Saggezza come stile di vita nel pensiero di Raimon Panikkar



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non assolutizzarla. Ma non si tratta nemmeno di dire: “poiché a me, essere razionale, non pare che sia così, allora per dispetto divento irrazionalista, o sentimentalista”».

89 R. Panikkar, Mito, fede ed ermeneutica, pp. 336-338.

90 Ivi, pp. 338-339.

91 Da cui la scelta di Panikkar per l’utilizzo del termine “impensabile” riferito all’ambito del pneuma.

92 R. Panikkar, La torre di Babele, p. 47.

93 Id., “Economia e senso della vita”, pp. 30-31: «Nel mondo si spende 70 volte di più per un soldato che per uno studente. [...] Il 50% dell’economia mondiale è risucchiato dalle spese per la difesa, il 60% degli psicologi statunitensi lavora per la propaganda».

94 Id., “La vittoria non porta mai alla pace”, p. 22. La ragione armata è quella che rende impossibile un dialogo che sia veramente dialogale (e quindi paritario). Panikkar lo spiega così: «Quando una formica – dice un proverbio del sud dell’India – tira un elefante, l’elefante non va verso la formica, ma la formica verso l’elefante. La cultura occidentale predominante è un elefante e, qualsiasi cosa noi facciamo, agli altri non resta che dire di sì, mentre noi non ci smantelliamo affatto. Abbiamo sempre realizzato il dialogo in questa maniera: io a cavallo, tu a piedi e scalzo; io con il denaro, tu forse con le miniere che poi io sfrutterò; io con la croce sopra la spada, tu popolo infedele, ecc. Questo rapporto diseguale ancora esiste e credo che per un dialogo possibile questo passo previo di uno smantellamento, di un disarmo, sia necessario». Id., “La formica e l’elefante”, p. 148.

95 Id., La torre di Babele, p. 51. Alla pagina successiva Panikkar aggiunge che «la ragione non si disarma da sola. Deve incontrare la funzione dello spirito e il compito del mito. La mia filosofia va in questa direzione».

96 Id., “La vittoria non porta mai alla pace”, pp. 22-23.

97 M. K. Gandhi, Antiche come le montagne, p. 76: «Non mossi muscolo quando seppi che una bomba atomica aveva distrutto Hiroshima. Al contrario, dissi tra me: “A meno che il mondo non adotti ora la non-violenza, questo significherà certamente il suicidio dell’umanità». E più avanti, a p. 167, aggiunge: «Una cosa è certa. Se la folle corsa agli armamenti continua, dovrà necessariamente concludersi in un massacro quale non s’è mai visto nella storia. Se ci sarà un vincitore, la vittoria vera sarà una morte vivente per la nazione che riuscirà vittoriosa. Non c’è scampo alla rovina incombente se non attraverso la coraggiosa e incondizionata accettazione del metodo non-violento con tutte le sue mirabili implicazioni».

98 Al di là della formulazione teorica data da Panikkar (l’ontonomia è la «regola interna di ciò che esiste, secondo la quale il singolare concreto è allo stesso tempo indipendente e integrato nella totalità dell’essere». Saggezza stile di vita, p. 186), nella quale è qui impossibile addentrarsi, si può esemplificare dicendo, con Bellet (il quale, pur non utilizzando questo termine, ne esprime meravigliosamente il significato), che essa è quella mano dolce e materna che rimette ogni cosa al suo giusto posto, che fa venire al mondo e crescere (M. Bellet, Il corpo alla prova, p. 9). Per la sua bellezza, oltre che per chiarire ulteriormente, si riporta uno stralcio dell’esperienza in Giappone di Luciano Mazzocchi, missionario saveriano, tratto dal libro L. Mazzocchi e A. Tallarico, Il vangelo e lo zen, p. 71: «Vicino alla casa della missione abitavano due vecchietti e nel loro orto c’era un albero di cachi. Qualche giorno dopo il mio arrivo, i vecchietti, marito e moglie, raccolsero i cachi, ma ne lasciarono una trentina sulla punta dei rami. Io interpretai che non avevano potuto raccoglierli, perché era pericoloso per due persone anziane salire così in alto. Pensai che quella era l’occasione buona per far vedere loro quanto fosse generoso il missionario cristiano appena arrivato. Con una scala di legno sulle spalle mi recai da loro e offrii la mia generosità per raccogliere i cachi. “Signor straniero (mi chiamarono così, perché ancora non sapevano che il titolo dato ai missionari cattolici è ‘Signor Padre spirituale’), se li raccogliamo tutti, che cosa mangiano i corvi?”» Ontonomia è preoccuparsi che i corvi stiano bene come noi, amando il nostro prossimo come noi stessi.

99 La teoria del deterrente ha mostrato ancora una volta ai nostri giorni la sua stessa insostenibilità, nella maniera più brutale, sfociando nella cosiddetta “guerra preventiva”. Così Panikkar: «Non dimentichiamo che la cultura della certezza, inaugurata in Occidente da Descartes, porta coerentemente all’ossessione della sicurezza, ideologia predominante nella società moderna» (Pace e disarmo culturale, p. 147). Esempi di una tale ossessione, in quest’epoca sconvolta nuovamente e alla base dal terrorismo, si possono moltiplicare; ne cito soltanto due presi dall’ambito pubblicitario, a mio avviso rivelatori della mentalità in esame (perché è proprio sulle convinzioni – e sulle paure – più radicate, di cui siamo spesso inconsapevoli, che fa leva la pubblicità): se da una compagnia assicurativa come la RAS ci aspetteremmo uno slogan come “costruttori di certezze”, sicuramente ci aspettiamo meno dalla Kerastase l’affermazione che il suo olio garantisce un “controllo totale sui capelli ribelli”. E, probabilmente, neanche la scelta del termine “ribelli” è casuale.

100 Come anche Rossi mette in evidenza, «sono diagnosi scontate che viene quasi a noia ripetere, se non servissero a ricordarci il baratro nel quale lentamente (e lucidamente) stiamo precipitando». A. Rossi, “Una cultura violenta”, p. 2.

101 Cfr. lo studio sulla globalizzazione di Rossi, che utilizzando la prospettiva ed il linguaggio di Panikkar (ma senza esaurirsi in essi) svela la funzione dell’economia come mito nel mondo odierno, mostrandone la natura antropologica, prima che tecnica o politica. Id., Il mito del mercato.

102 Ma in realtà basta anche molto meno che prendere un aereo: l’idea della pericolosità a priori di attraversare il cielo in uno spazio “di nessuno”, unita a quella di oltrepassare dei confini nazionali, ancora un po’ attutiscono l’impatto del “check-in” ed in qualche modo irriflesso lo giustificano. Sarà invece sufficiente visitare, ad esempio, il castello di Chambord, in Francia.

103 J. et H. Goss, La nonviolenza è la vita, pp. 15-16.

104 R. Panikkar, I Veda. Mantramanjari. Testi fondamentali della rivelazione vedica, vol. 1, p. XXXVII ss.

105 Id., “Instead of a Foreword: An Open Letter”, p. IX; Id., prologo a J. M. Velasco, Il fenomeno mistico, vol. 2, p. 14. Su ciò si soffermano anche Knitter (Nessun altro nome?, p. 215), Prabhu (“Lost in Translation: Panikkar’s Intercultural Odyssey”, p. 3) e Veliath, che parla di stile criptico, più evocativo che esplicativo («The interrelated issue of a growing experience and the need to express it adequately has resulted at times in a cryptic style which is more evocative than explanatory». Theological Approach and Understanding of Religions, p. 84). Calza non concorda con questi giudizi, trovando al contrario il linguaggio di Panikkar sempre chiaro, purché analizzato all’interno del suo specifico contesto. Cfr. S. Calza, La contemplazione, p. 183. Del suo stesso parere D’Sa, per il quale la difficoltà nel seguire il discorso di Panikkar spesso non deriva né dai neologismi utilizzati né dall’originalità delle idee, ma piuttosto dal suo sforzo di forgiare un linguaggio nuovo che possa essere compreso altrettanto bene da esponenti di culture diverse (“The notion of God”, p. 27).

106 Come rileva Calza, La contemplazione, p. 181. Cfr. R. Panikkar, Il silenzio di Dio, p. 20: «Quello che l’autore vuole veramente dire, lo tace» e Id., “Instead of a Foreword: An Open Letter”, p. VIII: «The only thing I have endeavoured to voice is obviously ineffable» («La sola cosa cui mi sono sforzato di dar voce è, evidentemente, ineffabile»).

107 Come fece Carnap nel ’32 con l’opera “Che co’è metafisica?” di Heidegger.



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