Sapegno, Maria Serena (a cura di) (2010) Che genere di lingua? Sessismo e potere discriminatorio delle parole Roma: Carocci, 248 p



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20.07.2019
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Sapegno, Maria Serena (a cura di) (2010) Che genere di lingua? Sessismo e potere discriminatorio delle parole Roma: Carocci, 248 p.

Porre il problema del sessismo nella lingua italiana e cercare delle strategie per opporvisi è una questione di grande attualità e importanza, sia culturale che politica, che richiede l’attenzione di tutte e tutti, in particolare delle istituzioni e dei mezzi di informazione, in un momento storico come quello che l’Italia sta vivendo, in cui atteggiamenti sessisti di varia natura dilagano nella politica e nei media. Sebbene il problema linguistico sia stato posto a livello istituzionale già nel 1986, quando Alma Sabatini, pubblicava le sue Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana, sul piano del simbolico, e quindi del senso comune, da allora pochissimo sembra essere cambiato. Ancora oggi, infatti, in Italia l’uso dell’universale maschile, che dietro una pretesa neutralità di fatto esclude le donne, l’esitazione nell’uso delle forme femminili di titoli o professioni a cui le donne, per ragioni storiche e culturali, hanno avuto accesso più tardi rispetto agli uomini, l’uso dell’articolo per segnalare il genere davanti a cognomi di donne, solo per citare i casi di sessismo linguistico più comuni e lampanti, sono percepiti come naturali e aproblematici dalla maggior parte dei parlanti e delle parlanti, quando sono invece il risultato di complesse dinamiche socio-culturali. L’Italia, inoltre, sembra restia ad accogliere e fare propri aspetti, come l’uso di un linguaggio politically correct, che in altri paesi Europei sono diventati ormai parte del patrimonio culturale e linguistico comune grazie a politiche antidiscriminatorie mirate. Che genere di lingua?, il cui titolo gioca con il doppio significato di ‘genere’ in italiano, coinvolgendo sia il tipo di lingua usata —intrisa di elementi sessisti—, sia quella che sarebbe auspicabile usare —che dovrebbe tenere conto delle differenze di genere—, è frutto del convegno dallo stesso titolo tenutosi a Roma nel novembre 2009 e affronta la questione da varie prospettive. Nati dall’esigenza di discutere il problema sempre più evidente e preoccupante del sessismo nella lingua italiana, infatti, il convegno prima e il volume poi hanno coinvolto studiose e studiosi di età, formazione ed aree disciplinari diverse offrendo una stimolante varietà di opinioni e punti di vista. Il libro è diviso in tre sezioni: la prima affronta il problema del sessismo nella lingua italiana in generale. Maria Serena Sapegno esamina la questione dal punto di vista storico, teorico, e politico ripercorrendone le tappe, e mettendo in evidenza il ruolo cruciale avuto dal movimento delle donne per sollevare il problema e produrre una nuova sensibilità antidiscriminatoria. Maria Rosa Cutrufelli considera come è stato affrontato il problema della lingua sessuata e dei limiti di una lingua declinata al maschile da alcune scrittrici contemporanee. Maria Antonietta Passarelli, partendo da alcuni lemmi del Piccolo dizionario della disuguaglianza femminile di Alice Ceresa, quali donna, femmina e madre, esamina come siano definiti e codificati da tre noti dizionari della lingua italiana. Lorenza Pescia, infine, indaga l’uso della forma femminile di sostantivi che indicano professioni, titoli e cariche politiche nei quotidiani in italiano del Canton Ticino, mettendolo in relazione con l’uso dell’Italiano d’Italia e con quello delle altre lingue ufficiali svizzere. La seconda parte è dedicata al linguaggio della politica. Grazia Basile, analizza un campione di interviste a uomini e donne impegnati/e nella politica rilasciate ad alcuni quotidiani italiani per stabilire se la differenza di genere produce differenze di usi linguistici. Fabrizia Giuliani, dopo aver puntualmente analizzato da un punto di vista filosofico le implicazioni esistenti tra linguaggio e cultura, si sofferma sull’area semantica della riproduzione e della vita, tradizionalmente riservata all’ambito privato, nel discorso pubblico, riferendosi in particolare al dibattuto referendum del 2005 sulla procreazione assistita. Nadia Cannata, invece, dopo alcune riflessioni sulla «semantica dell’esclusione», sull’uso, cioè, dell’universale maschile per indicare —ed escludere— le donne, propone un’analisi dell’uso del linguaggio emotivo come codice politico nella politica berlusconiana e nei media. La questione fondamentale del sessismo nella scuola e dell’importanza dell’istruzione per agire sui soggetti e modificare il senso comune è affrontata nella terza sezione. Le insegnanti Maria Pia Ercolini e Aureliana Di Rollo descrivono e riportano i risultati e gli sviluppi del progetto sui generis, volto a sensibilizzare gli alunni di due istituti romani sul sessismo e gli stereotipi di genere attraverso una serie di attività, seminari e unità didattiche da loro pensate e attuate, mostrando come affrontare tematiche di genere a livello scolastico possa notevolmente contribuire allo sviluppo di una consapevolezza di genere e al conseguente smascheramento del sessismo linguistico. Anna Angelucci considera il sessismo nel didattichese, il sottocodice ibrido usato in ambito scolastico e ministeriale, mentre Francesca Vennarucci prende in esame alcune antologie scolastiche pubblicate tra il 1985 e il 2008, individuando la quantità dei testi di scrittrici inseriti e l’atteggiamento critico dei curatori e delle curatrici, e chiedendosi se sia sufficiente proporre percorsi di donne o si debba dare maggiore attenzione alle ragioni dell’assenza come solo Antonelli e Sapegno in L’Europa degli scrittori (2008) fanno. Gli ultimi due contributi sono di due studenti: Claudio Nobili considera la comunicazione attraverso le bacheche universitarie, mettendo in evidenza gli elementi sessisti e proponendo alternative più eque; Laura Venturini esamina il linguaggio dei siti web delle facoltà di lettere delle principali università romane, costatando come gli studenti, i laureandi e i dottorandi senza alcun riferimento ai corrispettivi femminili, dominino i portali. Affrontando la fondamentale questione del sessismo nella lingua italiana in contesti differenti e chiamando in causa filosofia, linguistica e studi di genere, i saggi che compongono il volume, quindi, offrono numerosi spunti di riflessione, mettendo in evidenza in modo chiaro e convincente l’urgenza di scalfire un sistema linguistico, e quindi culturale, profondamente radicato, che tende ad escludere, discriminare, sminuire o cancellare il femminile. Oltre a proporre una riflessione teorica e a mostrare esempi significativi dell’uso sessista della lingua, in particolare negli ambiti della politica, dei media e dell’istruzione in quanto veicoli fondamentali di diffusione e possibile trasformazione della lingua d’uso, le autrici e gli autori propongono delle strategie per modificare lo status quo, dando grande rilevanza al ruolo educativo della scuola e dell’università e offrendo ai lettori e alle lettrici la possibilità reale di ripensare più consapevolmente il modo in cui utilizzano o fruiscono la lingua italiana. L’unica via per modificare efficacemente il sistema linguistico, infatti, è agire sul simbolico, promuovendo la consapevolezza di genere delle donne e degli uomini affinché mettano in atto un uso equo e non discriminatorio della lingua. Che genere di lingua?, oltre ad essere ricco, stimolante e di piacevole lettura, è un contributo importante per rendere visibile il problema, alimentare il dibattito e promuovere un cambiamento di tendenza.

Eleonora Carinci

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