Sac. Pietro ricaldone don bosco educatore



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3. Il principio informatore del Sistema Preventivo.

a) Il fondamento dell’amore.


Il sistema preventivo, al dire del nostro Padre, « si appoggia tutto sopra la ragione, la religione, e sopra l’amorevolezza » (Regolam., 89).

Che la Ragione sia uno dei fondamenti in questione, emerge da tutta questa nostra trattazione. Ci pare perciò superfluo parlarne espressamente e separatamente.

Più avanti tratteremo del secondo fondamento che è la Religione, base granitica e insostituibile dell’educazione.

Ci fermeremo ora sull’Amorevolezza, che tanta parte ha nel sistema educativo di Don Bosco, chiamato con ragione Amico e Padre dei giovani.


1) L’educazione, opera d’amore.

Fu già ricordato che l’opera educatrice tende alla perfezione dell’educando, in tutto il suo essere di uomo. Perfezionare vuol dire guidare, sostenere, correggere: insomma, rendere bene ordinata, utile e felice la vita umana.

Ora, se l’inclinazione dell’anima a volere il bene di una persona è già amore, a maggior ragione opera di amore deve dirsi l’educazione : essa infatti vuole ed effettivamente si adopra e sacrifica per procacciare l’unico e vero bene dell’educando, ossia la perfezione della sua vita in quanto uomo, assecondando in ciò l’innato impulso di ogni essere verso Dio, Sommo Bene e Sommo Amore.

Ecco perchè l'educatore nel suo delicato lavoro non dovrà allontanarsi mai dalle pure e celesti vie di un sincero e fattivo amore. Qualsiasi formazione data fuori dell’ambiente dell’amore e priva degli slanci generosi di esso, non merita il nome di educazione. E questi diciamo guidati dal solo dettame della retta ragione.


2) L’amore essenza della vita cristiana


Ma che dovremo dire, illuminati dalla luce soprannaturale? L’educazione in questa luce si sublima e quasi divinizza, poiché, aureolata dai suoi splendori, essa altro non è che perfezionare la vita di Gesù in noi, essendo Gesù della vita soprannaturale Autore e Sorgente.

Adamo prevaricando ci comunicò la morte; Gesù venne perchè avessimo la vita, e vita abbondante (100). Egli inoltre vuole che noi, consepolti con Lui e con Lui risorti, viviamo una nuova vita (101). Non dobbiamo più essere coinquinati dal vecchio fermento (102), ma dobbiamo divenire una creatura nuova (103), giusta la frase profondamente teologica di San Paolo. Noi siamo incorporati a Gesù che è nostro capo (104), e perciò di Lui siamo membri (105) e con Lui formiamo un solo corpo mistico. Non siamo più noi che viviamo, ma è Gesù Cristo che vive in noi (106), e la sua vita è la stessa nostra vita (107); donde risulta che questa nostra vita è come nascosta, con la persona di Gesù Cristo, in Dio (108).

È in Dio — al dire dell’Apostolo — che tutta la nostra vita si svolge. In Lui ci moviamo, e costantemente siamo (109): fatti consorti della sua natura (HO); noi, ovunque ci rechiamo, siamo portatori di Gesù Cristo (111).

Principio dunque della vita soprannaturale è Gesù Cristo stesso, che volle addossarsi le umane colpe, espiandole e riversando i meriti della sua Passione sull’umanità. comunicando alla Chiesa, e attraverso la Chiesa, a tutti i suoi figli, quella vita soprannaturale che è comunicazione della vita sua propria. Ma la vita di Dio è vita di amore: Iddio è carità (112).

Se poi scorriamo le pagine del A angelo, ove, sotto Ispirazione divina, sono ritratte le soavi sembianze e narrate le opere prodigiose di Gesù, facilmente ci persuaderemo che là tutto è amore. Anzi Gesù stesso ci assicura di essere venuto dal Cielo in terra per riaccendere il fuoco dell’amore (113). Egli si compiace di chiamarsi il Buon Pastore, e di presentarsi a noi quale Padre che accoglie il fìgliuol prodigo, e quale pietoso Samaritano che si china a curare ogni ferita. Egli ama raffigurarsi a noi come la chioccia che raccoglie i pulcini sotto le sue ali (114). Egli chiama a sè quanti sono afflitti e oppressi per versare balsamo sulle piaghe del loro cuore (115). Egli in fine, prima di manifestarci l’infinito suo amore immolandosi sulla croce, volle darsi a noi come cibo nel Sacramento dell’Amore. La vita cristiana pertanto, considerata alla luce della Fede, è amore perchè originata e alimentata da Gesù, amore infinito. E noi professiamo come verità teologica, sulla scorta di San Tommaso, che la perfezione cristiana tutta si racchiude nella carità, nell’amore; poiché è dessa, la carità, che ci unisce a Dio, nostro ultimo fine (116).

E così veniamo a conchiudere che il vero fondamento e il termine della vita cristiana, il principio informatore di ogni manifestazione, la fonte, il mezzo, il fine della vera perfezione è l’a-more. Ora, essendo Iddio amore e carità, noi veniamo a trovare in Lui, non solo la fonte di ogni bellezza e di ogni bene, non solo l’impulso per operare con slancio e abnegazione in conformità ài divino volere, ma l’ideale della più alta perfezione.

Abbiamo creduto necessario fissare questi concetti, perchè noi Salesiani, come Religiosi e come Educatori, essendoci proposta l’educazione della gioventù in conformità ai dettami della vita cristiana, dobbiamo richiamarci con frequenza ad essi, ricordando e praticamente manifestando che il grande principio della legge evangelica, il mandato nuovo che Gesù è venuto a dare all’umanità redenta, l’anima insomma del cristiano operare, è l’amore.

San Francesco di Sales, dopo aver ricordato che dall’anima viene il primo atto, il principio di tutti i moti vitali dell’uomo, per il quale viviamo, sentiamo e intendiamo, aggiunge che deve dirsi la stessa cosa dell’amore, perchè esso è il primo atto, il principio di tutta la nostra vita spirituale, quel principio appunto per cui viviamo, sentiamo e ci muoviamo.

È logico pertanto conchiudere che l’amore è e dev’essere il principio di tutta l’opera nostra educativa e di ogni apostolato, poiché, se l’educazione è opera di perfezione, e la perfezione cristiana consiste nell’amore, la vera educazione deve raggiungere il suo scopo nell’amore e con l’amore.

3) San Francesco di Sales, Santo dell’amore.


Oltre che al Vangelo, tutto ardore di carità, San Giovanni Bosco si ispirò a San Francesco di Sales, ch’egli scelse come Patrono del suo primo Oratorio, e più tardi di tutta la Società, appunto per la sua amorevolezza.

Fin dall’8 dicembre 1844, autorizzato dall’arcivescovo, Don Bosco, benedicendo due camerette concessegli dalla Marchesa Barolo nei locali dell’Ospedaletto, vi stabiliva la prima cappella, dedicandola a San Francesco di Sales. Tre furono 3e ragioni di questa scelta. Primieramente perchè la Marchesa Barolo, per secondare Don Bosco, divisava di stabilire al Rifugio una Congregazione di Sacerdoti sotto questo titolo. In secondo luogo, perchè la parte di ministero che Don Bosco aveva preso ad esercitare intorno alla gioventù richiedeva molta calma e mansuetudine. Oltre a ciò lo confortava una terza ragione. In quel tempo, parecchi errori, sparsi specialmente dai protestanti, incominciavano ad insinuarsi insidiosamente, soprattutto in Torino, tra il popolo. Orbene, Don Bosco, scegliendosi come Patrono San Francesco di Sales, che aveva lottato e trionfato così splendidamente dei nemici della Chiesa, intendeva renderselo propizio per ottenere dal Cielo quelle speciali attitudini di cui avrebbe potuto aver bisogno nella lotta per guadagnare anime al Signore.

« Insomma — conclude Don Lemoyne — Don Bosco giudicava che lo spirito di San Francesco di Sales fosse il più adatto ai tempi per l’educazione e l’istruzione popolare» (117).

Orbene, in che consiste lo spirito di San Francesco di Sales? È generalmente ammesso che nei colossi della perfezione cristiana si delinei a volte un aspetto speciale, quasi una differenza specifica di azione e di santità, che costituisce in certo modo una loro caratteristica. Evidentemente è sempre lo Spirito di Dio che opera in loro. Dio stesso però ama manifestarsi in modi diversi, e così il suo Spirito ebbe ed ha manifestazioni diverse anche nelle anime dei suoi santi.

La santità si compie sempre e si perfeziona nella carità; ma questa, appunto perchè è carità, seppe nel corso dei secoli e attraverso l’opera di uomini santi e provvidenziali, presentarsi con modi e con caratteristiche particolari. E cosi si usa chiamare San Girolamo il santo della castità. San Benedetto il santo della liturgia, San Francesco d’Assisi il santo della povertà, San Bernardo il santo della mortificazione. Orbene, San Francesco di Sales vien detto il santo dell’amore e della dolcezza. Non già che egli sia stato, in certo modo, l’inventore dell’ascetica dell’amore come metodo per raggiungere la santità; ma perchè, illustrando il fondamento della sua teologia, della sua ascetica, del suo lavoro formativo a vantaggio delle anime, nella Introduzione alla vita devota e nel Teotimo o Trattato dell’amor di Dio, seppe esporre e coordinare in maniera soave e meravigliosa tutta la dottrina dell’amore, che viene presentato come fonte, mezzo e termine della santità.

Di fronte al rigorismo invadente e al fatalismo di Calvino, San Francesco di Sales seppe additare efficacemente la strada del Vangelo per ricondurre le anime al loro Padre che sta nei cieli, ripetendo costantemente con San Giovanni Evangelista che Dio è carità.

Nel cuore del nostro Patrono il Creatore aveva soprattutto versato tesori senza limiti di bontà e di carità. Non voleva che si temesse Dio, ma che lo si amasse grandemente: «Dio è tuo Padre — diceva. — Se così non fosse, egli non ti farebbe dire: Padre nostro, che sei nei cieli. E che cosa hai da temere, essendo figlio di un tal Padre?... Figli d’un tal Padre, è cosa ben strana che abbiamo o possiamo avere altro pensiero che non sia di fedelmente amarlo e servirlo» (118). Nel prossimo stesso amava Iddio, ripetendo: Mi sembra ch’io non ami altro che Dio, e tutte le anime per Iddio, e tutto ciò che non è Dio o per Iddio lo tengo per cosa da nulla» (119). E soggiungeva: « Chi ama il rigore vada lungi da me, perchè io di rigore non voglio saperne... A tener maniere dure e aspre, non vi è nulla da guadagnare » (120). Riguardo poi alla dolcezza con cui trattare il prossimo, diceva ancora: « Lo spirito umano è così fatto, che a trattarlo con rigore si inalbera. Tutto con dolcezza, niente per forza: la durezza manda a male ogni cosa, inasprisce i cuori, produce l’odio: e lo stesso bene che si fa, lo si fa di sì mal garbo, che non si può sapergliene grado. Al contrario la dolcezza maneggia a suo talento il cuore dell’uomo, e ne fa quel che vuole » (121).

Insomma egli era giunto alla persuasione — e frutto di essa fu l’apostolato intero della sua vita — che la perfezione del cristiano è fondata sull’amore, e che solo può cercarsi e compiersi con l’amore. E perciò, come l’amore è tutto nella vita spirituale, altrettanto deve dirsi che è tutto nell’opera dell’educazione, la quale solo può effettuarsi nell’amore e con l’amore.

Questo, in sintesi, lo spirito del Vangelo e lo spirito di San Francesco di Sales, che dal Vangelo lo attinse. Questo pure lo spirito di Don Bosco, formatosi alla scuola del Vangelo e di San Francesco di Sales. Questa anche la ragione per cui Don Bosco non volle che i suoi figli prendessero nome da lui, ma dal Patrono, vale a dire fossero Salesiani, cioè formati allo spirito di carità e di dolcezza del Salesio.
4) Don Bosco e la sua missione d’amore.
Don Bosco intese e visse la sua vita come un esercizio costante d’amore. Non è qui il caso di parlare dell’amore del Santo verso Dio; ma poiché dall’amor di Dio prende tutta la sua forza l’amore verso il prossimo, ci limitiamo a trascrivere circa quest’argomento alcune brevi parole di Don Rua, che meglio di ogni altro conobbe, approfondì e ritrasse lo spirito di Don Bosco. « Ben si può dire — egli afferma — che in tutta la vita di Don Bosco l’amor di Dio fu il movente di tutte le sue opere, l’ispirazione di tutte le sue parole, ed il centro di tutti i suoi pensieri e dei suoi affetti » (122).

Don Albera, secondo successore del Santo, nota che senza dubbio la vita di Don Bosco fu una non mai interrotta unione con Dio, c che, quanto più in Dio s’accresceva l’amor suo, tanto più generosamente questo stesso amore egli riversava sul prossimo: chiamato, per ispirazione celeste, ad occuparsi in modo particolare della gioventù, da Dio stesso, a mezzo di celesti carismi, potè conoscere quale doveva essere il principio informatore dell’opera sua formatrice (123).

Tra le ispirazioni e i carismi occupa il primo posto il sogno fatto all’età di nove anni, nel quale Iddio gli fissava il programma e il metodo della sua missione. Don Bosco stesso lo narra ai suoi figli, a loro incoraggiamento e ammaestramento. Ivi noi possediamo una delle più belle pagine della giovinezza del Santo, descritta con tanta minuzia di particolari e con tanta immediatezza di forma e di sentimento, che egli, mentre da una parte sembra rivivere tutti e singoli gli aspetti di quella prima rivelazione soprannaturale, dall’altra dimostra di essere perfettamente conscio della peculiare importanza di essa in rapporto alla sua vita e alla sua missione.

D’altronde, se è sempre una delle cose più belle la lettura della giovinezza di un grande, pensiamo ciò possa dirsi in particolare del nostro Padre e Fondatore, riguardo alle prime intuizioni del suo avvenire e alle caratteristiche del suo

futuro apostolato. Ecco adunque come egli narra la prima manifestazione fattagli da Dio sulla sua missione di educatore.

« All’età di nove anni circa, ho fatto un sogno che mi rimase profondamente impresso per tutta la vita. Nel sonno, mi parve di essere vicino a casa, in un cortile assai spazioso, dove stava raccolta una moltitudine di fanciulli che si trastullavano. Alcuni ridevano, altri giocavano, non pochi bestemmiavano. All’udire quelle bestemmie, mi sono subito slanciato in mezzo a loro, adoperando pugni e parole per farli tacere. In quel momento, apparve un Uomo venerando, in età virile, nobilmente vestito. Un manto bianco gli copriva tutta la persona, ma la sua faccia era così luminosa che io non poteva rimirarla.

« Egli mi chiamò per nome e mi ordinò di pormi alla testa di quei fanciulli, aggiungendo queste parole: — Non con le percosse, ma colla mansuetudine e con la carità dovrai guadagnare questi tuoi amici. Mettiti dunque immediatamente a far loro un’istruzione sulla bruttezza del peccato e sulla preziosità della virtù.

« Confuso e spaventato, soggiunsi che io era un povero ed ignorante fanciullo, incapace di parlare di Religione a quei giovanetti. In quel momento, quei ragazzi, cessando dalle risse, dagli schiamazzi e dalle bestemmie, si raccolsero tutti intorno a Colui che parlava. Quasi senza sapere che mi dicessi:

— Chi siete voi, soggiunsi, che mi comandate cosa impossibile?

— Appunto perchè tali cose ti sembrano impossibili, devi renderle possibili coll’obbedienza e con l’acquisto della scienza.

— Dove, con quali mezzi potrò acquistare la scienza?

— Io ti darò la Maestra, sotto la cui disciplina, puoi diventare sapiente, e, senza cui, ogni sapienza diviene stoltezza.

— Ma chi siete voi, che parlate in questo modo?

— Io sono il Figlio di Colei che tua madre ti ammaestrò di salutare tre volte al giorno.

— Mia madre mi dice di non associarmi con quelli che non conosco, senza suo permesso; perciò ditemi il vostro nome.

— Il mio nome domandalo a mia Madre.

« In quel momento vidi accanto a Lui una Donna di maestoso aspetto, vestita di un manto che risplendeva da tutte le parti come se ogni punto di esso fosse una fulgidissima stella. Scorgendomi ognor più confuso nelle mie domande e risposte, mi accennò di avvicinarmi a Lei, che, presomi con bontà per mano: — Guarda — mi disse.

« Guardando mi accorsi che tutti quei fanciulli erano fuggiti, ed in loro vece vidi una moltitudine di capretti, di cani, di gatti, di orsi e di parecchi altri animali. — Ecco il tuo campo, ecco dove devi lavorare — continuò a dire quella Signora. — Renditi umile, forte, robusto, e ciò che in questo momento vedi succedere di quegli animali, tu dovrai farlo pei miei figli.

« Volsi allora lo sguardo, ed ecco, invece di animali feroci, apparvero altrettanti mansueti agnelli, che tutti, saltellando, correvano attorno, belando come per fare festa a queU’Uomo e a quella Signora.

« A quel punto, sempre nel sonno, mi misi a piangere, e pregai quella Donna a voler parlare in modo da capire, perciocché io non sapeva quale cosa si volesse significare. Allora Essa mi pose la mano sul capo dicendomi: — A suo tempo tutto comprenderai.

« Ciò detto, un rumore mi svegliò, ed ogni cosa disparve. Io rimasi sbalordito. Sembratami di avere le mani che facessero male per i pugni che avevo dato, che la faccia mi dolesse per gli schiaffi ricevuti da quei monelli. Di poi, quel Personaggio, quella Donna, le cose dette e quelle udite, mi occuparono talmente la mente, che per quella notte non mi fu più possibile prendere sonno.

« Al mattino io tosto con premura raccontai quel sogno, prima ai miei fratelli, che si misero a ridere, poi a mia madre ed alla nonna. Ognuno dava al medesimo la sua interpretazione. Il fratello Giuseppe diceva: — Tu diventerai guardiano di capre, di pecore, e di altri animali. — Mia madre: — Chissà che non abbia a diventare prete! — Antonio con secco accento: — Forse sarai capo di briganti. — Ma la nonna, che sapeva assai di teologia ed era del tutto analfabeta, diede sentenza definitiva dicendo: — Non bisogna badare ai sogni.

« Io eròi del parere di mia nonna, tuttavia non mi fu mai possibile di togliermi quel sogno dalla mente » (124).

Don Bosco adunque, alla scuola dell’Uomo venerando e della Donna di maestoso aspetto, apprese che, con la mansuetudine e la carità, avrebbe potuto trasformare gli animali selvaggi e feroci in mansueti agnelli. -,




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