Sac. Pietro ricaldone don bosco educatore



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Capitolo II IL CONCETTO DI EDUCAZIONE SECONDO DON BOSCO

1. Una domanda legittima.


A tutti è noto quanto intensamente Don Bosco si sia occupato dell’educazione dei giovani, e quanto abbia parlato e scritto di argomenti pratici relativi alla loro formazione. Ora è una curiosità più cbe legittima chiedersi se e quale definizione abbia dato Don Bosco all’educazione.

Sebbene in nessun luogo il Santo si sia messo di proposito a formulare a fini puramente teorici tale definizione, tuttavia, nei molti suoi scritti e nelle sue conferenze, è oltremodo facile trovare tutti gli elementi che costituiscono una completa definizione della scienza e dell’arte educatrice.

Infatti ripetutamente ne determina e fissa l’essenza come opera squisitamente d’amore: ne enumera i tre grandi fondamenti, — che, per lui, sono la religione, la ragione e l’amorevolezza — incorniciati in un ambiente di pietà tutta poggiata sulla Confessione e Comunione.

Inoltre egli vuole che nel lavoro educativo nulla si trascuri di ciò che riguarda il corpo e il sentimento, l’intelligenza e la volontà dell’educando. Poi s’indugia a fissare le doti del buon educatore, anzi egli stesso, attraverso a sapienti considerazioni e consigli, lo guida allo studio dei diversi caratteri dei giovani, oggetto del lavoro educativo. E in fine, quando si tratta di fissare delle norme, gli propone il sistema preventivo.

L’ampiezza e chiarezza con cui sviluppa questi punti ci persuadono che non gli sarebbe riuscito per nulla difficile darci una esatta definizione dell’educazione.

D’altronde, con la dovizia veramente eccezionale delle sue direttive e mirabili applicazioni pratiche, a voce e per iscritto, egli ci compensa lautamente ed esaurientemente di quella omissione, che può ben dirsi piuttosto apparente che reale. Se infatti non troviamo nelle molte pagine dei molti libri dovuti alla penna di Don Bosco una definizione scritta dell’educazione, essa pervenne a noi per sicura tradizione. Fin da quando coltivò i primi giovani che avrebbero dovuto costituire la base della Società Salesiana, Don Bosco, appunto perchè si proponeva di formare una Società di educatori, volle che, già durante il periodo della loro ascrizione o noviziato, non mancassero loro gli elementi di una buona preparazione pedagogica. E Don Bosco stesso, servendosi di conferenze e istruzioni pubbliche e private, spargeva in mezzo a quei primi candidati i semi della sua pedagogia, coadiuvato efficacemente da colui che ne aveva intuito in modo perfetto lo spirito e che sarebbe stato il suo primo Successore, Don Michele Rua.


2. Il primo professore di « Pedagogia Sacra ».


Quando, il 3 aprile . 1874, la Società di San Francesco di Sales ottenne l’approvazione della Santa Sede, una delle prime preoccupazioni di Don Bosco fu precisamente quella di destinare alla formazione dei .futuri salesiani, religiosi ed educatori ad un tempo, un nomo che avesse le doti richieste per tale delicata missione. La scelta cadde sul Sac. Teologo Giulio Barberis, da tutti stimato per la sua vita angelica, per l’adesione incondizionata a Don Bosco, pel suo spirito di lavoro e di sacrificio, nonché per una accurata preparazione intellettuale ottenuta frequentando la facoltà teologica ed anche i corsi di pedagogia all’Università di Torino.

È da avvertire che in quel tempo la scuola pedagogica della Capitale del Piemonte si trovava nel massimo fiore. Essa poteva vantare nomi illustri come il Rayneri, l’Allievo e per qualche tempo anche l’Aporti, pedagogo di doti non comuni, anche se non immune da qualche esuberanza. Don Bosco ebbe anche occasione di conoscere a Torino il Tommaseo, il Berti, il Boncom-pagni, il Prato e altri illustri filosofi e pedagogisti. La maggior parte di essi furono in intimi rapporti con lui, additandolo come esempio di valente educatore. Il Rayneri, che visitando frequentemente l’Oratorio si era reso conto dell’efficacia del sistema educativo di Don Bosco, ebbe a dire più volte ai suoi scolari: « Se volete veder messa mirabilmente in pratica la pedagogia, andate all’Oratorio di San Francesco di Sales e osservate ciò che fa Don Bosco » (62).

Possiamo pertanto ragionevolmente dedurre che, a contatto con uomini tanto eminenti nella scienza ed arte pedagogica, il nostro Padre abbia potuto, senza sforzo, mantenersi aggiornato circa i problemi educativi e anche circa le diverse soluzioni che di essi venivano date.

Altro rilievo dobbiamo fare, ed è come Don Bosco, così assorbito dall’azione, d’altra parte così scarso di personale, mentre si accingeva ad aprire nuove case e ad inviare i suoi primi missionari nella Patagonia, si sia deciso a far frequentare i corsi di pedagogia da Don Barberis. Questo fatto sta a dimostrare quanto egli avesse a cuore l’accurata formazione pedagogica dei suoi futuri salesiani.

Sappiamo inoltre che, fin dal 1852, lo stesso Don Bosco aveva abbozzato il Regolamento delle Case, ritoccandolo poi negli anni 1855-54, e an cora in seguito, fino alla stesura e stampa definitiva fatta solo nel 1877.

In quegli stessi anni egli andava anche maturando il Sistema Preventivo, che, composto e completato, fu alfine, nel 1877, stampato col citato Regolamento. Queste due magnifiche parallele costituirono il binario percorso da quei primi Salesiani per la loro formazione educativa sotto lo sguardo paterno di Don Bosco, il quale chiariva e illustrava, indirizzava ed esortava, ammoniva e correggeva i suoi figliuoli, incoraggiandoli sempre co! suo equilibrato e sereno ottimismo.

« Nel 1874, — così scrive Don Barberis, — quando la nostra Società fu approvata definitivamente dalla Santa Sede, dispose Don Bosco che tutti i suoi chierici ascritti avessero una scuola apposita, in cui si spiegassero quei princìpi educativi che potessero in seguito aiutarli ad ottenere buoni risultati tra i loro allievi. Volle che essa fosse intitolata Scuola di Pedagogia Sacra: ed egli medesimo, il buon Padre, volle dare al primo Maestro a ciò stabilito, istruzioni speciali, acciò questa scuola avesse ad ottenere lo scopo per cui era stabilita» (63).

È doveroso fare sulle affermazioni di Don Barberis qualche breve considerazione.

Anzitutto, quando Don Bosco vide la sua Società Salesiana definitivamente stabilita e approvata dalla Chiesa, si affrettò a dare forma, diremo, legale e stabile alla Scuola di Pedagogia, appunto perchè egli — come afferma ancora Don Barberis — « non ebbe altro che gli stesse più a cuore quanto l’educar bene i giovanetti che la Divina Provvidenza gli mandava» (64).

In secondo luogo, il Santo determinava subito e senza ambagi la differenza specifica della sua Pedagogia, chiamandola Sacra. Il grande Educatore vedeva che il positivismo, allora capeggiato dal Pestalozzi, dal Froebel e dai loro discepoli, si estendeva e penetrava un po’ dappertutto negli ambienti pedagogici, anche del Piemonte, rinnegando nell’uomo il soprannaturale e riducendo la scienza e l’arte pedagogica a un puro naturalismo. Gli premeva perciò alzare il vessillo di una pedagogia che, nei suoi princìpi, nelle sue norme e nelle sue pratiche attuazioni, attingesse largamente alle fonti della divina Rivelazione e della Tradizione cattolica: perciò chiamò sacra tale sua pedagogia.

Infine, cosa per noi di somma importanza, il primo Maestro di Pedagogia Sacra, ossia lo stesso Don Barberis, ricevette dal Santo Fondatore — e senza dubbio, non solo all’inizio del suo insegnamento, ma anche in seguito fin che visse Don Bosco — « istruzioni speciali », poiché stava grandemente a cuore al nostro Padre che detta scuola desse risultati concreti e abbondanti.

Don Barberis si accinse con lo slancio suo abituale a compiere la missione ricevuta e, per essere più preciso nel l’insegnare, prese note e appunti che andò man mano ritoccando, e che certamente dovettero avere l’approvazione di Don Bosco, al quale nulla sfuggiva di quanto avveniva di notevole nella nascente Società Salesiana.

Non fu però pubblicato nulla di quel primo materiale, di cui si serviva Don Barberis. D’altronde fu questa la regola costante di Don Bosco: mettere in pratica ciò che giudicava buono e opportuno, ma provarlo nel crogiuolo di lunga esperienza, prima di formulare leggi, e soprattutto prima di darlo alle stampe. Ecco perchè solo in seguito, con lo svilupparsi della Congregazione e il moltiplicarsi degli ascritti in altri Noviziati eretti in regioni anche lontane, si sentì la necessità di un testo apposito, allo scopo di mantenere l’unità di metodo. E il Servo di Dio Don Rua ordinò a Don Barberis di pubblicare ciò che fin dal 1874 veniva insegnando.

Don Barberis presentava nel 1897 i suoi Appunti di Pedagogia Sacra in edizione litografica e riservata ai Salesiani, ricordando che « fin dai primordi era stato incaricato da Don Bosco della scuola di Pedagogia » e affermando di aver raccolto in quelle pagine gli ammaestramenti fino allora « esposti verbalmente » (65).

Don Rua stabilì che tali Appunti non fossero dati alle stampe. Al motivo già indicato, e cioè che dovevano servire solo pei Salesiani, Don Barberis aggiunse quest’altro: « Con essi non si ha di mira di fare un trattato completo di Pedagogia, ma di considerare i giovani quali sono nelle varie nostre Case, e, senza tante teorie, aiutare nella pratica i nostri Confratelli nel difficile compito di educarli bene ». E pone termine alla Prefazione con le seguenti parole, che non dovrebbero mai cader di mente a chiunque voglia capire la fonte e lo scopo del sistema di Don Bosco: « Il nostro gran Padre ci lasciò un sistema di educazione in piccolissima parte scritto, nella maggior parte stampato nella mente e nel cuore di noi, che ebbimo la fortuna di avvicinarlo per vari lustri. E tenendoci a questo sistema riusciremo anche noi a fare qualche cosa. Non è da credersi che il metodo di Don Bosco consista in teorie altisonanti od in lunghi ragionamenti o in molti precetti. Tutto il suo segreto sta in questo unicamente: Gesù venne ad educare il mondo e fondò i veri princìpi e la pratica di ogni educazione: seguiamo i princìpi del Vangelo; cerchiamo di fare, nel nostro piccolo, come faceva Gesù: non occorre altro. Da questo punto fondamentale partirono tutti gli ammaestramenti di Don Bosco: su di esso è basato tutto il suo sistema. Esso è tutto facile, tutto naturale: tuttavia richiede una guida; ed è espressamente per facilitare la pratica di questo sistema che si scrissero questi Appunti » (66).

Abbiamo ritenuto necessario indugiarci sulle cose dette, perchè esse mettono in chiara luce la personalità di Don Barberis, la fiducia in lui riposta da Don Bosco, l’intimità dei rapporti fra il grande Educatore e il discepolo fedele, la continuità d’indirizzo e di controllo da parte di Don Bosco sull’incaricato della scuola di Pedagogia Sacra: il che ci rassicura pienamente circa la verità delle cose che Don Barberis attribuisce a Don Bosco, specialmente nel campo pedagogico.


3. Definizione di educazione data da Don Bosco.


Ed ora, ascoltiamo dallo stesso Don Barberis la definizione che Don Bosco soleva dare dell’educazione: « L’educazione è la grande arte di formare gli uomini ».

Don Barberis ci tiene a dire che tale definizione Don Bosco la ripeteva spesso (67).

Noi che avemmo la somma ventura di conoscere Don Bosco, la sua forma mentis e quella del suo pensiero, schivo di speculazioni e improntato sempre a pratiche realizzazioni, riconosciamo senz’altro nella definizione trasmessaci da Don Barberis come data da Don Bosco, la personalità del Santo Educatore, mentre d’altra parte siamo persuasi che le definizione stessa possa figurare in qualsiasi trattato di Pedagogia.

Tra i figli di Don Bosco più anziani, che si occuparono di Pedagogia, è doveroso ricordare il Prof. Don Francesco Cerruti, per molti anni Direttore Generale delle Scuole Salesiane, e il Prof. Don Domenico Vota, insegnante di Teologia, Filosofia e Pedagogia nelle nostre Case.

Orbene, Don Cerruti chiamava la Pedagogia « La scienza dell’educazione dell’uomo » (68) ; e Don Vota diceva che « l’educazione è l’arte di svolgere e perfezionare le facoltà dell’uomo, e specialmente del fanciullo, in ordine al suo fine » (69).

Don Cerruti e Don Vota ebbero dunque la preoccupazione, scrivendo e insegnando come Salesiani, di riflettere sostanzialmente il pensiero di Don Bosco, facendosi un dovere di non allontanarsi, in cosa sì importante e veramente fonda-mentale, dal sentire del Padre e Fondatore.

Perciò concludiamo che la definizione di educazione, trasmessaci da Don Barberis come ricevuta dal nostro Padre, è veramente di San Giovanni Bosco: ce lo assicura un testimonio ineccepibile qual è lo stesso Don Barberis, e ce lo comprovano, con la loro sostanziale riproduzione, i due primi scrittori salesiani di materie pedagogiche, Don Cerruti e Don Vota.

4. Brevi considerazioni sulla definizione di Don Bosco.


E ora crediamo opportuno far qualche breve considerazione sulla definizione data da Don Bosco a riguardo dell’educazione.

Notiamo anzitutto come egli sottolinei il carattere pratico dell’educazione, dicendola la grande arte di formare gli uomini.

In ciò concorda con l’uso comune, nel quale per educazione s’intende appunto l’azione diretta a sviluppare tutta quanta la personalità dell’educando.

Con la parola pedagogia (o, come si diceva nel secolo scorso, pedagogica) s’intende invece la scienza che illumina, guida e giustifica l’arte dell’educazione.

Se Don Bosco qualche volta disse che l’educazione è la scienza e l’arte di educare, si spiega facilmente pensando che egli non si impegnava in sottili distinzioni e che, del resto, la pratica di un’arte non è concepibile senza un pensiero che la diriga. Più spesso però Don Bosco, le cui preoccupazioni erano, come si è detto, di natura prevalentemente pratica, designò l’educazione col puro e semplice nome di arte o di grande arte: e Don Barberis, scrivendo i suoi Appunti, si fa eco, come abbiamo visto, di questo orientamento del suo grande Padre e Maestro.

Don Bosco, nella sua definizione, parla di formazione, che è quanto dire di un lavoro che deve tendere a perfezionare il fanciullo sino a farne un uomo. Tutti i pedagogisti ed educatori sono d’accordo su questo punto fondamentale, che cioè l’opera educatrice sia opera di perfezione; ma noi sappiamo che, proprio dal modo diverso di concepire la perfezione, ebbero origine, presso i differenti popoli, differenti indirizzi educativi.

Gli Ateniesi, ad esempio, reputavano perfetto l’uomo che in sè riunisse la felice armonia della perfezione morale e della perfezione fisica. Platone, facendosi eco della scuola socratica, afferma appunto che l’educazione ha per fine di dare allo spirito e al corpo tutta la bellezza e la perfezione di cui sono capaci. Anzi, Pitagora, aveva già affermato essere fine dell’educazione la somiglianza con Dio.

Ma questo concetto, che può essere accettato senz’altro anche dalla pedagogia cristiana, non fu, presso i pagani, base e fonte di perfezione, ma triste fermento di corruzione, a causa del loro falso concetto della divinità.

Sappiamo infatti che le divinità pagane erano la personificazione delle più abbiette passioni: creazioni tanto abbominevoli da meritare, se fossero realmente esistite, la punizione che si infligge agli scellerati. Tanto che i migliori pensatori greci e romani volevano bandito l’insegnamento religioso dalla scuola, perchè ritenevano le divinità dell’Olimpo mostri d’immoralità.

Anche la scuola positivistica moderna, prescindendo da Dio e da ogni concetto soprannaturale, ha della perfezione del fanciullo e dell’uomo un ideale naturalistico, che esclude perfino l'ombra della Fede e di princìpi religiosi.

Analoghe considerazioni si possono fare rispetto all’altro elemento fondamentale che entra nella definizione dell’educazione: l’uomo.

Sappiamo in qual conto fosse tenuta la dignità dell’uomo presso i pagani. Partendo dall’errore che la natura umana non è uguale in tutti, essa veniva misconosciuta negli schiavi, diventati proprietà del padrone; misconosciuta nella moglie, che il marito poteva ripudiare a suo talento; mi-sconosciuta nei figli, che potevano essere abbandonati o cacciati, anche per minimi pretesti. Il materialismo poi, insozzato d’epicureismo, e la dissolutezza, facevano sì che il corpo e la materia trionfassero sovrani.

Purtroppo siamo obbligati a ripetere anche qui che il positivismo moderno, si chiami esso materialismo o naturalismo, non differisce sostanzialmente da quello pagano, e che, di conseguenza, identiche sono pure le tristi ripercussioni di siffati malaugurati errori nel campo dell’educazione.

Ed è proprio questo il motivo per cui crediamo sia indispensabile chiarire e precisare con esattezza i concetti usati da Don Bosco nel definire l’educazione: la grande arte di formare gli uomini.

« Don Bosco, — dice il già citato Don Barberis, — spese tutta la sua vita nell’educare: egli si studiò sempre di fare degli uomini: uomini che, dietro le sue orme, cercassero a lor volta di salvare la società dal rovinio che si sarebbe detto imminente » (70).

Ora fare o formare degli uomini, nel pensiero di Don Bosco, era educarli in modo che essi raggiungessero il fine pel quale erano stati creati. Perciò la formazione che egli darà ai suoi allievi sarà ispirata al raggiungimento della perfezione indicata dal Divino Maestro quando disse: Siate perfetti com’è perfetto il Padre vostro ch’è nei Cieli (71).

Perfezione senza limiti dunque, affinchè l’uomo, tendendo a mete sempre più alte, possa raggiungere con la perfezione anche i meriti che gli assicurano l’ampia mercede. Perfezione, inoltre, tutta pervasa di soprannaturale, perchè, nella luce della perfezione di Dio, deve svolgersi la breve nostra vita presente, destinata a perpetuarsi poi negli ineffabili godimenti di quella eterna. Certo, in una trattazione di pedagogia sacra, non potrebbe trovar luogo altra definizione all’infuori di quella testé indicata.

L’uomo, anche se indebolito dal peccato d’origine, è suscettibile di perfettibilità: egli, quasi mosso da una molla che mai rallenta, tende al possesso di perfezione sempre maggiore mediante l’affinamento delle sue facoltà. Con ciò egli dimostra la sua educabilità, e, poiché Dio lo dotò di perfettibilità senza misura, da ciò possiamo dedurre quanto sia grande la sua capacità di educazione.

D’altronde se Don Bosco, appoggiato alla dottrina del suo Patrono San Francesco di Sales e agli esempi di molti altri santi educatori, si dedicò durante tutta la sua vita all’educazione, è appunto perchè riteneva l’uomo educabile e capace di perfezione. È questa, — ben possiamo dire applicando a Don Bosco ciò che fu affermato del nostro Patrono, — la prova, anzi una buona prova pratica, della fiducia di Don Bosco nell’uomo.

Infatti il nostro Fondatore afferma categoricamente: « Siccome non v’è terreno ingrato e sterile che, per mezzo di lunga pazienza, non si possa finalmente ridurre a frutto, così è dell’uomo, vera terra morale, la quale, per quanto sia sterile e restìa, produce nondimeno, presto o tardi, pensieri onesti e poi atti virtuosi, quando un direttore, con ardenti preghiere, aggiunge i suoi sforzi alla mano di Dio nel coltivarla e renderla feconda e bella. In ogni giovane, anche il più disgraziato, havvi un punto accessibile al bene: e dovere primo dell’educatore è di cercare questo punto, questa corda sensibile del cuore, e trarne profitto » (72).

Don Bosco, parlando di formazione, non poteva intenderla se non completa. L’uomo che si vuol formare è composto di anima e corpo: egli possiede facoltà spirituali e facoltà sensitive. Dello spirito e del corpo egli si sforzerà dunque di raggiungere la maggior possibile perfezione. L’educatore quindi, secondo Don Bosco, deve rivolgere le sue cure soprattutto a coltivare nel fanciullo la ragione e la volontà, senza trascurare alcuna delle altre facoltà (73).

5. Formazione integrale.


L’educazione voluta da Don Bosco è adunque una formazione integrale. Nel suo pensiero l’educazione doveva investire e rivolgere le sue cure a tutto il fanciullo, a tutto l’uomo, al fisico e al morale, senza trascurare nessuna delle sue necessità e dei suoi rapporti familiari e sociali.

Egli voleva, come vedremo in seguito, una educazione armonica e consentanea alle esigenze della natura, purtroppo deturpata da imperfezioni e manchevolezze, specialmente nei giovani: una

educazione insomma, non frutto di fantasia, ma accessibile e aderente ai soggetti da educare e perciò atta alla loro indole, e tale da saper guadagnare soavemente il cuore dei suoi educandi (74).

Ora, se l’attività educativa altro non è che il complesso delle cure e sollecitudini atte a perfezionare tutte e singole le facoltà dell’uomo, ne consegue logicamente la divisione della Pedagogia, quale era stata tracciata da Don Barberis nei suoi Appunti sotto la guida del nostro Santo Fondatore, e poi fissata nei Regolamenti della Società Salesiana: divisione che, con leggere modificazioni e spostamenti, era usata nei trattati di quei tempi ed è ancora in uso ai tempi nostri. E cioè: educazione fisica, intellettuale, estetica, sociale, morale, religiosa (75).

D’altronde le facoltà da educarsi e perfezionarsi nell’uomo saranno sempre le stesse: non si potrà quindi prescindere mai dall’educare fisicamente, intellettualmente, esteticamente, socialmente, moralmente e religiosamente. Ciò fu fatto dal nostro Padre fin dagli inizi del suo lavoro educativo e ciò continueranno a fare i suoi figli.

Si dirà che, in questo, Don Bosco non differisce dagli altri educatori e pedagogisti; e noi risponderemo che non dobbiamo farne le meraviglie. Don Bosco era pervaso da tanto buon senso, da non lasciarsi andare a orgogliose e audaci innovazioni, sconfessando tutto un passato pedagogico — frutto dell’esperienza di tante generazioni e di uomini eminenti, che all’educazione avevano consacrato ogni loro attività — per fare un salto nel vuoto e sostituirlo con nuove concezioni. E d’altra parte, appoggiandosi saggiamente sui saldi fondamenti della tradizione cristiana e senza allontanarsi dalla via, tracciata e battuta, degli insegnamenti pedagogici della Chiesa Cattolica, egli seppe, nel solco morbido e profondo schiuso dall’esperienza, piantare un nuovo virgulto che, irrorato dai suoi sudori e fecondato dalla carità, si sarebbe sviluppato in una nuova pianta vegeta e bella, semplice nella sua struttura, vigorosa nella sua ramificazione, ricca di fiori e di frutti santi (76).

E noi esamineremo a suo tempo quale sia il nuovo apporto di Don Bosco alla scienza e all’arte educativa nei vari settori di essa.

Parlando però di questi diversi settori in cui si divide l’educazione, noi non vogliamo dire che essi siano tra di loro assolutamente separati, e tanto meno che ciascuno di essi possa trovare attuazione senza riguardo all’unità e alla totalità della persona umana. È certo che in ognuno di essi, appunto perchè siano educativi, deve aversi riguardo al valore e ai fini morali della persona: altrimenti l’educazione, nonché integrale, non sarebbe neppure umana.

Ora tutti sappiamo come i costitutivi propri ed essenziali della persona, guardata in senso educativo, sono appunto la coscienza e la libertà.

E proprio in questo senso il nostro Padre intendeva sempre l’educazione, precisando poi il valore morale della persona in senso religioso e cristiano.

La necessità di riaffermare questi princìpi si fa sempre più impellente ai nostri giorni, nei quali il naturalismo dilagante, prescindendo dal soprannaturale, anzi negando Dio stesso, toglie ogni base alla moralità e svuota l’educazione di ogni principio e contenuto che la innalzi al di sopra della natura. D’altra parte lo stesso naturalismo fa ogni sforzo per illustrare con sussidi sempre più numerosi e abbaglianti la psicologia e le discipline affini, collocate esse pure in una cornice naturalista. Ora i pedagogisti cattolici, davanti a questa minacciosa e funesta propaganda che vuol privare l’educazione di ogni bene soprannaturale, si sono giustamente schierati contro l’esiziale dottrina, negando al suo preteso lavoro educativo il nome di vera ed integrale educazione.

Questa ha e deve avere l’alta finalità di formare l’uomo, orientandolo e avviandolo verso il conseguimento dei suoi alti destini soprannaturali. Un’educazione pertanto che si svolga solo e volutamente nell’àmbito della natura, non può chiamarsi educazione. Questo appellativo va riservato invece a quel complesso di attività pedagogiche, che, considerando il fanciullo alla luce del Vangelo di Gesù Cristo, si propongono di conferirgli la capacità di conquistarsi quella eterna beatitudine, che da Gesù Cristo ci fu riconquistata con l’olocausto della sua vita e del suo preziosissimo Sangue.

La pedagogia cattolica non trascura nessuno dei valori umano-naturali, appunto perchè si propone di essere integrale; ma, al tempo stesso, intende rimanere cristiana e soprannaturale. Quando però il naturalismo, prescindendo da ogni principio soprannaturale, si chiude nella stretta sua cerchia e dichiara « autonomo e autosufficiente » il complesso dei soli valori umano-naturali, allora coraggiosamente la pedagogia cattolica gli nega il diritto di chiamare « educazione » quella che, sia fisica, sia intellettuale, si vuol sottrarre alla luce della religione e del soprannaturale. L’educazione infatti non può avere altra mèta all’infuori di questa: dirigere l’uomo al conseguimento pieno dei supremi ideali a cui egli è destinato, e cioè a quell’ultimo fine soprannaturale che diventa, così, la misura suprema degli stessi valori umani ed educativi.

E non sarà certamente inutile notare come questa posizione dei pedagogisti cattolici sia esattamente quella della stessa pedagogia cattolica, contenuta in solenni documenti del magistero ecclesiastico. Pio XI, ad esempio, nell’Enciclica Divini illius magisiri, dice: « Infatti non si deve mai perdere di vista che il soggetto dell’educazione cristiana è l’uomo tutto quanto, spirito congiunto al corpo in unità di natura, in tutte le sue facoltà, naturali e soprannaturali, quali ce le fanno conoscere e la retta ragione e la Rivelazione » (77).

E lo stesso Sommo Pontefice nella Omelia pronunciata nella solennità di Pasqua del 1934, per la Canonizzazione di San Giovanni Bosco, espresse un identico pensiero con queste parole: « Egli (il Santo) mirava a formare nei giovani il cittadino e il cristiano: il perfetto cittadino degno figlio della patria terrena, il perfetto cristiano meritevole di divenire un giorno membro glorioso della patria celeste. Per lui l’educazione non deve essere soltanto fisica, ma soprattutto spirituale; non deve limitarsi a rafforzare i muscoli con gli esercizi ginnastici, a corroborare le forze corporee col sano esercizio delle medesime, ma deve soprattutto esercitare e rafforzare lo spirito disciplinandone i moti incomposti, fomentandone le tendenze migliori, e tutto dirigendo verso una idealità di virtù, di probità e di bontà. Educazione, quindi, piena e completa, che abbracci tutto l’uomo, che insegni le scienze e le discipline umane, malghe non trascuri le verità soprannaturali e divine » (78).

Dalle parole del grande Papa risulta quindi subito ben chiara la necessità di dirigere tutto l’uomo al suo destino eterno e soprannaturale.

E si noti come sia proprio la necessità dell’elemento naturale nell’educazione e insieme la sua insufficienza, a esigere un concetto unitario dell’educazione. Infatti, da una parte, non si può costruire l’edificio soprannaturale se non sulla base delle attività naturali; mentre dall’altra parte queste, da sole, non sono ancora, come si è detto, educazione. L’educazione è una, è unica: e il suo concetto si attua pienamente soltanto nelle funzioni della vita soprannaturale, a cui tutto l’uomo deve essere portato e di cui deve essere reso capace.

E si ricordi a questo proposito l’esortazione di San Paolo, il quale stimolava i cristiani di Corinto a indirizzare ogni loro azione a Dio rendendola in tal modo soprannaturale. « Sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio » (79). La vita intera, nel pensiero genuino cristiano, non deve avere altro scopo ed orientamento: tutto per Iddio, e perciò tutto nell’ambiente celeste della vita soprannaturale, la quale esige che l’atto della volontà si compia sempre in armonia coi princìpi della morale e in corrispondenza all’ordine della grazia. Così intesa la vita, è facile tirarne le legittime conclusioni.

Quando adunque si parla di educazione fisica e intellettuale, se si pretende che tali sezioni siano come dei settori chiusi e autonomi di educazione, allora ci troviamo dinanzi ai quadri della pedagogia positivistica e naturalistica: incapace Luna di esprimere un unico concetto coerente

di educazione, per la frammentarietà essenziale al suo empirismo; e falsa l’altra per la negazione almeno implicita delle realtà e dei destini soprannaturali dell’uomo.

Si può invece parlare di educazione fisica o intellettuale in un senso affatto diverso, in quanto tali espressioni servono a indicare l’apporto indispensabile che la natura, sanamente potenziata, può e deve dare alla vita soprannaturale, da cui la natura stessa viene irrobustita, e come trasformata, per diventare o per fornire una base più adatta all’arricchimento di quella medesima vita soprannaturale.

In questo senso, si può legittimamente parlare di educazione fisica, intendendo con essa non il puro fatto fisico, ma rapportando questo fatto alla vita morale e soprannaturale: sia negativa-mente, in quanto non venga a recarle contrasto; sia soprattutto, positivamente, come un elemento materiale che, posto a disposizione dell’uomo, viene da lui coltivato e potenziato, perchè in esso possa riverberarsi la luce soprannaturale dello spirito.

Le stesse considerazioni valgono per l’educazione intellettuale, sociale ed altre. Insomma, questi settori dell’educazione appartengono di diritto ad essa, in quanto si presentano come materiale che si presta alla forma educativa, arricchendola con le copiose possibilità e varietà della natura.

Parlando quindi di educazione fisica, intellettuale, estetica, sociale, non dimentichiamoci di vedere tutto illuminato dalla luce soprannaturale, che deve informare l’educazione che voglia essere veramente degna di tal nome e a cui si possa applicare la denominazione di cattolica e di salesiana.


Appendice al cap. II. IL CONCETTO DI EDUCAZIONE SECONDO SAN TOMMASO


Per noi Salesiani, che abbiamo ricevuto dai nostro santo Fondatore la parola d’ordine: « Il nostro Maestro sarà San Tommaso » (Costit166), è consolante notare come il pensiero di San Giovanni Bosco circa l’educazione collimi con quello dell’Angelico Dottore.

Anzi, giudichiamo bene indugiarci alquanto sopra questo punto, anche se a prima vista può sembrare troppo speculativo. È necessario fissar bene i princìpi e rafforzare le idee alla luce della dottrina di San Tommaso, contro errori pedagogici antichi e moderni che minacciano di compromettere, nella nostra mente e nel nostro operato, il sistema preventivo e la pedagogia cattolica.

Il Santo Dottore nella sua Somma Teologica (80) dice che educare è condurre ed elevare fino alla perfezione, la quale per l’uomo consiste nella saldezza della virtù. Egli poi vuole che nell’educare si abbia sempre presente tutto quanto l’uomo, di modo che nulla venga trascurato delle sue parti nel fatto dell’educazione. L’uomo è materia e spirito, anima e corpo, intelligenza e volontà; è una creatura con dei doveri verso il suo Creatore; è un essere naturale, ma chiamato a uno stato soprannaturale. Non si può pertanto pensare a un’educazione monca, che prescinda da alcuno degli elementi dell’umana condizione, come vorrebbero certi moderni pedagogisti, che con opposti criteri orientano ogni attività educativa al solo intelletto (intellettualismo pedagogico) o alla volontà (volontarismo pedagogico). Peggio ancora fanno coloro che, preoccupandosi soltanto della parte materiale dell’uomo, riducono l’educazione poco meno che a un allevamento selezionato di esseri senza ragione.

Su questi punti faremo, secondo la dottrina di San Tommaso, qualche breve considerazione, a conferma della necessità di quella educazione integrale che, come abbiamo visto, rappresenta il pensiero e l’opera pedagogica di San Giovanni Bosco.


a) L’anima è signora del corpo.


Secondo l’Angelico Dottore, l’anima non è soltanto la parte principale dell’uomo, ma essa è che lo fa esistere ed essere unito in un sol tutto. Per questa ragione l’anima deve averne la padronanza, dominandone i sensi e regolandone tutti gli atti.

Cosicché l’educazione dell’uomo avrà raggiunto il suo scopo, quando sarà riuscita a far sì che sia pieno e stabile il dominio dell’anima sul corpo e sui sensi. Solo allora l’armonia fra le attività di ordine superiore e le attività di ordine inferiore sarà tale, da rispecchiare l’armonia voluta da Dio nella natura umana: si avrà insomma assicurata quella saldezza di virtù, che è la perfezione dell’uomo in quanto tale.

Quando poi si pensi con San Tommaso alle misteriose dinamiche prerogative dell’anima spirituale e immortale, e alla sua capacità e aspirazione a tutto conoscere, e a tutto volere oltre ogni bene particolare, — tanto da potersi dire che più grande dell’universo è ogni anima umana (81) — dobbiamo concludere che l’opera dell’educazione acquista un valore pressoché infinito.

In questa luminosa dottrina vi è il contravveleno per qualsiasi pedagogia materialistica, negatrice dell’anima; e al tempo stesso c’è un mirabile accordo col motto di Don Bosco Educatore: Da mihi animas (Dammi le anime).


b) Il primato della volontà.


L’educazione della volontà ha un valore decisivo e definitivo nella sana pedagogia.

È bensì vero che, quando si tratta di cercare e conoscere la verità, deve predominare l’intelligenza: la quale è pure la luce della volontà nella ricerca del bene.

Tuttavia, in ordine all’azione, il predominio spetta sempre alla volontà: se questa è buona, l’agire sarà buono e virtuoso; se è cattiva, l’agire sarà vizioso e cattivo.

Un uomo intelligente, per quanto ben illuminato dalla ragione e dalla Fede, e per quanto addentratosi nei misteri della filosofia e della teologia, quando non abbia l’aiuto e il sostegno di una volontà buona e ferma, è destinato a fallire miseramente nel campo della virtù.

San Tommaso è molto esplicito a questo riguardo, poiché chiama « uomo buono in quanto tale » colui che ha volontà buona (82).

Ecco allora che educare, e cioè condurre alla saldezza della virtù, significa specialmente formare una volontà buona, la sola che conferisca all’uomo la sua perfezione. I veri grandi uomini, incominciando dai santi, sono prima di tutto volontà buone.

Ed anche in questo il nostro Fondatore e Padre concorda perfettamente con San Tommaso: tanto che insiste, e ripetutamente, sulla necessità che le varie parti (fisica, intellettuale, sociale, ecc.) dell’educazione rispettino la supremazia della moralità, e perciò della volontà buona, affinchè ne risultino azioni veramente educative.

c) Dio e la pedagogia.


Nell’insegnamento di San Tommaso la ragione e la Fede dimostrano che l’uomo è creato da Dio: il che vuol dire che l’uomo da Dio dipende totalmente, così nel suo esistere come nel suo operare.

Una pedagogia che volesse prescindere dai rapporti che intercorrono tra Dio e l’uomo, si ridurrebbe all’assurdo, anche di fronte alla semplice ragione non ancora illuminata dalla Fede.

Qualsiasi parte della pedagogia trova la sua ultima ragione di essere e la sua piena spiegazione nei rapporti dell’uomo con Dio, cioè nell’aspetto religioso. Volere o no, come non vi è parte alcuna per quanto minuta della realtà che non dipenda in tutto da Dio Creatore e Conservato-re, così non vi è pedagogia individuale o sociale che ragionevolmente possa trascurare le relazioni dell’uomo verso Dio e i doveri che ha verso di Lui.

Oggi abbondano, purtroppo, i fautori della pedagogia areligiosa o laica o atea: ma essi, prima ancora che dalla Fede, son condannati dalla ragione e dal buon senso.


d) Natura e grazia.


La semplice ragione, abbandonata a se stessa, non basta a spiegare il mistero dell’uomo, e precisamente gli ardui problemi della personalità, della libertà umana, del male, e simili. È necessaria la Divina Rivelazione: essa ci fa conoscere le grandi verità del peccato originale e dei supremi destini della persona umana, dotata d’intelligenza e di libera volontà, e così pure ci assicura che la grazia soprannaturale è assolutamente necessaria per osservare a lungo tutta la legge naturale (83).

Ora, se l’educazione ha per scopo di condurre l’uomo sino alla vita stabilmente virtuosa, ecco che una pedagogia puramente naturale è errata, anzi assurda; e così la dottrina di San Tommaso rigetta quel naturalismo pedagogico, che sotto diverse forme ha imperversato, da Rousseau in poi, in tutta la pedagogia moderna.

Col grande genio della dottrina sacra, Tommaso d’Aquino, s’incontra il genio della educazione cristiana, Giovanni Bosco. I due Santi dicono che, se è impossibile una pedagogia senza la ragione, non meno impossibile è una vera pedagogia senza la religione. Ragione e Religione! proclama Don Bosco: e per religione intende, non una vaga religiosità qualunque, ma la Religione Cattolica con gli ineffabili aiuti della Grazia, della Confessione e Comunione, della Divozione alla Madonna. In questo il nostro Padre era intransigente.

La pedagogia di Don Bosco è la condanna di ogni naturalismo pedagogico. E la storia sta confermando il pratico fallimento di quei sistemi educativi, che non fanno il debito posto alla Religione e alla Grazia, quali intendeva e voleva il santo Educatore dei tempi moderni.

Per Don Bosco la pedagogia è e dev’essere essenzialmente sacra, cristiana, cattolica.

e) Il procedimento educativo.


Secondo San Tommaso, giova ripeterlo, educare significa condurre l’uomo dallo stato d’imperfezione allo stato di perfezione, che è la soda virtù. Dunque l’educazione è un lavorìo di perfezionamento: è passaggio da ciò che è ancora rudimentale e imperfetto a quello che sarà, relativamente, perfetto e compiuto.

Ora possiamo dire, sempre seguendo la dottrina dell’Angelico (84), che nel fanciullo vi è già tutto l’uomo, con l’intera ricchezza dei suoi doni, sebbene in maniera germinale e imperfetta: come nel germe o nel seme si contiene imperfettamente tutto l’albero con radici, tronco, rami, foglie, fiori e frutti.

Abbiamo qui tracciata la giusta via di mezzo tra l’ottimismo e il pessimismo esagerati, entrambi di marca naturalista.

L’ottimismo pedagogico (tipo Rousseau) non trova nulla da fare nel fanciullo: come se nell’educando tutto già vi fosse in modo perfetto. Invece il pessimismo pedagogico (di tinta luterana) suppone che nel fanciullo non vi sia nulla di buono e che ogni cosa lodevole debba inserirsi nell’educando col bastone o col premio, come se si trattasse di un animale da addomesticare.

La via di mezzo, rivelata dal sereno equilibrio di San Tommaso e dalla pratica degli educatori cristiani, come pure dal paterno sistema di San Giovanni Bosco, sta in questa affermazione: nell’educando vi è già tutto l’uomo, ma in modo potenziale e imperfetto, cosicché è ufficio e missione dell’educatore il rendere attuale e perfetto l’esercizio delle facoltà e virtù umane.

f) Educatore ed educando.


Il procedimento educativo, inteso da San Tommaso quale sviluppo dal germe al frutto, implica l’intervento di due fattori essenziali: il primo è l’educatore, il quale con il suo lavoro agisce sull’educando per perfezionarlo: il secondo è l’educando stesso, che usufruisce dell’opera e dei sacrifici dell’educatore. Questi infatti esercita un influsso attivo sull’educando e suscita in lui una perfezione, che l’educando non possedeva ancora in atto e che va acquistando mediante l’opera dell’educatore.

Orbene, è legge universale, rilevata innumerevoli volte dall’Angelico Dottore (85), che chiunque agisca, non soltanto opera secondo la natura e la grandezza della perfezione da lui posseduta, ma tende a render simile a sè ciò che è oggetto delle sue azioni (86). L’artista, ad esempio, imprime nel marmo e riproduce sulla tela quella perfezione ideale che egli con il suo genio ha concepito: plasma quindi la materia in modo da renderla simile, nel modo più perfetto, alla forma che egli ha in mente.

Quanto succede nelle opere d’arte, avviene pure, in maniera analoga ma assai più profonda e grandiosa, nell’opera di educazione.

E si noti che l’educatore non può educare se non secondo la misura della perfezione che egli stesso possiede; mentre l’educando non riceve l’influsso educativo se non secondo la misura della sua docilità e delle sue buone disposizioni.

Quando poi, per felice congiuntura, una straordinaria perfezione e capacità educativa viene ad incontrarsi con non meno straordinarie disposizioni dell’educando, balzano fuori i capolavori di cristiana educazione della gioventù. Si pensi a San Giovanni Bosco e al Beato Domenico Savio: qui la perfezione del capolavoro educativo rivela insieme la grandezza dell’Educatore e la docilità dell’Educando, in modo che l’uno viene ad essere la gloria dell’altro.

E con questa magnifica visione concludiamo la prima parte di questo lavoro, nella quale abbiamo considerato l’atteggiamento teorico e pratico di Don Bosco di fronte al problema educativo: atteggiamento pienamente conforme ai princìpi del grande Maestro San Tommaso.

Passiamo ora a esaminare quanto il nostro Fondatore e Padre ha scritto, ha detto e ha fatto, riguardo a ciascuno dei problemi educativi in particolare.



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