le proprie idee educative come frutto di accurate ricerche e riflessioni scientifiche circa il problema pedagogico, vien chiamato, con parola moderna ormai ammessa e usata da tutti, pedagogista.

Orbene, fra i pedagogisti che moltiplicano scritti ed anche trattati di pedagogia, ve ne sono di quelli che mai, o quasi mai, si sono occupati nell’educare praticamente la gioventù: infatti con i giovani essi non ebbero consuetudine o convivenza personale, nè nella scuola nè in Collegi o Convitti.

È evidente che alla scienza pedagogica di cotesti autori manca il collaudo e il tesoro dell’esperienza, la quale, in questo campo, ha il più delle volte valore decisivo.

Che Don Bosco sia stato anzitutto pedagogo, nel senso che si impegnò nell’educazione praticata e vissuta, è cosa tanto risaputa e universalmente ammessa, che non è necessario spendere parole per dimostrarlo. Nella storia dell’educazione non si riscontrano molti che, come lui, abbiano speso tanti anni di vita, tante fatiche, tanti sacrifici nell’opera educativa, portandola a tale estensione di soggetti, a tanta profondità di vedute, a risultati tanto sorprendenti, da eccellere tra i migliori educatori di tutti i tempi.

Per ciò che riguarda in particolare l’estensione del suo lavoro educativo, egli, pur avendo sempre, fin dai suoi inizi, come soggetto delle sue preferenze i giovani più poveri e derelitti, col crescere degli anni e con lo svilupparsi delle sue opere, abbracciò, nelle manifestazioni della carità, quasi tutte le categorie di educandi: dagli analfabeti e dagli alunni delle prime scuole elementari a quelle dei corsi medi, ginnasiali e liceali; dalla prima infanzia e fanciullezza alla adolescenza e giovinezza: dagli alunni delle classi meno abbienti fino a quelli del ceto medio, non rifiutando, dietro istanze dei genitori, quelli di famiglie benestanti e anche nobili, purché si adattassero al trattamento sempre modesto dei suoi Istituti. Su quest’ultimo punto il buon Padre metteva in guardia i Salesiani al fine di evitare che, per riguardo a qualche ricco o patrizio, il quale volesse a ogni costo affidar loro i propri figli, commettessero l’errore funesto di attrezzare con lusso le loro Case, o di assumere — nelle divise, nel vitto, in altre manifestazioni — atteggiamenti meno conformi alle loro tradizioni di povertà, mai disgiunta però dalla proprietà e dall’ordine.

Sull’esempio del Padre, e interpretandone e sviluppandone il pensiero, i Salesiani e le Figlie di Maria Ausiliatrice continuarono e continuano tuttora a portare il benefìcio di una educazione profondamente cristiana alla gioventù delle già indicate categorie sociali, preferendo però sempre gli orfani, i derelitti, gli umili, i figli di operai, per formarli nelle scuole professionali e industriali, come pure la grande massa dei figli dei contadini, da elevare moralmente e tecnica-mente nelle scuole agricole, queste e quelle sparse ormai, in numero rilevante e con vero vantaggio della società, in tutte le parti del mondo.

Abbiamo detto che Don Bosco compì l’opera educativa anche in profondità, non limitando il suo lavoro pedagogico, come avviene in troppi casi, alla pura istruzione, — il che crea esseri deformi, dalla testa smisurata e dal cuore rattrappito, — ma estendendo invece — con integrità di comprensione e pienezza di responsabilità — le sue attività pedagogiche a tutti gli aspetti dell’educazione, e cioè a quello fisico, intellettuale, estetico, morale, religioso, e anche sociale.

Questa educazione integrale, senza squilibri nè parzialità, è forse uno dei pregi più notevoli e pratici dell’opera educativa di Don Bosco, soprattutto quando si pensi che egli visse nel secolo in cui dominava ancora il vezzo degli illuministi e dilagava quello dei razionalisti, che ogni loro cura dedicavano a illuminare e arricchire le menti senza purtroppo curarsi come sarebbe stato necessario della doverosa formazione morale e spirituale degli alunni.

Questo profondo convincimento e questa costante preoccupazione pratica di dare ai giovani una formazione equilibrata e completa è, lo ripetiamo, la nota più caratteristica dell’orientamento pedagogico e del lavoro educativo di San Giovanni Bosco.

Se poi si volesse mettere in evidenza qualche sua speciale preoccupazione o preferenza per i diversi aspetti o settori dell’opera sua educativa., ci pare di poter affermare che il nostro Padre, pur mantenendosi nell’armonia e nell’integrità delle sue attività pedagogiche, dedicò cure del tutto speciali all’educazione profondamente cristiana della gioventù; anzi sacra egli chiamò e volle la pedagogia, come a suo luogo vedremo.

Egli infatti era intimamente persuaso che la radice e la chiave dello sviluppo e del perfetto ordinamento della vita del giovane è proprio la formazione religiosa e morale, senza di cui qualsiasi educazione sarebbe monca e imperfetta, perchè, non diretta dalla luce del Fine Soprannaturale e priva delle potenti risorse della Grazia, mancherebbe della base granitica che deve sorreggerla.

In ciò il Santo ebbe il più alto e solenne riconoscimento dal grande Papa Pio XI; il quale esaltò la « educazione cristiana come Don Bosco l’intendeva, cioè profondamente, completamente, squisitamente cristiana e cattolica » (13).

Se volessimo infine parlare dei risultati da lui ottenuti, dovremmo richiamarci all’intera sua vita, al prodigioso sviluppo delle sue opere, al costante moltiplicarsi dei suoi figli, al contributo portato in così alta misura dai suoi Ex-Allievi in tutta la scala delle gerarchie sociali, alla cooperazione sempre più estesa, fattiva e cordiale, di centinaia di migliaia di Cooperatori, Cooperatrici e Benefattori, financo acattolici e pagani, che, con generosità, impiantano, sorreggono, sviluppano i suoi istituti sotto tutti i cieli e tra tutti i popoli.

Ma, tralasciando di moltiplicare le citazioni di fatti d’altronde universalmente conosciuti, poniamo invece termine a queste considerazioni riaffermando un concetto già espresso, sul quale però è bene insistere, e cioè che un’opera diuturna, così coerente, così estesa, così notevole in profondità, e feconda di risultati, non poteva non essere frutto di chiare, sode e ben ponderate idee pedagogiche.

Queste idee poi Don Bosco non si limitò a tradurle in pratica nella sua lunga missione di educatore, ma le manifestò ripetutamente nei suoi scritti, e in molte conferenze e conversazioni, che i suoi figli raccolsero con diligenza e amore, e tramandarono alla posterità nelle Memorie Biografiche.

E qui ci venga concesso di rivolgere un ringraziamento a quei membri della Società Salesiana, che, avendo intuito sùbito la grandezza morale di Don Bosco e la sua missione provvidenziale, si proposero, per somma nostra ventura, di prender nota delle sue attuazioni e di fissare le sue parole per tramandarle a edificazione e istruzione di quanti sarebbero poi divenuti suoi figli, suoi divoti, suoi ammiratori, e, comecchessia, continuatori del suo apostolato.

Appunto dall’attento esame di quanto fece, scrisse e disse Don Bosco, risulta la robustezza di struttura delle sue opere. Esse infatti poggiano sulla salda base di idee e princìpi pedagogici, che egli aveva profondamente elaborati e radicati nella mente, irrobustendoli ogni giorno più con le personali esperienze nell’educazione dei suoi giovani, e così pure con la lettura di opere pedagogiche, con frequenti contatti cogli ottimi pedagogisti che fiorivano ai suoi tempi nella capitale del Piemonte, dai quali era ap-prezzatissimo, ed anche con visite accurate ai principali Istituti di educazione della regione in cui viveva, e di altre parti d’Italia e d’Europa.

c) Don Bosco, scrittore DI MATERIE PEDAGOGICHE.


Diciamo subito che Don Bosco non ha scritto un vero e proprio trattato di pedagogia: le sue idee circa l’educazione si trovano disseminate nei suoi scritti e nelle sue parlate. E lo sono in misura tanto completa e abbondante da potersene compilare una trattazione, che speriamo possa essere presto realizzata.

Noi qui ci preoccupiamo solo di passare in breve rassegna alcuni scritti pedagogici di Don Bosco, allo scopo di formarci un concetto sempre più chiaro del contributo dato dalla penna del Santo alla soluzione del problema educativo.

È doveroso assegnare il primo posto all’opuscolo, pubblicato l’anno 1877, dal titolo 11 Sistema Preventivo. In esso egli presenta i concetti fonda-mentali del suo sistema pedagogico e fìssa quale debba essere il principio animatore dell’opera educativa, di cui traccia le linee essenziali: e ciò fa con la sua solita aurea chiarezza e praticità, senza preoccuparsi di dare al suo lavoro anche soltanto l’apparenza di una elaborazione scientifica.

Eppure, in quelle pagine, quale profondità di dottrina, quanta sapienza di norme, quale praticità d’impostazione e fecondità di orientamenti sviluppatisi al calore della carità che gli ardeva in cuore; e, in fine, quale chiaro e giusto concetto di quel principio soprannaturale che dev’essere l’anima di ogni pedagogia destinata a dare frutti di salvezza!

Verso la fine dell’anno 1911, chi scrive, accompagnava il venerato Don Albera nella visita alle Case dell’Austria, della Polonia e della Jugoslavia. Precisamente a Vienna ebbi la sorte d’intrat-tenermi con il celebre P. Krammer, Professore di Pedagogia in quella Università.

Egli aveva studiato a fondo l’opera educativa di Don Bosco, divenendone ammiratore sincero. Appunto nel corso di quella indimenticabile conversazione il chiarissimo Professore, parlando dell’opuscolo scritto da Don Bosco sul Sistema Preventivo, mi diceva: « Vi assicuro che io ho trovato maggior ricchezza di sano contenuto pedagogico, e più sapienti e pratiche norme educative, in quelle brevi pagine, che non in tanti volumi in folio, i quali pur vanno per la maggiore ».

Ciò prova che non basta leggere superficialmente il prezioso trattatello. Esso vuol essere ben considerato in ogni suo particolare concetto; e brillerà in tutta la sua luce, quando sia messo fedelmente in pratica.

Notevoli fonti del pensiero pedagogico di Don Bosco sono inoltre il Regolamento degli Oratori Festivi, il Regolamento delle Case, le Costituzioni e i Regolamenti della Società Salesiana.

Nel Regolamento degli Oratori Festivi, noi troviamo come in germe tutta l’Opera Salesiana e, in particolare, chiaramente abbozzato il sistema che Don Bosco intendeva usare e tramandare ai suoi figli per l’educazione dei giovani. Quel libretto è una vera miniera, purtroppo non sempre sufficientemente conosciuta e approfondita.

D’altronde era giusto che il nostro Padre, trattandosi della prima opera da lui fondata e che maggiormente gli stava a cuore, versasse in quel breve Regolamento tanti tesori di carità, di cristiano senso pedagogico, di praticità organizzativa.

Il Regolamento delle Case è un vero codice pedagogico: è la cornice nella quale deve svolgersi l’opera educativa dei suoi figli; è il saldo e sicuro binario da percorrersi da chi voglia seguire Don Bosco nel suo lavoro di ricostruzione sociale.

Il nostro Padre amò sempre far precedere la pratica, la vita vissuta, alla compilazione della legge. Impiegò molti anni, prima di giungere alla redazione definitiva di quel Regolamento, la cui elaborazione aveva avuto inizio nel 1852 ed era stata preceduta, durante alcuni anni, da varie e brevi norme, scritte su di una tabella che si teneva esposta in dormitorio perchè i giovani potessero leggere e ricordare. Solo dopo venticinque anni lo diede alle stampe.

Questo lungo lasso di tempo sta a provare che esso fu in verità frutto di ponderato studio, di costante osservazione e di diuturna esperienza.

Se talvolta, nella esplicazione dell’opera affidataci dall’ubbidienza, qualcuno di noi ha riscontrato manchevolezze e insuccessi, ripensandoci su, chissà che non debba forse riconoscere che ciò dipese dal non aver opportunamente ricordato e messo in pratica il Regolamento delle Case!

È certamente cosa lodevole e ottima leggere solennemente il Regolamento davanti a tutti i Superiori e giovani, all’inizio dell’anno scolastico-professionale-agricolo, come volle e praticò Don Bosco; ma alla labile memoria umana ciò non basta, e quindi è bene ritornare più volte a dissetarci a quella fonte vitale.

Nè poteva mancare abbondanza di contenuto pedagogico nelle Costituzioni Salesiane. Don Bosco si era proposto di formare una grande famiglia di educatori. Ed era logico che, nel gettare le basi della sua Società, nell’innalzarne le mura robuste, nel condurne a termine la struttura, nel dotarla all’esterno e all’interno di tutti quei sussidi e sostegni che dovevano 'renderla completa e atta alle sue finalità, non perdesse mai di vista la missione fondamentale dei suoi figli: ai quali, come educatori, si dovevano dare nelle Costituzioni princìpi e direttive, atti a rendere la loro opera educativa feconda e duratura.

Fonte copiosa di sapienza pedagogica ci ha poi lasciato Don Bosco nelle Vite, da lui scritte, di Domenico Savio, Michele Magone, Francesco Besucco, Luigi Fiorito Colle, figlio dei Conti Colle di Tolone.

Nella compilazione di queste biografie è da mettere in rilievo il grande senso pratico educativo di Don Bosco. Egli era convinto che la forza dell’esempio nell’educazione è irresistibile, e che l’imitazione, se non è tutto, è certamente pressoché tutto, quando si tratta di giovani. Ed ecco perchè egli stesso volle scrivere, con quella inimitabile chiarezza di pensiero, semplicità di frase e fedeltà storica, le Vite di quei giovanetti, tre dei quali egli stesso aveva raccolto nella sua prima Casa, conosciuta oggi ancora col nome di Oratorio, guidandoli man mano nel nuovo ambiente, mediante le norme del suo sistema pedagogico, fino alle più alte vette della perfezione.

Abbiamo detto pensatamente che tali biografie furono scritte con fedeltà storica, per dare risalto a una qualità che nel nostro Padre risplendette in sommo grado, e che fu riconosciuta dalla Chiesa stessa, durante la Causa di Beatificazione del Giovanetto Domenico Savio, con esplicita ed autorevole dichiarazione della speciale Sezione Storica annessa da Pio XI alla Sacra Congregazione dei Riti.

Don Bosco infatti, nello scrivere le Vite di quei cari giovanetti, oltre a basare le sue affermazioni sull’intima conoscenza che egli aveva avuto di essi per lunga domestichezza e costanti contatti personali, potè attingere dati sicuri e notizie esatte dai Superiori, compagni e altre persone con cui detti giovani erano vissuti.

Se nelle biografìe scritte da Don Bosco gli alunni avessero riscontrato qualcosa di meno esatto storicamente, si sarebbero affrettati, per quel senso d’intimità filiale che li univa al loro Padre e rendeva naturale e spontanea la confidenza, a presentargli le osservazioni che avessero ritenute opportune. Anzi lo stesso Don Bosco li esortava a ciò, appunto perchè gli premeva che la luce delle virtù di questi santi giovanetti si accrescesse e completasse con lo splendore di una assoluta verità storica (14).

Si aggiunga che l’importanza pedagogica di queste biografìe acquista notevole valore dal fatto che ognuno di tali giovanetti aveva speciali caratteristiche d’indole, d’intelligenza, d’impulsi e sensibilità: inoltre ognuno proveniva da ambienti diversi e aveva avuto antecedentemente relazioni

con persone che poterono contribuire a una diversa formazione iniziale.

Il piccolo Savio pareva destinato da Dio a condurre una vita angelica fin dagli anni più teneri, tanto era innocente l’anima sua e robusta la sua virtù. Fin dai primi contatti con Don Bosco il virtuoso giovanetto ne intuì la santità, e, giunto all’Oratorio, si mise totalmente nelle sue mani.

E precisamente in Domenico Savio la pedagogia di Don Bosco ebbe il suo coronamento, al punto di poter noi considerare il Savio come il tipo della santità salesiana: la santità infatti è il movente e la mèta di tutto il lavoro pedagogico di Don Bosco e dei suoi figli.

E si avverta che nello scrivere la biografia di Savio Domenico — la quale dai posteri sarebbe stata considerata come suo capolavoro — Don Bosco non si diffonde nell’enumerare formule e nel-l’indicare princìpi e precetti di scienza pedagogica, che avrebbero pur potuto esser discussi. No. Egli si limita invece a narrare con semplicità i fatti, perchè da questi intendeva si sprigionasse una pedagogia praticamente controllata e vissuta.

Michele Magone, il birichino della strada, il capo dei monelli, insofferente di ogni giogo, audace per natura, nascondeva sotto la ruvida scorza delle sue bravate e monellerie, un cuore d’oro. Guidato da un sapiente educatore, sotto la forza trasformatrice dell’educazione cristiana, avrebbe primeggiato anche nel bene, e con maggior slancio di quello che avesse avuto nella vita di monello fino al giorno in cui Don Bosco, dopo averlo conosciuto capitano degli sbarazzini nei pressi della stazione di Carmagnola, lo aveva condotto al suo Oratorio.

Nella biografìa di Michele Magone si manifesta soprattutto quanta forza attribuisse Don Bosco alle pratiche religiose nell’educazione della gioventù: senza di esse manca agli elementi educativi il principio organico, l’anima di quella formazione morale che è la mèta principale da raggiungere nell’educazione.

Il terzo gioiello di natura squisitamente pedagogica è la biografìa di Francesco Besucco, il Pastorello delle Alpi, che aveva avuto la sorte di trovare nel suo parroco un uomo profondamente spirituale.

Questi seguiva giorno per giorno il suo piccolo parrocchiano, e, vedendolo crescere in modo del tutto straordinario nella pratica delle virtù, si accinsi a dargli una soda formazione ascetica. Quando poi il virtuoso sacerdote udì parlare di Don Bosco e dei risultati meravigliosi che egli otteneva nell’educare i giovani, credette, nella sua umiltà, che il compito suo fosse esaurito, e offrì a Don Bosco quel tesoro di giovanetto, perchè l’esperto e sano educatore completasse l'opera da lui iniziata, dando in certo modo gli ultimi ritocchi a quel piccolo capolavoro di virtù cristiane.

Il Besucco venne infatti all’Oratorio, ove condotto dalla mano esperta di Don Bosco, nei pochi mesi che gli rimanevano di vita, raggiunse un non comune grado di santità, a tal punto che Don Bosco stesso credette di fare cosa utile ai suoi giovanetti scrivendone la vita.

La rassegna delle biografìe pedagogiche scritte dal nostro Fondatore non sarebbe completa se non parlassimo della breve vita di Luigi Fiorito Colle.

I suoi genitori non solo furono grandi ammiratori, ma forse i più insigni benefattori del Santo, che li visitava frequentemente e a loro ricorreva con assoluta fiducia in tutte le sue necessità. Essi, fortemente radicati nella Religione e nell’esercizio delle virtù cristiane, si erano grandemente preoccupati della formazione spirituale del loro Luigi, cosicché il giovanetto era cresciuto illibato e santo. Don Bosco lo conobbe quando era ormai maturo per il Cielo.

Perduto quel loro tesoro, i desolati genitori, solo nella Religione e nella corrispondenza affettuosa di Don Bosco, poterono trovare balsamo per il loro animo straziato.

Don Bosco, raccontando i suoi sogni, parlò parecchie volte dell’angelico Luigi Colle. Lo vide negli splendori della gloria e ne ricevette superne ispirazioni.

Per questo, negli ultimi anni della sua vita, fornì al salesiano Don De Baruel dati e considerazioni pedagogiche, perchè ne abbozzasse la Vita in lingua francese. In quelle pagine, lo scrittore non sempre seppe imitare l’aurea semplicità dello stile e la chiarezza del pensiero di Don Bosco, il quale, come abbiamo detto, rifuggiva da tutto ciò che avesse anche solo una lontana parvenza di pretenziosità.

Comunque, la vita di Luigi Colle è talmente ispirata alle idee pedagogiche di Don Bosco e tracciata nella cornice dei fatti e delle relative considerazioni da lui suggerite, che il nostro Padre non esitò a farla sua, pubblicandola col suo nome. Anche in essa infatti noi ritroviamo tutta Lamina del santo educatore.

Considerando le biografie di questi cari giovanetti, sgorgano logicamente alcune considerazioni.

Anzitutto Don Bosco seppe dare ad essi, giunti a lui con natura e condizioni familiari, sociali, religiose, diverse, tale formazione, da farli oggetto di ammirazione da parte dei loro stessi condiscepoli, che li considerarono e proclamarono santi.

Ma ancor più ci interessa e riempie di stupore, costatare l’immenso tesoro di alta dottrina pedagogica che si sprigiona dalle pagine da lui scritte narrandone la vita. E questo dicasi pure degli edificantissimi Cenni storici sulla vita del Chierico Luigi Comollo, e di due altri preziosi libriccini, intitolati Severino (ossia Avventure di un giovane alpigiano) e Pietro (o La forza della buona educazione). Di quest’ultimo solo una metà è del Santo, il quale tradusse l’altra metà da un opuscolo francese anonimo, che egli però fece suo, accettandone e avallandone il contenuto.

Notiamo poi che le biografie di Savio, di Magone e di Besucco sono il ritratto fedele dell’ambiente della casa salesiana in cui vissero e dei sussidi pedagogici messi in opera a seconda del carattere e delle condizioni dei singoli: insomma, una vera apologia del sistema preventivo, praticato in una soave atmosfera di carità e di serena letizia nell’esercizio della pietà e di ogni più bella virtù, in costante ascesa verso la santità. Poiché — giova ripeterlo — Don Bosco era convinto che, proprio nell’adempimento dei propri doveri e nella pralica dell’amor di Dio e del prossimo, sbocciano, crescono e si irrobustiscono i migliori propositi dei giovani, ai quali così riesce facile corrispondere alle cure dei Superiori, praticarne gli insegnamenti e dare frutti preziosi per la terra e pel Cielo.

Altre fonti del pensiero pedagogico di Don Bosco noi troviamo nei suoi scritti storici. Egli intendeva che effettivamente la storia fosse maestra della vita, specie trattandosi di giovani, i quali sono portati quasi istintivamente all’imitazione.

Nella Storia Sacra, nella Storia Ecclesiastica, nelle Vite dei Papi, nella Storia d’Italia, Don Bosco ha saputo disseminare un vero tesoro di dottrina pedagogica e di norme educative traendo, dai fatti e dai personaggi, tali logiche deduzioni di concetti, esortazioni e stimoli formativi, da lasciar capire, a chi approfondisca il suo pensiero, quale potenza educatrice racchiudesse l’anima sua, che di tutto sapeva profittare per tener lontani i giovani dalla via del vizio e guidarli alla virtù.

Non ultima fonte della pedagogia di Don Bosco è nei libri ascetici e nelle operette agiografiche e morali, che egli scriveva per i giovanetti e pel popolo.

Primeggia su tutti il Giovane Provveduto, tradotto nelle principali lingue e diffuso in milioni di copie. In quelle pagine si ritrova e quasi si rivive lo zelo ardente di Don Bosco per avvicinare le anime dei giovanetti a Dio, fonte, modello e mèta di ogni formazione.

Altrettanto dicasi della Figlia Cristiana e del Cattolico Provveduto.

Nelle Letture Cattoliche il nostro Padre pubblicò non pochi volumetti di indole agiografia, morale ed anche polemica.

Educatore nato, da tutto egli traeva argomento per fissare e inculcare norme educative allo scopo di migliorare i giovani e la società.

Insomma, la sua meravigliosa sensibilità pedagogica è manifesta in tutti i suoi scritti. Ci pare anzi di poter affermare che egli si prefisse di dar sempre la preferenza a quegli argomenti, che presentassero maggior interesse formativo delle menti, dei cuori e del carattere cristiano, sia che i suoi scritti fossero in particolare indirizzati ai giovani, sia che riguardassero il popolo in generale.

Ma forse la fonte più abbondante della pedagogia di San Giovanni Bosco noi la troviamo nei diciannove volumi delle Memorie Biografiche: essi costituiranno sempre il più ricco patrimonio della vita, virtù, esempi, spirito e dottrine pedagogiche di San Giovanni Bosco.

A questo mirabile tesoro si possono aggiungere i Cinque Lustri dell’Oratorio di S. Francesco di Sales scritti da Don Bonetti e direttamente controllati da Don Bosco, c così pure le Deliberazioni prese nei primi quattro Capitoli Generali presieduti dal Santo Fondatore. Grande importanza ha pure la collezione del Bollettino Salesiano pubblicato ancora sotto gli occhi del nostro buon Padre.

Non possiamo poi dimenticare l’abbondante materiale delle prediche., delle innumerevoli conferenze e sermoncini della Buona Notte, nonché le numerose lettere, nelle quali, specialmente se scritte ai suoi figli, il Santo non lascia mancare quasi mai lo spunto pedagogico. Alcune poi, come quella inviata da Roma il 10 maggio 1884, sono veri tesori di pedagogia salesiana, come vedremo a suo tempo.

Fonte non trascurabile del pensiero educativo di Don Bosco sono pure i suoi sogni. I concetti, le norme e le direttive in essi racchiusi hanno quasi un pregio carismatico: giacché va sempre più rafforzandosi la persuasione che i cosiddetti sogni del nostro Padre siano state vere ispirazioni dall’Alto, a volte con carattere profetico, quasi sempre con orientamento didattico e valore pedagogico d’inestimabile valore.

Chi infine si proponga di studiare in tutta la sua estensione il patrimonio pedagogico lasciato da Don Bosco ai suoi figli, non può prescindere dalla ricca fonte della tradizione salesiana, come può giustamente chiamarsi la pedagogia vissuta dai figli di Don Bosco sotto il suo sguardo e il suo controllo, e tramandata poi fedelmente alle successive generazioni: le quali si sforzarono di fissarla in attuazioni pratiche e in scritti largamente noti.

E qui è bene mettere in rilievo un particolare, che giudichiamo di non lieve importanza. Don Bosco, per formare la sua Società Salesiana, preferì servirsi dei suoi giovani. Sono pochissimi gli altri, venuti a Don Bosco in età matura e dopo aver compiuto una loro formazione in diversi ambienti.

Era più facile così al Santo dare una educazione veramente completa e totalitaria a quei primi soggetti chiamati a costituire la Famiglia Salesiana: i quali divennero in seguito, non solo gli elementi direttivi, ma, ciò che più conta, gli eredi e continuatori, oltre che della sua Società, anche e soprattutto delle sue virtù, dei suoi esempi, delle sue dottrine e del suo sistema educativo.

Inoltre la Provvidenza dispose che i Superiori destinati a essere fino ad oggi i primi Successori di Don Bosco avessero avuto la sorte di essere stati suoi alunni, lui vivente. Alcuni vissero molti anni al suo fianco; tutti lo conobbero, e appresero, per lunga consuetudine con lui e con i primi, la più genuina e fresca ir adizione salesiana.

Da questo ci pare di poter dedurre che il pensiero di Don Bosco Educatore potè essere appreso nella sua genuina integrità e venir tramandato con piena sicurezza da coloro che furono chiamati ad occupare il suo posto nella continuazione e sviluppo dell’Opera sua. Non per nulla, dei primi tre defunti Successori del Santo, due sono già avviati all’onore degli altari: Don Rua e Don Rinaldi.

Si aggiunga che le prime Vite di Don Bosco e alcuni stampati che racchiudevano l’essenza e le norme del suo Sistema educativo, uscirono alla luce vivente ancora Don Bosco; quindi possiamo essere sicuri della ortodossìa del loro contenuto. Dopo la sua morte le di lui biografìe, come pure i commenti pedagogici al suo sistema, si andarono moltiplicando.

Il suo pensiero educativo fu inoltre fissato in questi ultimi lustri negli Annali della Società Salesiana, pubblicati con ponderato senso storico dal nostro caro e tanto benemerito Don Ceria, il quale approfondì come pochi tutto ciò che riguardava la vita, le opere, le idee e le pratiche pedagogiche di Don Bosco.

Il nostro fecondo Don Caviglia seppe egli pure presentarci un tesoro di idee e spunti pedagogici, da lui dedotti con non comune competenza dall’esame degli Scritti del nostro Padre: anche se gli potè sfuggire talora qualcosa di meno controllato, che noi credemmo doveroso segnalare e rettificare negli Atti del Capitolo Superiore (15).

d) Il « SISTEMA EDUCATIVO » di Don Bosco.


Il nostro Santo Fondatore pubblicò il noto opuscolo dal titolo II Sistema Preventivo. Questa denominazione è ormai adottata ovunque, ed è questo il motivo per cui è invalsa l’abitudine di chiamare il Sistema Preventivo « Sistema educativo di Don Bosco ».

Il nostro Padre, portato per natura e per amore di chiarezza alla semplicità, usava la parola « sistema » dandole un senso pratico, come se dicesse « modo di fare ». Persino nel sermoncino della Buona Notte, avvisando alle volte i suoi giovani dei falli commessi o di abusi introdottisi, e accennando a misure o anche a sanzioni cui si sarebbe dovuto ricorrere, diceva senz’altro: « Guardate però che questo non è il mio sistema ».

Con ciò affermava che non era quello il suo modo di fare, e che egli non intendeva affatto educare i giovani a base di riprensioni e castighi. Altre volte, parlando o scrivendo ai suoi figli, specialmente se Missionari lontani, soleva dire: « Tu sai come fa Don Bosco ».

Orbene, per « sistema educativo di Don Bosco » noi dobbiamo intendere le idee, i princìpi e i mezzi che mossero, regolarono e condussero a compimento la di lui azione educativa: idee,princìpi e mezzi, quali ci risultano dalle fonti sopra indicate.

Allo scopo di comprendere sempre meglio Firn-portanza di tutto questo inestimabile tesoro affidato ai Salesiani e alle Figlie di Maria Ausiliatrice, daremo uno sguardo alla situazione generale di fronte alla pedagogia.

e) Particolare responsabilità della Famiglia Salesiana.


Oggi purtroppo, come già accadde altre volte, la società non si rende esatto conto del grave pericolo che le sovrasta, e che ne minaccia la stessa esistenza: intendiamo parlare degli errori nella scelta del sistema educativo.

È vero che sistemi educativi esistettero in ogni tempo, perchè, bene o male, si è sempre educato in questo povero mondo; ma è vero altresì che nel succedersi delle generazioni le soluzioni date al problema dell’educazione furono, non solo diverse ed anche contraddittorie, ma soprattutto apportatrici spesso di conseguenze più o meno funeste, a seconda del modo con cui erano intesi i termini del problema stesso: uomo e perfezione, autorità e libertà.

Si resta addirittura sgomenti dinanzi a certe aberrazioni, alle quali facevano riscontro nel- campo pratico deviazioni religiose e morali dalle conseguenze più funeste pel lavoro educativo: e questo anche presso nazioni, che pur avevano raggiunto un notevole grado di civile progresso.

In tal modo, i princìpi, le leggi, le norme stesse dell’arte educativa, non solo non furono dovutamente formulate nè definitivamente fissate; ma, ciò che più rattrista, le soluzioni qua e là prospettate, sono ancora ben lontane dalla mèta a cui tendono coloro che professano e seguono i sani princìpi pedagogici della dottrina cattolica.

Anzi in tempi a noi più prossimi la pedagogia, per cause diverse, venne a trovarsi in una situazione ancor più deplorevole, dovuta a due opposte tendenze.

Taluni infatti si ostinano a considerare la pedagogia, non solo come serva e mancipia della filosofia, ma addirittura a identificarla con essa, togliendole così ogni respiro proprio e la stessa possibilità di costituirsi come scienza autonoma e indipendente.

Altri per contro, e sono oggi i più numerosi, pretendono rinserrare la pedagogia scientifica nella stretta cornice della pedagogia naturalistica, sfruttandone erroneamente i dati scientifici. Molti purtroppo partendo da una visione materialistica della vita umana, e, basandosi su una filosofia miope e angusta, giungono a conclusioni giustamente deprecate nel campo educativo: come quando riducono tutta l'educazione a uno sviluppo somatico e psichico del fanciullo, senza tener conto dei valori morali e spirituali della persona umana.

Se vogliamo conservare il tesoro del sistema educativo di Don Bosco noi dobbiamo evitare questi due opposti estremi e mantenerci nel giusto mezzo, seguendo in ciò le illuminate direttive contenute nell’Enciclica Divini Illius Magiatri del-l’immortale Pio XI e in recenti documenti dell’angelico Pio XII felicemente regnante.

La nostra pedagogia la vogliamo poggiata sulle granitiche basi della filosofia perenne e della teologia cattolica, e insieme sui dati che ci offrono le altre scienze, quali la psicologia, la biologia, la sociologia, e via dicendo; ma insieme vogliamo che il tempio della scienza pedagogica, oltre che venusto e gagliardo, sia anche libero da superstrutture, erronee o estranee, che, con la pretesa di volerlo rafforzare o abbellire, praticamente lo soffochino o deturpino, privandolo della sua fisionomia caratteristica e dello spirito che lo vivifica e contraddistingue per praticità d’intenti, slancio di iniziative e fecondità realizzatrice.

Al tempo stesso però, nelle attuazioni pratiche dell’educazione, intendiamo servirci pure, e nella più ampia misura, dei ritrovati di qualsiasi scienza positiva che abbia possibilità di coadiuvarla. Ma nel compiere questo lavoro ci proponiamo di non perdere mai di vista i sani princìpi della scienza pedagogica, alla luce dei quali sarà più agevole evitare gli scogli del positivismo e del naturalismo, che conducono inevitabilmente al materialismo, con la conseguente negazione di Dio, della stessa libertà umana e di ogni legge morale.

Or non è molto che negli Stati Uniti si alzava accusatrice la voce della professoressa Driscoll, la quale, riferendosi alle disastrose conseguenze causate nel campo educativo da certe dottrine dissolvitrici, ne chiamava pubblicamente responsabile la Columbia University, ove pontificava il Dewey, il più fecondo, ma anche il più fallace sostenitore della pedagogia positivista ed atea.

Noi ci auguriamo che, per un miglior avvenire della gioventù e della società, sorgano, altrettanto autorizzate e potenti, simili voci, ovunque siavi un focolaio di pedagogia infetta ed avvelenatrice.

Gli umili figli di San Giovanni Bosco, consci della loro responsabilità, si faranno un dovere di alzare essi pure, chiara e ammonitrice, la loro modesta voce, là dove saranno chiamati a svolgere le loro attività educative.

La minaccia della pedagogia materialista ed atea, anche se mascherata col nome di scientifica, la riteniamo talmente grave che pensiamo non ve ne sia al presente altra più funesta per le sorti dell’umanità.

A volte ci assale il timore che lo stesso ricco tesoro della pedagogia inculcataci con tanta chiarezza e insistenza da San Giovanni Bosco, possa correre il pericolo di venir comecchesia inquinato con funeste infiltrazioni di teorie demolitrici, propalate insidiosamente dai loro fautori in tutti gli ambienti.

Guai a noi e alle opere nostre se, per mancanza dei sani princìpi o per insufficiente preparazione, non avvertendo tempestivamente e non sapendo sventare le insidie e le trame dell’errore, ci lasciamo sviare dalla strada regia della pedagogia cattolica e salesiana!

Purtroppo non sono pochi nè poco agguerriti coloro che si servono dell’arma micidiale di una pedagogia contaminata per corrompere in fiore la mente e il cuore di quei giovani, la cui salvezza costituisce il fine della nostra vocazione e il lavoro della nostra esistenza.

Anzi, proprio per tener lontana dalla nostra Società tale iattura, e perchè ci schieriamo tutti, come fece ai suoi tempi e farebbe oggi San Giovanni Bosco, a combattere con animo risoluto e mezzi adeguati questa grande battaglia, abbiamo voluto che sorgesse, nel seno del Pontifìcio Ateneo Salesiano, l’Istituto Superiore di Pedagogia, con la specifica missione di approfondire e diffondere la pedagogia cattolica in generale e il pensiero e le norme educative insegnateci da San Giovanni Bosco in particolare.

Ci conforti il pensare che è già notevole il lavoro compiuto e che le promesse per l’avvenire sono in realtà lusinghiere. Soprattutto poi deve rassicurarci pienamente il fatto che da questo nostro centro di scienze pedagogiche uscirono e usciranno tanti figli di San Giovanni Bosco, i quali, nelle case di formazione e in altri nostri Istituti, sapranno approfondire, illustrare, esporre e diffondere i princìpi, le direttive e le attuazioni della vera pedagogia, contrastando la malefica propaganda di princìpi educativi avvelenati dal naturalismo e dal materialismo ateo.

Lo voglia il Cielo!






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