Sac. Pietro ricaldone don bosco educatore


b) L’amore, anima del Sistema Preventivo



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b) L’amore, anima del Sistema Preventivo.

1) Il Sistema Preventivo nel pensiero di Don Bosco.


Ma è tempo ormai che indichiamo almeno i punti fondamentali dell’opuscolo 11 Sistema Preventivo, alla luce di quanto abbiamo rilevato fin qui. Udiamo il Santo Educatore.

« Più volte — egli dice — fui richiesto di esprimere verbalmente o per iscritto alcuni pensieri intorno al cosiddetto Sistema Preventivo che si suol usare nelle nostre Case. Per mancanza di tempo, non ho potuto finora appagare questo desiderio, e, presentemente, volendo stampare il Regolamento che finora si è quasi sempre usato tradizionalmente, credo opportuno darne qui un cenno, che però sarà come l’indice di un’operetta che vo preparando, se Dio mi darà tanto di vita da poterla terminare, e ciò unicamente per giovare alla difficile arte della giovanile educazione » (Regolam., Part. II, Sez. I).

Dopo questo preambolo, egli passa a dire in che cosa consiste il sistema preventivo:

« Due sono i sistemi in ogni tempo usati nell’educazione della gioventù: preventivo e repressivo. Il sistema repressivo consiste nel far conoscere la legge ai sudditi, poscia sorvegliare per conoscerne i trasgressori ed infliggere, ove sia d’uopo, il meritato castigo. Su questo sistema le parole e l’aspetto del Superiore debbono sempre essere severe e piuttosto minaccevole ed egli stesso deve evitare ogni familiarità coi dipendenti. Il Direttore, per accrescere valore alla sua autorità, dovrà trovarsi di rado tra i suoi soggetti, e per lo più solo quando si tratta di punire e di minacciare.

« Questo sistema è facile, meno faticoso, e giova specialmente nella milizia e in generale tra le persone adulte e assennate, che devono da se stesse essere in grado di sapere e ricordare ciò che è conforme alle leggi e alle altre prescrizioni » (Regolam87).

« Diverso, e, direi, opposto è il Sistema Preventivo. Esso consiste nel far conoscere le prescrizioni e i Regolamenti di un Istituto, e poi sorvegliare in guisa che gli allievi abbiano sopra di loro l’occhio vigile del Direttore o degli assistenti, che, come padri amorosi, parlino, servano di guida ad ogni evento, diano consigli e amorevolmente correggano, che è quanto dire: mettere gli allievi nell’impossibilità di commettere mancanze » (Regolam., 88).

Dallo scritto di Don Bosco risulta chiaramente anzitutto che, tra i due sistemi di educazione, il repressivo e il preventivo, egli scelse il preventivo. Risulta parimenti che questo sistema preventivo non è una novità pura e semplice nella storia dell’educazione e della pedagogia. Già Platone insorgeva a suo modo contro gli educatori del suo tempo, che educavano i giovani con la violenza e con la repressione, come se fossero esseri irragionevoli: egli reclamava, per i giovani dotati d’intelligenza e di volontà, un’educazione ispirata alla ragione e alla libertà, e così lasciava intravvedere una pedagogia ed una educazione basata sull’amore, che della ragione e della volontà è l’espressione più piena e feconda.

Questo sistema del resto, seguito già da altri pedagogisti suoi antecessori, come ad esempio in Italia da Vittorino da Feltre, in Francia dal Dupanloup, e in tempi più remoti da San Paco-mio, da Sant’Anselmo ed altri, Don Bosco- lo intese ed applicò, anzi lo rinnovò in un modo tutto suo, illustrandolo con tanta copia di norme e precetti, da giustificare la denominazione, ormai diffusa in tutto il mondo, di sistema preventivo di Don Bosco.

Il Santo visse in un tempo, in cui l’arte dell’educazione era praticata da alcuni sotto l’ispirazione del naturalismo pedagogico, che faceva capo alle dottrine ottimistiche del Rousseau, mentre altri molti, educatori e moralisti cattolici, si ispiravano piuttosto a un rigorismo di sapore ancora giansenistico.

Don Bosco, con sano equilibrio, seppe cogliere il punto giusto e mantenersi a un’equa distanza dai due estremi: cosicché — ed è ciò che costituisce il massimo pregio delle sue idee pedagogiche e morali — egli potè costituire, con gli stessi princìpi del Vangelo e secondo le direttive della Chiesa, un sistema d’educazione nel quale non vi è posto nè per l’esagerato ottimismo tipo Rousseau, né per il gelido pessimismo giansenistico e, peggio, luterano. Appunto da questa decisa posizione di stabile equilibrio egli trasse e costrusse tutto Te-difìcio della sua azione e tradizione educativa.

Lo stesso Don Bosco poi diede incessantemente a conoscere quale fosse la vera anima di tutta la sua vita di educatore, di apostolo e di fondatore.

2) L’amore nel Sistema Preventivo


Chiunque legga la Vita di Don Bosco, si persuade facilmente che egli, fedele alle ispirazioni celesti, volle che tutto il suo lavoro per la gioventù e per le anime — ai Becchi, a Chieri, a Torino; da pastorello e da piccolo saltimbanco; da chierico, da prete e da fondatore della Società Salesiana — fosse, in ogni tempo e circostanza, mosso dal più puro amore, e vivificato dalla carità.

Egli stesso ci fa sapere che, fin dagli inizi del suo apostolato, prese, fra le altre, questa risoluzione: « Cerca di farti amare, di poi ti farai obbedire con tutta facilità » (125). « È cosa — diceva — assai importante ed utile per la gioventù il far in modo che non mai un fanciullo parta malcontento da noi » (126).

Il 31 agosto 1846, convalescente ai Becchi, scriveva a Don Borei, che lo sostituiva a Torino: « Ella faccia che l’olio condisca ogni vivanda nel nostro Oratorio » (127). Dettando le prime norme del suo Oratorio festivo, diceva che la carità e le buone maniere, « sono le fonti da cui derivano i frutti che si sperano dall’Opera degli Oratori » (128).

La moralità cristiana non è, come erroneamente scrissero alcuni filosofi, semplicemente negativa: essa non si limita al Non fare; ma, tutta vivificata dalla carità, sviluppa potenti energie per l’azione, mettendo alle nostre attività una sola condizione, quella di ispirarsi e di tendere all’amore. Ed è opera squisitamente di amore fattivo, il sistema che Don Bosco vuole sia norma della pedagogia salesiana.

Rileggendo le pagine che egli scrisse sul suo sistema, le sue conferenze, i suoi discorsini della Buona Notte e molte sue lettere, si prova una soavità ineffabile. Basti accennare ai Ricordi da lui scritti al figlio prediletto, Don Rua, allorché lo inviava a fondare la prima Casa fuori Torino a Mirabello Monferrato: noi li pubblicheremo fra le appendici (129). Questi documenti, i quali con le Costituzioni e i Regolamenti delle Case salesiane costituiscono come la magna chart a della pedagogia salesiana, sono tutti pervasi e profumati di purissima carità. L’educatore salesiano, sia Direttore o Consigliere o Catechista, sia Maestro o Assistente o Capo d’Arte, o rivestito di qualsiasi altra carica, è e dev’essere sempre, nel pensiero di Don Bosco, l’uomo della carità. Ecco la sua norma: 1 Superiori « amino ciò che piace ai giovani, e i giovani ameranno ciò che piace ai Superiori » (130). Al contrario, quando « i Superiori sono considerati come Superiori, e non più come padri, fratelli ed amici... sono temuti e poco amati » (131). Ed ancora scrive: « Quando illanguidisce l’amore, le cose non vanno più bene! » (132).

L’Amore da lui voluto come scopo e strumento dell’apostolato educativo, è sempre l’amore purissimo che solo può attingersi alla sorgente dell’infinito Amore. E il Santo non si stanca di ripetere. che l’anima, l’essenza, il principio supremo del suo sistema educativo è la carità, giungendo spesso ad affermare compendiosamente: « 11 sistema preventivo è la carità» (133).

A proposito poi dell’applicazione del sistema preventivo, scrive: « La pratica di questo sistema è tutta appoggiata sopra le parole di San Paolo, che dice: Caritas benigna est... Omnia suffert, omnia sperai, omnia sustinet (134): La carità è benigna e paziente; soffre tutto, ma spera tutto, e sostiene qualunque disturbo. Perciò — conchiude — soltanto il cristiano può con successo applicare il sistema preventivo » (Regolam., 90). E la ragione è evidente: egli solo si trova vivificato dall’amore soprannaturale.

Il nostro Padre, da pedagogo ed educatore sapientemente sagace, che mira ai risultati reali e duraturi, esclude il sistema repressivo, perchè, secondo lui, « non fa migliori i delinquenti » (Re-golam., 89, 3°). Per lui l’educazione è eminentemente opera di ricostruzione, di miglioramento, di perfezione. Solo il cuore può rendersi padrone dei cuori: ed ecco spiegata la sua insistenza sull’amorevolezza « che rende amico l’allievo » (Regolarli., 89, 3°). « Ricordava sovente la massima di San Francesco di Sales: — Si prendono più mosche con un cucchiaio di miele che non con un barile di aceto » (135).

Ed egli, applicando i princìpi di San Francesco di Sales all’educazione per condurre le anime al Dio dell’amore, si vale dell’amore: è questa l’essenza dello spirito salesiano.

Il 10 agosto 1885 così scriveva a Mons. Costamagna a Buenos Aires: « Vorrei a tutti fare io stesso una predica, o meglio, una conferenza sullo spirito salesiano che deve animare e guidare le nostre azioni ed ogni nostro discorso. Il sistema preventivo sia proprio di noi. Non mai castighi penali, non mai parole umilianti, non rimproveri severi in presenza altrui. Ma nelle classi suoni la parola dolcezza, carità e pazienza. Non mai parole mordaci, non mai uno schiaffo grave o leggero. Si faccia uso dei castighi negativi, e sempre in modo che coloro che siano avvisati, diventino amici nostri più di prima, e non partano mai avviliti da noi … La dolcezza nel parlare, nell’operare, nell’avvisare, guadagna tutto e tutti(136).

D’altronde la ragione stessa conferma l’esperienza che, senza vera affezione, è inutile il ministero dell’educatore. La prima felicità di un fanciullo è sapere di essere amato: e così egli corrisponde a questo amore, si persuade di quanto il maestro asserisce, ama tutto ciò che il maestro insegna, a lui piace quello che al maestro piace, si affeziona per tutto il tempo della sua vita alla verità e alla dottrina da lui apprese, e, a volte, si sente perfino inclinato alla stessa professione, anche sacerdotale e religiosa, dell’educatore, e lo ama come il padre dell’anima sua. Lo ripetiamo con Don Bosco stesso: « Ciò che più di tutto attrae i giovanetti sono le buone accoglienze: per ottenere buoni risultati nell’educazione della gioventù, bisogna studiare il modo di farsi amare, per farsi di poi temere» (137).

Voleva però che non si amassero le creature per fini umani (138), ma solo e sempre per amor di Dio e per far loro del bene: amore fattivo insomma egli desiderava, praticava ed inculcava, per rendere feconda l’opera educativa (139). « Carità, carità, carità » — raccomandava nel 1881 ai missionari partenti (140).

Questa carità poi voleva che si usasse special-mente verso i bisognosi. Diceva il 26 settembre 1868: « Dopo aver messo in pratica tutte le Regole della Casa, procurate anche di farle osservare ai giovani... Nello stesso tempo trattateli con grande carità nell’avvisarli... Andate sempre con quelli che hanno bisogno di essere consolati, cogli infermi, e ispirate loro coraggio, animateli alla pazienza... Ciò fate non solamente con quei tali che piacciono, che sono buoni, che han molto ingegno, ma anche con quelli che sono di poca virtù, di poco ingegno, e anche con i cattivi. Non è scritto nel Vangelo aver detto Gesù che i sani non han bisogno del medico? » (141).

Il 1° marzo 1863 parlava ai suoi collaboratori della sollecitudine che si deve avere per fare del bene alla gioventù.

« Con grande effusione di cuore — attesta Don Bonetti — ci esortò a cercare di preferenza quei fanciulli che ci paiono più abbandonati degli altri per i loro difetti; e che non ricusassimo di trattenerci con quelli la cui compagnia possa recarci noia e fastidio. Uscì infine con queste parole: — Anche costoro hanno un’anima che dobbiamo ad ogni costo salvare» (142).

E non basta. L’amore lungimirante di Don Bosco non sa separarsi da coloro che furono suoi allievi. Egli vuole continuare in certo modo con essi la sua missione, anche quando avranno lasciato l’Istituto. Ora precisamente per rendere indissolubili i vincoli che devono unire l’educatore all’educando, egli ancor più tenacemente insiste sulla pratica della carità. Valendosi del sistema preventivo « l’educatore — così scrive — potrà parlare col linguaggio del cuore, sia in tempo dell’educazione, sia dopo di essa. L’educatore, guadagnato il cuore del suo protetto, potrà esercitare sopra di lui un grande impero, avvisarlo, consigliarlo, ed anche correggerlo allora eziandio che si troverà negli impieghi, negli uffici civili e nel commercio » (Regolarti., 89, 4°).

È questa la chiave del mirabile successo dell’Associazione degli Ex-Allievi, che racchiude, nella forza del suo organismo, tanta ricchezza di risultati e di promesse. Tutto, nell’opera educativa di Don Bosco, si impernia e si sviluppa nell’amore.

Possiamo pertanto conchiudere che il sistema educativo di Don Bosco, è derivato, guidato, sostenuto, perfezionato, reso fecondo dalla carità: la carità ne è l’anima, il principio informatore. Da questa carità, trasformata in amore fattivo per il prossimo, risultò per Don Bosco quella che fu la vocazione di tutta la sua vita, ed è vocazione pure dei suoi Figli e delle Figlie di Maria Ausiliatrice : rigenerare cioè e formare rettamente una sterminata moltitudine di giovani e giovanette mediante l’educazione cristiana, nel soave ambiente della più pura carità, affinchè s’impari fin dalla tenera età, mediante l’adempimento dei propri doveri, a dimostrare praticamente a Dio rispetto per le sue leggi e corrispondenza al suo amore.

Uno può anche consacrarsi all’opera dell’educazione per un sentimento naturale di beneficare i propri simili, o per le gioie stesse che si provano quando i giovani corrispondono alle proprie cure, oppure per trarne mezzi di sussistenza, e perfino a causa di particolari situazioni della vita che rendono inevitabile un tal lavoro. Per Don Bosco invece, il motivo fu sempre, e con tutti, uno solo: la carità, servir Dio salvando i giovani e il prossimo.

Alla luce di questo principio supremo della sua vita e del suo apostolato, egli iniziò e continuò fino al termine dei suoi giorni il suo lavoro meraviglioso, lasciando ai suoi Figli e Figlie il perpetuare un’opera che, beneficando la gioventù, dovrà continuarne le benefiche conquiste a gloria della Chiesa e ad incremento della civile società.





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